Il
Papa e l’Imperatore
Due
uomini, due caratteri di ferro
di Simone
Valtorta
Grandi
figure si affacciano alla storia italiana ed europea nei primi due
secoli dopo il Mille.
Ildebrando
di Soana (Papa Gregorio VII)
La prima grande figura è quella di un Papa, Gregorio VII, al
secolo Ildebrando di Soana, un monaco di umili origini nato a Soana, in
provincia di Siena, intorno al 1020; un uomo piccolo di statura,
gracile e malaticcio, ma energico, destinato a divenire, grazie alla
sua intelligenza e alla sua forza di volontà, uno dei
più
grandi Papi della Storia.
Ildebrando incomincia la sua educazione
a Roma, nel
convento di Santa Maria in Aventino; entra poi nell’Ordine
dei
monaci benedettini. All’età di
vent’anni, il giovane
chierico segue il Papa Gregorio VI nell’esilio in Germania;
è il Papa Leone IX a richiamarlo in Italia.
È un momento difficile per la
Chiesa:
già nel 955 Ottone I riceve a Roma, dalle mani del Papa, la
corona dell’Impero Romano-Germanico, in cambio del
riconoscimento
dei diritti pontifici sul Patrimonio della Chiesa e
sull’Italia
del Sud, retta dai Bizantini. È l’Imperatore a
donare a
Vescovi e abati, all’atto della nomina, terre e rendite delle
quali devono rendergli conto, acquistando il titolo di conti o
feudatari della città ove esercitano la loro missione e
diventando quindi suoi sudditi – scegliendo uomini di Chiesa
e
non uomini d’arme, l’Imperatore si assicura una
maggior
fedeltà ed evita il pericolo del formarsi di una coalizione
dei
conti contro di lui –; come garanzia, egli chiede che ogni
nomina
sia sottoposta alla sua approvazione.
Una precisazione: inizialmente i
Vescovi, compreso
quello di Roma (che fino dal 1100 aveva il titolo onorifico di Papa ma
nessun potere sui Vescovi né un potere di nomina), erano
eletti
dal clero locale, acclamati dal popolo e dovevano ricevere il placet
dell’Imperatore – che ovviamente interferiva
frequentemente
sulle nomine. Questo era avvenuto sotto gli Imperatori Bizantini, ma
anche Carlo Magno (sebbene abbia istituito la nuova usanza
dell’incoronazione da parte del Papa) aveva ribadito il suo
potere di supremazia sui Vescovi.
I successori di Ottone e, in seguito,
gli Imperatori
della casa di Franconia, instaurano appieno questo sistema: col passar
del tempo, chi siede sul trono comincia a pretendere addirittura di
nominare personalmente i prelati, scegliendoli fra persone di sua
fiducia e fra i suoi amici (senza tenere in alcun conto il parere del
Papa), e di investirli usando egli stesso il pastorale e facendo
baciare l’anello. Capita però spesso che gli
uomini scelti
dall’Imperatore non solo non appartengano al clero, ma siano
già sposati ed abituati a condurre vita mondana, alla quale
non
intendono rinunciare; persone adatte al governo ed agli intrighi della
politica, ma incapaci di dedicarsi alla cura d’anime. I Papi
tentano di riconquistare i poteri di nomina
(«investitura»)
dei Vescovi che l’arroganza dell’Imperatore ha loro
tolti:
si determina così quella che è stata chiamata la
«lotta per le investiture», e che ha uno strenuo
paladino
proprio nel monaco Ildebrando.
Questi, a soli venticinque anni, viene
nominato
suddiacono ed economo, cioè amministratore, della Chiesa
Romana:
fornisce ben presto una prova della sua abilità
risollevando,
con accorti provvedimenti, la situazione economica del monastero di San
Paolo in Roma, allora in tristi condizioni.
La sua fama di esperto uomo politico e
di
diplomatico induce molti Papi a ricorrere a lui per avere consigli.
