La
vita di Sandro Pertini
La
vita di un uomo politico fuori dal comune che non amava i compromessi
di Pier
Luigi Baglioni
Sandro
Pertini entra per la prima volta nella mia vita quando nel 1941 la
mamma mi portò a Ventotene ove mio padre stava confinato.
Nell’isola erano raccolti tutti gli anti-fascisti su cui il
Tribunale Speciale del regime aveva potuto mettere le mani.
C’erano anarchici, socialisti, comunisti, qualche
repubblicano e
laico. Individualisti senza collegamenti e associati a nuclei di
partito. Capi e manovali della politica. Tra queste entità
– pur in un luogo di combattenti per l’uguaglianza
–
non c’era alcun amalgama. Sandro Pertini mio padre me lo
indicò incontrandolo nell’isola. Io ne sentivo
parlare per
la prima volta. Divenne in seguito uno dei maggiori dirigenti del
Partito Socialista Italiano al quale io pure giovanissimo aderii
attraversando – senza perderlo di vista – le
dolorose
vicende di questo terribile partito incapace di costruire, nella
reciproca identificazione degli interessi personali, un corpo unito al
di sopra degli stessi. Nel Partito Socialista Italiano del dopoguerra i
compagni istintivamente si sentivano anti-comunisti. Fu il vertice che
calò su di loro l’atteggiamento contrario, quello
«unitario», costringendo ad avvilire la cultura
socialista
rispetto a quella comunista. In pochi si ribellavano cercando di
mantenere viva la tradizione riformista, tra questi Pertini che in ogni
suo discorso citava Turati e non Gramsci. La libertà, non
l’Unione Sovietica. Fu contro il Fronte, contro la scissione,
ma
rimase nel Partito Socialista Italiano in omaggio a Pietro Nenni e ad
un dilagante malinteso senso dell’unità di classe
che lo
coinvolse insieme a tutti noi, pagandone un prezzo durissimo.
Lo ritrovai a Genova quando era
direttore de
«Il Lavoro», quotidiano allora di
proprietà della
Federazione del Partito Socialista Italiano di cui io diventai
dirigente. Lo avevano imposto da Roma Pietro Nenni a Giuseppe
«Pippo» Machiavelli, delfino di Gaetano
Barbareschi, che ne
aveva ereditato il potere genovese dopo il suo decesso per tumore.
Venne sostituito quando fu eletto Presidente della Camera. In quel
periodo, durante la vita di partito, ebbi contatti soprattutto quando
la Federazione organizzava manifestazioni o comizi incentrati su di lui
(che terminavano con un pranzo in trattoria del gruppo ristretto di
accompagnatori).
Il
Ventennio
È il comune di Stella, sito nei contrafforti appenninici
sopra
Savona nella zona dove il Monte Beigua primeggia in altezza coi suoi
oltre milletrecento metri sul livello del mare, a vedere i suoi natali
nel 1896. Siamo nell’entroterra ligure, isolato e avaro di
sé. I giovani che nascono da quelle parti avevano
– a quei
tempi – il destino segnato, come quelli del Meridione. Ma il
giovane Sandro non è tagliato ad una vita antica, semplice,
come
quella della sua gente. Studia e si laurea in Giurisprudenza e Scienze
Politiche. Richiamato nella Prima Grande Guerra Mondiale, come
laureato, è ufficiale combattente al fronte. Appena torna a
casa, nel 1918, si iscrive al Partito Socialista, allora schiantato
dalla contrapposizione dei massimalisti contro i riformisti. Giovane
militante, partecipa alla vita delle sezioni, schierandosi con Turati,
Treves e Matteotti che lo prendono subito in simpatia per la sua
schiettezza ed efficacia oratoria. Il salto dalla normalità
di
provincia alla ribalta del partito in Liguria avviene col delitto
Matteotti. Egli non dubita che sia stato ordinato da Mussolini, quindi
mal sopporta che il transfuga ne esca indenne per
l’incapacità delle forze democratiche di offrire
una seria
alternativa al Paese. Quei partiti che non fanno di meglio che prendere
una linea attendista, l’Aventino, ritirandosi dal Parlamento.
Cosicché il governo supera facilmente la crisi, consolidando
il
suo potere invece di essere spazzato via dal furore popolare che pur
c’era.
In questo quadro inizia
l’attività
clandestina dei partiti anti-fascisti. Ernesto Rossi e Gaetano
Salvemini fondano un foglio clandestino dal titolo «Non
mollare». Sandro Pertini non resta indietro ma entra
individualmente in codesta campagna diffondendo un volantino contro il
regime, titolo «Sotto il barbaro dominio fascista»,
in cui
denuncia le responsabilità di Mussolini nel delitto
Matteotti,
spedendolo attraverso le PPTT in forma anonima a molti mittenti presi
dall’elenco telefonico. Una spiata ai CC di Stella, suo
comune
natale, gli procura l’ispezione casalinga dalla quale essi
trovano sia lettere pronte da spedire, che mazzette di copie dello
stampato. Immediato l’arresto: sarà il primo dei
sei della
sua vita (con due evasioni).
Pertini ha ventinove anni, è
avvocato, e
risiede a Savona. Tra i socialisti «unitari» del
partito di
Treves, Turati e Matteotti diviene subito una figura popolare.
