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La vita di Sandro Pertini

La vita di un uomo politico fuori dal comune che non amava i compromessi

 

di  Pier Luigi Baglioni

 

 
Sandro Pertini entra per la prima volta nella mia vita quando nel 1941 la mamma mi portò a Ventotene ove mio padre stava confinato. Nell’isola erano raccolti tutti gli anti-fascisti su cui il Tribunale Speciale del regime aveva potuto mettere le mani. C’erano anarchici, socialisti, comunisti, qualche repubblicano e laico. Individualisti senza collegamenti e associati a nuclei di partito. Capi e manovali della politica. Tra queste entità – pur in un luogo di combattenti per l’uguaglianza – non c’era alcun amalgama. Sandro Pertini mio padre me lo indicò incontrandolo nell’isola. Io ne sentivo parlare per la prima volta. Divenne in seguito uno dei maggiori dirigenti del Partito Socialista Italiano al quale io pure giovanissimo aderii attraversando – senza perderlo di vista – le dolorose vicende di questo terribile partito incapace di costruire, nella reciproca identificazione degli interessi personali, un corpo unito al di sopra degli stessi. Nel Partito Socialista Italiano del dopoguerra i compagni istintivamente si sentivano anti-comunisti. Fu il vertice che calò su di loro l’atteggiamento contrario, quello «unitario», costringendo ad avvilire la cultura socialista rispetto a quella comunista. In pochi si ribellavano cercando di mantenere viva la tradizione riformista, tra questi Pertini che in ogni suo discorso citava Turati e non Gramsci. La libertà, non l’Unione Sovietica. Fu contro il Fronte, contro la scissione, ma rimase nel Partito Socialista Italiano in omaggio a Pietro Nenni e ad un dilagante malinteso senso dell’unità di classe che lo coinvolse insieme a tutti noi, pagandone un prezzo durissimo.
    Lo ritrovai a Genova quando era direttore de «Il Lavoro», quotidiano allora di proprietà della Federazione del Partito Socialista Italiano di cui io diventai dirigente. Lo avevano imposto da Roma Pietro Nenni a Giuseppe «Pippo» Machiavelli, delfino di Gaetano Barbareschi, che ne aveva ereditato il potere genovese dopo il suo decesso per tumore. Venne sostituito quando fu eletto Presidente della Camera. In quel periodo, durante la vita di partito, ebbi contatti soprattutto quando la Federazione organizzava manifestazioni o comizi incentrati su di lui (che terminavano con un pranzo in trattoria del gruppo ristretto di accompagnatori).
 
Il Ventennio

È il comune di Stella, sito nei contrafforti appenninici sopra Savona nella zona dove il Monte Beigua primeggia in altezza coi suoi oltre milletrecento metri sul livello del mare, a vedere i suoi natali nel 1896. Siamo nell’entroterra ligure, isolato e avaro di sé. I giovani che nascono da quelle parti avevano – a quei tempi – il destino segnato, come quelli del Meridione. Ma il giovane Sandro non è tagliato ad una vita antica, semplice, come quella della sua gente. Studia e si laurea in Giurisprudenza e Scienze Politiche. Richiamato nella Prima Grande Guerra Mondiale, come laureato, è ufficiale combattente al fronte. Appena torna a casa, nel 1918, si iscrive al Partito Socialista, allora schiantato dalla contrapposizione dei massimalisti contro i riformisti. Giovane militante, partecipa alla vita delle sezioni, schierandosi con Turati, Treves e Matteotti che lo prendono subito in simpatia per la sua schiettezza ed efficacia oratoria. Il salto dalla normalità di provincia alla ribalta del partito in Liguria avviene col delitto Matteotti. Egli non dubita che sia stato ordinato da Mussolini, quindi mal sopporta che il transfuga ne esca indenne per l’incapacità delle forze democratiche di offrire una seria alternativa al Paese. Quei partiti che non fanno di meglio che prendere una linea attendista, l’Aventino, ritirandosi dal Parlamento. Cosicché il governo supera facilmente la crisi, consolidando il suo potere invece di essere spazzato via dal furore popolare che pur c’era.
    In questo quadro inizia l’attività clandestina dei partiti anti-fascisti. Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini fondano un foglio clandestino dal titolo «Non mollare». Sandro Pertini non resta indietro ma entra individualmente in codesta campagna diffondendo un volantino contro il regime, titolo «Sotto il barbaro dominio fascista», in cui denuncia le responsabilità di Mussolini nel delitto Matteotti, spedendolo attraverso le PPTT in forma anonima a molti mittenti presi dall’elenco telefonico. Una spiata ai CC di Stella, suo comune natale, gli procura l’ispezione casalinga dalla quale essi trovano sia lettere pronte da spedire, che mazzette di copie dello stampato. Immediato l’arresto: sarà il primo dei sei della sua vita (con due evasioni).
    Pertini ha ventinove anni, è avvocato, e risiede a Savona. Tra i socialisti «unitari» del partito di Treves, Turati e Matteotti diviene subito una figura popolare. Specialmente quando al processo mette in luce la sua autorevolezza, ed il forte carattere. Con generosità e coraggio rivendica interamente i reati commessi, che egli però non ritiene tali; attestando che «qualunque sia la condanna che sarà emessa nei miei confronti, continuerò la mia battaglia anti-fascista». Lo condannano a otto mesi di reclusione, buscandosi solenni bastonature in carcere per la sua fierezza e intransigenza riguardo ai secondini se non si sente trattato con la dignità dovuta a qualsiasi essere umano a prescindere dalle condizioni in cui si trova. Dopo, però, la corte di appello di Genova lo assolve per subentrata amnistia dei reati commessi.
    Pertini è nuovamente libero e ne approfitta per un’altra azione sovversiva. L’intenzione è di apporre una corona di alloro alla lapide cementata sul muro dell’antica fortezza di Savona, che ricorda la detenzione di Giuseppe Mazzini, in occasione del primo anniversario del delitto Matteotti. L’azione riesce ma il Federale ci mette poco a capire chi lo ha beffato (la zona era molto sorvegliata). Senza prove, non potendolo imputare di nulla, ordina di impartire al giovane avvocato socialista una «lezione». Bastonature durante le quali un ingenuo commissario di polizia lo difende e viene trasferito in Sardegna il giorno dopo.
    Dopo l’attentato di Zamboni a Mussolini Sandro Pertini, considerato «pericoloso per l’ordine pubblico» dal tribunale di Genova, viene condannato a cinque anni di confino. Per evitarlo fugge da Savona, raggiunge Milano, ospitato in casa da Carlo Rosselli. Qui, nella quiete domestica meneghina, i due escogitano di far evadere dagli arresti domiciliari Filippo Turati facendolo riparare da Savona in Francia, Paese dove cominciano ad affluire fuggitivi anti-fascisti in esilio dal regime. Fingendo una gita da Savona alle Cinque Terre, una motobarca pilotata da pescatori socialisti (portato in grande segretezza Filippo Turati in città), prepara la fuga. La sera dell’11 dicembre 1926 alle ore venti, nel buio pesto della cala vicina al faro di Vado Ligure, il gruppo aspetta il motoscafo che non arriva. La compagnia allora decide che «se Maometto non va alla montagna, sia la montagna che vada a Maometto». Così vanno incontro all’imbarcazione che trovano sul lido di una piccola spiaggia tra la via nazionale, l’Aurelia, ed il molo del porto. Due ore dopo il primo appuntamento (le dieci di sera) Pertini, Turati, Rosselli e Parri, insieme a quattro compagni, valenti naviganti, si imbarcano e partono verso il largo. L’alba del giorno dopo toccano una banchina del porto di Calvi. Sono tutti salvi in Corsica. Più tardi il motoscafo con gli uomini dell’equipaggio ritorna in patria lasciando sul molo gli esuli con le lacrime agli occhi. A Calvi si diffonde la notizia dell’arrivo di Filippo Turati, dirigente socialista già famoso, e le autorità del paese vengono al molo ad omaggiarlo. Poi – i compagni corsi – col battello postale lo fanno partire per Nizza, insieme a Sandro Pertini suo accompagnatore. Tutti notarono come il giovane accudiva al maestro amorosamente, come fosse suo padre. La prefettura di Savona riferirà al Ministero dell’Interno, direzione generale di Pubblica Sicurezza: «L’avvocato Pertini Alessandro è espatriato via mare insieme all’ex-deputato Filippo Turati, per la Francia. Abbiamo disposto per il suo immediato arresto qualora dovesse rientrare in Italia avendo in sospeso la condanna a cinque anni di confino».