Quando diviene Papa Nicola II, nel 1059, Ildebrando lo convince ad
indire un concilio per tentare di limitare l’influenza
dell’Imperatore nelle nomine ecclesiastiche; in questa
occasione
sono stabilite le norme per l’elezione del Pontefice, che
ancora
oggi vengono osservate: la scelta del Papa deve essere fatta dai
Cardinali!
Il 22 aprile 1073, a Roma, si stanno
celebrando i
funerali del Papa Alessandro II. Una leggenda racconta che, ad un
tratto, un gruppetto di persone si stacca dal popolo che fa ala al
passaggio del corteo, si avvicina ad uno dei monaci che lo compongono,
Ildebrando appunto, lo circonda e lo issa sulla sedia papale; intorno,
tutta la folla lo acclama, invocandolo come nuovo Papa.
Comunque siano andate le cose, egli
accetta
controvoglia la nomina, preoccupato per le gravi
responsabilità
che sta per incontrare; memore degli insegnamenti di Papa Gregorio VI,
sceglie questo nome anche per sé: Gregorio VII.
Il nuovo Pontefice si trova a dover
combattere su
due fronti: rendere la Chiesa indipendente da una parte, e riformare il
clero (ignorante, incapace, spesso corrotto) dall’altra. Suo
motto diventano le parole «justitia et pax»
(«giustizia e pace»).
Affronta tutti i pericoli, non si
arrende di fronte
a nessuna difficoltà. Si dedica immediatamente al
rinnovamento
del clero: minaccia di scomunica tutti i preti sposati e vieta ai
fedeli di assistere alle funzioni celebrate da quelli; scomunica i
Vescovi che hanno dato del denaro all’Imperatore per ottenere
la
nomina. Per rinsaldare i vincoli della Cristianità, indice
concili a Roma e in tutti i Paesi Cattolici. La sua massima aspirazione
resta quella di unificare la Chiesa Romana con la Chiesa Greca, per
fare di tutta l’Europa una sola Repubblica retta dal Papato;
tenta anche di raccogliere i fondi per una crociata che liberi la Terra
Santa dai musulmani, ma non riesce a trovare gli aiuti necessari presso
i principi ai quali si rivolge.
In Italia, si preoccupa di cercare
alleati che
possano accorrere in suo aiuto in caso di bisogno. Si fa amici
perciò i marchesi di Canossa in Toscana e i Normanni, che
stanno
estendendo il loro dominio nell’Italia Meridionale: lo Stato
della Chiesa può così contare su difese a Nord e
a Sud. A
questo punto, è in grado di affrontare il suo più
potente
avversario: Enrico IV di Franconia, Imperatore di Germania!
Nel 1075 compendia tutti i suoi radicali
mutamenti
del clero, conosciuti come «riforma gregoriana»,
nel Dictatus Papae,
una raccolta di ventisette massime in cui si proclama il potere
assoluto del Pontefice e la sua superiorità su ogni
autorità terrena. Con il Dictatus Papae
e i provvedimenti degli anni successivi il Papa diviene capo effettivo
della Chiesa cattolica, interviene in maniera determinante sulla nomina
degli altri Vescovi e inizia anche a sentirsi superiore a Re e
Imperatore: solo il Papa, capo della Chiesa, può nominare i
Vescovi ed anche deporli, così come può deporre i
Sovrani
che, in quanto dignitari di Dio, sono anche dignitari della Chiesa, e
sono quindi sottoposti alla sua autorità. Lo scontro tra il
Papato e l’Impero (considerato uno scontro interno alla
Chiesa
stessa, fra due poteri di cui uno si appella alla figura del Cristo
sacerdote, l’altro si intende fondato sul Cristo re)
è
inevitabile, perché Enrico IV (colpevole di aver concesso
l’investitura di Vescovo a parecchie persone indegne) ha un
carattere forte: all’ingiunzione di Gregorio VII reagisce
convocando a concilio i suoi fedeli, a cui ha concesso il titolo di
Vescovo; e quelli, dietro suo invito, dichiarano il Papa deposto dal
trono. Terribile è la risposta di Gregorio VII: il Pontefice
destituisce quei Vescovi e scomunica l’Imperatore,
sciogliendo i
sudditi dal giuramento di obbedienza al Sovrano.
