L’Italia
del Duecento
L’apogeo
dell’età comunale segna un’epoca di
grande
prosperità e splendore rispetto al periodo precedente, ma
non
esente da limiti e difficoltà
di Simone
Valtorta
Il
Duecento, in Italia, è il secolo d’oro
dell’età comunale. È un’epoca
di grande
fioritura intellettuale e culturale, grazie a grandi Santi come San
Francesco d’Assisi e San Tommaso d’Aquino, Sovrani
come
Federico II di Svevia, artisti come il poeta Bonvesin dra Riva e il
pittore Giotto di Bondone, tanto per citare alcune tra le figure
più rappresentative.
La stessa società
è cambiata: la gente
vuole radunarsi, non vuole più vivere sperduta nella
solitudine
della campagna; molti contadini si trasferiscono in città,
dove
la vita è meno dura, e i villaggi stessi aumentano
rapidamente
la loro popolazione. L’agricoltura è in ribasso,
possedere
delle terre non è più una ricchezza: la ricchezza
ora sta
nel commercio. Nascono i primi mercati, le prime fiere dove si
può comprare di tutto. Nelle classi sociali elevate comincia
a
godersi una notevole agiatezza che si diffonde anche nella borghesia.
La città del Duecento, il
Comune, è
circondata di mura e di torri. Durante la notte, le porte sono chiuse,
ma si riaprono all’alba: il dazio, o gabella, che i contadini
pagano per entrare a vendere i prodotti della campagna, è
una
delle principali risorse del Comune. C’è poi
l’industria: a Pisa, a Genova, a Venezia si costruiscono
delle
navi che si chiamano galere; sono lunghe quaranta metri e larghe
cinque, e sono mosse da un centinaio di rematori. A Bergamo si forgiano
spade, elmi, corazze, pugnali; a Venezia c’è una
grande
vetreria. Fa progressi l’edilizia, e nelle città
si
moltiplicano i cantieri; si erigono chiese, abbazie, palazzi. Anche le
miniere di ferro vengono sfruttate.
Le più importanti famiglie
del Comune fanno a
gara a chi innalza una torre più alta, per manifestare la
propria potenza, mentre la gente del popolo vive in case a due piani,
con piccoli portoni, con stanze scarsamente illuminate, con finestre
modeste. L’arredamento è spartano: si vive in
dieci o
dodici in due stanze. Si mangia su piatti di legno con posate di legno;
solo i ricchi hanno vasellame d’argento. Minestra, lardo,
maiale
sono l’alimento del popolo, mentre la carne è
piuttosto
rara. Ma la gente è libera, e felice.
«I Longobardi
[Lombardi]» scrive nel XII
secolo il cronista tedesco Ottone, Vescovo di Frisinga e zio di
Federico I Barbarossa, nelle sue Gesta
Friderici Imperatoris
«amano tanto la libertà che preferiscono essere
governati
dall’arbitrio di consoli piuttosto che di signori.
[…]
Essendo poi quel territorio [dei Lombardi] quasi tutto diviso fra le
città, ognuna di queste ha obbligato gli abitanti del
contado a
venire ad abitare entro la città e a sottomettersi,
sicché difficilmente si può trovare qualche
nobile o
grande, il quale conservi tale dominio da non esser obbligato ad
assoggettarsi alla città.
Ogni città ha poi preso
l’abitudine di
chiamare contado suo quel territorio che è in tal modo
esposto
alla sua minaccia.
Per ricchezza e potenza esse superano
tutte le altre
città del mondo, aiutate in ciò non solo dalle
abitudini,
ma anche dall’assenza dei Sovrani abituatisi a rimanere di
là dalle Alpi».
Ottone testimonia il buon governo dei
Comuni, i cui
abitanti «imitano i Romani antichi sia nel modo di costruire
le
città, sia nelle costituzioni politiche. Essi amano talmente
la
libertà che lasciano in carica un solo anno i loro capi
perché non si lascino prendere dalla smania del potere: e li
scelgono dai tre ordini sociali esistenti (capitanei, valvassori e
plebe) perché possano controllarsi a vicenda. Anche i
giovani di
bassa condizione, gli operai, che gli altri popoli disprezzano e
tengono lontani come la peste, possono arrivare ad avere le
più
alte cariche civili e militari cittadine». Però,
aggiunge
che «in una cosa conservano le tracce
dell’influenza
barbarica: che cioè, mentre si gloriano di vivere secondo le
leggi, viceversa non rispettano le leggi. Infatti essi non accolgono
mai, o quasi mai, con reverenza il Principe, al quale spontaneamente
dovrebbero prestare il loro rispettoso atto di soggezione, e solo se
sono costretti dalla sua forza militare, adempiono verso di lui a
quegli obblighi che pur sono sanciti dalle leggi».
