L’Italia
nell’Alto Medioevo
Dai
barbari a Carlo Magno
di Simone
Valtorta
Da
sempre, la storiografia italiana ha guardato di malavoglia, e quasi di
sfuggita, al lungo millennio medievale, e soprattutto a quel lungo
periodo, dal VI al IX secolo, che va posto sotto il nome di Alto
Medioevo ed è caratterizzato da una marcata involuzione
demografica, economica e culturale. Il motivo è chiaro: a
differenza di altri Stati europei come la Francia o la Spagna, che
proprio nel Medioevo si affacciano alla luce della Storia, gli Italiani
possono ben fregiarsi del richiamo alla grande civiltà
romana
come loro diretta antenata. Già il Muratori nel Settecento,
però, lamenta questo pregiudizio, mostrando che se al tempo
dei
Longobardi non vigeva di certo la felicità di costumi
dell’Impero Romano, pure il loro regno non era da meno
rispetto a
quello dei Franchi o dei Visigoti, o degli altri popoli insediatisi in
Europa; anzi, era ingiusto che gli Italiani onorassero la madrepatria
quand’era nel fulgore della sua gloria, mentre la schifassero
quando la sua luce si offuscava. Oltretutto, aggiungeva, molte nostre
tradizioni si rifanno al Medioevo, non all’età
romana.
Nel VI secolo, il grande Impero Romano
che si era
spinto fino all’Africa, all’Asia,
all’Inghilterra,
è caduto sotto i colpi dei barbari. La parola
«barbaro» si rifà al
«bar-bar» di una
lingua incomprensibile, e significa «balbuziente»;
i Greci,
per esempio, chiamavano «barbari» tutti i non
Greci, coloro
che non parlavano la loro lingua e non condividevano la loro cultura
(Romani inclusi). Bloccati dalla vittoria di Mario sui Cimbri e i
Teutoni, ricacciati da Giulio Cesare oltre il Reno, i barbari si
rendono di nuovo minacciosi a partire dal III secolo. Le principali
tribù barbariche (la maggior parte di stirpe
germanica)
sono i Quadi, i Marcomanni, gli Alamanni, i Franchi, gli Agli, gli
Eruli, i Goti (Ostrogoti e Visigoti), gli Unni, i Vandali, i
Longobardi. Prima giungono nel nostro Paese gli Eruli, tanto che nel
476 l’Impero si può dire finito, poi i Goti
guidati da
Teodorico. Sebbene essi non possano dirsi responsabili delle stragi che
una tradizione dura a morire attribuisce loro, è innegabile
che
siano i maggiori responsabili della morte di un Impero che pretendevano
di salvare e vivificare.
Dopo il sacco di Roma di Alarico nel 410
e di
Genserico nel 455, dal 535 al 553 l’Italia subisce le alterne
vicende della guerra gotica fra Giustiniano, Imperatore
d’Oriente, e i vari Re Goti successori di Teodorico, morto
nel
526: Vitige, Totila, Teia. Anni di distruzioni e abbandono infieriscono
sull’Italia: le popolazioni vivono nel terrore e nella
povertà. Non esiste più un governo, i paesi e le
città sono abbandonati, le terre incolte. Molta gente si
dà all’ascetismo, si ritira sui monti, nelle
caverne;
l’Italia viene percorsa da numerosi eremiti.
