Il
Partito Comunista Italiano negli anni del dopoguerra
Il
grande partito della Sinistra italiana seguiva ufficialmente una linea
politica moderata e contemporaneamente una linea favorevole alla lotta
armata per l’instaurazione di uno Stato di tipo sovietico
di Luciano Atticciati
La
questione è aperta, una parte del mondo della cultura riteneva
il Partito Comunista Italiano un partito progressista e non
particolarmente estremista, mentre altri parlavano della
«doppiezza» di Togliatti e della sua linea politica.
Effettivamente il Partito Comunista Italiano si distinse su molte
questioni per la sua moderazione: prese l’iniziativa della
amnistia per i reati commessi in tempo di guerra, votò a favore
dei Patti Lateranensi, e in generale teneva un atteggiamento di
collaborazione (fino al 1947) con gli altri partiti «democratici
e popolari». Contemporaneamente il partito esaltava Stalin, si
manteneva rigorosamente marxista-leninista, e non rinunciava alla
dittatura del proletariato e al centralismo democratico.
La linea ufficiale del partito era quella espressa
nel Congresso del dicembre 1945, la «democrazia
progressiva». L’espressione appariva abbastanza sfuggente,
non venivano abrogate le libertà politiche e civili, si
richiedevano riforme sociali e una grande partecipazione popolare, come
preparativo per la creazione di uno Stato socialista sul modello
sovietico. In vari testi si affermava infatti che la forma più
avanzata di democrazia era rappresentata proprio dallo Stato Russo. In
quello stesso congresso i delegati si erano presentati armati con
atteggiamenti di aperta sfida alle istituzioni. Il rapporto di polizia
sull’evento parlava della impossibilità da parte delle
forze dell’ordine di intervenire, e specificava: «Si notano
elementi in uniforme con fazzoletto rosso e gradi, armati, che
farebbero parte della “polizia del popolo”». Il
Partito Comunista Italiano non rinunciava assolutamente all’idea
di una conquista militare del potere, come riconosciuto dalla stessa ex
dirigente del Partito Comunista Miriam Mafai, faceva ampio sfoggio
delle armi nelle manifestazioni pubbliche.
La vita politica si era ripresa in Italia dopo il 25
luglio 1943, e molti antifascisti, dirigenti comunisti compresi,
avevano espresso la loro totale contrarietà al governo Badoglio
e alla Monarchia. Tale tendenza venne inaspettatamente contrastata da
Togliatti quando nel marzo del 1944 rientrò in Italia, con le
istruzioni di Mosca. Il messaggio di Stalin era chiaro, l’Unione
Sovietica aveva ottenuto dei riconoscimenti dagli Angloamericani e
pertanto il Partito Comunista doveva dar prova di moderazione sia verso
il governo monarchico che verso gli altri partiti antifascisti. Ha
scritto a tal proposito Renzo De Felice: «La disponibilità
degli archivi russi non lascia più dubbi sul fatto che la
politica del Partito Comunista Italiano – come quella del Partito
Comunista Francese e degli altri partiti comunisti europei – fu
concepita e diretta da Mosca».
Negli anni della guerra di liberazione il vertice
del Partito Comunista si astenne da richieste eccessive anche se non
mancarono delazioni e contrasti durissimi fra gruppi partigiani di cui
la strage di Porzus (diciotto partigiani cattolici uccisi da un gruppo
comunista) rappresentò l’evento più grave. Potrebbe
essere utile ricordare che nel ’45 il Generale Cadorna comandante
del CVL diede le dimissioni proprio per l’eccessiva indipendenza
dei comandi partigiani. Anche sul problema sociale il Partito Comunista
Italiano tenne posizioni piuttosto prudenti. Verso la fine del
’44 si ebbero occupazioni di terre e manifestazioni contro il
carovita nel Meridione (trenta morti a Palermo) che non trovarono il
sostegno del Partito Comunista. Nello stesso periodo si ebbero
contrasti per la nomina del capo di governo, socialisti e azionisti si
erano orientati sul conte Sforza, considerato un personaggio più
innovatore, mentre i moderati preferivano Bonomi. Ottenuta la nomina
di quest’ultimo, i due partiti di Sinistra si ritirarono dal
governo, mentre il Partito Comunista Italiano si astenne dal fornire
loro appoggio, e mantenne la sua presenza al governo. Anche
successivamente il Partito Comunista Italiano, diversamente dagli altri
partiti di Sinistra non mostrò particolare interesse per la
nomina a capo del governo di Ferruccio Parri ritenuto l’uomo del
cambiamento, espressione della nuova Italia partigiana, «il vento
del Nord» come si diceva.