Oggi una scomunica avrebbe poco o nessun
valore, per
un uomo di governo, ma un tempo non era così: uno
scomunicato
non sarebbe stato ascoltato neppure da un servo. I Tedeschi, trovandosi
a scegliere tra l’obbedienza all’Imperatore e
l’obbedienza al Papa, scelgono infatti di obbedire a
quest’ultimo. Enrico IV si trova isolato, abbandonato da
tutti, e
molti principi del suo Stato si levano contro di lui.
L’altero Imperatore, per non
perdere il trono
e riconquistare l’obbedienza dei nobili e del popolo,
è
costretto ad andare a implorare il perdono del Papa. Il 25 gennaio del
1077, con la neve alta, si reca vestito di sacco e a piedi nudi al
castello di Canossa, sull’Appennino Reggiano, ove Gregorio
VII
è ospite: cammina nel vallo fra il primo e il secondo
cerchio di
mura del castello, a capo chino, e tutto nei suoi gesti rivela dolore e
umiltà. L’intero giorno rimane in attesa, in
ginocchio,
col capo cosparso di cenere, sotto l’imperversare
d’una
tormenta di neve, prima che gli venga concesso di varcare la cinta. Al
di là di questa si stende un nuovo intervallo: un altro
giorno
di attesa, trascorso recitando le preghiere di penitenza. A memoria
d’uomo, è questo l’inverno
più freddo: coloro
che vedono il penitente si commuovono per il suo stato e intercedono
per lui. Ma dovrà trascorrere ancora una terza giornata.
Finalmente il pellegrino viene ammesso alla presenza del Papa: il
penitente si prostra ai piedi del Pontefice e implora perdono; ascolta
severissimi rimproveri; gli vengono imposte delle dure condizioni, ed
egli tutte le accetta purché gli venga tolta la scomunica.
Finalmente Gregorio VII gli si fa incontro e lo rialza: è
perdonato. Per il Papato è un successo, l’apogeo
del suo
potere terreno!
Ottenuto il perdono, però,
Enrico medita di
vendicarsi per l’umiliazione subita. Raccolto un poderoso
esercito, pochi anni dopo scende in Italia, travolge la resistenza
oppostagli dai marchesi di Canossa, marcia su Roma. Gregorio VII
resiste assediato in Castel Sant’Angelo, una fortezza
inizialmente destinata ad ospitare la tomba dell’Imperatore
Adriano ed ultimata da Antonino. A liberare il Pontefice accorre dal
Sud il Normanno Roberto il Guiscardo. I
«liberatori»
cacciano i Tedeschi ma in cambio dell’aiuto si abbandonano al
saccheggio della città sotto gli occhi del Papa, affacciato
impotente alle finestrelle di Castel Sant’Angelo.
È il
1084.
I Normanni conducono il Papa a Salerno.
Qui egli
trascorre quasi un anno come prigioniero, addolorato per le sventure
subite, e vi muore il 25 maggio 1085 pronunciando le parole:
«Amai la giustizia, odiai l’iniquità;
perciò
muoio in esilio!».
Si può considerare fallito il
suo tentativo
di subordinare l’Impero all’autorità
assoluta del
Pontefice, ma le sue lotte non sono state vane: egli ha gettato il seme
che fiorirà sotto i suoi successori. Callisto II, nel 1122,
firma con l’Imperatore Enrico V un concordato a Worms che
restituisce al Papato tutti i suoi poteri e lascia la Chiesa libera da
ogni intromissione: d’ora in poi i Vescovi saranno nominati e
consacrati esclusivamente dal Pontefice (l’investitura
«con
l’anello e il pastorale»)!