Specialmente quando al processo mette in luce la sua autorevolezza, ed
il forte carattere. Con generosità e coraggio rivendica
interamente i reati commessi, che egli però non ritiene
tali;
attestando che «qualunque sia la condanna che sarà
emessa
nei miei confronti, continuerò la mia battaglia
anti-fascista». Lo condannano a otto mesi di reclusione,
buscandosi solenni bastonature in carcere per la sua fierezza e
intransigenza riguardo ai secondini se non si sente trattato con la
dignità dovuta a qualsiasi essere umano a prescindere dalle
condizioni in cui si trova. Dopo, però, la corte di appello
di
Genova lo assolve per subentrata amnistia dei reati commessi.
Pertini è nuovamente libero e
ne approfitta
per un’altra azione sovversiva. L’intenzione
è di
apporre una corona di alloro alla lapide cementata sul muro
dell’antica fortezza di Savona, che ricorda la detenzione di
Giuseppe Mazzini, in occasione del primo anniversario del delitto
Matteotti. L’azione riesce ma il Federale ci mette poco a
capire
chi lo ha beffato (la zona era molto sorvegliata). Senza prove, non
potendolo imputare di nulla, ordina di impartire al giovane avvocato
socialista una «lezione». Bastonature durante le
quali un
ingenuo commissario di polizia lo difende e viene trasferito in
Sardegna il giorno dopo.
Dopo l’attentato di Zamboni a
Mussolini Sandro
Pertini, considerato «pericoloso per l’ordine
pubblico» dal tribunale di Genova, viene condannato a cinque
anni
di confino. Per evitarlo fugge da Savona, raggiunge Milano, ospitato in
casa da Carlo Rosselli. Qui, nella quiete domestica meneghina, i due
escogitano di far evadere dagli arresti domiciliari Filippo Turati
facendolo riparare da Savona in Francia, Paese dove cominciano ad
affluire fuggitivi anti-fascisti in esilio dal regime. Fingendo una
gita da Savona alle Cinque Terre, una motobarca pilotata da pescatori
socialisti (portato in grande segretezza Filippo Turati in
città), prepara la fuga. La sera dell’11 dicembre
1926
alle ore venti, nel buio pesto della cala vicina al faro di Vado
Ligure, il gruppo aspetta il motoscafo che non arriva. La compagnia
allora decide che «se Maometto non va alla montagna, sia la
montagna che vada a Maometto». Così vanno incontro
all’imbarcazione che trovano sul lido di una piccola spiaggia
tra
la via nazionale, l’Aurelia, ed il molo del porto. Due ore
dopo
il primo appuntamento (le dieci di sera) Pertini, Turati, Rosselli e
Parri, insieme a quattro compagni, valenti naviganti, si imbarcano e
partono verso il largo. L’alba del giorno dopo toccano una
banchina del porto di Calvi. Sono tutti salvi in Corsica.
Più
tardi il motoscafo con gli uomini dell’equipaggio ritorna in
patria lasciando sul molo gli esuli con le lacrime agli occhi. A Calvi
si diffonde la notizia dell’arrivo di Filippo Turati,
dirigente
socialista già famoso, e le autorità del paese
vengono al
molo ad omaggiarlo. Poi – i compagni corsi – col
battello
postale lo fanno partire per Nizza, insieme a Sandro Pertini suo
accompagnatore. Tutti notarono come il giovane accudiva al maestro
amorosamente, come fosse suo padre. La prefettura di Savona
riferirà al Ministero dell’Interno, direzione
generale di
Pubblica Sicurezza: «L’avvocato Pertini Alessandro
è
espatriato via mare insieme all’ex-deputato Filippo Turati,
per
la Francia. Abbiamo disposto per il suo immediato arresto qualora
dovesse rientrare in Italia avendo in sospeso la condanna a cinque anni
di confino».
Il Var della Francia si sta popolando di
«fuoriusciti», come venivano chiamati coloro che
avevano
scelto la via dell’esilio dall’Italia di Mussolini.
Sandro
Pertini, separatosi da Turati, li cerca; entra in contatto con loro
onde proseguire la sua attività politica (vigilato
accuratamente
dalla polizia francese che dettaglia frequenti
«informative» alle autorità italiane).
Ma
quell’attività in suolo estero gli pare poco
importante.
Nonostante il forte rischio vuole rientrare clandestinamente in Italia.
Passati poco più di due anni, nel 1929, è preso
dalla
nostalgia della sua «piccola Savona» dove sente il
richiamo
della lotta clandestina coi compagni. Il continuo pericolo lo fa
«sentire vivo», utile alla causa, e decide di
tentare. Per
depistare gli informatori, mette in giro voci di spostamento a Ginevra
o Parigi, ma l’azione non riesce. La polizia italiana sa del
suo
rientro ed il 14 aprile 1929 lo arresta, dopo pedinamento, a Pisia dove
è condotto in questura per finti accertamenti. Aveva in
tasca il
passaporto svizzero col falso nome di Roncaglia Luigi, residente a
Bellinzona, Cantone Ticino.
Una legge del novembre 1926 aveva
istituito il
Tribunale Speciale per colpire i reati politici. Nel 1929 quindi il
Tribunale era in piena efficienza. Difatti nell’ottobre dello
stesso anno aveva emesso la prima condanna a morte contro un imputato.