    Il Var della Francia si sta popolando di «fuoriusciti», come venivano chiamati coloro che avevano scelto la via dell’esilio dall’Italia di Mussolini. Sandro Pertini, separatosi da Turati, li cerca; entra in contatto con loro onde proseguire la sua attività politica (vigilato accuratamente dalla polizia francese che dettaglia frequenti «informative» alle autorità italiane). Ma quell’attività in suolo estero gli pare poco importante. Nonostante il forte rischio vuole rientrare clandestinamente in Italia. Passati poco più di due anni, nel 1929, è preso dalla nostalgia della sua «piccola Savona» dove sente il richiamo della lotta clandestina coi compagni. Il continuo pericolo lo fa «sentire vivo», utile alla causa, e decide di tentare. Per depistare gli informatori, mette in giro voci di spostamento a Ginevra o Parigi, ma l’azione non riesce. La polizia italiana sa del suo rientro ed il 14 aprile 1929 lo arresta, dopo pedinamento, a Pisia dove è condotto in questura per finti accertamenti. Aveva in tasca il passaporto svizzero col falso nome di Roncaglia Luigi, residente a Bellinzona, Cantone Ticino.
    Una legge del novembre 1926 aveva istituito il Tribunale Speciale per colpire i reati politici. Nel 1929 quindi il Tribunale era in piena efficienza. Difatti nell’ottobre dello stesso anno aveva emesso la prima condanna a morte contro un imputato. Il 30 novembre, portato a Roma, sede del «Tribunale Speciale per la difesa dello Stato», l’accusato Sandro Pertini è interrogato. Ai giudici risponde: «Ammetto pienamente i reati ascrittimi dei quali ne assumo ogni responsabilità. Mi rifiuto di rispondere ad ogni ulteriore domanda». È condannato a dieci anni e nove mesi di carcere; la interdizione perpetua dai pubblici uffici; tre anni di vigilanza speciale, ed il pagamento delle spese processuali. Resta, in addendum, il confino non scontato dopo la fuga da Savona a Milano.
    Le isole pontine, Ponza e Ventotene, furono usate fin dall’antichità per la coazione. Tra queste, ad un dipresso di Ventotene, c’è lo scoglio a forma di panettone chiamato Santo Stefano su cui dai Borboni fu costruita una fortezza per segregare gli ergastolani (qui era stato rinchiuso anche Luigi Settembrini). Sandro Pertini ci viene inviato a scontare la pena in una cella di isolamento. Un trattamento eccezionale nella sua crudeltà per dei reati politici. Difatti, appena i compagni francesi, Turati e Rosselli, lo vengono a sapere muovono delle personalità estere in suo favore, riuscendo a farlo trasferire nel carcere di Turi il dicembre del 1931. Durante il viaggio di trasferimento, guardandosi allo specchio, sono passati solo cinque anni (ne ha compiuti trentacinque), si accorge di avere i capelli completamente bianchi. Sostando a Napoli nel carcere del Carmine, il suo carattere spigoloso gli fa correre un serio pericolo di vita; bisticcia con una banda di detenuti che gli sottraeva per dispetto la branda. Lo circondano, sta per essere accoltellato. Lo salva il provvido saluto di un capo mafioso che interviene a suo favore consapevole istintivamente che il personaggio non è comune. Nella cella di Turi, unico socialista in una camerata di comunisti, incontra Antonio Gramsci. I rapporti tra i due partiti sono molto aspri dopo che lo stalinismo trionfante nell’URSS ha lanciato la linea del «social-fascismo». Anche i comunisti italiani additano i socialisti come traditori e nemici del popolo. Gramsci istintivamente non sfugge alla propaganda; conversando esprime con Pertini considerazioni malevoli verso i dirigenti socialisti. Critica con giudizi negativi Turati e Treves che sono in esilio. Sandro non accetta parole che reputa offensive anche al suo onore; adirato reagisce con forza. Gramsci medita i termini dell’accesa discussione ed il giorno seguente gli chiede scusa, confessandosi amareggiato. Confessa anche le incomprensioni dei suoi compagni che vogliono ricalcare pedissequamente la politica sovietica, di cui egli si dice non convinto.
    Il 29 marzo 1932, in esilio a Parigi, muore Filippo Turati. Sandro legge la notizia dal quotidiano genovese «Il Lavoro» piangendo a dirotto. Nello stesso anno da Turi Sandro Pertini viene trasferito nel reclusorio di Pianosa. Di nuovo, come ad ogni cambiamento in ambiente sconosciuto, il suo carattere scorbutico lo pone in conflitto col prossimo. Il direttore, che gli sequestra le lettere della madre, è sottoposto a lettere di protesta finché gli manda a dire di non «rompergli i coglioni». Risponde con la solita fierezza: «Lei si sente scocciato dalla mia giusta protesta? Se manco mi punisca, ma non offenda la mia dignità di uomo, anche se sono un recluso». Per tutta risposta il direttore gli assegna quindici giorni di isolamento.
    A Pianosa viene a sapere che sua madre ha inoltrato per lui domanda di grazia a Benito Mussolini. Caratterialmente il Duce era molto sensibile agli «atti di sottomissione» dei suoi oppositori; certamente la domanda – se controfirmata – avrebbe esito positivo. Ma Pertini non è affatto disposto a sottomettersi. Manda a dire a sua madre: «Non ti puoi immaginare il male che mi hai fatto e il dolore che mi hai dato». Pertanto PS e l’Arma dei CC – sempre informati d’ogni cosa da delatori infiltrati – esprimono parere sfavorevole all’accoglimento. Anche con alcuni secondini entra in conflitto. Non accetta di essere trattato male, rifiuta che si usino le maniere brusche. Ogni volta che succede protesta; rivendica il rispetto umano che gli è dovuto. Così acuisce antipatia e insofferenza nei suoi confronti. Quando viene sottoposto a provvedimenti punitivi dalla commissione di disciplina rifiuta di firmare i verbali. Nasce una brutta storia tra lui ed un custode giudiziario che, dal rapporto, il direttore di Pianosa lo cita a comparire davanti al pretore di Portoferraio con l’imputazione di oltraggio. Dopo un dibattimento pilotato dai secondini Sandro Pertini è condannato a nove mesi e ventiquattro giorni di reclusione, spese procedurali e tassa di sentenza.
    Il 10 settembre 1934 è nuovamente trasferito dal penitenziario di Pianosa. Sandro Pertini arriva a Ponza, accompagnato dalla segnalazione che «sia vigilato in modo speciale». Muore dalla nostalgia di vedere sua madre anche dopo gli screzi dovuti alla richiesta di grazia. Inoltra l’istanza per una licenza, ma il 30 dicembre del 1935 gli comunicano che la petizione non è stata accolta.
    Nel luglio del 1936 il generale Franco, alla testa delle truppe marocchine, varca lo stretto di Gibilterra iniziando l’invasione della repubblica. È scoppiata la guerra civile spagnola. Da Parigi, Carlo Rosselli, lancia l’appello ai gruppi di Giustizia e Libertà per intervenire al fianco del governo spagnolo. Nascono le Brigate Internazionali in cui si arruolano volontari anti-fascisti da tutto il mondo. L’entusiasmo iniziale degli esuli e confinati («oggi in Spagna, domani in Italia») è spento dall’annuncio di Leon Blum, Presidente del governo di Fronte Popolare, che la Francia non sarebbe intervenuta a favore della repubblica spagnola. Se la Francia è per il non intervento nella guerra civile, in Spagna intervengono invece le truppe di Mussolini e l’aviazione di Hitler. Si stringe l’alleanza tra i due dittatori. La situazione precipita velocemente verso la Seconda Guerra Mondiale. Il 14 luglio 1938 dei docenti universitari lanciano al Paese il «Manifesto sui problemi della razza». L’Italia si accoda all’antisemitismo di Hitler. Galeazzo Ciano rivendica i diritti italiani su Gibuti, Tunisi, la Corsica e – mi voglio rovinare – anche su Nizza e la Savoia. I nazisti, invece, senza rivendicare occupano Praga.