Federico
Barbarossa
Sullo sfondo del XII secolo campeggia invece la figura di un
Imperatore, Federico I di Svevia, soprannominato
«Barbarossa» per la barba color rame che gli copre
il
mento. Un suo contemporaneo, con un linguaggio evidentemente
iperbolico, lo descrive come un uomo «alto di statura e di
bella
presenza. Aveva bianco il volto cosparso di rosso colore, biondi i
capelli e crespi, ilare il viso, sicché pareva sempre
ridesse,
bianchi i denti, bellissime le mani, graziosa la bocca. Bellicosissimo,
tardo all’ira, audace e intrepido, svelto, loquace, liberale
senz’esser prodigo, cauto e provvido nei consigli, pronto
d’ingegno, sapiente, benigno con gli amici, dolce coi buoni,
terribile coi tristi e quasi inesorabile, giusto, amante della legge,
timoroso di Dio, largo di elemosine, molto fortunato, amato quasi da
tutti; in lui nessun dono naturale mancava tranne quello
d’essere
stato fatto mortale». Sembra la descrizione di un semidio.
Federico I nasce nel 1121 da Federico di
Svevia e da
Giuditta, sorella di Federico il Superbo, duca di Baviera. Cresce
valoroso e intelligente, energico e ambizioso: nipote
dell’Imperatore Corrado III, è scelto da questi a
succedergli al trono. Principi e Vescovi lo acclamano Re di Germania ad
Aquisgrana, sulla tomba di Carlo Magno.
Per essere però incoronato
anche Imperatore,
Federico deve scendere dalla Germania fino a Roma e inginocchiarsi
davanti al Papa, in segno di sottomissione. Ma decide di non
riconoscere la supremazia del Pontefice Adriano IV: incontrandosi col
Papa vicino a Roma, Federico non scende da cavallo per tenere le
briglie della cavalcatura di Adriano IV, come vuole il cerimoniale.
Resta in sella e il Papa scende da solo, per sedersi sul trono che gli
hanno preparato. È un affronto gravissimo e i Cardinali del
seguito, spaventati, fuggono. Adriano IV non dimentica
l’offesa:
incorona frettolosamente il nuovo Imperatore, ma da allora incoraggia i
nemici dell’Impero a ribellarsi. Per vendicare
l’affronto
al Papa i Romani, la sera stessa della cerimonia, uccidono molti
soldati imperiali in libera uscita per la città.
Durante la giovinezza, Federico si
è dedicato
con entusiasmo a conoscere la storia, le leggende degli eroi e il
diritto romano: la sua mente è ricolma delle immagini di
questa
antica e nobile civiltà. Quando ascende al trono, nasce
spontaneo in lui un sogno grandioso: instaurare una monarchia
universale, un nuovo Sacro Romano Impero, che sia la diretta
continuazione di quello romano. Egli immagina se stesso come il degno
successore di grandi condottieri romani come Cesare, di dispensatori di
pace come Augusto, di grandi legislatori come Giustiniano. È
appunto per attuare questo suo grande ideale che egli muove contro i
vassalli germanici e contro i Comuni italiani: vede negli uni e negli
altri i principali nemici di quell’autorità
imperiale che,
sola, potrebbe restituire all’Europa pace, giustizia ed
ordine
generale.
Tuttavia, l’alto ideale di
Federico viene
fatalmente ad opporsi alla realtà politica del tempo. Se in
Germania, in capo a due anni, riesce ad imporre la sua
autorità
sistemando le rivalità fra i principi e sottomettendo tutti
i
vassalli, nel Nord Italia la situazione è più
complicata.
Chi comanda, in teoria, è il Barbarossa: egli è
padrone
di tutte le terre, di tutte le città dell’Impero.
I
Comuni, ormai fiorenti e simili a piccoli Stati, sono disposti a
riconoscere sia l’autorità dell’Impero
sia tutte le
conseguenze che quest’autorità comporta
(«regalie», cioè rifornimenti alle
truppe imperiali
di passaggio, diritti sulle miniere, sui frutti della pesca), ma
già si governano da soli e non intendono rinunciare alla
grande
autonomia raggiunta: eleggono i propri magistrati, stabiliscono le
proprie leggi, amministrano la giustizia e coniano le proprie monete.
Osano persino abbattere molti feudatari ed annettersi le loro terre;
questi feudatari hanno spesso i loro castelli lungo le più
importanti vie di comunicazione e, per consentire il transito delle
merci, richiedono il pagamento di forti dazi; i Comuni che, per le loro
attivissime industrie importano ed esportano una gran
quantità
di merci, preferiscono liberarsi da questi obblighi con la guerra.