Il 30 novembre, portato a Roma, sede del «Tribunale Speciale
per
la difesa dello Stato», l’accusato Sandro Pertini
è
interrogato. Ai giudici risponde: «Ammetto pienamente i reati
ascrittimi dei quali ne assumo ogni responsabilità. Mi
rifiuto
di rispondere ad ogni ulteriore domanda». È
condannato a
dieci anni e nove mesi di carcere; la interdizione perpetua dai
pubblici uffici; tre anni di vigilanza speciale, ed il pagamento delle
spese processuali. Resta, in
addendum, il confino non scontato dopo la fuga da Savona a
Milano.
Le isole pontine, Ponza e Ventotene,
furono usate
fin dall’antichità per la coazione. Tra queste, ad
un
dipresso di Ventotene, c’è lo scoglio a forma di
panettone
chiamato Santo Stefano su cui dai Borboni fu costruita una fortezza per
segregare gli ergastolani (qui era stato rinchiuso anche Luigi
Settembrini). Sandro Pertini ci viene inviato a scontare la pena in una
cella di isolamento. Un trattamento eccezionale nella sua
crudeltà per dei reati politici. Difatti, appena i compagni
francesi, Turati e Rosselli, lo vengono a sapere muovono delle
personalità estere in suo favore, riuscendo a farlo
trasferire
nel carcere di Turi il dicembre del 1931. Durante il viaggio di
trasferimento, guardandosi allo specchio, sono passati solo cinque anni
(ne ha compiuti trentacinque), si accorge di avere i capelli
completamente bianchi. Sostando a Napoli nel carcere del Carmine, il
suo carattere spigoloso gli fa correre un serio pericolo di vita;
bisticcia con una banda di detenuti che gli sottraeva per dispetto la
branda. Lo circondano, sta per essere accoltellato. Lo salva il
provvido saluto di un capo mafioso che interviene a suo favore
consapevole istintivamente che il personaggio non è comune.
Nella cella di Turi, unico socialista in una camerata di comunisti,
incontra Antonio Gramsci. I rapporti tra i due partiti sono molto aspri
dopo che lo stalinismo trionfante nell’URSS ha lanciato la
linea
del «social-fascismo». Anche i comunisti italiani
additano
i socialisti come traditori e nemici del popolo. Gramsci istintivamente
non sfugge alla propaganda; conversando esprime con Pertini
considerazioni malevoli verso i dirigenti socialisti. Critica con
giudizi negativi Turati e Treves che sono in esilio. Sandro non accetta
parole che reputa offensive anche al suo onore; adirato reagisce con
forza. Gramsci medita i termini dell’accesa discussione ed il
giorno seguente gli chiede scusa, confessandosi amareggiato. Confessa
anche le incomprensioni dei suoi compagni che vogliono ricalcare
pedissequamente la politica sovietica, di cui egli si dice non convinto.
Il 29 marzo 1932, in esilio a Parigi,
muore Filippo
Turati. Sandro legge la notizia dal quotidiano genovese «Il
Lavoro» piangendo a dirotto. Nello stesso anno da Turi Sandro
Pertini viene trasferito nel reclusorio di Pianosa. Di nuovo, come ad
ogni cambiamento in ambiente sconosciuto, il suo carattere scorbutico
lo pone in conflitto col prossimo. Il direttore, che gli sequestra le
lettere della madre, è sottoposto a lettere di protesta
finché gli manda a dire di non «rompergli i
coglioni». Risponde con la solita fierezza: «Lei si
sente
scocciato dalla mia giusta protesta? Se manco mi punisca, ma non
offenda la mia dignità di uomo, anche se sono un
recluso».
Per tutta risposta il direttore gli assegna quindici giorni di
isolamento.
A Pianosa viene a sapere che sua madre
ha inoltrato
per lui domanda di grazia a Benito Mussolini. Caratterialmente il Duce
era molto sensibile agli «atti di sottomissione»
dei suoi
oppositori; certamente la domanda – se controfirmata
–
avrebbe esito positivo. Ma Pertini non è affatto disposto a
sottomettersi. Manda a dire a sua madre: «Non ti puoi
immaginare
il male che mi hai fatto e il dolore che mi hai dato».
Pertanto
PS e l’Arma dei CC – sempre informati
d’ogni cosa da
delatori infiltrati – esprimono parere sfavorevole
all’accoglimento. Anche con alcuni secondini entra in
conflitto.
Non accetta di essere trattato male, rifiuta che si usino le maniere
brusche. Ogni volta che succede protesta; rivendica il rispetto umano
che gli è dovuto. Così acuisce antipatia e
insofferenza
nei suoi confronti. Quando viene sottoposto a provvedimenti punitivi
dalla commissione di disciplina rifiuta di firmare i verbali. Nasce una
brutta storia tra lui ed un custode giudiziario che, dal rapporto, il
direttore di Pianosa lo cita a comparire davanti al pretore di
Portoferraio con l’imputazione di oltraggio. Dopo un
dibattimento
pilotato dai secondini Sandro Pertini è condannato a nove
mesi e
ventiquattro giorni di reclusione, spese procedurali e tassa di
sentenza.