    Anche a Ponza Pertini incontra difficoltà. Il personale carcerario lo ritiene «provocante, polemico e di modi arroganti». Accusato di oltraggio e resistenza è nuovamente arrestato il 5 maggio 1937. Da Ponza è tradotto nel carcere di Poggio Reale a Napoli. Processato, però, è assolto perché il fatto ascritto non costituisce reato, mentre le altre imputazioni cadono per insufficienza di prove. Tornando a Ponza riflette sulla sua assoluzione per lui imprevista facendogli pensare che sia in atto un allentamento nella morsa dittatoriale. Spera – erroneamente – che le istituzioni laiche dello Stato, «fascistizzate» dal regime, riprendano la loro autonomia. La speranza muore all’annuncio che Carlo e Nello Rosselli sono stati assassinati. In questo quadro Pertini viene trasferito al confino di Tremiti. È il 17 luglio 1939. Nell’isola dell’Adriatico, oggi amena località di soggiorno vacanziero ma allora arido scoglio di totale isolamento, Sandro non ci andrà mai. Annuncia lo sciopero della fame; chiede di essere destinato a Ventotene, che ricorda oltre il braccio di mare stando a Santo Stefano. Sentiva nelle orecchie il suono delle campane dell’unica chiesa, poesia anche per un cuore ateo. La richiesta viene dal sapere che nell’isola sono riuniti quasi tutti gli anti-fascisti italiani, a cui si aggiungeranno, dopo il 1940 (caduta della Francia e avvento del governo collaborazionista di Pétain), i transfughi riparati in esilio.
    A Ventotene, il 23 agosto 1939, tra i confinati dell’isola c’è trambusto: giunge notizia della firma tra Molotov e von Ribbentrop del patto di non aggressione, una specie di alleanza tra Germania nazista e URSS sovietica. I comunisti ligi alla disciplina giustificano l’atto trovando qualche buon motivo (prendere tempo) anche se l’avvenimento è «oggettivamente» deprecabile. Pertini che ha passato gli anni terribili dello stalinismo in carcere non sa nulla della situazione in Russia, anche lui indulge alla dietrologia, mentre la cosa getta ancor più nello sgomento Antonio Gramsci e si aggrava con l’invasione e la spartizione della Polonia da parte delle SS e dell’Esercito Rosso. Poi la Germania invade anche la Russia il 22 giugno 1941. Ora Hitler pare invincibile; corre la voce di nuove armi segrete... Nessuno sa che la battaglia aerea sui cieli di Londra è stata persa, che l’invasione apparentemente prorompente dell’URSS è un atto di disperazione per ottenere la pace dagli Alleati giocando la carta dell’anti-comunismo tanto caro a Churchill (ma non a Roosevelt).
    Intanto per Pertini terminerebbe il periodo di confino. Dovrebbe tornare a casa ma una lettera ministeriale detta alle prefetture di Genova e Savona che alla scadenza «il confinato in oggetto dovrà essere segnalato tempestivamente per la rassegnazione del confino trattandosi di elemento pericolosissimo e da non rilasciare in libertà». Resta perciò a Ventotene. Di contro gli viene riconosciuto il permesso già negato di rivedere la madre attraverso la traduzione temporanea nel carcere di Savona. Ella lo va a trovare. Il viaggio in manette dall’isola a Savona gli corrobora l’umore ed il temperamento. Sosta a Roma e Genova, prima di arrivare nella casa circondariale di Sant’Agostino nel centro storico della cittadina ligure. Così Sandro racconta l’incontro con la madre dopo tanti anni: «Mi apparve all’improvviso, piccola, vestita di nero, bianchi i capelli ed il volto. Piangeva e tra le lacrime andava ripetendo il mio nome».
    Un anno dopo il quadro bellico è ribaltato anche agli occhi dei confinati. Mussolini esorcizza lo sbarco alleato in Sicilia col comico discorso «del bagnasciuga». Nonostante il proposito («imperativo categorico» usava dire), il 16 luglio 1943 lo sbarco avviene ed il bagnasciuga è superato alla svelta. La Sicilia è liberata in un lampo perché i Tedeschi preferiscono ritirarsi sulla linea di Monte Cassino, mentre l’esercito italiano restato al presidio non costituisce alcun problema militare. Gli eventi precipitano. Grandi, d’accordo col Re e Galeazzo Ciano, organizza la congiura al Gran Consiglio del Fascismo. Il 25 luglio Mussolini è defenestrato da Palazzo Venezia e dal potere.
    A Ventotene, il giorno dopo, gli avvenimenti sconvolgono i militari di guardia, le Camicie Nere della milizia. I confinati politici, la popolazione fanno presto a sapere. Sandro Pertini, dal mattino stesso, nota che la sorveglianza è saltata. Le guardie sono distratte, concitate. Ventotene è attraversata da un’unica strada che dal molo sale fino alla campagna sopra la spiaggia di Basso Cala Nave. Nel rettilineo in leggero pendio dell’altopiano, alla metà della strada c’è l’unica piazza alberata dove sul fondo sta il municipio. Il 26 luglio 1943 si riempie in un attimo di confinati senza che le guardie intervengano. Ognuno crede che la guerra sia finita, di avere riacquistata la libertà, quando – alle otto del mattino – il giornale radio annuncia: «Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, presentate da sua eccellenza il Cavaliere Benito Mussolini». Immediatamente un gruppo di confinati (tra cui Pietro Secchia, Mauro Scoccimarro, Altiero Spinelli, Sandro Pertini…) forma un comitato politico; prende in mano la situazione dettando norme di comportamento a chi prima comandava. Molti confinati, a scaglioni, arbitrariamente non sussistendo ordine alcuno, evacuano l’isola per tornare a casa. Il carattere integerrimo dell’uomo Pertini emerge ancora una volta: non vuole lasciare da fuggitivo l’isola, ma una liberazione ufficiale con tanto di carta bollata. Che arriva in agosto con ordine telegrafico. Pertini non torna a Savona. Si ferma a Roma e insieme a Bruno Buozzi ottiene la liberazione di tutti i prigionieri. Nella capitale incontra Pietro Nenni e Giuseppe Saragat; con loro forma il primo gruppo dirigenziale del rinato Partito Socialista di Unità Proletaria. Tutti hanno chiaro che la guerra continua e la prima azione su cui si dovrà muovere il partito è quella militare. A Roma si forma il primo embrione del futuro Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) tra i risorti partiti. Le prime gambe su cui si regge la commissione interpartito si chiamano Riccardo Bauer per il Partito d’Azione, Luigi Longo per il Partito Comunista, Sandro Pertini per il Partito Socialista. Sopravvenuto l’8 settembre, la disintegrazione dell’esercito italiano con la fuga del Re «Sciaboletta» da Pescara nell’Italia del Sud già liberata dagli Americani, inizia la «resistenza». Una guerra civile più che di liberazione (a quella ci pensano gli Alleati) che viene combattuta da ogni forza politica con motivazioni diverse. Per i comunisti è l’inizio della «rivoluzione proletaria». Per i «badogliani» un aiuto militare al governo del Sud. Per i partiti laici (repubblicani, liberali Partito d’Azione), socialista e cattolico un mezzo per costruire la nuova libera democrazia italiana. Palmiro Togliatti rientrando in Italia sbarca a Salerno. Porta da Mosca le direttive di Stalin: niente rivoluzione; detta al partito che era nato a Livorno proprio per farla in antagonismo al riformismo di Turati. Nel Partito Comunista Italiano restano però ali rivoluzionarie (Pietro Secchia) che non rinunceranno ad attuare il progetto. Aspettano solo il momento («Ha da venì baffone»).
    Il 10 settembre Pertini è a Porta San Paolo ove si tenta la prima azione di contrasto ai soldati tedeschi cercando di impedir loro l’ingresso in Roma. La città è occupata da Tedeschi e Brigate Nere ricostituite dalla Repubblica Sociale Italiana. Pertini torna alla clandestinità sotto falso nome reclutando uomini per organizzare le prime formazioni partigiane. Nel pomeriggio del 23 ottobre 1943 è arrestato insieme a Giuseppe Saragat. Bernasconi, questore di Roma, lo trattiene seduto nel suo ufficio su una sedia per interrogarlo tutto il giorno e la notte. Vuole sapere dove si trova Nenni e gli altri compagni: «Fucilatemi, tanto da me non lo saprete mai» risponde ogni volta. Ad un certo momento nella stanza entra il comandante tedesco delle SS Dollman che assiste alla scena impassibile. Infine liquida il servile Bernasconi prendendogli il prigioniero per internarlo a Regina Coeli, dove già sta Giuseppe Saragat. Dollman, constatata l’inutilità degli interrogatori, senza processo condanna i due a morte, passandoli dal sesto al terzo braccio detto «della morte» perché ci stanno coloro in attesa dell’esecuzione che può avvenire per rappresaglia da un momento all’altro.
    Pietro Nenni deve la libertà ai due compagni che non hanno ceduto a costo della loro morte. Deve fare qualcosa, non si rassegna a lasciarli in mani naziste. Il partito organizza la loro evasione. Predisposti falsi documenti di scarcerazione (ordine: «libertà provvisoria di Giuseppe Saragat e Sandro Pertini»), alcuni compagni in divisa fascista li prelevano da Regina Coeli e li portano nella caserma della polizia di Trastevere dove il comandante, compiacente, li prende in carico e la notte stessa li fa fuggire in segreta ospitalità.
