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Il risveglio dell’anno Mille

Comuni, mercanti e cattedrali

 

di  Simone Valtorta

 

 
Ogni popolo ha un suo punto di forza, che è anche un punto di debolezza. Gli Statunitensi, per esempio, hanno come punto di forza proprio il fatto di sentirsi popolo, cioè Nazione: sono forti quanto più sono uniti, stretti attorno alla loro bandiera (ma sarebbe più corretto scrivere la parola «bandiera» con la lettera maiuscola, tanta è l’importanza che le attribuiscono); il rovescio della medaglia è che, se sono isolati, allora non sanno a che Santo votarsi.
    Gli Italiani sono esattamente l’opposto: l’Italiano medio, nel migliore dei casi, diffida dello Stato; l’autorità pubblica, per lui, è messa lì per fregarlo, e allora è meglio fare i «furbi». L’Italiano costruisce un suo Stato dentro lo Stato, una cerchia di amici su cui fare affidamento – poche persone, in ogni caso. Gli Italiani, divisi per secoli, non si sono mai sentiti popolo, e spesso non si sentono popolo neppure oggi.
    La fine dell’unità politica italiana inizia col Medioevo: sono i Longobardi a metter fine all’effimera riconquista bizantina e a spezzare definitivamente l’unificazione della Penisola. Il tentativo di creare uno Stato nazionale che possa confrontarsi alla pari con la Francia e la nascente Spagna termina nel nulla (la Germania al tempo dei Longobardi era ancora allo stato tribale e al di fuori della civiltà europea, nel periodo successivo risultò più frazionata che da noi, grosso modo Stati a livello di province, mentre da noi erano a livello di regioni). Da questo momento, e fino al 1861, gli Italiani non saranno uno Stato unitario, ma una serie di staterelli disposti a rade, temporanee unioni per fronteggiare un nemico comune. Un’eredità che ci portiamo ormai marchiata a fuoco nel nostro DNA culturale.
    Poco dopo il Mille, in Italia sorge un nuovo tipo di civiltà rispetto a quella feudale. Non è un avvenimento improvviso, ma un processo graduale iniziato almeno un secolo prima, nel grembo del Regno Italico, e consolidatosi dopo il definitivo sfacelo di quello. Per lunghi secoli la vita si è svolta attorno ai castelli o ai monasteri, ma ora gli abitanti dei villaggi in notevole sviluppo demografico vanno nelle città, le campagne si spopolano, rinasce il commercio; non si vive più isolati. Soffia un vento di rinnovamento. Fanno la loro comparsa, col favore dei Vescovi-conti e per l’opera pacificatrice della Chiesa, le prime fiere e mercati, vero simbolo di questi anni: i mercanti girano di città in città, vendono stoffe, arnesi, spezie; fiere e mercati operano una profonda rivoluzione economica di cui, però, non sono protagonisti e beneficiari solo i mercanti. Questi, oltre alle loro mercanzie, portano con sé notizie di altri abitanti, di altri paesi, cittadine, borghi: è un’altra rivoluzione, l’apertura del pensiero verso l’esterno. La curiosità porta nuova gente a viaggiare, ad allargare i propri orizzonti. Sono espressione di questo clima rinnovato gli «Studia» (scuole di diritto) come quello bolognese, in cui insigni giuristi leggono e commentano il Corpus juris, che rappresenta l’antitesi al feudalesimo fondato sulle consuetudini germaniche.
    La base dell’economia medievale è ancora costituita dall’agricoltura: ad essa si dedica la massima parte della popolazione. Ma dalle campagne giungono in città sempre più persone, che non vogliono più essere dominate dal signore feudale o dal Vescovo, figure ormai anacronistiche, rappresentanti di un’autorità – quella regia o imperiale – lontana o inesistente. L’antagonismo fra Papato e Impero, con la conseguente «lotta per le investiture», ha costretto i Vescovi-conti a chiedere l’appoggio del popolo; nelle popolazioni cittadine aumenta la coscienza della propria forza, della possibilità di strappare al «signore» sempre più immunità, concessioni ed esenzioni; quando i Vescovi, vedendosi esautorati, cercano di imporsi, si trovano di fronte cittadini ormai organizzati e pronti a decidere del loro destino da soli, e sono costretti ad accettare le nuove strutture istituzionali. Rinnovando in parte le forme politiche degli antichi «municipi romani», i cittadini eleggono un console che li governi. Le città di questo tipo si chiameranno Comuni, e la civiltà che va nascendo civiltà comunale: si costituisce soprattutto nelle grandi città, particolarmente in quelle favorite dalle grandi vie di comunicazione (Milano, Bologna, Como) – è, comunque, sempre un istituto tipico dell’Italia Settentrionale e Centrale. Gli abitanti dei Comuni si sentono orgogliosi di essere liberi, rinascono le industrie, sorgono imprese edilizie che girano l’Italia. Le torri sono uno dei simboli, forse il più caratteristico, di questa rinascita: tozze o svettanti, disadorne o rivestite di marmi, sovrastano gli edifici principali della città, le chiese, soprattutto la cattedrale, e il palazzo comunale; non si tratta di mere bellezze architettoniche, ma delle abitazioni delle famiglie più ricche e nobili, veri e propri fortilizi: il pericolo non viene più solo dall’esterno, ma può nascere nel grembo stesso del centro cittadino. Un esempio famoso è la cittadina di San Gimignano, che nel periodo comunale conta 72 tra torri e case-torri dell’antica aristocrazia mercantile e finanziaria, affacciate sulle piazze e sulle vie principali (oggi ne restano 14 ufficiali).