Il 10 settembre 1934 è
nuovamente trasferito
dal penitenziario di Pianosa. Sandro Pertini arriva a Ponza,
accompagnato dalla segnalazione che «sia vigilato in modo
speciale». Muore dalla nostalgia di vedere sua madre anche
dopo
gli screzi dovuti alla richiesta di grazia. Inoltra l’istanza
per
una licenza, ma il 30 dicembre del 1935 gli comunicano che la petizione
non è stata accolta.
Nel luglio del 1936 il generale Franco,
alla testa
delle truppe marocchine, varca lo stretto di Gibilterra iniziando
l’invasione della repubblica. È scoppiata la
guerra civile
spagnola. Da Parigi, Carlo Rosselli, lancia l’appello ai
gruppi
di Giustizia e Libertà per intervenire al fianco del governo
spagnolo. Nascono le Brigate Internazionali in cui si arruolano
volontari anti-fascisti da tutto il mondo. L’entusiasmo
iniziale
degli esuli e confinati («oggi in Spagna, domani in
Italia») è spento dall’annuncio di Leon
Blum,
Presidente del governo di Fronte Popolare, che la Francia non sarebbe
intervenuta a favore della repubblica spagnola. Se la Francia
è
per il non intervento nella guerra civile, in Spagna intervengono
invece le truppe di Mussolini e l’aviazione di Hitler. Si
stringe
l’alleanza tra i due dittatori. La situazione precipita
velocemente verso la Seconda Guerra Mondiale. Il 14 luglio 1938 dei
docenti universitari lanciano al Paese il «Manifesto sui
problemi
della razza». L’Italia si accoda
all’antisemitismo di
Hitler. Galeazzo Ciano rivendica i diritti italiani su Gibuti, Tunisi,
la Corsica e – mi voglio rovinare – anche su Nizza
e la
Savoia. I nazisti, invece, senza rivendicare occupano Praga.
Anche a Ponza Pertini incontra
difficoltà. Il
personale carcerario lo ritiene «provocante, polemico e di
modi
arroganti». Accusato di oltraggio e resistenza è
nuovamente arrestato il 5 maggio 1937. Da Ponza è tradotto
nel
carcere di Poggio Reale a Napoli. Processato, però,
è
assolto perché il fatto ascritto non costituisce reato,
mentre
le altre imputazioni cadono per insufficienza di prove. Tornando a
Ponza riflette sulla sua assoluzione per lui imprevista facendogli
pensare che sia in atto un allentamento nella morsa dittatoriale. Spera
– erroneamente – che le istituzioni laiche dello
Stato,
«fascistizzate» dal regime, riprendano la loro
autonomia.
La speranza muore all’annuncio che Carlo e Nello Rosselli
sono
stati assassinati. In questo quadro Pertini viene trasferito al confino
di Tremiti. È il 17 luglio 1939. Nell’isola
dell’Adriatico, oggi amena località di soggiorno
vacanziero ma allora arido scoglio di totale isolamento, Sandro non ci
andrà mai. Annuncia lo sciopero della fame; chiede di essere
destinato a Ventotene, che ricorda oltre il braccio di mare stando a
Santo Stefano. Sentiva nelle orecchie il suono delle campane
dell’unica chiesa, poesia anche per un cuore ateo. La
richiesta
viene dal sapere che nell’isola sono riuniti quasi tutti gli
anti-fascisti italiani, a cui si aggiungeranno, dopo il 1940 (caduta
della Francia e avvento del governo collaborazionista di
Pétain), i transfughi riparati in esilio.
A Ventotene, il 23 agosto 1939, tra i
confinati
dell’isola c’è trambusto: giunge notizia
della firma
tra Molotov e von Ribbentrop del patto di non aggressione, una specie
di alleanza tra Germania nazista e URSS sovietica. I comunisti ligi
alla disciplina giustificano l’atto trovando qualche buon
motivo
(prendere tempo) anche se l’avvenimento è
«oggettivamente» deprecabile. Pertini che ha
passato gli
anni terribili dello stalinismo in carcere non sa nulla della
situazione in Russia, anche lui indulge alla dietrologia, mentre la
cosa getta ancor più nello sgomento Antonio Gramsci e si
aggrava
con l’invasione e la spartizione della Polonia da parte delle
SS
e dell’Esercito Rosso. Poi la Germania invade anche la Russia
il
22 giugno 1941. Ora Hitler pare invincibile; corre la voce di nuove
armi segrete... Nessuno sa che la battaglia aerea sui cieli di Londra
è stata persa, che l’invasione apparentemente
prorompente
dell’URSS è un atto di disperazione per ottenere
la pace
dagli Alleati giocando la carta dell’anti-comunismo tanto
caro a
Churchill (ma non a Roosevelt).
Intanto per Pertini terminerebbe il
periodo di
confino. Dovrebbe tornare a casa ma una lettera ministeriale detta alle
prefetture di Genova e Savona che alla scadenza «il confinato
in
oggetto dovrà essere segnalato tempestivamente per la
rassegnazione del confino trattandosi di elemento pericolosissimo e da
non rilasciare in libertà». Resta
perciò a
Ventotene. Di contro gli viene riconosciuto il permesso già
negato di rivedere la madre attraverso la traduzione temporanea nel
carcere di Savona. Ella lo va a trovare. Il viaggio in manette
dall’isola a Savona gli corrobora l’umore ed il
temperamento. Sosta a Roma e Genova, prima di arrivare nella casa
circondariale di Sant’Agostino nel centro storico della
cittadina
ligure. Così Sandro racconta l’incontro con la
madre dopo
tanti anni: «Mi apparve all’improvviso, piccola,
vestita di
nero, bianchi i capelli ed il volto. Piangeva e tra le lacrime andava
ripetendo il mio nome».
