Un
Doge decapitato: Marin Faliero
La
Repubblica di Venezia fra istituzioni liberali e complotti di palazzo
di Enrico
Oliari
Nel
periodo a cavallo fra il XIII e il XIV secolo Venezia era la capitale
giuridica ed economica di un Impero di vaste proporzioni. Le sue navi
solcavano le acque di tutto il Mediterraneo, i suoi mercanti si erano
spinti fino all’Estremo Oriente, nell’Europa
Centrale e nel
Nord Africa.
Venezia, che ogni giorno vedeva crescere
la sua
potenza, rappresentava un centro dinamico in cui confluivano spezie,
tessuti, schiavi, zucchero, grano, oro ed ogni altro genere di
ricchezza.
I suoi capisaldi nel mare, come la
Dalmazia, Cipro e
il Dodecaneso, resistevano ad ogni pressione politica e militare,
mentre solo Genova osava sfidare la sua innumerevole e ben guarnita
flotta.
Sotto il profilo governativo, Venezia
era da sempre
una Repubblica i cui Dogi venivano eletti dal popolo tramite sistemi
complicati e macchinosi, fino a quando nel 1289 salì al
soglio
dogale Pietro Gradenigo, il quale istituì una serie di nuovi
regolamenti, riassunti col nome di «Serrata del Maggior
Consiglio»: di fatto Venezia venne trasformata in
un’oligarchia, al cui consiglio vi potevano accedere solo i
membri delle principali famiglie di patrizi o notabili, con un
incarico, quello di consigliere, che durava tutta la vita. Il Doge
veniva così scelto fra le famiglie più in vista
della
città ed era quindi il prodotto di una serie di lotte
interne
volte a garantire il rafforzamento politico ed economico di pochi.
L’intento era quello di
evitare la
trasformazione della Repubblica in una dittatura o in un principato,
specie dopo la terribile sconfitta subita a Curzola (1298) ad opera dei
Genovesi, fonte di dissapori del popolo verso il governo.
In questo contesto un giovane
dall’aspetto
esile, alto di statura e dal carattere riflessivo, entrava gradualmente
a far parte della vita politica della città lagunare. Era
figlio
di una ricca e potente famiglia, quella dei Faliero, che aveva avviato
già da generazioni commerci un po’ ovunque. I suoi
genitori erano Jacopo e Tommasina Contarini, appartenente ad
un’altra nobile e potente famiglia, ma la sua educazione fu
affidata, a causa del cattivo stato di salute del padre, allo zio
Marino, di cui egli stesso portava il nome.
Era nato nel 1274 ed era cresciuto sotto
i burberi
insegnamenti dello zio, un intrigante ed abile affarista. Conobbe anche
i ricchissimi fratelli Polo e Marco gli diede in dono diversi oggetti
curiosi portati dai suoi viaggi nel Katai.
A quattordici anni venne imbarcato per
Cipro, dove
visitò i possedimenti della famiglia in quelle terre e dove
imparò l’arte di amministrare i beni della
famiglia.
Una volta tornato iniziò ad
accompagnare lo
zio Marin alle sedute del Maggior Consiglio, del quale anche lui
entrò a far parte nel 1303.
Subito si trovò immerso in un
mondo di
macchinazioni politiche, invidie, risentimenti e lotte per conquistare
privilegi. Marin Faliero sapeva destreggiarsi bene negli equilibri del
potere, acquisendo continuamente cariche amministrative, ma perdendo la
sua integrità morale: con il Doge Soranzo ed altri colleghi
del
consiglio dei Dieci organizzò l’assassinio del
poeta e
letterato Niccolò Querini, considerato, a ragione, di essere
sostenitore del diritto di rappresentanza della plebe.
Di pari passo con la carriera politica,
crescevano
le sue ricchezze, acquistava proprietà, organizzava
spedizioni
marittime e faceva commerci lucrosi. Nel 1355 si sposò per
la
seconda volta con Aluica Gradenigo (in precedenza aveva sposato la
schiava Alegranca, la quale morì dando alla luce la figlia
Lucia) e, unendo i suoi averi a quelli dell’ereditiera
Gradenigo,
accrebbe ulteriormente il suo tesoro personale.
Ormai cinquantenne fu inviato ad
amministrare per
conto della Repubblica la Marca Trevigiana, per lui un noioso esilio
dorato e, una volta rientrato nella capitale, venne mandato ad Avignone
per chiedere a Papa Clemente VI la cessazione della scomunica emanata
contro i Veneziani. La bolla di scomunica significava infatti
l’isolamento economico e politico di un intero Stato: una
vera
calamità per Venezia.