    Alla metà del febbraio 1944 a Roma liberata ferve la politica. La battaglia vera, quella a cui Pertini è portato, si svolge al Nord. Chiede a Nenni di raggiungere Milano. Nella città manca un autorevole capo socialista dopo che nelle file del partito sono avvenuti molti arresti tra i compagni, ed altri han dovuto riparare in Svizzera. Perciò, a fine maggio 1944, Pertini viaggiando in auto per strade secondarie guadagna la città dove subito prende posto al tavolo del CLNAI (Comitato di Liberazione Alta Italia) in rappresentanza del Partito Socialista di Unità Proletaria. Nenni però lo richiama a Roma ed egli come un soldato lo esaudisce. Nuovo difficile viaggio nel Paese disastrato. Deve raggiungere Fiumicino in motobarca da Genova, in compagnia di Edgardo Sogno. È in ritardo all’appuntamento; questi non lo attende e parte da solo. Allora Pertini prosegue su un’auto di fortuna, ma a Prato durante un rastrellamento tedesco l’autista lo molla e torna indietro. Così egli raggiunge Firenze a piedi, dove incontra Gaetano Pieraccini che prepara l’insurrezione della città.
    Liberata Firenze, ha la strada spianata per guadagnare Roma. Nenni lo vuole accanto a sé come fiduciario nelle incombenze politiche della nuova democrazia italiana. Ma lui – finché dura la guerra – si sente insofferente alla normalità. Vuole tornare al Nord dove ancora si combatte. Nenni accetta ob torto collo che lo lasci. D’altronde a Milano è più necessario che a Roma.
    Insieme ad Artiero Spinelli va in aereo nella Francia liberata dai gollisti. Atterra a Lione. In auto raggiunge Chamonix. Da qui, come fosse alpinista provetto lui che non ha praticato quello sport essendo stato sempre in carcere o al confino, attraversa il Monte Bianco, pernottando al rifugio Torino con le guide. Il giorno dopo tutti scendono a Courmayeur, da qui ad Entréves. A questo punto le guide li lasciano per rientrare in Francia. Pertini e Spinelli si mettono da soli in marcia. Pernottato ancora in un maso di montagna, raggiungono Cogne. Il paese è in mano ai partigiani ma contemporaneamente all’arrivo del gruppo dall’alto, salgono dal basso colonne di Tedeschi in rastrellamento per rioccupare la località. Pertini combatte coi partigiani fino all’ordine della ritirata. Allora schivando pattuglie e posti di blocco tedeschi, mentre i partigiani puntano sulla Svizzera, egli ed Altiero calano verso Aosta, la aggirano, e marciano fino ad Ivrea. L’impulso di raggiungere Milano da parte di Sandro Pertini ha un elemento ben preciso: «I socialisti non devono lasciare nelle mani dei comunisti l’egemonia politica e organizzativa sul movimento partigiano». Essa si sviluppava già fortemente attraverso i «commissari politici» che facevano opera assidua di proselitismo ed indottrinamento stalinista.
    Sandro arriva a Milano alla fine di ottobre del 1944. Oramai è chiaro che la guerra volge al termine. Anche la seconda generazione dei missili, V2, armi segrete di Hitler (l’atomica è lontana), ha fatto cilecca. Agli albori del 1945, se il fronte italiano ristagna, quelli angloamericano e sovietico, al Nord e all’Est dell’Europa, sono in movimento, ed in pochi mesi subiscono una grande accelerazione. Le armate sovietiche oltrepassano l’Oder, puntano su Berlino; mentre Eisenhower si attesta sul Reno. In Italia, gli Angloamericani – scottati da Marcos in Grecia che aveva tentato di impadronirsi del potere con le armi – diffidano del movimento partigiano colorato di rosso e filo-sovietico. Aiutano le formazioni «bianche» o «badogliane» limitando i rifornimenti a garibaldini e formazioni Matteotti social-comuniste. Sanno che dentro il CLNAI (Comitato di Liberazione Alta Italia) preparano l’insurrezione. Il 29 marzo a Milano era stato costituito il comitato per dirigere la rivolta in città, con Leo Valiani (Giustizia e Libertà), Sandro Pertini e Emilio Sereni per i social-comunisti che erano legati dal patto di unità d’azione contratto nell’esilio francese da Pietro Nenni. Non tutti erano d’accordo sull’insurrezione, saranno i comunisti a forzare la mano ordinando alle brigate Garibaldi di passare all’azione in violazione degli ordini alleati (come si vede nel comitato non compare alcun rappresentante del CVL del generale Cadorna, cioè la Democrazia Cristiana, unico soggetto politico di cui gli Americani hanno fiducia). Ma a partire per primi sono i partigiani cattolici del Corpo Volontari della Libertà che agli inizi di aprile liberano Alba, occupano la Val Pellice e la provincia di Pinerolo. Le strade tra Asti, Torino e Alessandria sono bloccate. A Torino i grandi scioperi della Fiat sono la prova all’insurrezione generale, che avviene il 25 aprile 1945.
    Sappiamo che Mussolini, attraverso il Cardinale Schuster, vorrebbe trattare la resa col presupposto di consegnarsi in mano alleata, ben sapendo la fine che lo attendeva se catturato dai comunisti. In questo caso Sandro Pertini aiuta i comunisti del Comitato a rigettare le condizioni. Bruciato dalla galera e dalle vessazioni subite, è tra i più intransigenti anche se non avrà alcuna responsabilità nell’obbrobrio di Piazzale Loreto gestito completamente dalle formazioni partigiane del Partito Comunista Italiano.
 
Il dopoguerra

Il dopoguerra comincia con la resa in maggio della Germania. Il Regno del Sud si estingue. A Roma  il 20 giugno 1945 viene formato il primo governo nazionale dei partiti guidato da Ferruccio Parri («Maurizio»). Il leader del Partito d’Azione prende anche il Ministero degli Interni; mentre Pietro Nenni e Manlio Brusio sono vice-presidenti, Alcide De Gasperi è Ministro degli Esteri, e Palmiro Togliatti va alla Grazia e Giustizia. Sandro Pertini non compare nel gabinetto poiché è segretario del PSIUP dell’Alta Italia. In tale veste, appena costituito il nuovo governo, dichiara alla stampa: «Noi socialisti siamo insoddisfatti. Accettiamo il gabinetto per amore di concordia ma lotteremo affinché la classe lavoratrice ottenga la direzione politica del Paese, posto cui ha diritto». In parole povere vuole Pietro Nenni Presidente del Consiglio interpretandone l’anelito. Su codesta ambizione il PSIUP giocherà le sue carte negli anni successivi preparandosi la rovina.
    Tutta la Sinistra (i «social-comunisti», come vengono chiamati), avendo egemonizzato il movimento partigiano, crede d’avere il favore popolare, la maggioranza elettorale, quindi si sentono sacrificati. Sandro Pertini da Milano corre a Roma e chiede, a nome del Comitato di Liberazione Alta Italia, le elezioni politiche generali convinto di vincerle. La Democrazia Cristiana ed il Partito Liberale Italiano, nel dubbio, preferiscono prima le amministrative (in questa occasione Nenni lancia lo slogan «o la Costituente o il caos»). Per far passare la sua tesi la Democrazia Cristiana chiede aiuto agli Americani che impongono a Parri le comunali prima delle politiche. È la prima crisi tra i partiti dell’Italia democratica che porta ad un passo dalla caduta del governo.
    Nel Paese ha il suo peso l’ascesa di un partito «non resistenziale»: «L’Uomo Qualunque» di Guglielmo Giannini che raccoglie lo scontento di chi pensa che si stava meglio quando si stava peggio. I partiti moderati, la Democrazia Cristiana ma specialmente i liberali, si sentono minacciati nel loro elettorato. Credendo di difenderlo, questi ultimi, prendono l’iniziativa di far cadere Parri. Si prestano ad aiutarli anche i socialisti che mal sopportano il suo governo per medesime ragioni di concorrenza, ma anche perché erroneamente pensano che nel governo successivo avranno la desiderata presidenza per Nenni. Errore fatale: il 24 novembre 1945 cade il gabinetto partigiano che «il vento del Nord»  aveva portato in Palazzo Chigi. Il dopo è tutto della Democrazia Cristiana.