Molti motivi possono impedire la nascita
di un
Comune: la configurazione geografica, il dominio di potenti feudatari,
la prevalenza di un’economia pastorale e agricola (mentre
quella
comunale è commerciale e industriale): i Comuni si
sviluppano ed
hanno vita più lunga là dove si fa sentire meno
la
potenza dei Re, quindi nell’Italia del Nord e del Centro
–
tra il 1180 e il 1220 quasi tutte le città
dell’Italia
Settentrionale e Centrale raggiungono la loro autonomia come liberi
Comuni.
I Comuni hanno vita difficile in
Piemonte,
perché i feudatari sparsi nel territorio sono troppo
potenti. Il
principale Comune piemontese è Asti: la piccola, battagliera
città, già al principio del Duecento è
uno dei
principali centri di traffici della regione e fa sentire la propria
autorità in un’ampia zona di territorio. I
traffici, anche
per effetto delle Crociate, si intensificano fra l’Oriente,
le
nostre Repubbliche Marinare e le città commerciali della
Francia
Meridionale: per questo nella regione, situata in posizione di
transito, affluiscono attraverso i valichi alpini e appenninici
carovane di mercanti. Le popolazioni, spesso oppresse dai feudatari,
trovano allora conveniente raccogliersi lungo le nuove strade e fondare
città. Sorgono così, tra le altre, un bel numero
di
«villenove» e «villefranche»
(cioè
«città libere»).
Non vi sono Comuni in Liguria, che
è regione
costiera e la cui storia è quella di Genova, Repubblica
Marinara; né nel «Regno», come viene
chiamata
l’Italia Meridionale, perché la potente Monarchia
normanna
tiene saldamente in pugno il potere: però molte
città
godono di una certa autonomia e ottengono garanzie per la
libertà degli abitanti.
A Roma il Comune stenta ad imporsi e ha
vita breve
ed agitata. La sua data di nascita avviene nell’estate del
1143:
adirato contro il Pontefice Innocenzo II che si oppone alla distruzione
della città nemica di Tivoli, il popolo insorge ed occupa il
Campidoglio. Si elegge un «patrizio», carica
corrispondente
a quella del console, e il Senato è rinnovato, con la
partecipazione di popolani e gente modesta. Ma questo Comune non ha la
forza necessaria per reggersi, perché manca un ceto borghese
su
cui possa appoggiarsi e vi si oppongono tenacemente i signori del
Lazio. Il Papa Adriano IV, l’unico Pontefice inglese nella
storia
della Chiesa, lancia l’interdetto sulla città;
l’Imperatore e i nobili sono ostili, la città si
trova
isolata, danneggiata anche economicamente. Il popolo perde
l’entusiasmo, e così il Papa nel 1155 rientra a
Roma e il
sogno di un Comune romano indipendente sfuma per sempre.
Nelle altre regioni, invece, le
città –
in seguito allo sviluppo delle industrie e dei commerci –
divengono ricche e possono così ignorare il loro Sovrano e
sottomettere i feudatari del contado.
Tra i Comuni, Milano è il
più ricco e
il più forte. Annota lo stesso Ottone, nel documento
più
sopra ricordato, che «fra tutte le città di questo
popolo
il primato spetta ora a Milano […], considerata superiore
alle
altre, non solo per la sua ampiezza e per l’abbondanza di
uomini
validi, ma anche perché ha sottoposto al suo dominio le
vicine
città di Lodi e di Como». Il Comune sorge a Milano
nel
1098, ma già prima del 1000 la città era in
rapidissimo
sviluppo economico e commerciale, per opera soprattutto dei
«negotiatores» ossia affaristi, mediatori,
commercianti.
Quando si tratta di affari, i Milanesi non guardano troppo per il
sottile: fanno sorvegliare le vie di comunicazione attraverso la
Pianura Padana per costringere i mercanti, non importa dove diretti, a
recarsi prima a Milano con le loro merci; e non si danno pace
finché non riescono ad avere in mano tutto il commercio
della
pianura. Milano è sempre in prima linea nella lotta per la
libertà contro gli Imperatori Tedeschi, e Ottone di Frisinga
lo
conferma: «Milano fu sempre inimica Regibus»
(nemica dei Re).
