Oriana
Fallaci
una
giornalista di talento, una donna coraggiosa che pagò con
l’incomprensione e l’odio la fedeltà
alle sue idee
di Simone
Valtorta
«Vi
sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare
diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo
categorico al quale non ci si può sottrarre»:
forse sono
queste parole, scritte in La
Rabbia e l’Orgoglio,
quelle che possono sintetizzare – se ciò fosse
plausibile
– la vita di Oriana Fallaci (dico «se fosse
plausibile», dato che una personalità
così
complessa, una vita così densa non possono essere racchiuse
in
poche parole; cercheremo di delinearne i tratti essenziali, senza
pretendere di darne un quadro completo od esaustivo).
Oriana Fallaci, prima di quattro
sorelle, Neera,
Paola ed Elisabetta, nacque a Firenze il 29 giugno 1929, in pieno
regime fascista. Durante la giovinezza, ebbe un notevole influsso sulla
sua vita la figura del padre Edoardo, un liberale contrario al potere
di Mussolini; molti sono i ricordi della figura paterna:
«Andavo
a caccia, mi ci portava mio padre. Avevo nove, dieci anni quando, al
capanno, il babbo m’insegnò a sparare. E continuai
fino
verso i venticinque anni, trenta. Poi un giorno mi accorsi che il
fucile era sporco. Sai, lo sporco che impolvera l’interno
delle
canne quando non lo si usa. E mi chiesi da quanto tempo non
l’adoperavo. E scoprii che era un tempo
lunghissimo».
Quando l’Italia decise di
entrare nella
Seconda Guerra Mondiale, Oriana (voglio chiamarla semplicemente
così, solo per nome, come si farebbe con un’amica)
aveva
poco più di dieci anni; si unì al padre nel
movimento
clandestino della Resistenza con compiti di vedetta. Durante
l’occupazione di Firenze da parte delle truppe naziste, il
padre
fu catturato, imprigionato e torturato a villa Trieste, prima di essere
rilasciato vivo. A quattordici anni, Oriana ricevette un riconoscimento
d’onore dall’Esercito Italiano per il suo attivismo
durante
la guerra. Il conflitto finì nel 1945 e di lì a
poco,
Oriana avrebbe deciso di diventare una scrittrice: «La prima
volta che sedetti alla macchina da scrivere, mi innamorai delle parole
che emergevano come gocce, una alla volta, e rimanevano sul
foglio… ogni goccia diventava qualcosa che se detta sarebbe
scivolata via, ma sulle pagine quelle parole diventavano
tangibili».
Ad esortarla alla carriera giornalistica
fu lo zio
Bruno Fallaci, grande penna e direttore di settimanali.
Lavorò
prima come collaboratrice per quotidiani locali e poi come inviata
speciale per «L’Europeo». Oriana ricorda
di aver
scritto «brevi storie ingenue» a nove anni.
«Ma
— precisa — iniziai a scrivere davvero a sedici,
quando
divenni reporter a Firenze. Ho iniziato con il giornalismo per
diventare scrittrice». Quando le chiesero quali circostanze
fossero state importanti per la sua carriera, rispose: «Prima
di
tutto il fatto di appartenere ad una famiglia liberale e impegnata
politicamente. E poi, il fatto di aver vissuto — durante
l’infanzia — i giorni eroici della Resistenza in
Italia
attraverso mio padre che ne era leader. E ancora, il fatto di essere
Fiorentina. Insomma, è il risultato di una certa
civiltà
e cultura. Comunque, a volte mi chiedo se il fattore più
motivante non sia stato il fatto di essere nata donna e povera. Quando
sei una donna, devi combattere di più. Di conseguenza, devi
vedere di più e pensare di più ed essere
più
creativa. Lo stesso quando nasci povero. La sopravvivenza è
una
grande motivazione».
Mostra su Oriana Fallaci a Palazzo Litta, Milano (Italia) - Simone Valtorta, 2007
Nella sua vita, si è sempre impegnata per la difesa delle
donne: uno dei suoi primi lavori, Il
sesso inutile,
tratta con stile giornalistico, ma partecipe e solidale, del suo
viaggio attraverso diversificate condizioni femminili; le donne da lei
incontrate, con le narrazioni semplici e umanissime delle loro
esistenze qualunque, danno vita ad un reportage avvincente che nulla ha
del saggio o del racconto documentaristico.