Faliero si dimostrò abile
nell’arte
politica e seppe destreggiarsi nella diplomazia con grande
capacità. Dopo Avignone fu inviato in Istria per sedare le
rivolte ispirate dal Re Lodovico d’Ungheria, quindi a Genova
per
trattare col Doge Giovanni di Valente, poi ad amministrare la potente
città di Padova, feudo della Repubblica ed ancora a
Costantinopoli, delegato a trattare con l’Imperatore Giovanni
Paleologo, dal quale strappò un’alleanza contro
Genova
sborsando ventimila ducati d’oro fiammante. Sempre attivo,
non
aveva pace né nel corpo né nello spirito;
comparivano gli
acciacchi dell’età, ma era consumato soprattutto
dal
continuo intrigare e dalla bramosia di ricchezze.
Venezia si trovava un giorno nella
gloria ed il
giorno dopo scricchiolava a causa delle ribellioni dei popoli
sottomessi, della politica internazionale e di quella interna, per poi
riprendersi e continuare in un altalenante e pericoloso saliscendi. Le
congiure di una famiglia contro l’altra sfociavano spesso nel
sangue ed aumentava vertiginosamente il risentimento delle plebe,
spodestata dei suoi diritti, verso la signoria.
Faliero fu un abile tessitore, capace di
inghiottire
rospi e di preparare vendette. Il 7 settembre del 1354 spirò
il
Doge Andrea Dandolo e dopo pochi giorni il Maggior Consiglio poteva
riunirsi per scegliere un nuovo Doge. Le trattazioni fra le famiglie
patrizie si intensificarono al punto da dare il via a veri e propri
scontri. Si sperava quindi nell’elezione di un Doge dalla
personalità debole, depotenziato nelle sue funzioni e facile
da
controllare, una soluzione che avrebbe sì compromesso la
carica
dogale per il futuro, ma che avrebbe accontentato tutti i patrizi. Le
cose però non andarono così.
Marin Faliero non poté
partecipare alla
votazione, in quanto delegato ad Avignone per colloquiare col Papa; una
staffetta partì da Venezia e lo raggiunse in Provenza: era
lui
il nuovo Doge dei Veneziani.
La città accolse il suo
ritorno in festa e
per la posa del corno dogale fu organizzata una cerimonia sontuosa. I
banchetti durarono diversi giorni e, nonostante la nota avarizia dei
Faliero, si fece molta elemosina ai poveri.
Poco tempo dopo il Doge Marin Faliero si
trovò immerso nelle incombenze e nelle
responsabilità del
suo nuovo ruolo. Papa Innocenzo VI voleva un incontro pacificatore fra
le nazioni, Carlo IV di Francia era atteso, il popolo era soffocato
dalle mille gabelle, i Turchi minacciavano i commerci, le
città
dalmate erano in agitazione. Lo preoccupavano però di
più
i persistenti intrighi di palazzo, gli odi fra le famiglie che
rischiavano di trasformarsi in vere e proprie faide.
Si convinse così della
necessità di un
colpo di Stato. Convinse l’ammiraglio dell’Arsenale
Bertuccio Isarello a capeggiare la rivolta che stava preparando e
organizzò segretamente dei capi-compagnia che avrebbero
comandato e guidato la sollevazione popolare. Si raccolsero fondi ed
armi, ma le spie, che a Venezia abbondavano, informarono gli apparati
governativi e i vari consigli della Repubblica; la sera del 15 aprile
1355, quando avrebbe dovuto iniziare la rivolta, il Doge venne
arrestato, come accadde a tutti i congiurati.
Il giorno successivo fu celebrato un
processo
sommario, durante il quale vennero condannati a morte centinaia di
rivoltosi. In tutta Venezia non vi era un numero sufficiente di boia
per un tal lavoro: ci vollero otto giorni per eseguire le sentenze,
tante furono le impiccagioni, gli strangolamenti e gli annegamenti. Ben
quattrocento persone vennero gettate in mare legate ad una pietra.
Il 16 aprile arrivò la volta
del Doge Marin
Faliero, considerato un traditore della Repubblica: gli fu tagliata la
lingua (forse per non parlare) e quindi venne decapitato presso lo
scalone di palazzo ducale.
Nel 1366 il Consiglio dei Dieci
decretò di
ricoprire col dipinto di un manto azzurro l’effige del Doge
nella
sala del Maggior Consiglio e quindi di apporvi l’epigrafe:
«Hic
fuit locus ser Marini Faletro
decapitati
pro crimine proditionis».
Secoli dopo si ridisegnò un manto nero, con la scritta
«Hic
est locus Marini Faletri
decapitati
pro criminibus».
(anno 2004)