Terminata la guerra si aprì il dibattito
sulla difficile situazione economica del nostro Paese. In una
conferenza economica il Partito Comunista Italiano stabilì di
privilegiare la ricostruzione economica sulla pianificazione e le
riforme sociali, e non si oppose all’accordo fra CGIL e
Confindustria per la eliminazione dei consigli di gestione che avevano
esautorato i dirigenti aziendali, in cambio dell’introduzione
della scala mobile. Nell’estate del ’46 si ebbe una nuova
ondata di agitazioni per il carovita, a Mestre venne assaltato dalla
folla un comando di polizia, mentre a Roma addirittura i disoccupati
invasero il Viminale. Anche a seguito di ciò si ebbe un nuovo
importante accordo fra sindacati e rappresentanti dell’industria
che prevedeva cospicui aumenti salariali e altri miglioramenti, che
contribuirono a ridurre almeno in parte la tensione nel Paese. Per
quanto riguarda il clima politico, la pubblicistica del dopoguerra ha
sempre messo in luce la grande adesione del Paese al mito
resistenziale, tuttavia la questione non era così semplice ed
esisteva una larga parte degli Italiani che avvertiva un notevole
disagio verso di esso. Il grande successo giornalistico (quasi un
milione di copie) e poi elettorale dell’«Uomo
Qualunque», il giornale e il partito che irridevano alla retorica
partigiana, metteva in luce una realtà molto più
complessa.
Dove invece il Partito Comunista tenne una posizione
gravemente contrastante con quella degli altri partiti, era sulla
questione di Trieste, lì il Partito Comunista Italiano diede
sostegno agli occupanti jugoslavi che si erano macchiati di orrendi
delitti nei confronti della comunità italiana. Nonostante che
fra il settembre e l’ottobre del ’43, al momento della
dissoluzione del nostro esercito, fosse già avvenuta una
terribile ondata di violenza contro gli Italiani, nell’ottobre
dell’anno successivo Togliatti in una direttiva stabilì
che «il nostro Partito deve partecipare attivamente, collaborando
con i compagni jugoslavi nel modo più stretto, alla
organizzazione di un potere popolare in tutte le regioni liberate dalle
truppe di Tito (e anche prima di questa liberazione) e in cui esista
una popolazione italiana. Questo vuol dire che i comunisti devono
prendere posizione contro tutti quegli elementi italiani che si
mantengono sul terreno e agiscono a favore dell’imperialismo e
del nazionalismo italiano». La posizione sovietica era fortemente
contraria agli interessi italiani, non solo Trieste, ma una parte
notevole del Friuli doveva essere consegnata alla Jugoslavia. Tale
politica diede vita a contrasti politici e ad una netta rottura con le
altre formazioni partigiane che tentarono in qualche modo di prestare
aiuto e difendere la popolazione italiana. Anche successivamente la
posizione del Partito Comunista Italiano appariva ambigua, nel novembre
del ’46 Togliatti si espresse a favore della inconsueta proposta
di cedere Gorizia, città pienamente italiana, in cambio di
Trieste, e contestò duramente Umberto Terracini per essersi
espresso a favore dell’italianità di quella città.
Il dirigente comunista, già precedentemente espulso dal Partito
per aver criticato il Patto Molotov-Ribbentrop, subì una dura
critica da parte del vertice del Partito per una precedente intervista
con tale motivazione: «L’intervista esprime la tendenza
falsa e pericolosa a mettere sullo stesso piano gli oppressori
imperialisti… e gli Stati i quali, come l’Unione
Sovietica, fanno una conseguente politica di difesa della pace».