Spesso, poi, si scontrano gli uni contro gli altri, per difendere i
propri interessi particolari. Milano, soprattutto, è ricca;
conscia della propria forza, si rifiuta di pagare le tasse
all’Imperatore, tratta male due suoi ambasciatori, assoggetta
Como e Lodi (città fedele al Barbarossa) per assicurarsi
l’esclusiva dei traffici verso le regioni transalpine e lungo
la
valle dell’Adda. Federico viene in Italia nel 1154, incendia
Asti, distrugge Tortona. Ma la situazione continua a sfuggirgli di
mano; sarà costretto a scendere in Italia numerose altre
volte.
Nel novembre del 1158,
l’Imperatore riunisce i
giuristi di Bologna a Roncaglia e fa mettere per iscritto tutti i
diritti che spettano all’Impero anche sulle città
italiane, ignorando l’autorità papale. La sentenza
dei
giuristi recita: «Quod principi placet legis habet
vigorem»
(«Ciò che piace al principe ha vigore di
legge»).
Federico impone un podestà imperiale nelle città,
ed
esige l’abbattimento delle mura difensive; ha nominato dei
feudatari e pretende che siano rispettati; egli solo può
dettar
legge e battere moneta.
Crema e Milano si rivoltano. Crema viene
rasa al
suolo dopo sei mesi di eroica resistenza. Milano, la più
ribelle
tra le città comunali, viene messa sotto assedio nel 1160;
protetti dalle alte mura, i suoi cittadini rovesciano olio bollente e
nugoli di frecce sui nemici, che tentano di scavalcare le mura con
scale a pioli e di smantellarle con testuggini e catapulte.
Dopo ben due anni Milano, stremata e
vinta dalla
fame, è costretta a chiedere la pace. I consoli milanesi
attraversano il campo imperiale e si presentano
all’Imperatore;
con mesta cerimonia gli consegnano le loro spade e gli offrono la resa.
Ma il Barbarossa non accetta la loro offerta:
«Voglio»
dice, «che vengano a chiedermi perdono i trecento
più
forti cavalieri della città».
Viene obbedito, ma poi pretende che
tutto il popolo vestito a penitenza s’inginocchi davanti a
lui.
Quattro giorni dopo, tutti i Milanesi
giungono a
piedi nudi, camminando nel fango gelido, fin davanti alla tenda
dell’Imperatore. I trentasei stendardi della città
sono
deposti ai suoi piedi. Mastro Guitelmo, che ha diretto la costruzione
delle mura, gli consegna le chiavi di Milano. Ma Federico non dice
parola e i cittadini tornano alle loro case senza ancora sapere quale
sorte venga loro riservata.
Giungono, in capo a pochi giorni, i
messi
dell’Imperatore e al popolo atterrito leggono un proclama:
per
volontà dell’Imperatore, la città deve
essere rasa
al suolo; il popolo ha otto giorni di tempo per abbandonarla; i
Milanesi stessi devono preparare un ampio varco nelle mura
perché Federico possa entrare con l’esercito
schierato.
Nei giorni successivi, dalle porte
escono carovane di profughi che si attendano nella campagna circostante.
Al giorno fissato, il Barbarossa entra
in una Milano
deserta con tutto il suo esercito e la distrugge completamente. Sono
abbattute le mura, crollano le case e le trecento torri della
città. È la Domenica delle Palme
dell’anno 1162!
(Il Duomo di Milano, il maggior monumento di stile gotico in Italia,
non appartiene a quest’epoca: eretto nel 1386, determina la
configurazione monocentrica e stellare della città, di cui,
con
la statua della Madonnina, è divenuto il simbolo
universalmente
noto).
Forse il Barbarossa ha sperato che
questo potesse
bastare a fiaccare ogni resistenza, e di certo molti popoli si
sarebbero arresi di fronte allo strapotere dell’Impero. Ma i
Milanesi sono fatti d’altra pasta, e non si danno per vinti.