Torri di San Gimignano - http://commons.wikimedia.org/wiki/File:771GimignanoTorri.JPG?uselang=it, 2013
Torri di San Gimignano - http://commons.wikimedia.org/wiki/File:771GimignanoTorri.JPG?uselang=it, 2013

    Con il lavoro di un popolo intero, talvolta per diverse generazioni, sorgono nelle città nuovi luoghi di culto: duomi, cattedrali, chiese. La fede cristiana si fa visibile anche nella struttura architettonica della città.
    Tutta l’Europa si popola di meravigliose cattedrali. Ad innalzarle è per prima la Francia per merito dei monaci cistercensi: un Ordine che ha ricevuto grande impulso da San Bernardo di Chiaravalle. Le cattedrali, al di là delle Alpi, vengono elevate in stile gotico. Ma in Italia, il gotico subisce un addolcimento, diviene più sobrio, si sposa allo stile romanico. La prima cattedrale che sorge da noi è quella di Assisi, fondata nel 1228. Un anno dopo viene innalzata quella di Siena, poi si comincia a Firenze, ad Orvieto. Sorgono anche molte abbazie, come quella di Fossanova nel Lazio.
    Alcune città italiane, intanto, stanno diventando particolarmente potenti. All’inizio, sono quelle che si affacciano sul mare, via di commercio più redditizia della terraferma: le Repubbliche Marinare di Amalfi, Pisa, Genova, Venezia. Il mare non è però del tutto sicuro: protesa nel mare per oltre 4.000 chilometri di coste, la penisola italiana è esposta alle incursioni dei Saraceni, che infestano il Tirreno. Questi, a bordo di velocissime imbarcazioni, giungono sulla costa, depredano, saccheggiano, incendiano. Raggiungono nel secolo IX il loro apogeo e con gli Aglabiti conquistano nell’827 la Sicilia, ma nell’849 vengono sconfitti ad Ostia. Le Repubbliche Marinare allestiscono flotte potenti per difendere se stesse e i loro commerci; hanno già, fin dal 1100, molte rappresentanze commerciali in Asia e in Africa. Si fanno però prima concorrenza, e poi guerra aperta.
    La posizione di Amalfi al centro del Mediterraneo ne fa (unitamente a Napoli, Gaeta, Bari) un ponte di passaggio tra l’Occidente Latino-Germanico e l’Oriente Bizantino. L’XI secolo vede l’apogeo della potenza di questa città di mercanti e navigatori, che collegano le coste del Mar Nero alle corti di Roma e dell’Italia Meridionale. Agli Amalfitani si attribuisce il perfezionamento della bussola, ma la loro maggiore fama è legata alle Tavole Amalfitane, un celebre codice di diritto marittimo. La decadenza di Amalfi coincide con la conquista normanna: sottomessa dai conquistatori, la città non può difendersi da Pisa che la distrugge nel 1135.
    Poco si sa delle vicende di Pisa prima del 1000: restano solo alcuni documenti relativi a privilegi e franchigie che le vengono concessi dall’Impero per la sua partecipazione alla lotta contro i Saraceni. Da principio, la città è un libero comune retto da dodici consoli eletti dal popolo; poi l’ordinamento comunale cede il posto ad una oligarchia retta da un «podestà». La fortuna di Pisa raggiunge l’apogeo con le vittorie sui Saraceni della Sardegna e della Penisola Iberica: nel 1116 Pisa si insedia in Sardegna e stringe trattati con i giudicati di Oristano e della Gallura. Partecipando alla Prima Crociata ottiene la concessione di territori e colonie: Antiochia, Tiro, San Giovanni d’Acri. Nella lotta per il primato nel Mediterraneo, dopo la vittoria su Amalfi, entra in conflitto con Genova. Dal duello mortale uscirà dapprima preda di signorie locali, quindi satellite gravitante nell’orbita di Firenze.