Un anno dopo il quadro bellico
è ribaltato
anche agli occhi dei confinati. Mussolini esorcizza lo sbarco alleato
in Sicilia col comico discorso «del bagnasciuga».
Nonostante il proposito («imperativo categorico»
usava
dire), il 16 luglio 1943 lo sbarco avviene ed il bagnasciuga
è
superato alla svelta. La Sicilia è liberata in un lampo
perché i Tedeschi preferiscono ritirarsi sulla linea di
Monte
Cassino, mentre l’esercito italiano restato al presidio non
costituisce alcun problema militare. Gli eventi precipitano. Grandi,
d’accordo col Re e Galeazzo Ciano, organizza la congiura al
Gran
Consiglio del Fascismo. Il 25 luglio Mussolini è
defenestrato da
Palazzo Venezia e dal potere.
A Ventotene, il giorno dopo, gli
avvenimenti
sconvolgono i militari di guardia, le Camicie Nere della milizia. I
confinati politici, la popolazione fanno presto a sapere. Sandro
Pertini, dal mattino stesso, nota che la sorveglianza è
saltata.
Le guardie sono distratte, concitate. Ventotene è
attraversata
da un’unica strada che dal molo sale fino alla campagna sopra
la
spiaggia di Basso Cala Nave. Nel rettilineo in leggero pendio
dell’altopiano, alla metà della strada
c’è
l’unica piazza alberata dove sul fondo sta il municipio. Il
26
luglio 1943 si riempie in un attimo di confinati senza che le guardie
intervengano. Ognuno crede che la guerra sia finita, di avere
riacquistata la libertà, quando – alle otto del
mattino
– il giornale radio annuncia: «Sua
Maestà il Re e
Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo,
Primo Ministro Segretario di Stato, presentate da sua eccellenza il
Cavaliere Benito Mussolini». Immediatamente un gruppo di
confinati (tra cui Pietro Secchia, Mauro Scoccimarro, Altiero Spinelli,
Sandro Pertini…) forma un comitato politico; prende in mano
la
situazione dettando norme di comportamento a chi prima comandava. Molti
confinati, a scaglioni, arbitrariamente non sussistendo ordine alcuno,
evacuano l’isola per tornare a casa. Il carattere integerrimo
dell’uomo Pertini emerge ancora una volta: non vuole lasciare
da
fuggitivo l’isola, ma una liberazione ufficiale con tanto di
carta bollata. Che arriva in agosto con ordine telegrafico. Pertini non
torna a Savona. Si ferma a Roma e insieme a Bruno Buozzi ottiene la
liberazione di tutti i prigionieri. Nella capitale incontra Pietro
Nenni e Giuseppe Saragat; con loro forma il primo gruppo dirigenziale
del rinato Partito Socialista di Unità Proletaria. Tutti
hanno
chiaro che la guerra continua e la prima azione su cui si
dovrà
muovere il partito è quella militare. A Roma si forma il
primo
embrione del futuro Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) tra i
risorti partiti. Le prime gambe su cui si regge la commissione
interpartito si chiamano Riccardo Bauer per il Partito
d’Azione,
Luigi Longo per il Partito Comunista, Sandro Pertini per il Partito
Socialista. Sopravvenuto l’8 settembre, la disintegrazione
dell’esercito italiano con la fuga del Re
«Sciaboletta» da Pescara nell’Italia del
Sud
già liberata dagli Americani, inizia la
«resistenza». Una guerra civile più che
di
liberazione (a quella ci pensano gli Alleati) che viene combattuta da
ogni forza politica con motivazioni diverse. Per i comunisti
è
l’inizio della «rivoluzione proletaria».
Per i
«badogliani» un aiuto militare al governo del Sud.
Per i
partiti laici (repubblicani, liberali Partito d’Azione),
socialista e cattolico un mezzo per costruire la nuova libera
democrazia italiana. Palmiro Togliatti rientrando in Italia sbarca a
Salerno. Porta da Mosca le direttive di Stalin: niente rivoluzione;
detta al partito che era nato a Livorno proprio per farla in
antagonismo al riformismo di Turati. Nel Partito Comunista Italiano
restano però ali rivoluzionarie (Pietro Secchia) che non
rinunceranno ad attuare il progetto. Aspettano solo il momento
(«Ha da venì baffone»).
Il 10 settembre Pertini è a
Porta San Paolo
ove si tenta la prima azione di contrasto ai soldati tedeschi cercando
di impedir loro l’ingresso in Roma. La città
è
occupata da Tedeschi e Brigate Nere ricostituite dalla Repubblica
Sociale Italiana. Pertini torna alla clandestinità sotto
falso
nome reclutando uomini per organizzare le prime formazioni partigiane.