    Il Regno d’Italia post-bellico è una nazione spaccata. Il Centro-Sud è passato dalla dittatura alla democrazia pilotata dall’occupazione americana, confusionaria se si vuole, ma sostanzialmente unitaria. Il Nord invece ha attraversato una vera e propria guerra civile parallela a quella di liberazione degli Alleati. Fascisti e comunisti si sono combattuti all’ultimo sangue. Le formazioni rosse, fanatiche e ideologicamente indirizzate, a guerra finita non intendono deporre le armi. Hanno ancora da regolare i conti, assicurarsi il potere. Con gli Alleati in casa non è possibile; allora le armi vengono imboscate per un’evenienza futura. La «rivoluzione», credono i fedeli di Pietro Secchia (non Togliatti e i suoi) sia solamente posticipata. Ma gli Americani vogliono sicurezza e stabilità prima di lasciare la penisola. L’uomo che dà codesta fiducia è Alcide De Gasperi. Potrebbe essere più consono alla laicità liberale americana Pietro Nenni. Ma i socialisti sono partiti col piede sbagliato e perseverano nell’errore creandosi da soli le condizioni per la loro emarginazione dal governo del Paese. Ci vorranno quindici anni per recuperarla. Il PSIUP, ampiamente infiltrato da una quinta colonna comunista, resterà subalterno alla politica del Partito Comunista Italiano fino a Bettino Craxi.
    Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, di tutto il vertice del partito, sono gli unici ad opporsi alla politica del «frontismo» propedeutica alla fusione dei due partiti. Sentono che quella è una strada suicida più che sbagliata. Palmiro Togliatti ha costruito un partito rigidamente monolitico e disciplinato alle direttive. Ogni slogan, ogni azione cala dall’alto senza alcuna reale partecipazione, accettata e sostenuta pedissequamente dalla base. Il partito è rigidamente togliattiano-stalinista; basato sul «centralismo democratico» (burocratico) che identifica il Capo nel partito stesso. Lautamente fornito di mezzi economici dai finanziamenti sovietici, dalla ricchezza contributiva del sindacato e delle cooperative (gran parte dell’apparato a tempo pieno è stipendiato da codesti organismi fiancheggiatori), dispone di una struttura tipo ministeriale nelle federazioni ed alle Botteghe Oscure. La Democrazia Cristiana può competere aiutata dalla Chiesa e dai quattrini americani, il PSIUP no. Non avendo santi a cui votarsi, diviene il parente povero del blocco «social-comunista».
    Mentre i Cattolici se ne vanno dalla CGIL per non coprire la «cinghia di trasmissione» del Partito Comunista Italiano in campo sindacale, i socialisti restano a fare gli sguatteri da eterni vice, senza potere effettivo. La pletora di funzionari della «corrente sindacale socialista» è stipendiata a prescindere delle funzioni effettive perché nel PSIUP forma un gruppo di pressione che impedisce al partito ogni autonomia dal Partito Comunista Italiano. Sono loro principalmente a prodigarsi per la fusione. Va detto subito che di quella ipotesi Sandro Pertini fu sempre nettamente contrario. Nella clandestinità milanese, durante gli incontri bilaterali, gli esponenti comunisti chiedevano «di creare istanze unitarie per portare avanti rapporti organici tra i due partiti della classe operaia in maniera da creare i primi passi per una futura fusione». Pertini ne aveva informato Roma dicendosi nettamente contrario. Nenni, invece era propenso. Non portò in direzione l’argomento, contrariando Giuseppe Saragat che da quel momento diffiderà di lui fino alla scissione.
    Il filo-comunismo di Nenni nasce sempre dalla valutazione sbagliata in rapporto alla mira di occupare Palazzo Chigi. Ugo la Malfa e Alcide De Gasperi lo mettono ripetutamente sull’avviso; gli supplicano di non appiattirsi su Palmiro Togliatti. «Politique d’abord» risponde. In realtà sottovaluta la forza elettorale Democrazia Cristiana, sopravvalutando quella del Partito Comunista Italiano. Alla vigilia dell’Assemblea Costituente, calcola che tra i due litiganti il terzo goda; la Presidenza del Consiglio toccherà a lui: «Tanto più» dice a Scelba «in caso di vittoria comunista a voi al massimo vi mettono in galera. Per me – come traditore della classe operaia – ci sarebbe il colpo alla nuca». Forse poteva essere così giocando bene le carte dell’equidistanza, non accreditare l’idea di un blocco «social-comunista». Come sono possibili codesti madornali errori di valutazione? Essi dipendono dalla storia del socialismo italiano diviso dalla nascita tra l’anima massimalista e quella riformista, senza mai darsi una cultura unitaria privilegiando il partito alle persone. Conosciamo le vicende della guerra 1915-1918 connesse al non intervento che generarono, attraverso D’Annunzio e Mussolini, il fascismo.
    Nel 1921 a Livorno escono dal partito i leninisti. Chi resta si disarticola ancora, appunto, tra riformisti e massimalisti. Nell’esilio parigino (luglio 1930) arrivano ad un accordo, ma la riunificazione è un atto formale, pieno di riserve mentali e coltelli affilati. Che restano sopiti finché Mussolini domina la scena italiana. Appena la guerra volge al peggio e si prospetta la fine del regime, le feroci divisioni tra i vari capi si riaccendono più virulente che mai. Basso e Bonfantini contro Zagari e Vecchietti; Nenni e Romita contro tutti… in una incapacità assoluta di formare gruppo. Ognuno rapporta a se stesso ogni disegno politico. Ogni sintesi nel partito è sacrificata, bruciando il naturale consenso nel Paese riscontrato alle elezioni dell’Assemblea Costituente (1946) sopravanzando di quattrocentomila voti il Partito Comunista Italiano.
    Sandro Pertini si districa male in codesto arcipelago di ambizioni soggettive. D’altronde anche egli caratterialmente non ci va per il sottile: la differenza sua è che per realizzarle non organizzerà nessuna «corrente»; non cercherà di battere con le tessere i concorrenti nei congressi per ipotecare il potere. Questo gli è dovuto perché lo ha guadagnato sul campo (ma senza Nenni prima e Craxi dopo i califfi delle correnti non ci mettevano un secondo a farlo fuori da un partito che non ammette «cani sciolti» – nel congresso vinto da Francesco De Martino con Riscossa Socialista il Presidente della Camera si presenta da solo contro ogni frazione organizzata; ottiene lo 0,2%). Nel PSIUP (e dopo il Partito Socialista Italiano) il suo comportamento lo porterebbe diritto alla emarginazione. Ma – come detto – dietro ha Nenni che lo tutela in ragione delle lotte in cui i due hanno cementato un rapporto solido e fiduciario che si mantiene intatto nel tempo. Il resto, poi, lo farà l’immagine di simpatia al «socialista galantuomo» vecchia maniera che si sa cucire addosso. Tuttavia egli paga questa indipendenza con assoluta mancanza di potere decisionale nel partito. In questo senso appare il netto contrario di Rodolfo Morandi che conforma l’apparato del PSIUP a quello del Partito Comunista Italiano (d’accordo con Nenni).
    Varata la Costituente, nata la Repubblica col primo referendum istituzionale, l’Italia si avvia alle prime elezioni politiche del 18 aprile 1948. Finora il governo del Paese è stato governato sostanzialmente dall’equilibrio dei partiti «resistenziali» Democrazia Cristiana-Partito Comunista Italiano-Partito Socialista Italiano. Passata la pagina della vittoria alleata, il Patto di Yalta mostra con evidenza la cristallizzazione politica dell’Europa. O almeno in Italia, perché l’assetto dei governi negli altri Paesi è precario di fronte all’espansionismo staliniano camuffato dalle «guerre nazionali di liberazione». La cortina di ferro divide in due l’Europa, dove la guerra fredda pone in mora l’alleanza della guerra contro il nazi-fascismo. Ora il maggior pericolo è il comunismo. Il Partito Comunista Italiano, nelle amministrative che intercorrono tra il 2 giugno ed il 18 aprile 1946, ha avuto notevoli incrementi ai danni del PSIUP (d’altronde con la politica subalterna di Pietro Nenni non poteva essere altrimenti).