Non solo Milano, ma praticamente tutte
le
città della Lombardia sono Comuni: Como estende il suo
dominio
fino al Lago di Lugano, al Lago Maggiore, alle Alpi Lepontine e
Retiche; Lodi occupa il triangolo fra il Po e l’Adda
inferiore;
Pavia è un Comune forte, prospero, che domina su ben novanta
centri abitati; Bergamo è, con Brescia e Cremona, la
promotrice
della Lega Lombarda; Varese, che fa parte di un gruppo di
«castellanze» cioè località
munite di un
castello, è fedele alleata di Milano; a Mantova agli inizi
dell’XI secolo è addirittura abbattuto il Palazzo
Imperiale, tanto per non lasciar dubbi sulle intenzioni del Comune!
Sorgono grandi Comuni in Veneto, Emilia,
Umbria. In
Toscana Firenze è, con Milano, il
«modello» classico
di libero Comune. I primi segni della sua autonomia datano
all’anno 1089: sono la riscossione da parte delle
autorità
comunali (anziché da parte dell’Imperatore) di una
tassa
per la manutenzione delle mura, e la partecipazione alle guerre contro
i feudatari del contado; durante il secolo XII l’espansione
prosegue con intensità, finché il figlio del
Barbarossa,
Enrico VI, finisce col riconoscere nel 1192 l’autonomia di
Firenze.
Il
governo del Comune
Per capire la ragione per la quale molte persone scelgono la vita nei
Comuni, tratteggiamo un paesaggio italiano del XIII secolo. In cima ai
colli, agli sbocchi delle valli, nei punti dai quali è
possibile
dominare una vasta zona di territorio, vedremmo innalzarsi massicci
castelli: vi abitano i ricchi e prepotenti feudatari che hanno avuto
dall’Imperatore di Germania l’incarico di governare
quelle
terre. Ai piedi dei castelli sorgono dei casolari; lì
conducono
la loro grama esistenza i contadini soggetti al feudatario. Ma essi,
che dovevano essere sudditi, sono stati ridotti quasi alla condizione
di schiavi, ed infatti son detti «servi della
gleba»; non
hanno alcun diritto civile e devono versare al feudatario tributi
esorbitanti, non serbando per sé neppure il necessario per
vivere; inoltre, se vogliono abbandonare il feudo, devono pagare una
somma per riscattare la propria libertà.
Nelle pianure ci sono città
cinte di mura
– città comunali. I loro abitanti, ricchi e ben
addestrati
a combattere, sono riusciti a sottrarsi al dominio dei feudatari. Nelle
città tutti lavorano alacremente e possono facilmente
arricchirsi perché non devono pagare tasse eccessive; tutti
insieme provvedono al governo del Comune: non sono né
sudditi
né servi, ma liberi cittadini. Così potenti da
chiudere
le porte delle loro città in faccia allo stesso Imperatore.
I servi della gleba che sono riusciti a
farsi un
gruzzolo di denaro possono comperare dal feudatario la propria
libertà pagando una certa somma, trasferirsi nei Comuni ed
iniziare una nuova vita.
A volte, sono gli stessi Comuni a
promuovere la
liberazione collettiva degli abitanti di un intero villaggio.
Così avviene a Pisa nel 1205 e ad Assisi nel 1210, dove il
prezzo del riscatto è fissato in proporzione agli obblighi
ed
agli averi di ciascun servo: «Chi doveva fornire al signore
il
pane e la carne pagherà al signore 100 soldi se possiede 100
lire, e sarà assolto dal suo obbligo. E così
sempre in
questa misura, ma non meno di 20 soldi.
Il Console (di Assisi)
raccoglierà questi
denari e scriverà l’atto di liberazione. E se il
signore
non vorrà accettare i denari il Console dovrà lo
stesso
costringerlo a dare la libertà a quegli uomini: il denaro
verrà allora depositato presso la Chiesa Maggiore e
utilizzato
più tardi dal Comune».
Nel 1256 il popolo bolognese riscatta a
sue spese
5.862 servi appartenenti a 406 padroni diversi; deve pagare dieci lire
per ogni servo di età superiore ai quattordici anni, otto
per
quelli di età minore. L’elenco di coloro che hanno
potuto
godere di questa beneficienza viene chiamato «Elenco del
Paradiso».
I Bolognesi, nello Statuto
del loro Comune (terminato di compilare nel 1267), dichiarano di
essere, per sempre, degli uomini liberi, dotati di piena e completa
autonomia: «Stabiliamo e ordiniamo che tutti gli abitanti
presenti e futuri della città siano considerati e difesi dal
Comune di Bologna come uomini liberi, e nessuno osi molestare alcuno
dichiarandolo suo servo. Il Podestà e i suoi giudici non gli
diano ascolto e lo multino di lire 1.000».