Col
lavoro e coi sacrifici in breve tempo ricostruiscono la loro
città ed il 7 aprile 1167 costituiscono, col giuramento
nell’antico convento di Pontida, la «Lega
Lombarda»
che riunisce città della Lombardia, del Veneto, della
Liguria e
dell’Emilia Romagna: Milano, Lodi, Bergamo, Brescia,
Vercelli,
Alessandria, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Venezia, Cremona,
Mantova, Piacenza, Parma, Modena, Bologna e Ferrara. Sebbene ognuna di
queste città consideri la Lega un modo per controllare e
limitare il potere delle altre, tutelando così i propri
interessi particolari, è disposta a battersi a fianco degli
antichi avversari contro il grande nemico comune:
l’Imperatore!
Così recita il giuramento:
«Nel nome
del Signore, così sia. Io giuro sui sacri Evangeli che non
farò pace, tregua o trattato con Federico Imperatore,
né
col di lui figlio, né colla di lui moglie, né con
altri
della sua famiglia. E di buona fede, con tutti i mezzi che saranno in
mio potere, mi adoprerò ad impedire che nessun esercito,
piccolo
o grosso, di Lamagna (Germania) o di qualunque altra contrada
dell’Impero, che trovisi al di là dei monti, entri
in
Italia; e dove si presenti un esercito, io farò guerra viva
all’Imperatore ed ai suoi alleati, insino a che il suddetto
esercito esca d’Italia, e ciò farò pure
giurare ai
miei figli, appena compiranno i quattordici anni».
Nel 1176, l’Imperatore accorre
in Italia per
punire nuovamente i Comuni. Entra per il valico del Moncenisio e pone
l’assedio ad Alessandria, città fortificata della
Lega
eretta in onore del Papa Alessandro III, confidando in una rapida
conquista; dopo sei mesi di inutili tentativi, desiste
dall’impresa spostandosi a Como, da dove vorrebbe portarsi a
Pavia per ricongiungersi all’esercito di quella
città, sua
alleata. Ma le truppe della Lega si fanno avanti a sbarrargli il
cammino.
Il 29 maggio 1176, nella piana ad
Occidente di
Milano, posta fra il Ticino e l’Olona, all’altezza
della
cittadina di Legnano, il Barbarossa è costretto contro la
propria volontà allo scontro coi Lombardi.
L’esercito della Lega
è formato in gran
parte da Milanesi: sono divisi in sei schiere, una per ogni porta della
città, ed ogni schiera ha il suo capitano e il suo vessillo.
C’è poi la «Compagnia della
Morte» formata da
novecento cavalieri che hanno giurato di morire in battaglia piuttosto
che salvarsi fuggendo, e sono guidati da un valoroso cittadino, Alberto
da Giussano. Altri trecento giovani, appartenenti alle più
nobili famiglie della città, si sono posti a guardia del
Carroccio, un grande carro sormontato da un altare e una croce, simbolo
della libertà dei Comuni. Ai Milanesi si aggiungono duecento
Novaresi e Vercellesi, duecento Piacentini, cinquanta Lodigiani e le
cavallerie di Brescia, di Verona e di Treviso.
Dapprima hanno la meglio le truppe
imperiali
tedesche; la loro cavalleria pesante costringe i fanti
dell’esercito lombardo ad indietreggiare, sino a che si
trovano
raggruppati attorno al Carroccio. I Lombardi si piegano in ginocchio ed
invocano a gran voce l’aiuto di Sant’Ambrogio. Poi
si
chiudono a riccio, e la carica della cavalleria tedesca
s’infrange sulle punte dalle loro picche. Federico si getta
nel
mezzo della mischia, combattendo in prima fila come un semplice
soldato; lottando da leone riesce a portarsi fin presso il Carroccio,
dal quale prende a suonare una campana. Cade il vessillo imperiale, il
cavallo dell’Imperatore viene ucciso ed egli stesso
è
disarcionato. Accorre la «Compagnia della Morte», i
cui
cavalieri scompaginano definitivamente le schiere tedesche,
incalzandole ed inseguendole per molte miglia fin dentro le acque del
Ticino. Per salvarsi, l’Imperatore deve fingersi morto in
mezzo
ai caduti; solo dopo qualche giorno ricompare a Pavia, dove
l’Imperatrice, credendolo morto, già veste i
colori del
lutto.