Nel pomeriggio del 23 ottobre 1943 è arrestato insieme a
Giuseppe Saragat. Bernasconi, questore di Roma, lo trattiene seduto nel
suo ufficio su una sedia per interrogarlo tutto il giorno e la notte.
Vuole sapere dove si trova Nenni e gli altri compagni:
«Fucilatemi, tanto da me non lo saprete mai»
risponde ogni
volta. Ad un certo momento nella stanza entra il comandante tedesco
delle SS Dollman che assiste alla scena impassibile. Infine liquida il
servile Bernasconi prendendogli il prigioniero per internarlo a Regina
Coeli, dove già sta Giuseppe Saragat. Dollman, constatata
l’inutilità degli interrogatori, senza processo
condanna i
due a morte, passandoli dal sesto al terzo braccio detto
«della
morte» perché ci stanno coloro in attesa
dell’esecuzione che può avvenire per rappresaglia
da un
momento all’altro.
Pietro Nenni deve la libertà
ai due compagni
che non hanno ceduto a costo della loro morte. Deve fare qualcosa, non
si rassegna a lasciarli in mani naziste. Il partito organizza la loro
evasione. Predisposti falsi documenti di scarcerazione (ordine:
«libertà provvisoria di Giuseppe Saragat e Sandro
Pertini»), alcuni compagni in divisa fascista li prelevano da
Regina Coeli e li portano nella caserma della polizia di Trastevere
dove il comandante, compiacente, li prende in carico e la notte stessa
li fa fuggire in segreta ospitalità.
Alla metà del febbraio 1944 a
Roma liberata
ferve la politica. La battaglia vera, quella a cui Pertini è
portato, si svolge al Nord. Chiede a Nenni di raggiungere Milano. Nella
città manca un autorevole capo socialista dopo che nelle
file
del partito sono avvenuti molti arresti tra i compagni, ed altri han
dovuto riparare in Svizzera. Perciò, a fine maggio 1944,
Pertini
viaggiando in auto per strade secondarie guadagna la città
dove
subito prende posto al tavolo del CLNAI (Comitato di Liberazione Alta
Italia) in rappresentanza del Partito Socialista di Unità
Proletaria. Nenni però lo richiama a Roma ed egli come un
soldato lo esaudisce. Nuovo difficile viaggio nel Paese disastrato.
Deve raggiungere Fiumicino in motobarca da Genova, in compagnia di
Edgardo Sogno. È in ritardo all’appuntamento;
questi non
lo attende e parte da solo. Allora Pertini prosegue su
un’auto di
fortuna, ma a Prato durante un rastrellamento tedesco
l’autista
lo molla e torna indietro. Così egli raggiunge Firenze a
piedi,
dove incontra Gaetano Pieraccini che prepara l’insurrezione
della
città.
Liberata Firenze, ha la strada spianata
per
guadagnare Roma. Nenni lo vuole accanto a sé come fiduciario
nelle incombenze politiche della nuova democrazia italiana. Ma lui
– finché dura la guerra – si sente
insofferente alla
normalità. Vuole tornare al Nord dove ancora si combatte.
Nenni
accetta ob torto collo
che lo lasci. D’altronde a Milano è più
necessario che a Roma.
Insieme ad Artiero Spinelli va in aereo
nella
Francia liberata dai gollisti. Atterra a Lione. In auto raggiunge
Chamonix. Da qui, come fosse alpinista provetto lui che non ha
praticato quello sport essendo stato sempre in carcere o al confino,
attraversa il Monte Bianco, pernottando al rifugio Torino con le guide.
Il giorno dopo tutti scendono a Courmayeur, da qui ad
Entréves.
A questo punto le guide li lasciano per rientrare in Francia. Pertini e
Spinelli si mettono da soli in marcia. Pernottato ancora in un maso di
montagna, raggiungono Cogne. Il paese è in mano ai
partigiani ma
contemporaneamente all’arrivo del gruppo dall’alto,
salgono
dal basso colonne di Tedeschi in rastrellamento per rioccupare la
località. Pertini combatte coi partigiani fino
all’ordine
della ritirata. Allora schivando pattuglie e posti di blocco tedeschi,
mentre i partigiani puntano sulla Svizzera, egli ed Altiero calano
verso Aosta, la aggirano, e marciano fino ad Ivrea. L’impulso
di
raggiungere Milano da parte di Sandro Pertini ha un elemento ben
preciso: «I socialisti non devono lasciare nelle mani dei
comunisti l’egemonia politica e organizzativa sul movimento
partigiano». Essa si sviluppava già fortemente
attraverso
i «commissari politici» che facevano opera assidua
di
proselitismo ed indottrinamento stalinista.
Sandro arriva a Milano alla fine di
ottobre del
1944. Oramai è chiaro che la guerra volge al termine. Anche
la
seconda generazione dei missili, V2, armi segrete di Hitler
(l’atomica è lontana), ha fatto cilecca. Agli
albori del
1945, se il fronte italiano ristagna, quelli angloamericano e
sovietico, al Nord e all’Est dell’Europa, sono in
movimento, ed in pochi mesi subiscono una grande accelerazione. Le
armate sovietiche oltrepassano l’Oder, puntano su Berlino;
mentre
Eisenhower si attesta sul Reno. In Italia, gli Angloamericani
–
scottati da Marcos in Grecia che aveva tentato di impadronirsi del
potere con le armi – diffidano del movimento partigiano
colorato
di rosso e filo-sovietico. Aiutano le formazioni
«bianche»
o «badogliane» limitando i rifornimenti a
garibaldini e
formazioni Matteotti social-comuniste. Sanno che dentro il CLNAI
(Comitato di Liberazione Alta Italia) preparano
l’insurrezione.