Il fine della sua scrittura, secondo
quanto lei
stessa ha riferito, «è quello di raccontare una
storia con
un significato, non certo i soldi». Il fattore motivante di
tutti
i suoi libri è «una grande emozione,
un’emozione
psicologica o politica e intellettuale. Niente e così sia,
il libro sul Vietnam, per me non è nemmeno un libro sul
Vietnam, è un libro sulla guerra».
Nel 1965 Oriana dedicò al
padre il libro Se il
sole muore
in cui descrisse i preparativi per lo sbarco americano sulla Luna. Per
scrivere il libro incontrò il capo progetto della missione,
l’ex scienziato nazista Wernher von Braun (colui che aveva
progettato per Hitler i razzi V2 da sparare su Londra). Per il suo
passato di membro della Resistenza e per i suoi sentimenti verso gli
uomini che avevano arrestato, imprigionato e torturato il padre, Oriana
fu portata ad avere una forte reazione verso Wernher von Braun.
L’odore di limone nel respiro di quell’uomo la
disturbò: «Ricordo i soldati tedeschi, tutti
lavati con il
sapone disinfettante che odorava di limone. Tutti sentivamo
quell’odore». Tuttavia, la trascrizione
dell’intervista fatta all’uomo mostra una
straordinaria e
assai professionale imparzialità.
Nel 1967 si recò in
qualità di
corrispondente di guerra in Vietnam. Ritornerà in quel Paese
dodici volte in sette anni raccontando la guerra senza fare sconti
né ai Vietcong e ai comunisti né agli
Statunitensi e ai
Sudvietnamiti, documentando menzogne e atrocità, ma anche
gli
eroismi e l’umanità di un conflitto che Oriana
definì «una sanguinosa follia». Le
esperienze di un
anno di guerra vissute in prima persona vennero raccolte nel libro Niente e così sia
pubblicato nel 1969, che si conclude significativamente con la rivolta
degli studenti di Città del Messico, per rispondere alla
domanda
di una bambina: «La vita, che
cos’è?».
Ma già a metà del
1968 aveva lasciato
provvisoriamente il fronte per tornare negli Stati Uniti a seguito
della morte di Martin Luther King e di Bob Kennedy e delle rivolte
studentesche di quegli anni. In un passaggio di Niente e così sia
irride «i vandalismi degli studenti borghesi che osano
invocare
Che Guevara e poi vivono in case con l’aria condizionata, che
a
scuola ci vanno col fuoristrada di papà e che al night club
vanno con la camicia di seta».
Il 2 ottobre 1968, alla vigilia dei
Giochi Olimpici,
durante una manifestazione di protesta degli studenti universitari
messicani contro l’occupazione militare del Campus
dell’Università Nazionale Autonoma del Messico,
oggi
ricordata come il massacro di Tlatelolco, Oriana rimase ferita in
piazza delle Tre Culture a Città del Messico. Morirono
centinaia
di giovani (il numero preciso è sconosciuto) e anche la
giornalista fu creduta morta e portata in obitorio: solo in quel
momento un prete si accorse che era ancora viva. La Fallaci
definì la strage come «un massacro peggiore di
quelli che
ho visto alla guerra».
Nel 1969 il comandante
dell’Apollo 12, Pete
Conrad, alla vigilia del lancio, si recò a New York per
incontrare Oriana e chiederle un consiglio riguardo la frase da usare
al momento di mettere piede sulla Luna. Poiché Neil
Armstrong
aveva detto: «Un piccolo passo per un uomo, un gigantesco
balzo
per l’umanità», lei
consigliò, dato la bassa
statura di Conrad, la frase: «Sarà stato un
piccolo passo
per Neil, ma per me è stato proprio lungo». Il
comandante,
che portò con sé sulla Luna una foto di Oriana
bambina
con la madre, disse proprio questa frase una volta giunto sul satellite.