La vita interna del Partito di fatto non conobbe molte innovazioni, al
di là del formale dibattito fra partito di quadri e partito di
massa, vigeva uno stretto senso di subordinazione e disciplina. Venne
ribadito il principio del centralismo democratico, la vita anche
privata degli attivisti era sottoposta a controlli, e quando nel
’54 uno degli uomini di Secchia, Seniga, fuggì con il
denaro del Partito, il suo superiore venne costretto ad una
«lettera di autocritica» in pieno stile staliniano.
Nelle regioni del triangolo industriale, in Emilia
Romagna e in alcune zone del Veneto all’indomani della fine della
guerra si era creato un potere partigiano e comunista che sfuggiva
completamente al governo di Roma. I prefetti erano di nomina del
Comitato di Liberazione Nazionale, mentre molti gruppi partigiani erano
stati inquadrati nella polizia. Migliaia di fascisti vennero passati
sbrigativamente per le armi (15-18.000 complessivamente, 6.000 solo a
Torino e Milano, 800 a Reggio Emilia, un numero quindi superiore alle
uccisioni commesse dai nazisti durante la guerra che ammonterebbero a
circa 9.000). Progressivamente si passò poi alla eliminazione
dei nemici di classe. Già il 2 maggio il Generale Faldella
parlò di tribunali di fabbrica che a Sesto San Giovanni
avrebbero condannato a morte 110-120 persone (Gianni Oliva, La resa dei conti).
D’altra parte le uccisioni di sacerdoti e proprietari terrieri
che non avevano nulla a che vedere con la Repubblica Sociale erano
iniziate già nella primavera del ’44. La mattanza dei
fascisti, come è stata chiamata, non si esaurì nel giro
di settimane ma proseguì specie nei centri di provincia nei mesi
successivi (si trattava di fascisti liberati dai campi di
concentramento che rientravano nelle loro case), per continuare in
Emilia Romagna (anche come uccisioni di nemici di classe) a ritmo
sostenuto fino al settembre dell’anno successivo, per concludersi
nel 1949.
Gli Angloamericani arrivarono in tutte le
città del Nord durante la prima settimana di maggio, tentarono
di opporsi alla giustizia sommaria e di sequestrare le armi ma con poco
successo. Contemporaneamente vennero istituite le Corti Straordinarie
d’Assise formate da giudici ordinari e giudici popolari nominati
dal Comitato di Liberazione Nazionale, ma i procedimenti avvennero in
un clima di aperta intimidazione, complessivamente si ebbero 15.000
condanne di cui oltre 500 capitali, anche se poche (91) quelle
effettivamente eseguite.
Alcuni di questi eccidi partigiani lasciano colpiti
per l’alto numero delle vittime, Oderzo (Treviso) 1° maggio
113 morti, Valdobbiadene (Treviso) 4 maggio 45 morti, Valtellina
(Sondrio) 4-7 maggio 107 morti, ospedale psichiatrico di Vercelli 12
maggio 75 morti, Cartiera di Carbonera (Treviso) primi di maggio
300-400 morti, Codevigo (Padova) 3-13 maggio 365 morti, carceri di
Schio (Vicenza) 7 luglio 54 morti. In massima parte si trattava di
militari e civili fascisti arresisi, e molte delle salme recuperate
presentavano anche segni di torture. La maggior parte di questi eccidi
non erano conseguenza della comune rabbia popolare, erano compiuti da
squadre organizzate, e gli autori di molti di questi delitti e degli
altri avvenuti negli anni successivi (466 persone) erano capi
partigiani che una volta scoperti vennero fatti fuggire in
Cecoslovacchia dai dirigenti del Partito Comunista.
Progressivamente nell’Emilia Romagna
all’uccisione dei fascisti della Repubblica Sociale,
subentrò l’uccisione di nemici di classe, religiosi,
proprietari terrieri, dirigenti d’azienda, oltre a politici di
partiti non comunisti o compagni caduti in disgrazia. In alcune zone si
creò un vero regime del terrore, e molta gente benestante fu
sottoposta a ricatto e costretta a pagare per non essere uccisa. A
Castelfranco d’Emilia, nel modenese, si ebbero 42 persone uccise
da una locale banda comunista nel periodo compreso fra aprile 1945 e
ottobre 1946. Nello stesso periodo si ebbe l’uccisione di 27
proprietari terrieri in provincia di Ravenna, mentre in tutta la
regione furono oltre 100. Altra categoria particolarmente presa di mira
dai comunisti fu quella dei parroci e dei religiosi in genere, tutti
registrati con regolarità dalle fonti ufficiali della Chiesa.