Il 29 marzo a Milano era stato costituito il comitato per dirigere la
rivolta in città, con Leo Valiani (Giustizia e
Libertà),
Sandro Pertini e Emilio Sereni per i social-comunisti che erano legati
dal patto di unità d’azione contratto
nell’esilio
francese da Pietro Nenni. Non tutti erano d’accordo
sull’insurrezione, saranno i comunisti a forzare la mano
ordinando alle brigate Garibaldi di passare all’azione in
violazione degli ordini alleati (come si vede nel comitato non compare
alcun rappresentante del CVL del generale Cadorna, cioè la
Democrazia Cristiana, unico soggetto politico di cui gli Americani
hanno fiducia). Ma a partire per primi sono i partigiani cattolici del
Corpo Volontari della Libertà che agli inizi di aprile
liberano
Alba, occupano la Val Pellice e la provincia di Pinerolo. Le strade tra
Asti, Torino e Alessandria sono bloccate. A Torino i grandi scioperi
della Fiat sono la prova all’insurrezione generale, che
avviene
il 25 aprile 1945.
Sappiamo che Mussolini, attraverso il
Cardinale
Schuster, vorrebbe trattare la resa col presupposto di consegnarsi in
mano alleata, ben sapendo la fine che lo attendeva se catturato dai
comunisti. In questo caso Sandro Pertini aiuta i comunisti del Comitato
a rigettare le condizioni. Bruciato dalla galera e dalle vessazioni
subite, è tra i più intransigenti anche se non
avrà alcuna responsabilità
nell’obbrobrio di
Piazzale Loreto gestito completamente dalle formazioni partigiane del
Partito Comunista Italiano.
Il
dopoguerra
Il dopoguerra comincia con la resa in maggio della Germania. Il Regno
del Sud si estingue. A Roma il 20 giugno 1945 viene formato
il
primo governo nazionale dei partiti guidato da Ferruccio Parri
(«Maurizio»). Il leader del Partito
d’Azione prende
anche il Ministero degli Interni; mentre Pietro Nenni e Manlio Brusio
sono vice-presidenti, Alcide De Gasperi è Ministro degli
Esteri,
e Palmiro Togliatti va alla Grazia e Giustizia. Sandro Pertini non
compare nel gabinetto poiché è segretario del
PSIUP
dell’Alta Italia. In tale veste, appena costituito il nuovo
governo, dichiara alla stampa: «Noi socialisti siamo
insoddisfatti. Accettiamo il gabinetto per amore di concordia ma
lotteremo affinché la classe lavoratrice ottenga la
direzione
politica del Paese, posto cui ha diritto». In parole povere
vuole
Pietro Nenni Presidente del Consiglio interpretandone
l’anelito.
Su codesta ambizione il PSIUP giocherà le sue carte negli
anni
successivi preparandosi la rovina.
Tutta la Sinistra (i
«social-comunisti»,
come vengono chiamati), avendo egemonizzato il movimento partigiano,
crede d’avere il favore popolare, la maggioranza elettorale,
quindi si sentono sacrificati. Sandro Pertini da Milano corre a Roma e
chiede, a nome del Comitato di Liberazione Alta Italia, le elezioni
politiche generali convinto di vincerle. La Democrazia Cristiana ed il
Partito Liberale Italiano, nel dubbio, preferiscono prima le
amministrative (in questa occasione Nenni lancia lo slogan «o
la
Costituente o il caos»). Per far passare la sua tesi la
Democrazia Cristiana chiede aiuto agli Americani che impongono a Parri
le comunali prima delle politiche. È la prima crisi tra i
partiti dell’Italia democratica che porta ad un passo dalla
caduta del governo.
Nel Paese ha il suo peso
l’ascesa di un
partito «non resistenziale»:
«L’Uomo
Qualunque» di Guglielmo Giannini che raccoglie lo scontento
di
chi pensa che si stava meglio quando si stava peggio. I partiti
moderati, la Democrazia Cristiana ma specialmente i liberali, si
sentono minacciati nel loro elettorato. Credendo di difenderlo, questi
ultimi, prendono l’iniziativa di far cadere Parri. Si
prestano ad
aiutarli anche i socialisti che mal sopportano il suo governo per
medesime ragioni di concorrenza, ma anche perché
erroneamente
pensano che nel governo successivo avranno la desiderata presidenza per
Nenni. Errore fatale: il 24 novembre 1945 cade il gabinetto partigiano
che «il vento del Nord» aveva portato in
Palazzo
Chigi. Il dopo è tutto della Democrazia Cristiana.