Il 21 agosto 1973 la giornalista
fiorentina conobbe
Alekos Panagulis, leader della Resistenza greca contro il regime dei
Colonnelli. Si incontrarono il giorno in cui lui uscì dal
carcere e lei ne diventerà la compagna di vita fino alla
morte
dell’uomo, avvenuta in un attentato maldestramente mascherato
da
incidente stradale il 1° maggio 1976. La storia di Panagulis
verrà narrata dalla scrittrice nel romanzo Un uomo,
pubblicato nel 1978. La madre e Panagulis, racconterà
Oriana,
erano «le due creature che amavo di più. Le amavo
tanto
che dividere il mio amore per loro era una fatica quasi drammatica;
voglio dire, il tempo che passavo con l’uno mi sembrava
rubato a
quello che avrei dovuto passare con l’altra e… Una
delle
scale, tra piano terreno e primo piano, nella mia casa di campagna,
è quella che unisce l’appartamento dove viveva la
mamma e
l’appartamento dove vivevamo io e Alekos. Ebbene, quando ero
lì con entrambi, era tutto un correre su e giù
per quelle
scale… Su e giù, su e giù. Poi, di
colpo, nel giro
di pochi mesi, l’immobilità. Se ne erano andati
tutti e
due».
Luciano Simonelli, in
un’intervista, aveva
chiesto ad Oriana: «Ma tu ci credi agli uomini?». E
lei,
con il suo solito fare, aveva replicato: «Non è
saggio
dare troppa fiducia agli uomini: è saggio guardarli con un
occhio chiuso e uno aperto e non farsi mai troppe illusioni su di loro,
su noi. E ricordarsi che, ahimè, il più delle
volte non
ci si batte per quello che vorremmo che gli uomini fossero ma non sono,
per quello che noi vorremmo essere ma non siamo. Ci si batte per noi
stessi e basta».
Lettera
a un bambino mai nato
fu il primo grande successo editoriale di Oriana, il suo primo libro
diverso dall’inchiesta giornalistica. Nel romanzo, di
rarissima
finezza psicologica, secondo alcuni il miglior romanzo della sua
carriera, Oriana affronta il dramma della scelta tra
maternità e
aborto, e il difficile rapporto che lega una madre al bambino che porta
in grembo. Un rapporto di amore e nello stesso tempo di odio: di amore,
perché si ama la vita che cresce e palpita dentro di
sé
(Oriana avrebbe voluto avere dei bambini, che purtroppo le furono
negati), ma anche di odio, perché il bambino nel grembo
limita,
costringe a rinunciare al lavoro ed alla vita di prima, la vita a cui
si è abituati. Il monologo attraversa tutte le domande che
la
protagonista senza volto né nome pone a se stessa
— e di
riflesso alla creatura che attende — sulla
significatività
dell’esistenza e sulla priorità delle scelte che
come
donna dovrà compiere, decidendo se sacrificare se stessa o
il
bambino. E per poter dare una risposta alla propria coscienza e a suo
figlio, immagina che i sette personaggi che la circondano (i genitori,
il padre del bambino, il medico…) siano membri di una giuria
ideale, chiamati a giudicare e sentenziare sulla sua decisione. Il
libro è un inno alla Vita, che trionfa sempre: e questo tema
della Vita che non muore mai sarà una costante di molti tra
i
suoi romanzi di maggior successo.
All’attività di
giornalista hanno fatto
seguito le interviste a importanti personalità della
politica
concentrandosi sul loro ruolo di figure dominanti nel sistema politico
internazionale, le analisi dei fatti principali della cronaca e dei
temi contemporanei più rilevanti. Un confronto spesso a muso
duro con il Potere incarnato negli uomini che lo detengono e che
facendo la Storia determinano le vite di molti. Una lista (forzatamente
incompleta) comprende Giulio Andreotti, Giorgio Amendola, Alekos
Panagulis, Yasser Arafat, Mohammad Reza Pahlavi, Haile Selassie, Henry
Kissinger, Indira Gandhi, Deng Xiaoping, l’Ayatollah Khomeini
(durante l’intervista Oriana lo apostrofò come
«tiranno» e si tolse il chador
che era stata costretta ad indossare per essere ammessa alla sua
presenza), Muammar Gheddafi e molti altri. «Non mi sento di
essere e non mi sentirò mai come un freddo registratore di
ciò che vedo e sento», scrive nella prefazione a Intervista con la storia,
il libro che le ha raccolte tutte (1974). «Su ogni esperienza
personale lascio brandelli d’anima e partecipo a
ciò che
vedo o sento come se riguardasse me personalmente e dovessi prendere
una posizione (infatti ne prendo sempre una basata su una precisa
scelta morale)».