Ammonterebbero a 130, dei quali 50 uccisi nelle zone controllate dai
titini e 80 nel resto d’Italia. Anche nel resto del Nord si
avevano situazioni estremamente gravi. A Milano operava la Volante
Rossa che uccideva dirigenti d’azienda, esponenti politici non
comunisti, e dava l’assalto alle sedi dei partiti moderati. In
Piemonte nell’agosto del ’46 gruppi di ex partigiani
riprendevano le armi e si arroccavano nelle valli dove avevano in
precedenza combattuto per protestare contro la normalizzazione della
vita politica. Altri episodi di violenza avvenivano anche a causa di
gruppi dell’estrema Destra.
Contemporaneamente il Paese affrontava la questione
dell’epurazione dei fascisti dalla Pubblica Amministrazione, la
ricostruzione economica, e la questione istituzionale. A Sinistra
tramontava rapidamente il Partito d’Azione e una profonda crisi
colpiva il mondo socialista. Venne scoperto che molti attivisti del
Partito Comunista avevano preso la tessera del Partito Socialista per
condizionarne le scelte, in particolare per favorire la fusione o un
impegnativo patto unitario. Nel novembre del ’46 Saragat
parlò espressamente di una «quinta colonna» che
lavorava per il predominio del Partito Comunista Italiano nella
Sinistra, e di lì a poco decise l’uscita dal Partito
Socialista e la creazione di un Partito Socialista Democratico filo
occidentale.
I tristi eventi della Romagna erano solo un aspetto
della questione, come riportato da molte fonti esisteva una struttura
armata centralizzata comunista che faceva capo al numero due del
Partito, Pietro Secchia, come egli stesso ammise nei suoi diari. Anche
fonti americane e del nostro Ministero degli Interni parlavano di
agenti jugoslavi che davano assistenza ai gruppi armati comunisti. Nel
settembre del 1947 il vice di Togliatti, Longo, parlando alla
conferenza del Cominform affermò: «Vi assicuro… che
il nostro Partito dispone di un apparato clandestino di speciali
squadre che sono dotate, per il momento in cui sarà necessario,
di ottimi comandanti e di adeguato armamento». Miriam Mafai
parlò di una manifestazione di partigiani a Roma che prima
dell’arrivo avevano dato vita ad una intensa sparatoria. Non si
ebbero ulteriori incidenti nella capitale. «Le armi erano rimaste
sotto il giubbotto, anche se non c’era timore alcuno e ogni tanto
si poteva vedere, con facilità, spuntare di sotto l’abito
qualche manico di rivoltella e alla meno peggio gonfiori ben definiti
sagomare certe giubbe». Nello stesso periodo in un incontro a
Mosca (dicembre 1947) Stalin aveva dato sostegno alla linea più
spregiudicata di Secchia rispetto a quella di Togliatti, tuttavia
ricordava la ex dirigente comunista, che il dittatore si astenne dal
garantire un pieno appoggio in caso di insurrezione. In quegli anni in
Grecia i comunisti avevano dato vita ad una guerra civile
particolarmente sanguinosa che aveva l’appoggio dei Paesi
comunisti confinanti, se in Italia (e in Francia) non venne seguita la
stessa strategia la ragione era probabilmente da ricercarsi nella
difficoltà a prestare il medesimo tipo d’aiuto.