Chi diffonde l’ideale
monastico nella sua
forma più alta è San Benedetto, nominato Patrono
d’Europa. Nato a Norcia, in Umbria, nel 480, da una famiglia
agiata, abbandona a vent’anni le ricchezze e si ritira nei
pressi
di Subiaco. Dai paesi vicini molti uomini accorrono a lui, nascono i
Benedettini. Da Subiaco, San Benedetto andrà più
tardi a
Montecassino dove fonderà nel 529 la celebre abbazia e dove
morirà nel 547; verrà sepolto con sua sorella
Santa
Scolastica. Per tutta l’Europa sorgeranno centinaia di
monasteri
e saranno proprio questi che faranno rinascere la vita in Italia e
nelle altre Nazioni. Le Regole
dell’Ordine Benedettino
si riassumono nel motto «Ora et labora»
(«Prega e
lavora»): e difatti i monaci passano la giornata pregando e
lavorando la terra, oppure copiando pazientemente e fedelmente la Bibbia
e gli antichi codici – è soprattutto grazie alla
loro
attività di copisti che le opere latine e greche vengono
salvate
in gran numero e possono giungere sino a noi. La campana del convento
benedettino scandisce le ore della preghiera e del lavoro dei monaci e
dei laici che hanno trovato rifugio tra di loro: dai villaggi sperduti,
dalle città ridotte a rovine, molti uomini e donne corrono a
rifugiarsi sotto la protezione dei monasteri. I monaci insegnano a
coltivare la terra, fanno scuola. La loro opera nel Medioevo, per il
recupero della cultura classica, è enorme.
Poi arrivano i Longobardi, una
popolazione germanica
proveniente forse dalla Scandinavia e convertitasi – almeno
parzialmente – al Cristianesimo ariano.
È Paolo Diacono, con la sua Historia Langobardorum
(Storia dei Longobardi),
principale fonte di conoscenza della storia longobarda, a fornire
l’etimologia della parola «Longobardi»:
«Furono
chiamati così [...] in un secondo tempo per la lunghezza
della
barba mai toccata dal rasoio. Infatti nella loro lingua lang significa
“lunga” e bart
“barba”» (Paolo Diacono, Historia Langobardorum,
I, 9). Mentre secondo alcuni storici, il nome significherebbe popolo
«dalle lunghe lance», dall’alto tedesco
antico
«barta» («lancia»).
Secondo le loro tradizioni, i Longobardi
in origine
si chiamavano Winnili, cioè Vincenti. Narra la leggenda che
i
capi dei Vandali, dovendo scontrarsi coi Winnili, pregarono Odino di
concedere loro la vittoria, ma il dio supremo disse che avrebbe
decretato il successo al popolo che, il mattino della battaglia, avesse
visto per primo. La moglie di Odino, Frigg, diede alle donne winnili il
consiglio di presentarsi sul campo di battaglia al sorgere del sole con
i capelli sciolti fin sotto il mento come fossero barbe. Al sorgere del
sole Odino, quando li vide, chiese: «Chi sono quei guerrieri
così longibarbuti?». Al che la dea rispose:
«Poiché hai dato loro un nome, dai loro anche la
vittoria».
I Longobardi, guidati dal Re Alboino e
rinforzati da
contingenti di altri popoli, nel 568 invadono l’Italia
attraversando l’Isonzo. Jörg Jarnut, e con lui la
maggior
parte degli autori, stima la consistenza numerica totale dei migranti
tra i cento e i centocinquantamila fra guerrieri, donne e non
combattenti; non esiste tuttavia pieno accordo tra gli storici a
proposito del loro reale numero.
La resistenza bizantina è
solamente
simbolica. La prima città a cadere nelle mani di Alboino
è Cividale del Friuli. Nel 572, dopo tre anni di assedio,
cade
anche Pavia; Alboino la sceglie come capitale del suo regno. Negli anni
successivi i Longobardi proseguono la loro conquista discendendo la
penisola fino all’Italia Centro-Meridionale. Ai Bizantini
rimangono alcune zone costiere dell’Italia continentale:
l’Esarcato (la Romagna, con capitale Ravenna), la Pentapoli
(comprendente i territori costieri delle cinque città di
Ancona,
Pesaro, Fano, Senigallia e Rimini) e gran parte del Lazio (inclusa
Roma) e dell’Italia Meridionale (le città della
costa
campana, Salerno esclusa, la Puglia e la Calabria).