    Nel 1947 Alcide De Gasperi va in America. Chiede soldi in prestito dalla Export-Import Bank, ma il viaggio deve essere anche testimonianza di scelta politica internazionale. Si dice che l’America gli chiede di mandare all’opposizione il partito filo-sovietico di Togliatti; altri dicono che sia il premier italiano a chiedere quel viatico all’America. Fatto sta che al ritorno i comunisti vengono estromessi dal governo e Pietro Nenni li segue stupidamente per sua scelta in omaggio al «patto d’unità d’azione» valido nella clandestinità ma assurdo nella nuova Italia democratica (ma Nenni come sappiamo conta sulla vittoria alle prossime elezioni). De Gasperi marcia sul velluto. Il Partito Comunista Italiano incassa poiché a Trieste, Napoli, Livorno, e nei punti strategici della penisola, sono stanziate truppe alleate: una eventuale sollevazione comunista provocherebbe il loro automatico intervento e Togliatti – in tal caso – sa che Stalin non muoverebbe un dito. In più De Gasperi, preso atto che Nenni non intende staccarsi dal Partito Comunista Italiano, incita Giuseppe Saragat a scindere il PSIUP per creare un nuovo partito socialista, democratico e filo-occidentale.
    Cosa che avviene nel XXV Congresso che decide di affrontare le elezioni venture nel Fronte Democratico Popolare social-comunista. Pertini si prodiga generosamente per evitare la separazione. Per giorni si pone al centro delle due fazioni; non perde incontro per la sua opera di mediazione. Nulla da fare, la forza delle cose (frase cara a Nenni) porta diritto alla scissione. Sarà chiamata di «Palazzo Barberini» dove si raccolgono i fedeli di Saragat che danno vita al PSLI (Partito Socialista Lavoratori Italiani). Adesso, di fronte allo sconquasso del partito, è Pietro Nenni che sollecita Sandro Pertini a compiere un ultimo tentativo di persuasione. Quando arriva in piena assemblea, i delegati di Iniziativa Socialista e Critica Sociale credono che Pertini si unisca a loro e lo applaudono calorosamente. Pur se col cuore sta dalla loro parte (la «sua» Liguria è fortemente autonomista; a Genova Gaetano Barbareschi, Ministro del Lavoro nel primo governo Parri, non vuol sentir parlare di frontismo, e nei pre-congressi ha fatto votare «No» alla mozione frontista), Pertini, constato l’insuccesso della visita, torna da Nenni e Lombardi, nel partito che prende il nome Partito Socialista Italiano. Senza la Destra riformista i filo-comunisti hanno campo libero nel Partito Socialista Italiano. Il partito dopo la scissione è allo sbando. Le sezioni perdono gli iscritti del ceto medio, mentre restano gli operai delle grandi fabbriche controllati dalla «corrente sindacale socialista» della CGIL, longa manus del Partito Comunista Italiano nel partito di Nenni. L’iniziativa del «Fronte» è sua. Crede di servirsi del patto per il suo rinsaldato obiettivo di raggiungere Palazzo Chigi. L’alleanza elettorale «anti-democristiana» si basa sul «raggruppamento di tutte le forze democratiche per la lotta della Sinistra contro la Destra» secondo un improbabile bipolarismo (i filo-sovietici camuffati da Sinistra contro i centristi pro-USA contrabbandati come Destra). Pietro Nenni, sicuro di vincere, pensa che – posto il veto americano ad un comunista – dopo la vittoria sarà lui il premier. La sua miopia fisica è acclarata dalle spesse lenti a culo di bicchiere che porta davanti agli occhi. Che sia anche miope politicamente è una sorpresa. Pertini glielo spiega in tutte le maniere; ma il Capo, suo amico, non intende ragioni. Come abbiamo visto, al Congresso decisionale la tesi favorevole di Lelio Basso e Rodolfo Morandi batte ampiamente la contraria di Sandro Pertini in tutte le federazioni provinciali esclusa Genova. Isolato e sconfitto, Pertini, disciplinatamente si adegua alla maggioranza.
    Varato il Fronte Democratico Popolare, simbolo una stella a cinque punte dietro l’effige di Garibaldi, il Partito Comunista Italiano si dedica alla più efficace e raffinata delle sue specialità: il rastrellamento degli artisti e intellettuali. Costituisce l’Alleanza della Cultura che in poco tempo raccoglie quattromila firme pro-Fronte. Le adesioni non sono certo tutte all’altezza di Corrado Alvaro, A. C. Jemolo, tuttavia il successo dell’iniziativa è inoppugnabile. Sull’altra sponda Benedetto Croce e Ignazio Silone organizzano il convegno «Europa, cultura e libertà». Il mondo artistico e culturale – come tutto il Paese – è spaccato rigidamente e animosamente nei due schieramenti. Una contrapposizione che perdura nella storia della repubblica italiana fino a D’Alema-Prodi-Rutelli contro Berlusconi.
    Al primo spoglio delle urne i social-comunisti si illudono di avere vinto. «L’Unità» ricevendo i primi spogli della periferia industriale, in edizione straordinaria, esce col titolo a scatola chiusa «Il Fronte è in testa». L’illusione dura poche ore. La Democrazia Cristiana sfiora la maggioranza assoluta: il 2 giugno 1946 aveva conseguito il 35,2% dei voti; il 18 aprile 1948 salta al 48,5% (ha la maggioranza dei seggi alla Camera). La Sinistra unita (PSIUP + Partito Comunista Italiano), che il 2 giugno aveva quasi il 40% scende al 31% secco. Unità Socialista, la lista di Saragat, prende un milione e ottocentocinquantamila voti e trentatre deputati. Nel gioco delle preferenze i comunisti, con uno stretto gioco d’indicazioni agli iscritti sul territorio, falcidiano le candidature dei socialisti, meno organizzati capillarmente e divisi in correnti personali che disperdono il concentramento univoco sui loro candidati. Il Partito Comunista Italiano dovrà far dimettere qualche neo-eletto per tamponare quei risultati imprevisti soltanto alla dabbenaggine di chi li ha subiti.
    La sconfitta solenne del Fronte distrugge l’umore del popolo social-comunista. Anche Pietro Nenni è affranto: sfumato il sogno al quale tutto aveva sacrificato, ora si ritrova con un partito dimezzato, surclassato dal Partito Comunista Italiano, con la prospettiva d’una infinita opposizione mentre l’ex-compagno Giuseppe Saragat avrà certamente un ruolo di ministro (e poi anche di Presidente della Repubblica, mentre, ribaltate tardivamente le alleanze, la massima eccellenza che Nenni raggiungerà sarà di vice-Presidente del Consiglio). L’unico a non essere troppo dispiaciuto della sconfitta è Palmiro Togliatti. Da accorto politico sa fare i suoi conti; capisce che la sconfitta gli ha però portato dei grandi vantaggi. Una rendita di posizione che è pari alla vittoria: l’egemonia del Partito Comunista Italiano sulla Sinistra italiana. Un dato di fatto anomalo quanto eccezionale poiché unico in tutto l’Occidente democratico.
    Sandro Pertini nel Partito Socialista Italiano esce trionfatore dalla vicenda essendo stato l’unico dirigente di vertice ad aver visto chiaro e tentato con ogni mezzo di evitare il suicidio del partito; restando – nonostante tutto – a continuare la battaglia dell’autonomia. Ma in politica, si sa, nessuno dice «grazie» o «avevi ragione tu».

La prima repubblica

Dopo il 18 aprile 1948 il dopoguerra è finito: inizia la «prima repubblica». Un’altra storia che Sandro Pertini attraverserà da gigante delle istituzioni (Presidente della Camera, poi della Repubblica). Nel turbinoso quinquennio 1943-1948 Sandro Pertini esce dalle restrizioni del carcere e del confino. Diviene un protagonista, dopo la lotta anti-fascista, della guerra partigiana. Con l’elezione del primo parlamento repubblicano, l’Italia torna, come prima della parentesi mussoliniana, alla costituzione fondata sul sistema dei partiti. Una democrazia bloccata, però, dal maggior partito dell’opposizione, il Partito Comunista Italiano, anti-sistema e schierato contro l’Occidente. Inagibile alla alternanza di governo. L’elezione del primo Presidente della Repubblica (11 maggio 1948) porta al Quirinale il liberale Einaudi. La Democrazia Cristiana gli avrebbe preferito il repubblicano Sforza, ma deve rinunciare per le pressioni dell’arco laico e socialista, che – se superano un attimo le divisioni – può impedire al partito di maggioranza l’egemonia parlamentare assoluta. Tuttavia, a parte l’episodio, il Partito Socialista Italiano è ancora fermo su posizioni frontiste. Il dibattito parlamentare sulla fiducia al quinto governo De Gasperi evidenzia che i due schieramenti si contrappongono senza alcun dialogo. I comunisti qualificano la maggioranza del 18 aprile «un regime», conseguenza lo scontro intransigente sia in parlamento che nel Paese. I socialisti, bruciati e scottati dall’appiattimento, tentano le prime distinte sortite sui loro temi. Animatore del processo di autonomia è ancora Sandro Pertini che riprende, sia nel partito che verso Pietro Nenni, la tessitura contro il famigerato patto di unità d’azione.