    Genova sopravvive più a lungo, ma paga lo scotto di non essere uno Stato propriamente detto, bensì solo un gruppo di famiglie di ricchi mercanti: all’inizio non ha neppure un esercito vero e proprio, e i suoi traffici avvengono principalmente via mare. Passata dalla dominazione bizantina a quella longobarda, la città supera fasi alterne di decadenza e prosperità sotto i Carolingi. Entrata a far parte della Marca Obertenga, sfrutta abilmente l’appoggio del Vescovo-conte per sottrarsi al giogo feudale. Nelle lotte contro i musulmani, alcune famiglie genovesi, distintesi in imprese guerresche, costituiscono associazioni commerciali (dette «Compagne») iniziando una vasta penetrazione economica nel Mediterraneo e nel retroterra, attraverso le vie di comunicazione appenniniche (Passo dei Giovi). Le Compagne assorbono gradatamente i poteri politici del Vescovo, e i loro capi, scelti tra le famiglie nobili, monopolizzano dall’XI secolo anche le cariche di «consoli» del Comune Genovese, ai quali spetta anche il comando delle forze armate. La Prima Crociata costituisce la grande occasione per annodare rapporti con l’Oriente, in seguito al contributo dato alla presa di Antiochia e di Gerusalemme. Nell’opera di riconquista delle terre cristiane occupate dai musulmani, Genova si allea con Pisa e nel 1015-1016 s’impadronisce della Corsica e della Sardegna; quindi partecipa ad una spedizione comune contro Tangeri. Il duello con Pisa data da questo momento e non avrà termine che con la battaglia della Meloria (1284), che segna la fine della potenza pisana. Successive lotte intestine fra le grandi famiglie non rallentano la penetrazione della «Superba» (così è definita la Repubblica Genovese) nel Mar Nero ed in Crimea, dove vengono fondate fiorenti colonie. Dopo il XIII secolo Genova lotta con Venezia per il monopolio del commercio con l’Oriente. Cadrà poi sotto il dominio di Milano.
    La Repubblica Marinara Italiana più famosa è senz’altro Venezia. La sua storia e la sua cultura non hanno nulla da invidiare ad alcun’altra città al mondo. Venezia è ricchezza, lusso, ma anche arte raffinata; ed è stata civiltà, mentre tutt’attorno il mondo era piombato nel caos e nella barbarie.
    Secondo una vecchia tradizione dura a morire, i fondatori di Venezia sono gli abitanti delle zone circostanti la laguna, rifugiatisi sui numerosi isolotti per sfuggire alla ferocia degli Unni di Attila. In realtà, i primi insediamenti stabili si possono far risalire solo all’età longobarda; già da tempo, però, le isole del litorale sono frequentate da pescatori, marinai e raccoglitori di sale.
    Dipendente politicamente da Costantinopoli, il cui «patrizio» risiede a Ravenna, Venezia se ne rende progressivamente indipendente. Il funzionario imperiale bizantino, il «dux», viene eletto direttamente dai maggiorenti delle famiglie più antiche o facoltose: si chiama Doge e detiene ogni potere. Secondo la tradizione, il primo Doge è Paoluccio Anafesto, nel 697. Nell’814 Rialto (il quartiere di Rivo Alto) diventa sede del Doge; le isole si collegano a costituire la città attraverso una fitta rete di ponti (la posizione insulare rende Venezia praticamente inespugnabile). Nell’828 vengono portate nella città lagunare, da Alessandria d’Egitto, le reliquie di San Marco: saranno conservate nella Basilica a lui dedicata, un gioiello d’architettura, edificata nell’XI secolo; d’ora in avanti, il leone di San Marco sarà il simbolo della città, e la stessa Venezia sarà ricordata anche come la Repubblica di San Marco, in onore del suo protettore.