I Longobardi sono un popolo in armi
guidato da
un’aristocrazia di cavalieri e da un Re guerriero eletto
dall’esercito, che funge anche da assemblea degli uomini
liberi
(arimanni). Alla base della piramide sociale ci sono i servi, che
vivono in condizioni di schiavitù; a livello intermedio si
trovano gli aldii, che hanno limitata libertà ma una certa
autonomia in ambito economico. Il popolo è suddiviso in
varie
fare, raggruppamenti familiari con funzioni militari che ne
garantiscono la coesione durante i grandi spostamenti, simili alle gentes
romane. A capo di ogni fara c’è un duca, che col
passar
del tempo comincia a godere di una marcata autonomia rispetto al potere
centrale dei sovrani insediati a Pavia; nel corso dei secoli, tuttavia,
grandi figure di Re estendono progressivamente la loro
autorità,
conseguendo un rafforzamento delle prerogative regie e della coesione
interna del regno – regno che, tra il VII e
l’inizio
dell’VIII secolo, arriva a rappresentare una potenza di
rilievo
europeo.
In Italia i Longobardi si spargono sul
territorio
ripartendosi tra gli insediamenti fortificati già esistenti
e
dapprincipio respingono ogni commistione con la popolazione di origine
latina (i cosiddetti Romanici), arroccandosi a difesa dei propri
privilegi. Minoranza, coltivano i tratti che li distinguono sia dai
Bizantini che dai Romanici: la lingua germanica, la religione pagana o
ariana, il monopolio del potere politico e militare. Inizialmente il
loro dominio è molto duro, animato dal tipico spirito di
conquista e saccheggio delle popolazioni germaniche: un atteggiamento
ben diverso, quindi, da quello comunemente adottato dai barbari foederati,
per più tempo esposti all’influenza latina. Nei
primi
tempi si registrano anche veri e propri massacri; la maggior parte del
ceto dirigente latino (i nobiles)
viene uccisa o scacciata, mentre i pochi scampati devono cedere ai
nuovi padroni un terzo dei loro beni.
Una volta stabilizzata la presenza in
Italia, nella
struttura sociale del popolo longobardo iniziano a manifestarsi segnali
di evoluzione, registrati soprattutto nell’Editto di Rotari
(643), significativamente redatto in latino. L’impronta
guerriera
lascia progressivamente il passo a una società
differenziata,
con una gerarchia legata anche alla maggiore o minore ampiezza delle
proprietà fondiarie. L’Editto
lascia intendere che, anziché in fortificazioni
più o
meno provvisorie, i Longobardi vivano ormai nelle città, nei
villaggi o – caso forse più frequente –
in fattorie
indipendenti (curtis).
Con il
passare del tempo anche i tratti segregazionisti vanno stemperandosi,
soprattutto con la conversione al Cattolicesimo alla fine del VII
secolo. Cresce il numero dei Romanici capaci di conquistare posizioni
di prestigio. A conferma della rapidità del processo
c’è anche l’uso esclusivo della lingua
latina in
ogni scritto.
Sebbene le leggi rotariane proibiscano,
in linea di
principio, i matrimoni misti, è tuttavia possibile per un
Longobardo sposare una schiava, anche romanica, purché
emancipata prima delle nozze. Gli ultimi Re Longobardi, come Liutprando
o Rachis, intensificano gli sforzi d’integrazione,
presentandosi
sempre più come Re d’Italia anziché Re
dei
Longobardi. Con l’VIII secolo, i Longobardi sono in tutto
adattati agli usi e ai costumi della maggioranza della popolazione del
loro regno.
Per molto tempo, la vita trascorre
monotona: i
rapporti fra città e città sono spezzati, le
strade sono
interrotte. Ci sono persone che non hanno mai visto neppure il mare. La
gente vive adesso attorno ad un castello, o attorno ad un monastero.