    L’attentato alla mattina del 14 luglio 1948 contro Palmiro Togliatti rivela la riserva rivoluzionaria latente nella periferia del Partito Comunista Italiano. A Genova, Milano, Torino, in Emilia e Toscana (l’episodio più cruento a Badia San Salvatore dove viene sgominata la caserma dei carabinieri), si traduce in una vera e propria ribellione che solo gli ordini ferrei dall’alto, ed a cui il partito è abituato a obbedire, evitano il peggio. Al Senato, il Ministro degli Interni Scelba (20 luglio 1948), fornisce il bilancio delle sommosse nazionali: sedici morti e duecentoquattro feriti tra dimostranti, polizia e carabinieri.
    Nel Partito Socialista Italiano i due anni, dalla sconfitta del 18 aprile alla guerra di Corea, passano alla ricostruzione organizzativa del partito che tra scissione e dissanguamento elettorale era arrivato quasi allo sfascio. Abbozzato il primo cenno di distacco dal Partito Comunista Italiano il primo problema è quello di cassa: mancano i soldi. Alla Democrazia Cristiana vengono dall’America, al Partito Comunista Italiano dall’URSS. Poi, alla prima vengono meno per l’acquistata sicurezza americana verso il pericolo comunista, mentre continuano al secondo. Per competere, alla Democrazia Cristiana supplisce l’apparato economico industriale dello Stato ereditato dal fascismo (IRI, Federazione dei Consorzi Agrari). Il Partito Socialista Italiano è fuori dall’uno e dall’altro: o sbocca verso il governo, ed entra a sua volta nella torta, o va all’estinzione. In questo profilo si arroventa una polemica ai primi del 1949, che contrappone violentemente Riccardo Lombardi a Rodolfo Moranti. Il contrasto è l’identità del partito fuori o dentro l’ambito del comunismo. Nel settembre 1949 Truman annuncia che l’Unione Sovietica dispone della bomba atomica. L’anti-comunismo serra le fila in Occidente; diviene il perno della vita politica italiana. O Patto Atlantico, o Cominform (in tale quadro la Chiesa scomunica gli aderenti ai partiti marxisti). Il Partito Comunista Italiano usa la CGIL e risponde con dure azioni di piazza. Il Ministro degli Interni Scelba organizza per contrastarli i nuclei della «Celere».
    In tale scontro, che i comunisti contrabbandano come «lotta di classe», il Partito Socialista Italiano – esclusa la Sinistra di Tullio Vecchietti e Lelio Basso ed i socialisti della CGIL – è sempre più insofferente a codesta esaltazione demagogica degli operai per servirsene come testa d’ariete contro il governo. Tanto più che spesso sfocia nel sangue come il 9 gennaio 1950, a Modena, quando muoiono sei lavoratori durante una dura manifestazione di protesta per la chiusura d’uno stabilimento.
    Con la NATO gli Stati Uniti puntano al riarmo dei Paesi europei compresa la Germania Occidentale. Winston Churchill propone all’Assemblea del Consiglio d’Europa, l’istituzione di un esercito comune europeo. L’agitazione continua dei comunisti rosicchia voti alla Democrazia Cristiana. L’arco laico non è più succube del centrismo. La politica degasperiana entra in crisi; corre il rischio – senza maggioranza – di doversi appoggiare alla Destra nostalgica del Movimento Sociale Italiano. Nell’autunno del 1951, nella Democrazia Cristiana, nasce il raggruppamento «Iniziativa democratica», in cui confluiscono uomini di diverse origini, da Rumor e Fanfani, al Genovese Taviani. La nuova corrente dichiara di operare il distacco dei socialisti dal Partito Comunista Italiano per una «svolta» politica di centro-sinistra. Il dibattito divampa acceso specialmente quando (novembre 1952) De Gasperi presenta un disegno di legge alla Camera che consente «apparentamenti» per conseguire un premio «di maggioranza» (il gruppo che prende il 50%+1 dei voti ottiene la maggioranza assoluta dei seggi). Per opposte ragioni, comunisti e socialisti si oppongono alla legge, definita «legge truffa». Ai socialisti è chiaro sia un escamotage per impedire l’apertura governativa al Partito Socialista Italiano; ai comunisti per combattere la definitiva accentuazione del «regime democristiano». E poi considerano la «svolta a sinistra» una «breccia» propedeutica all’ingresso del Partito Comunista Italiano nell’area di governo.
    Le elezioni del 7 giugno 1953 – se scatta o no la «legge truffa» – diventano il referendum «sulla svolta a sinistra». Contro lo scatto si pongono uomini di rilievo (Parri, Corbino, Calamandrei…) che escono dai rispettivi partiti per fondare raggruppamenti elettorali da togliere voti agli apparentati. Il loro ruolo è decisivo: il blocco elettorale di Centro col 48,9% dei voti non ottiene alcun premio, pur se i partiti di Centro mantengono la maggioranza parlamentare. Con ciò la prospettiva del consolidamento moderato tramonta definitivamente, insieme all’era di De Gasperi.
    Nei rapporti internazionali tra i due blocchi si affaccia nel contempo, ad aiutare il processo italiano, il «disgelo» (secondo la formula di Ilja Ehrenburg). Il 1953 è l’anno del «cambio dei comandanti» con l’avvento di Eisenhower alla guida degli Stati Uniti, e la morte di Stalin in Unione Sovietica. Nel nostro piccolo, Fanfani e Moro succedono a De Gasperi. In seguito il terzo governo Fanfani, detto delle «convergenze parallele», costituisce la facciata di transizione dall’equilibrio centrista (l’astensione dei socialisti è simmetrica a quella dei monarchici). Ma con Gronchi e Tambroni la Democrazia Cristiana, per premere su Nenni, tenta invece la svolta a destra. Il fallimento dell’operazione dimostra l’inevitabilità dell’evoluzione a sinistra negli equilibri di governo, ma piega anche il Partito Socialista Italiano al moderatismo di fatto se non nei propositi dichiarati. Dopo la crisi del 30 giugno 1960 Nenni, Pertini e Lombardi non accettano più i condizionamenti pro-comunisti della Sinistra interna.
    Togliatti teme l’isolamento. Fin dall’inizio della svolta grida al suo fallimento negando ad essa ogni carica innovativa. La CGIL, Fiom in testa, teorizza la svolta come il tentativo di razionalizzare e ammodernare il sistema capitalista. Nonostante il polverone degli scioperi, Nenni e gli autonomisti restano fedeli al mito dell’unità sindacale, ed a quella politica nelle amministrazioni locali. Il risultato di codeste ambiguità gli è che nelle elezioni politiche del 1963 avviene, sì, un calo della Democrazia Cristiana, ma a solo vantaggio del Partito Comunista Italiano, a cui il Partito Socialista Italiano resta sostanzialmente estraneo. L’assassinio a Dallas di J. F. Kennedy sopisce le polemiche. Nel Partito Socialista Italiano favorisce il ricompattamento della corrente autonomista su posizioni riformiste meno intransigenti. Così nasce, alla fine del 1963, il primo governo Moro a partecipazione organica dei socialisti. Abortisce un tentativo golpista per impedirlo nel luglio 1964 (incontro segreto in un’abitazione privata tra uomini della Democrazia Cristiana e i responsabili dell’ordine pubblico De Lorenzo e Vicari).
    L’ingresso nel governo scatena nel Partito Socialista Italiano appetiti e ambizioni. La spartizione del «sottogoverno» procura lacerazioni personali, lotta accanita per contendersi le «poltrone» in palio di presidenze e consigli di amministrazione. La centralità della posizione socialista, maggioranza nelle giunte comunali di Sinistra (alleati al Partito Comunista Italiano), e del Centro-Sinistra (alleati alla Democrazia Cristiana), consente all’apparato di distribuirsi assessorati, sindaci, presidenze e seggi delle aziende comunali, sia in una che nell’altra formula. Questo attira al Partito Socialista Italiano una pletora di avventurieri della politica. Iscrizioni mirate di chi, capito l’ingranaggio congressuale delle tessere in funzione di voti, si sceglie un notabile referente, per cui lavorare sulle clientele ed ottenere in cambio una qualche collocazione di sottogoverno. In occasione dell’Unità socialista (1968) codesto fenomeno raggiunge forme forsennate e causerà il suo fallimento. Pertanto negli anni Settanta il Partito Socialista Italiano inaridisce la sua politica. Con la segreteria di Francesco De Martino paga l’accentuata ambiguità che lo pone sulla scena politica come «inaffidabile» sia agli occhi moderati che di Sinistra. I vecchi compagni nelle sezioni lasciano il campo ai nuovi venuti che del socialismo hanno bene in mente a che cosa deve servire.