Nel Comune tutte le decisioni
più importanti
vengono prese, assieme, da tutti i cittadini. Essi si radunano nella
piazza principale e lì tengono la loro adunanza, chiamata
«Parlamento».
Il Parlamento approva lo Statuto
(cioè le leggi che regolano la vita del Comune), decide la
pace o la guerra ed elegge i «consoli».
Questi, il cui numero è
variabile (Milano ha
19 consoli nel 1117, 24 nel 1130, 10 nel 1140, 15 nel 1151), restano in
carica per un anno e provvedono all’amministrazione
quotidiana
del Comune, controllano che le leggi siano eseguite e rispettate,
amministrano la giustizia e comandano l’esercito.
Per le decisioni meno importanti, per le
quali non
vale la pena di convocare il Parlamento, i consoli si consultano con i
membri del Consiglio di Credenza (cioè di fiducia) formato
dai
rappresentanti delle Corporazioni delle Arti.
Accade però, talvolta, che i
consoli,
anch’essi legati da interessi e amicizie, animati da invidie
e
rivalità, parteggino per qualche gruppo di cittadini facendo
il
danno di altri; accade che si mostrino indulgenti verso un cittadino
che ha trasgredito alle leggi, perché loro parente, e che si
mostrino severi verso un altro perché appartiene ad una
famiglia
nemica della loro.
Si decide allora di affidare il governo
del Comune
ad una persona forestiera, la quale, non avendo nella città
parenti ed amici, potrà agire con più
disinteresse ed
imparzialità: a questo nuovo capo del Comune viene dato il
nome
di «podestà».
Il brano seguente è una parte
del primo Statuto
comunale di Verona, conservato in un codice (cioè un antico
manoscritto) che reca la data del 1228. In questo brano sono
meticolosamente indicati i compiti ed i doveri di chi assume
l’importante carica di podestà del Comune:
«Capitolo 1. – Giuro
per Dio onnipotente
e il Figlio di Lui Signore Nostro Gesù Cristo, e lo Spirito
Santo, la Santa Vergine Maria e per i quattro Vangeli che tengo nelle
mie mani, e i Santi Arcangeli Michele e Gabriele, di prestare alla
città di Verona una coscienza pura e un fraterno servizio.
Giuro che pacificherò tutte
le discordie che
vi sono in Verona e nel suo territorio, che non sarò una
spia ai
danni di Verona, che con buona fede reggerò il comune di
Verona
e tutti gli uomini, maschi e femmine, poveri e ricchi, chierici,
orfani, vedove, chiese e monasteri che dipendono da Verona.
Ascolterò le loro querele e le tratterò con
equità.
Capitolo 2. –
Condurrò a fine quanto
più presto potrò ogni questione senza inganno mio
o delle
persone che mi aiuteranno.
Capitolo 3. – Non
commetterò furto
nelle cose del Comune né permetterò che altri lo
faccia,
e chi l’avesse fatto costringerò a restituire.
Capitolo 4. – E
sarò contento per mio
salario di 3.000 lire di danari veronesi e dell’alloggio e
dello
stallo del Comune di Verona e della mobilia che vi è ora nel
Comune. Sarò contento di lire 1.000 per tutte le mie spese e
di
tutti coloro che saranno con me e dei soldati miei.
Torrò a mie spese a servizio
del Comune per tutto il tempo del mio governo dodici soldati ben armati.
[…]
Capitolo 11. – Cessato il mio
ufficio, coi
miei giudici ed i miei soldati, mi fermerò in
città per
quindici giorni a spese del Comune di Verona per rispondere a tutti
quelli che vorranno presentare lamentele contro di me, contro i miei
giudici e i miei soldati».
Il fulcro della vita del Comune
è il Palazzo
della Ragione, ove risiedono i capi. Caratteristici sono
l’ampio
balcone, detto «arengo», dal quale i consoli o il
podestà parlano alla popolazione riunita a parlamento, e la
poderosa Torre Comunale che racchiude la campana che suona per
convocare il popolo nella piazza. Talvolta questi edifici vengono
chiamati «Broletto» perché, quando
sorsero, erano
circondati da un vasto prato (e prato, con una parola di origine
celtica, si dice «brolo»). In un palazzo, accanto a
quello
della Ragione, risiede il Vescovo. Al sorgere dei Comuni alcuni Vescovi
divengono capi della città guidandola nelle lotte contro i
feudatari e l’Imperatore. Anche i ricchi mercanti aspirano a
governare da soli la città e a divenirne i signori assoluti:
per
questo si recano al Parlamento seguiti da uno stuolo di loro
sostenitori; in questo modo riesce più facile imporre le
proprie
opinioni. Spesso, gli uomini di famiglie avverse preparano agguati
contro i membri l’una dell’altra per fare in modo
che non
possano recarsi in Parlamento ad esporre la loro opinione: purtroppo
queste lotte tra famiglie spesso funestano gravemente la vita laboriosa
delle città comunali.