L’inverno 1946-1947 fu particolarmente duro in
Italia come nel resto dell’Europa, la disoccupazione spingeva la
popolazione a dure proteste, solo in parte contenute dalle concessioni
di industriali e agrari che accettarono il cosiddetto imponibile di
manodopera, l’obbligo dei proprietari terrieri ad assumere
lavoratori anche oltre le reali necessità. Nel settembre del
1947 si tenne la conferenza per l’istituzione del Cominform, dove
i rappresentanti di Mosca in seguito al peggioramento dei rapporti con
gli Stati Uniti e la Gran Bretagna imposero ai partiti comunisti
italiano e francese una politica più aggressiva. Togliatti si
adeguò senza proteste, e accettò di nominare Secchia vice
segretario del Partito su richiesta di Stalin senza la normale
votazione del Comitato Centrale. Frutto di tale svolta fu uno dei
più gravi atti nella vita politica del Paese,
l’occupazione della Prefettura di Milano da parte di gruppi
armati guidati da uno dei massimi dirigenti del Partito Comunista
Italiano, Giancarlo Pajetta. Centinaia di ex partigiani armati e
migliaia di operai per oltre ventiquattro ore bloccarono la
città, imposero posti di blocco, occuparono gli uffici della
Prefettura, la sede RAI, e assaltarono sedi di giornali e di partiti,
finché su sollecitazione di Togliatti accettarono una trattativa
col governo. Azioni in qualche modo simili si ebbero nelle settimane
successive anche a Torino, a Roma e in altre città.
Nel periodo precedente alle elezioni del 18 aprile
1948, il Partito Comunista si impegnò su alcuni temi che
determinarono la sua futura sconfitta: il rifiuto del Piano Marshall a
cui andavano le speranze di tanti Italiani, e la valutazione positiva
della soppressione della libertà in Cecoslovacchia. Leo Valiani
ha scritto che i comunisti esaltavano quanto avvenuto a Praga come
«una prova di democrazia politica… Chi li ascoltava traeva
la conclusione che se Togliatti e Nenni avessero potuto disporre del
51% dei seggi nel futuro Parlamento Italiano, non avrebbero avuto
scrupoli ad imitare la soppressione delle libertà democratiche
avvenuta a Praga». A tali questioni si può aggiungere come
ha scritto Paolo Emilio Taviani, la stanchezza anche da parte delle
classi popolari per gli scioperi selvaggi inconcludenti e
l’arrivo dei primi aiuti americani. La batosta elettorale fu
molto pesante: il Fronte Popolare perse molti voti (9%) rispetto alle
elezioni del ’46, e li perse proprio nel Nord dove aveva
concentrato la sua azione politica. Sconfitto ma non domato,
all’indomani dell’attentato a Togliatti il Partito
Comunista si lanciava in una nuova confusa avventura con
caratteristiche vicine a quella della insurrezione. Risultava evidente
che l’attentatore non avesse alcun collegamento con i partiti di
governo, tuttavia «L’Unità» gettava benzina
sul fuoco. Le fabbriche del Nord venivano occupate dagli operai e
presidiate con mitragliatrici, a Torino veniva fatto prigioniero nello
stabilimento della FIAT Valletta con gli altri dirigenti, a Genova
vennero circondate la Prefettura e la Questura, una situazione simile
si ebbe a Venezia, in molte parti d’Italia vennero assaltate
armerie, stazioni di polizia, sedi di partito, diversi carabinieri
vennero uccisi o fatti prigionieri. Creò particolare tensione il
blocco delle comunicazioni telefoniche che rafforzava l’idea di
un imminente atto di forza. Al termine dell’insurrezione una nota
della direzione di Pubblica Sicurezza affermava che erano stati
sequestrati: «Cannoni, 28 – Mortai e lanciagranate, 202
– Mitragliatrici, 995 – Fucili mitragliatori, 6.200 –
Fucili e moschetti da guerra, 27.123 – Pistole e rivoltelle,
9.945 – Bombe a mano, 49.460 – Esplosivi, Q/li
5,746». Gli storici si sono chiesti se tali eventi facessero
pensare ad una precisa volontà di conquista militare del potere.
Molti sono arrivati alla conclusione che non si possa escludere tale
scelta. In particolare farebbe riflettere quanto affermato in quei
giorni da Longo a un collega di Partito: «Se l’onda cresce
lasciala montare, se cala soffocala del tutto». Anche da parte
del governo, dei prefetti, e di De Gasperi risultava chiaramente
l’idea che i comunisti si stessero preparando
all’insurrezione. Il duplice insuccesso non spinse il Partito a
seguire una nuova linea politica, il Partito Comunista Italiano
immediatamente si allineò alla scomunica di Tito comminata da
Stalin, e in generale tese ad irrigidirsi sulle sue posizioni.
(gennaio 2013)