    Sandro Pertini, solenne narciso della politica, non ha mai partecipato alla vita delle sezioni. Mai stato abituale loro frequentatore. Ha agito ad alto livello da subito (nella lotta clandestina la concorrenza è poca o nulla). Però conosce bene il corpo del partito; forse è proprio per questo che non vuole una sua corrente con le inevitabili questioni di finanziamento, compromessi, lotte personali. A queste cose egli non è tagliato. Parla nelle piazze, nei convegni, congressi… onde mantenere viva la sua popolarità. I suoi occhi vedono la degenerazione del partito, ma non può farci nulla. Tanto che neppure tenta contrastarla oltre ad accenni oratori sulla «dignità» che i socialisti debbono avere, verso giovani e nuovi iscritti, invitandoli a non piegarsi a galoppini per una carota.
    Collocato ai vertici dello Stato resta lontano dalle questioni organizzative del partito; fuori da quelle politiche. Avulso dalle diatribe di «organico» interne ed esterne al Partito Socialista Italiano.
    Nel Partito Comunista Italiano, dopo Togliatti, la parentesi Longo, arriva a Botteghe Oscure il Sardo Enrico Berlinguer. Conscio della tara filo-sovietica, senza rimuoverla lancia l’euro-comunismo con Carrillo, e l’alternativa di Sinistra con Lombardi passato alla Sinistra socialista. Ma, spaventato dal  rovesciamento di Allende, passa al «compromesso storico» tra le forze anti-fasciste come quello che costruì la Costituzione repubblicana. Sandro Pertini stavolta non lo ostacola anche se in effetti si presenta per il Partito Socialista Italiano come uno schiaccianoci. Diviene l’uomo di cerniera tra un partito senza politica e la politica di Enrico Berlinguer. In quel periodo, nonostante De Martino fosse più congeniale al Partito Comunista Italiano, egli diviene l’unico socialista che goda di credito e popolarità tra i comunisti. E per merito loro, più che dei suoi compagni, ottiene gli alti incarichi istituzionali, specie la Presidenza della Repubblica dopo le dimissioni di Leone, il 7 luglio del 1978. Più che dal seggio di Presidente della Camera per due legislature, dal Quirinale si guadagna larga popolarità a cui indulge vezzosamente.
    La sua presenza al vertice dello Stato deve costituire il viatico al «compromesso storico». Sennonché esso inciampa nel rapimento e assassinio di Aldo Moro (marzo e maggio del 1978). A seguito della nefasta vicenda, nel 1979, il Partito Comunista Italiano toglie l’appoggio al governo Andreotti con la fine, sotto i colpi del terrorismo degli ex-compagni, del «compromesso storico».
    Irrompe quindi sulla scena Bettino Craxi, neo-segretario del Partito  Socialista Italiano dopo il Midas Hotel del 1976. Per prima cosa sgombera il Partito Socialista Italiano dalle «vecchie cariatidi», Francesco De Martino in testa, Mancini dietro, tuttavia fa eccezione per Sandro Pertini. Senza un amico non democristiano al Quirinale sa che non avrebbe mai l’incarico di formare il governo ed installarsi a Palazzo Chigi. Bettino Craxi, con l’obiettivo che fu di Pietro Nenni, rilancia alla grande l’iniziativa Partito Socialista Italiano abbandonando ogni ambiguità sia ideologica (giacobinismo al posto del marxismo) che nella contrapposizione globale col Partito Comunista Italiano.
    Negli anni Ottanta, il rinnovato partito socialista sfida la quarantennale egemonia dei partiti-Chiesa. Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano portano il repubblicano Spadolini alla Presidenza del Consiglio. Rotto il tabù democristiano, l’agosto 1983, Pertini lo chiama a formare il governo. Un Centro-Sinistra a guida socialista invece che democristiana. Con Sandro Pertini al Quirinale e Bettino Craxi a Palazzo Chigi il Partito Socialista Italiano raggiunge l’apice delle sue fortune politiche.
    Quel successo si accompagna alle disgrazie del Partito Comunista Italiano. Nelle elezioni del 1987 i comunisti subiscono rilevanti perdite. La scomparsa di Enrico Berlinguer, a cui segue la scialba direzione di Alessandro Natta, è un duro colpo. Il partito lo vuole superare con Achille Occhetto, contraltare nelle intenzioni di Bettino Craxi. Ma il colpo micidiale arriva nel novembre del 1989 da Berlino con il crollo del «Muro della vergogna». Voluto da Breznev per impedire le fughe, o soltanto i contatti, dall’Est all’Ovest; costruito il 13 agosto 1961, chiunque si avvicinasse ad esso era preso a fucilate dai poliziotti di guardia. Sandro Pertini lo aveva visto da Presidente della Repubblica durante un viaggio di Stato nella Germania Ovest. Chiese di esservi condotto, e fu portato sul palco eretto come «malvedere» davanti al muro stesso. Vedendo lo spettrale cemento, le case svuotate, i rotoli di filo spinato, i mitra spianati dei Vopos… Davanti alla tristezza della Berlino Est intravista attraverso gli squarci dei caseggiati abbandonati… il Presidente non nasconde gli occhi velati di pianto.
    Forse, in cuor suo, rievoca la soddisfazione delle battaglie contro chi nel suo partito si appiattiva sugli scissionisti del 1921. Forse sente che le esperienze del 1956 a Budapest, del 1968 a Praga, indicavano già un’impossibile riforma dall’interno. Coglie, forse, il senso fallace della «gorbymania» occidentale fiduciosa di umanizzare il bieco volto del comunismo quando il Politburo comandato da Gorbaciov crede di pilotare la riforma autorizzando l’espatrio. Intorno al muro, di qui e di là, si raccoglie una fiumana di Berlinesi con martelli e picconi decisi a demolirlo. È il fallimento delle riforme nella continuità comunista. Difatti dopo il muro cade anche l’Unione Sovietica.
    In Italia gli avvenimenti sono preceduti dal decisionismo craxiano. Sono gli anni della «Milano da bere», del riflusso dalle punte estremiste degli anni precedenti. Il rampantismo, come viene con disprezzo (ed invidia) chiamato l’auge socialista dagli intellettuali del Partito Comunista Italiano, si accompagna ad una diffusa campagna di demolizione etica del Partito Socialista Italiano. La satira politica, le chiacchiere da bar e da salotto, si accentrano contro il «partito delle tangenti» come unico beneficiario del finanziamento illegittimo. In questo senso a nulla serve il settennato della presidenza di Sandro Pertini al Quirinale, pur se foriero del cambiamento radicale nel ruolo presidenziale che si manifesta attraverso l’uso della televisione adottato dal nuovo inquilino.
    Appena eletto nel 1978 Presidente, egli compie un viaggio nella sua Liguria. La televisione (ignara di quanto tenesse alle riprese televisive dell’evento) non seguì il corteo presidenziale. La nazione non ebbe quindi occasione di vedere i bagni di folla che Pertini passava da un luogo all’altro. Da quel momento – scrive Bruno Vespa: «Quando capitava, per qualche accidente, che le telecamere non fossero al momento giusto e nel posto giusto, la reazione del Presidente faceva tremare le mura pontificie del Quirinale». Codesto indulgere alla popolarità credo non fosse altro che la giusta rivalsa agli anni duri della giovinezza passati tra confino e galera; botte e umiliazioni, nel continuo rischio della vita. Toto Cotugno gli dedica una canzone; egli prende bambini in braccio, riceve scolaresche, partecipa pieno di dolore a funerali di Stato… Esterna discorsi un po’ demagogici («Vuotate gli arsenali, riempite i granai») ma che sono musica alle orecchie del popolo italiano. Come nel novembre 1980, dopo il terremoto dell’Irpinia, quando attacca con asprezza Arnaldo Forlani, capo del governo, in un’intervista alla televisione.

Sandro Pertini muore a Roma nel 1990 a novantaquattro anni. Non vede Mani Pulite, l’ignominia delle monetine contro Craxi all’uscita del «Raphael». Si risparmia l’ira strumentale delle tricotteuse giustizialiste. Sono anche convinto che con Sandro Pertini al Quirinale al posto del sepolcro imbiancato Oscar Luigi Scalfaro, la mirata demolizione del Partito Socialista Italiano e degli altri partiti democratici per mandare al potere gli sconfitti della storia, gli ex-comunisti, non sarebbe stata possibile.
(giugno 2006)