Nel 1990 uscì il romanzo Insciallah
in cui la scrittrice coniuga la ribalta internazionale con il racconto.
Il libro, ambientato tra le truppe italiane inviate
dall’Organizzazione delle Nazioni Unite a Beirut nel 1983, si
apre con il racconto del primo duplice attentato suicida dei kamikaze
islamici contro le caserme americane e francesi che causò
450
morti tra i soldati. Come nei suoi altri romanzi, Oriana presenta
individui che lavorano per mettere la parola «fine»
alle
loro oppressioni: personaggi (oltre un centinaio!) e trama sono
immaginari, ma vera è la guerra e l’atmosfera in
cui si
svolge l’azione. Un libro che, come altri, ha un tono
più
che ritmico, direi martellante, ta-ta-ta, ta-ta-ta, ta-ta-ta, da
mitragliatrice, da martello pneumatico, dove nessuna parola
è
superflua, dove nessun minimo accento è messo a caso. Un
libro
dedicato a tutti gli esseri umani trucidati a Beirut.
Consegnandole la laurea honoris causa in
letteratura, il rettore del Columbia College di Chicago la
definì «uno degli autori più letti ed
amati del
mondo».
Dopo l’uscita di Insciallah,
Oriana si isolò andando a vivere a New York, in un villino a
due
piani nell’Upper East Side di Manhattan. «Firenze e
New
York sono le mie due patrie», raccontò lei stessa.
In risposta all’orrore
dell’11 settembre
2001, quando un commando di terroristi islamici dirottò
quattro
aerei abbattendo le Torri Gemelle di New York e colpendo il Pentagono,
Oriana ruppe un silenzio decennale dando alle stampe La Rabbia e l’Orgoglio,
uno sfogo duro e appassionato che pone a confronto l’America
e
l’Italia, lontane «non solo sulle cartine, ma anche
nell’anima». Il tono è quello di un
pamphlet contro
le dittature, il terrorismo, l’estremismo ed il fanatismo
religioso nati dall’Islam, ma anche contro la
mediocrità
dei governanti che, celandosi dietro il linguaggio politicamente
corretto, tollerano e in certi casi favoriscono il propagarsi della
cultura islamica nell’Occidente, il tutto inframmezzato con i
ricordi delle proprie esperienze personali, di giornalista e di
scrittrice.
Il libro è anche, per la
critica di Sinistra,
lo spartiacque tra due Oriane: l’Oriana
«buona»,
antinazista, e l’Oriana «cattiva»,
antisemita o,
meglio, anti islamica. Un giudizio lapidario che mostra una non
conoscenza della giornalista, soprattutto del suo impegno a favore dei
diritti delle donne, che proprio nei Paesi islamici vengono
maggiormente calpestati; non si spiegherebbe altrimenti la valanga di
messaggi provenienti dal mondo arabo che recitavano un sincero
«tank you, Oriana» («grazie,
Oriana») e che
hanno accompagnato come un Rosario la vita della donna fino alla sua
morte. In realtà, ella fu sempre fedele alle proprie idee e
coerente con le proprie posizioni.
Il luogo di lavoro di Oriana era
spartano:
«Inizio a lavorare presto la mattina (otto, otto e
mezza)»
ha raccontato «e vado avanti fino alle sei o sette di sera
senza
interruzione, senza mangiare e senza riposare. Fumo più del
solito, il che significa circa cinquanta sigarette al giorno. Dormo
male la notte. Non vedo nessuno. Non rispondo al telefono. Non vado da
nessuna parte. Ignoro le domeniche, le feste, il Natale, il Capodanno.
Divento isterica in altre parole e infelice e colpevole se non produco
molto. A proposito, sono una scrittrice molto lenta. E riscrivo
ossessivamente. Quindi mi ammalo e divento brutta, perdo peso e divento
più rugosa». C’è tutta una
tradizione critica
che la volle egocentrica, «incapace di ascoltare altre voci
oltre
la propria» (così Dikey del «Los Angeles
Times Book
Review»), inavvicinabile, burbera e talvolta stizzosa; ma ad
Oriana questo importava poco, infatti non conservava le critiche ai
suoi libri: «Non mi interessano i critici. Sono quasi sempre
scrittori falliti e, di conseguenza, invidiosi e gelosi di chi scrive.