La Piazza Vecchia con il Palazzo della Ragione, Bergamo (Italia) - Simone Valtorta, 2002
I
viaggi
La principale fonte di ricchezza dei Comuni sta nel commercio. Le
Crociate hanno provocato lo spostamento di migliaia di persone
dall’Occidente all’Oriente, operando
così la
rinascita commerciale e culturale del Mediterraneo. Chi ne fruisce
maggiormente sono le Repubbliche Marinare Italiane, che hanno messo le
loro navi a disposizione dei Crociati ed hanno ottenuto in cambio
importanti concessioni doganali e addirittura territoriali nelle terre
strappate ai musulmani: passa nelle loro mani il controllo del lucroso
mercato delle spezie provenienti dall’Estremo Oriente. La via
per
mare, d’altronde, è la più comoda e
sicura (pirati
permettendo): Venezia, Pisa, Amalfi hanno numerosi fondachi
(cioè magazzini) lungo le coste asiatiche, e il mercante che
si
mette in viaggio sa dove appoggiarsi.
Il commercio provoca profondi
cambiamenti
nell’economia. Fino ad ora, per gli scambi si è
usato il
baratto: si sono scambiate merci con altre merci. Ma man mano che la
ricchezza aumenta, si sente la necessità di avere una moneta
vera; principalmente, l’oro. Nel 1252 è Firenze
che conia
il fiorino d’oro, che diventa presto una moneta riconosciuta
internazionalmente; intorno al 1280 Venezia conia lo zecchino e Genova
il genoino. Con le monete, sorgono le prime banche private, soprattutto
a Firenze: Bonsignori, Medici, Bardi, Peruzzi, Acciaiuoli, Francesco
Datini. Contemporaneamente, nascono le prime società: molte
famiglie si radunano assieme e affidano le proprie ricchezze ad un
mercante perché le faccia fruttare. Questi mercanti si
spingono
fino in Cina, in Mongolia, in India; centri importanti sorgono poi
sulle coste africane, dove sono i bazar del Cairo e del Marocco.
Difficoltoso resta invece il traffico
per via di
terra: qui si viaggia raramente perché i viaggi sono
scomodi. Le
grandiose strade romane che, partendo dalla capitale, raggiungevano i
confini dell’immenso Impero, sono cadute
nell’abbandono:
quelle che non sono andate distrutte, sono strette, polverose
d’estate, fangose d’inverno. Le distanze, prima
brevissime
(al tempo dell’antica Roma una lettera veniva recapitata da
Roma
a Londra nell’arco di tre giorni), sono diventate enormi: per
andare da Napoli a Firenze si impiegano quindici giorni…
andare
fuori d’Italia diventa un’avventura.
Chi viaggia, lo fa a proprio rischio e
pericolo: i
banditi infestano le strade e c’è pericolo di non
ritornare a casa. Così, quando ci si mette in marcia non lo
si
fa mai da soli, e mai di notte: ci si unisce in piccole carovane per
fronteggiare i pericoli. La notte si fa tappa in qualche casolare.
Alberghi non ne esistono.
I trasporti avvengono con mezzi molto
rudimentali,
con semplici carri trainati da buoi, o da cavalli; tuttavia
è in
questo periodo che s’introduce nello sfruttamento
dell’energia animale un accorgimento tecnico apparentemente
banale e che invece accresce enormemente le possibilità
lavorative in campagna o nei trasporti: il collare rigido che poggia
sul garrese dell’animale, e non più direttamente
intorno
al collo.
C’è anche chi si
sposta a piedi:
bisaccia e bastone a forma di croce, al collo una conchiglia come segno
d’identificazione, le strade del Medioevo sono percorse dai
pellegrini o «romei». Tre centri di pellegrinaggio
attirano
folle intere: Roma, Gerusalemme e San Giacomo di Compostela, in Spagna.
I racconti di questi viandanti, che descrivono luoghi che hanno visto e
luoghi di cui hanno solo sentito favoleggiare, saranno una delle molle
che spingeranno i mercanti (e gli avventurieri in cerca di fortuna) a
spostarsi in luoghi sempre più lontani.
(settembre 2012)