Non ci sono scambi fra paese e paese. Non esistono più
grandi
mercati. Ogni villaggio è completo: ha il calzolaio, il
sarto,
il sellaio. Anche le materie prime, come i chiodi o il martello o la
pelle vengono prodotti nel villaggio stesso. Ma non è tutto
negativo. Paolo Diacono esalta la sicurezza raggiunta sotto il regno di
Autari e Teodolinda: «C’era questo di meraviglioso
nel
regno dei Longobardi: non c’erano violenze, non si tramavano
insidie; nessuno opprimeva gli altri ingiustamente, nessuno depredava;
non c’erano furti, non c’erano rapine; ognuno
andava dove
voleva, sicuro e senza alcun timore» (Paolo Diacono, Historia Langobardorum,
III, 16).
Sotto Liutprando, i Longobardi toccano
l’apogeo della loro potenza. Gli si riconosce audacia, valor
militare e lungimiranza politica: «Fu uomo di molta saggezza,
accorto nel consiglio, di grande pietà e amante della pace,
fortissimo in guerra, clemente verso i colpevoli, casto, virtuoso,
instancabile nel pregare, largo nelle elemosine, ignaro sì
di
lettere ma degno di essere paragonato ai filosofi, padre della Nazione,
accrescitore delle leggi» (Paolo Diacono, Historia Langobardorum,
VI, 58).
Una storiografia di stampo romantico
vede i
Longobardi come antenati degli Austriaci – oppressori
dell’Italia –, e di conseguenza barbari di nome e
di fatto;
eppure, a conferma del grado di civilizzazione raggiunto da questo
popolo, basterebbero alcuni capolavori della loro oreficeria, come ad
esempio la Chioccia con
i pulcini o la Corona
Ferrea,
entrambe facenti parte del Tesoro del Duomo di Monza.
L’oreficeria è l’arte prediletta dei
Germani che,
come tutti i nomadi e i guerrieri, possono portare con sé
solo
armi adorne di metalli preziosi e ornamenti per il corpo o per la
cavalcatura: oggetti piccoli, sempre a portata di mano per un dono o
per uno scambio, facili da portar via in caso di fuga. Elementi
fondamentali dell’arte orafa dei maestri longobardi sono
l’uso della lamina d’oro, della lavorazione a
sbalzo e
delle pietre preziose e semipreziose; tra i numerosi reperti, si
contano fibule, orecchini, guarnizioni da fodero in lamina
d’oro
lavorata a giorno degli scramasax
(la tipica spada longobarda, corta e dritta a un solo taglio),
guarnizioni di sella, piatti di legatura, croci e reliquiari.
Liutprando si allea con i Franchi e con
gli Avari,
ai confini orientali: una doppia garanzia contro i potenziali nemici
esterni che gli consente di avere le mani libere nello scacchiere
italiano. Nel 726 si impadronisce di molte città bizantine
dell’Esarcato e della Pentapoli; per non inimicarsi il Papa,
tuttavia, rinuncia all’occupazione di Sutri, che restituisce
non
all’Imperatore ma «agli Apostoli Pietro e
Paolo».
Questa donazione, nota come «Donazione di Sutri»,
fornisce
il precedente legale per attribuire un potere temporale al Papato, ed
è tradizionalmente indicata come l’atto di nascita
dello
Stato della Chiesa.
Dopo la morte di Liutprando (744),
Astolfo
intraprende una politica energica ed espansionistica, cogliendo
notevoli successi: le sue campagne portano i Longobardi ad un dominio
quasi completo dell’Italia. Ma proprio nel momento in cui
Astolfo
pare ormai avviato a vincere tutte le opposizioni, Pipino il Breve,
nuovo Re dei Franchi, si accorda col Papa Stefano II che, in cambio
della solenne unzione regale, ottiene la discesa in Italia dei Franchi.