Trovo la loro professione vergognosa perché è
così
sleale e stupido improvvisare giudizi in un piccolo articolo dopo il
lavoro di anni di uno scrittore. Credo che i veri critici siano i
lettori».
In questo periodo scoprì di
avere un cancro
ai polmoni che più tardi definirà
«L’Alieno».
Il 12 marzo 2004, all’indomani
della strage
alla stazione Atocha di Madrid, comparve sugli scaffali delle librerie,
nelle edicole, sui banchi dei supermercati La Forza della Ragione,
un altro libro controverso, denso di pensieri e di esperienze personali
che mostrano al lettore il percorso di maturazione di un sincero
rancore verso l’Islam e verso il mondo arabo in generale. In
esso
si denuncia la decadenza della civiltà occidentale che,
minacciata dal fondamentalismo islamico, è incapace di
difendersi. Un libro di attualità pregno anche di spunti e
di
interessanti riflessioni: Oriana spiegava come la crescente pressione
esercitata negli ultimi anni dall’immigrazione islamica verso
l’Italia, unita a scelte politiche effettivamente
discutibili, e
l’aumentare di atteggiamenti di reciproca intolleranza,
dimostrassero che stiamo assistendo ad un pianificato tentativo del
mondo mussulmano di islamizzazione dell’Occidente, istigato e
supportato dal Corano
e
testimoniato da oltre un millennio di conflitti e di
ostilità
tra mussulmani e Cristiani, tentativo che porterà
inevitabilmente ad uno scontro di civiltà.
Il 6 agosto 2004 uscì
l’intervista all’ultimo personaggio: Oriana Fallaci intervista Oriana
Fallaci.
Ovvero, perché intervistare una
«nullità»
come Chirac o Schröder, quando si può scendere al
bar sotto
casa e ottenere lo stesso risultato? Anzi, perché non fare
tutto
da soli e intervistare se stessi?
Nello stesso anno, Oriana si
schierò contro
l’eutanasia relativamente al caso di Terri Schiavo, e contro
il
referendum abrogativo della legge sulla procreazione medicalmente
assistita; inoltre si è sempre dichiarata contraria
all’aborto e ai matrimoni tra omosessuali.
Da sempre anticlericale, in La Forza della Ragione
Oriana si definì un’«atea
cristiana»:
«Lo sono» spiega nel libro,
«perché il
discorso che sta alla base del cristianesimo mi piace. Mi convince. Mi
seduce a tal punto che non vi trovo alcun contrasto col mio ateismo e
il mio laicismo. Parlo del discorso fatto da Gesù di
Nazareth[…]. Il discorso, voglio dire, che scavalcando la
metafisica si concentra sull’Uomo. Che riconoscendo il libero
arbitrio cioè rivendicando la coscienza dell’Uomo
ci rende
responsabili delle nostre azioni, padroni del nostro destino. Ci vedo
un inno alla Ragione, al raziocinio, in quel discorso. E
poiché
ove c’è raziocinio c’è
scelta, ove
c’è scelta c’è
libertà, ci vedo un
inno alla Libertà». L’idea che la
seduceva,
spiegherà poche righe dopo, era quella di un Dio che si
abbassa
a farsi Uomo, per elevare l’Uomo alla dignità di
Figlio di
Dio; un Dio non lontano, indifferente, ma che come un Uomo –
o
forse più di un Uomo – vive, soffre, ama. Oriana,
che
negli ultimi anni della sua vita si avvicinò sempre
più
alla Chiesa, affermò pubblicamente la sua ammirazione verso
Papa
Benedetto XVI, che la ricevette a Castel Gandolfo in udienza privata il
27 agosto 2005; i contenuti del colloquio non sono mai stati resi noti.