L’intero accampamento tedesco
cade nelle mani
dei Lombardi, e le armi, le tende, il tesoro imperiale vengono portati
in Milano. Sotto la bandiera della loro coalizione, i soldati lombardi,
in inferiorità numerica e stanchi, resistono contro un
esercito
riposato, superiore e per di più a cavallo. Il grande
pericolo
è passato, i Comuni sono salvi; da ora in poi,
l’Italia e
la Germania avranno due storie distinte.
Nel 1177, con la pace di Venezia,
Federico è
costretto a prestare omaggio al Papa Alessandro III; viene stipulata
una tregua d’armi con la Lombardia.
Nel 1183, viene concordata a Costanza,
in Germania,
la pace coi Comuni. Recita il testo: «Noi Federico,
Imperatore
Augusto, concediamo a voi, città terre e persone della Lega
i
tributi e le usanze vostre, in perpetuo.
Che nella città possiate
continuare ogni cosa
come avete fatto sin qui; fuori della città eserciterete i
vostri diritti sui boschi, sui pascoli, sui ponti, sulle acque e sui
mulini senza nostro contrasto.
Come fate ora potrete continuare nel
formare
l’esercito e nel fortificare le vostre
città».
Si riconosce quindi la Lega Lombarda e
la libera
elezione dei magistrati, all’Imperatore spetterà
comunque
l’investitura (cosa che salvaguarda il suo prestigio); egli
pretende un giuramento di fedeltà da parte dei Comuni, che
col
passar degli anni si ridurrà sempre più ad una
semplice
cerimonia. Il Comune esce vittorioso dalla lotta contro
l’Impero
e resta un piccolo Stato quasi del tutto indipendente.
Nel 1189, con 100.000 soldati, Federico
parte per la
Terza Crociata per liberare Gerusalemme. «Nessuno
può
partecipare alla spedizione» ammonisce coloro che desiderano
seguirlo, «se non possiede cavalli e denaro sufficienti per
provvedere per due anni al proprio sostentamento». Veterano
di
tante e tante guerre, e perciò espertissimo comandante,
l’Imperatore non vuole al suo seguito avventurieri od
inabili;
egli parte, così, ben preparato e sicuro della vittoria.
Invece, non appena l’esercito
crociato varca
lo stretto del Bosforo, comincia una marcia lunga e penosa che in breve
ne decima le forze. La fatica, il calore, la sete, il peso
insopportabile delle armature stroncano le energie di quei guerrieri
più che una serie di aspre battaglie: 60.000 uomini perdono
la
vita.
Pare perciò ad essi una
grande fortuna
imbattersi un giorno, lungo il cammino, in un corso ricco di acque: il
fiume Salef, in Anatolia. Lo stesso Imperatore, benché
settantenne, stanco e avvilito, si getta nell’acqua con
baldanza
giovanile. E quell’acqua, insidiosa, lo travolge con
l’impeto della corrente e si richiude su di lui; impacciato
dall’armatura, Federico annega. Così muore,
lontano dalla
sua reggia, Federico I di Svevia, Imperatore di Germania, il 10 giugno
1190.
Un ciclo si compie: in quelle terre
Federico
Barbarossa, ancor giovanetto, ha combattuto le sue prime battaglie,
partecipando alla Seconda Crociata a fianco dell’Imperatore
Corrado; in quelle terre è tornato, ormai vecchio, per
concludere la sua avventurosa esistenza. Ma una leggenda vuole che egli
attenda sulla montagna di Kyffhäuser il momento giusto per
ritornare alla testa del popolo tedesco.
L’Impero non si
risolleverà più
dal conflitto con la monarchia pontificia; quest’ultima, al
contrario, continuerà a rafforzarsi fino agli inizi del XIV
secolo.
(maggio 2012)