Facciata della Basilica di San Marco, Venezia (Italia) - Simone Valtorta, 2005
Facciata della Basilica di San Marco, Venezia (Italia) - Simone Valtorta, 2005

    Il governo è, dapprima, a carattere aristocratico con alcuni tentativi di instaurazione dinastica. Ma nel 1130 viene istituito il «Commune Veneciarum», un organo collegiale in cui le funzioni direttive sono praticamente delegate al Maggior Consiglio, composto dai rappresentanti delle famiglie più influenti. In seno a questa oligarchia vi è un continuo avvicendamento nella carica di Doge.
    Parallelamente, si accresce la potenza economica della città. In posizione chiave tra l’Ovest (le Alpi) e l’Est (Costantinopoli), priva di industrie (importantissima solo quella del sale), Venezia deve la sua ricchezza ai traffici con l’Oriente, e tende perciò ad assicurarsi il predominio dei mari. Per iniziativa del Doge Pietro Orseolo II, Venezia conquista l’egemonia nel Mare Adriatico battendo i pirati illirici: nel 1004 il Doge assume il titolo di «Dux Veneticorum et Dalmaticorum». Sotto i Dogi Morosini, Dàndolo, Mocenìgo (tanto per citarne alcuni tra i più famosi), la città ha ormai una grande flotta che domina sui mari fino ad Oriente: porta in Italia sete, broccati, profumi, materie coloranti. Stabilisce accordi commerciali con l’Impero, largo di favori e privilegi («crisobuli») ai mercanti veneziani. Le Crociate favoriscono la penetrazione di Venezia in Asia Minore, con la fondazione di importanti colonie, mentre dopo la Quarta Crociata e la creazione dell’Impero Latino d’Oriente, la città riesce a monopolizzare tutto il traffico commerciale, sostituendosi a Costantinopoli nel predominio sui mercati orientali. La ricchezza trasforma la vita. Venezia si va ricoprendo di eleganti palazzi, le case sono fastose con ori e tappeti, i canali sono percorsi da gondole variopinte.
    Verso il 1200, Venezia conta quasi 100.000 abitanti. Vi si celebrano molte feste, di cui la più nota è quella del Bucintoro, il nome della nave del Doge dalla quale viene lanciato nell’Adriatico, ogni anno, un anello, per simboleggiare lo sposalizio fra Venezia ed il mare.
    Sarà la Repubblica Marinara Italiana a brillare di più, con più fulgore, e ad avere la vita più lunga.
(novembre 2011)