Il 30 novembre 2005, Oriana ricevette a
New York il premio Annie Taylor del Center for the Study of Popular
Culture
(«Centro Studi di Cultura Popolare»). La scrittrice
è stata onorata per «l’eroismo e il
valore»
che hanno fatto di lei «un simbolo nella resistenza contro il
fascismo islamico e una combattente nella causa dell’umana
libertà.» L’Annie Taylor Award viene
assegnato a
individui che hanno mostrato e mostrano un eccezionale coraggio in
circostanze pesantemente avverse e di fronte ad un grave pericolo.
David Horowitz, il fondatore del Centro, motivando la premiazione, ha
definito Oriana «un generale nella guerra per la
libertà».
L’8 dicembre 2005 ricevette
l’Ambrogino
d’Oro, il più prestigioso riconoscimento conferito
dalla
città di Milano.
Il 14 dicembre 2005, il Presidente della
Repubblica
Carlo Azeglio Ciampi insignì Oriana con una medaglia
d’oro
quale «benemerita della cultura». Le sue condizioni
di
salute le impedirono di prendere parte alla cerimonia di consegna, in
occasione della quale scrisse: «La medaglia d’oro
mi
commuove perché gratifica la mia fatica di scrittore e di
giornalista, il mio impegno a difesa della nostra cultura, il mio amore
per il mio Paese e per la Libertà. Le attuali e ormai note
ragioni di salute mi impediscono di viaggiare e ritirare direttamente
un omaggio che per me, donna poco abituata alle medaglie e poco incline
ai trofei, ha un intenso significato etico e morale».
Il 22 febbraio 2006, il presidente del
consiglio
regionale della Toscana Riccardo Nencini insignì Oriana
della
medaglia d’oro del consiglio stesso, motivando la sua scelta
dicendo che la Fallaci è una delle bandiere della cultura
toscana nel mondo. Durante la premiazione, avvenuta a New York, la
scrittrice raccontò del suo tentativo di creare una vignetta
su
Maometto, in risposta alla montante polemica sulle vignette apparse sui
giornali francesi e olandesi, che raffiguravano Maometto.
Dichiarò: «Disegnerò Maometto con le
sue nove
mogli, fra cui la bambina che sposò a
settant’anni, le
sedici concubine e una cammella col burqa. La matita, per ora, si
è infranta sulla figura della cammella, ma il prossimo
tentativo
probabilmente andrà meglio».
Un insolito silenzio ha marcato
l’11 settembre
2006, quinto anniversario del crollo che ha cambiato la storia
dell’Occidente e del mondo intero. Quattro giorni
più
tardi, alle 1 e mezza mattutine del 15 settembre, Oriana si spense nel
tepore asettico di una casa di cura di Firenze, in una notte di pioggia
torrenziale. Una pioggia totale, alla Ridley Scott, che martellava
equamente nel suo precipitare incessante e totale le campagne e le banlieue
dell’Europa, i giardini e le casbah
del Medio Oriente, conferendo agli aratri addormentati, alle auto in
sosta nel buio, ai carretti e alle bancarelle abbandonate nei vicoli
deserti, alle palme e ai cellophane
gocciolanti, un generale senso d’irrilevanza e di
oblio…
Oriana è stata sepolta nel
cimitero degli
Allori, di rito evangelico ma che ospita anche tombe di atei,
mussulmani ed ebrei, alle porte di Firenze, nella tomba di famiglia
accanto ad un ceppo commemorativo di Alekos Panagulis, suo compagno di
vita. Con la bara sono stati sepolti una copia del «Corriere
della Sera», tre rose gialle e un Fiorino d’Oro
(premio che
lei non ha mai vinto), donatole da Franco Zeffirelli.
Larga parte del suo grande patrimonio
librario
è stato donato, insieme ad altri cimeli come lo zaino usato
dalla scrittrice in Vietnam, alla Pontificia Università
Lateranense di Roma, quale ultimo regalo a Papa Benedetto XVI per il
quale la scrittrice nutriva «una autentica
venerazione».
Vorrei concludere con queste sue parole,
da
un’intervista del 1979: «Ho sempre amato la vita.
Chi ama
la vita non riesce mai ad adeguarsi, subire, farsi comandare. Chi ama
la vita è sempre con il fucile alla finestra per difendere
la
vita… Un essere umano che si adegua, che subisce, che si fa
comandare, non è un essere umano».
(gennaio 2011)