Nel 754 l’esercito longobardo è sgominato e
Astolfo deve
accettare consegne di ostaggi e cessioni territoriali. Due anni dopo
riprende la guerra contro il Papa, che richiama i Franchi. Sconfitto di
nuovo, Astolfo deve accettare patti molto più duri: Ravenna
passa al Papa, incrementando il nucleo territoriale del Patrimonio di
San Pietro, e il Re deve accettare una sorta di protettorato.
Ci si potrebbe chiedere
perché il Papa si
rivolge ai Franchi, che sono lontani, e non cerca invece un accordo con
i Longobardi, che sono vicini. Lo Stato della Chiesa ha sempre mirato
all’unificazione del Paese, ma sotto la sua guida: non
è
mai stato abbastanza forte da conquistare lui stesso
l’Italia, ma
è sempre stato abbastanza forte da impedire che altri la
conquistassero, almeno fino all’Ottocento. E sarà
fino
all’Ottocento che proseguirà la sua intesa con la
Francia,
sia pure fra alterne vicende.
Alla morte di Astolfo, nel 756,
Desiderio, duca di
Tuscia, prende il potere con l’appoggio sia del Papa, che dei
Franchi. Riafferma il controllo longobardo sul territorio facendo di
nuovo leva sui Romanici, creando una rete di monasteri governati da
aristocratici longobardi e arrivando a patti con il nuovo Papa, Paolo
I. Sviluppa una disinvolta politica matrimoniale sposando una figlia al
duca di Baviera, Tassilone, e un’altra a Carlo di Francia, il
futuro Magno.
Ma nel 771 Carlo, ormai saldo sul trono,
ripudia la
figlia di Desiderio. L’anno successivo riprende la guerra tra
i
Longobardi e il Papa Adriano I e, opportunamente, Carlo viene in aiuto
del Papa. Tra il 773 e il 774 scende in Italia e conquista la capitale
del regno, Pavia. Il figlio di Desiderio, Adelchi, trova rifugio presso
i Bizantini, che tenterà invano di convincere alla guerra
contro
i Franchi; Desiderio e la moglie, invece, sono condotti in Francia e
chiusi in un monastero. Carlo si fa chiamare da allora Gratia Dei rex Francorum et
Langobardorum, realizzando l’unione dei due
regni, mantenendo le Leges
Langobardorum
ma riorganizzando il regno sul modello franco.
«Così
finì l’Italia longobarda», scrivono
Indro Montanelli
e Roberto Gervaso in L’Italia
dei secoli bui,
«e nessuno può dire se fu, per il nostro Paese,
una
fortuna o una disgrazia. Alboino e i suoi successori erano stati degli
scomodi padroni, più scomodi di Teodorico, finché
erano
rimasti dei barbari accampati su un territorio di conquista. Ma oramai
si stavano assimilando all’Italia e avrebbero potuto
trasformarla
in una Nazione, come i Franchi stavano facendo in Francia».
Carlo Magno, con una serie di fortunate
campagne
militari, riunisce sotto di sé gran parte
dell’Europa
Occidentale; la notte di Natale dell’800, Papa Leone III lo
incorona Imperatore del Sacro Romano Impero. Egli governa un immenso
territorio, ma non potendo controllare tutto di persona –
anche
perché i viaggi sono lunghi e difficili – affida i
suoi
territori a conti, marchesi e duchi; questi risiedono in castelli posti
in posizione strategica, sulla cima di monti o colline, da dove
proteggono, vigilano, dominano ed anche opprimono le terre loro
sottoposte. Hanno giurato fedeltà – vassallaggio
–
nelle mani dell’Imperatore, di cui dovrebbero essere solo i
rappresentanti, ma dal quale si rendono progressivamente indipendenti;
da essi dipendono, in precisa gerarchia, valvassori e valvassini.
I domini longobardi
dell’Italia
Centro-Meridionale vivono di vita effimera fino ad essere assorbiti
nell’XI secolo dai Normanni, come del resto tutta
l’Italia
Meridionale.
(febbraio 2011)