Il Regno d’Italia post-bellico
è una
nazione spaccata. Il Centro-Sud è passato dalla dittatura
alla
democrazia pilotata dall’occupazione americana, confusionaria
se
si vuole, ma sostanzialmente unitaria. Il Nord invece ha attraversato
una vera e propria guerra civile parallela a quella di liberazione
degli Alleati. Fascisti e comunisti si sono combattuti
all’ultimo
sangue. Le formazioni rosse, fanatiche e ideologicamente indirizzate, a
guerra finita non intendono deporre le armi. Hanno ancora da regolare i
conti, assicurarsi il potere. Con gli Alleati in casa non è
possibile; allora le armi vengono imboscate per un’evenienza
futura. La «rivoluzione», credono i fedeli di
Pietro
Secchia (non Togliatti e i suoi) sia solamente posticipata. Ma gli
Americani vogliono sicurezza e stabilità prima di lasciare
la
penisola. L’uomo che dà codesta fiducia
è Alcide De
Gasperi. Potrebbe essere più consono alla laicità
liberale americana Pietro Nenni. Ma i socialisti sono partiti col piede
sbagliato e perseverano nell’errore creandosi da soli le
condizioni per la loro emarginazione dal governo del Paese. Ci vorranno
quindici anni per recuperarla. Il PSIUP, ampiamente infiltrato da una
quinta colonna comunista, resterà subalterno alla politica
del
Partito Comunista Italiano fino a Bettino Craxi.
Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, di
tutto il
vertice del partito, sono gli unici ad opporsi alla politica del
«frontismo» propedeutica alla fusione dei due
partiti.
Sentono che quella è una strada suicida più che
sbagliata. Palmiro Togliatti ha costruito un partito rigidamente
monolitico e disciplinato alle direttive. Ogni slogan, ogni azione cala
dall’alto senza alcuna reale partecipazione, accettata e
sostenuta pedissequamente dalla base. Il partito è
rigidamente
togliattiano-stalinista; basato sul «centralismo
democratico» (burocratico) che identifica il Capo nel partito
stesso. Lautamente fornito di mezzi economici dai finanziamenti
sovietici, dalla ricchezza contributiva del sindacato e delle
cooperative (gran parte dell’apparato a tempo pieno
è
stipendiato da codesti organismi fiancheggiatori), dispone di una
struttura tipo ministeriale nelle federazioni ed alle Botteghe Oscure.
La Democrazia Cristiana può competere aiutata dalla Chiesa e
dai
quattrini americani, il PSIUP no. Non avendo santi a cui votarsi,
diviene il parente povero del blocco
«social-comunista».
Mentre i Cattolici se ne vanno dalla
CGIL per non
coprire la «cinghia di trasmissione» del Partito
Comunista
Italiano in campo sindacale, i socialisti restano a fare gli sguatteri
da eterni vice, senza potere effettivo. La pletora di funzionari della
«corrente sindacale socialista» è
stipendiata a
prescindere delle funzioni effettive perché nel PSIUP forma
un
gruppo di pressione che impedisce al partito ogni autonomia dal Partito
Comunista Italiano. Sono loro principalmente a prodigarsi per la
fusione. Va detto subito che di quella ipotesi Sandro Pertini fu sempre
nettamente contrario. Nella clandestinità milanese, durante
gli
incontri bilaterali, gli esponenti comunisti chiedevano «di
creare istanze unitarie per portare avanti rapporti organici tra i due
partiti della classe operaia in maniera da creare i primi passi per una
futura fusione». Pertini ne aveva informato Roma dicendosi
nettamente contrario. Nenni, invece era propenso. Non portò
in
direzione l’argomento, contrariando Giuseppe Saragat che da
quel
momento diffiderà di lui fino alla scissione.
Il filo-comunismo di Nenni nasce sempre
dalla
valutazione sbagliata in rapporto alla mira di occupare Palazzo Chigi.
Ugo la Malfa e Alcide De Gasperi lo mettono ripetutamente
sull’avviso; gli supplicano di non appiattirsi su Palmiro
Togliatti. «Politique d’abord» risponde.
In
realtà sottovaluta la forza elettorale Democrazia Cristiana,
sopravvalutando quella del Partito Comunista Italiano. Alla vigilia
dell’Assemblea Costituente, calcola che tra i due litiganti
il
terzo goda; la Presidenza del Consiglio toccherà a lui:
«Tanto più» dice a Scelba «in
caso di vittoria
comunista a voi al massimo vi mettono in galera. Per me –
come
traditore della classe operaia – ci sarebbe il colpo alla
nuca». Forse poteva essere così giocando bene le
carte
dell’equidistanza, non accreditare l’idea di un
blocco
«social-comunista». Come sono possibili codesti
madornali
errori di valutazione? Essi dipendono dalla storia del socialismo
italiano diviso dalla nascita tra l’anima massimalista e
quella
riformista, senza mai darsi una cultura unitaria privilegiando il
partito alle persone. Conosciamo le vicende della guerra 1915-1918
connesse al non intervento che generarono, attraverso
D’Annunzio
e Mussolini, il fascismo.
Nel 1921 a Livorno escono dal partito i
leninisti.
Chi resta si disarticola ancora, appunto, tra riformisti e
massimalisti. Nell’esilio parigino (luglio 1930) arrivano ad
un
accordo, ma la riunificazione è un atto formale, pieno di
riserve mentali e coltelli affilati. Che restano sopiti
finché
Mussolini domina la scena italiana. Appena la guerra volge al peggio e
si prospetta la fine del regime, le feroci divisioni tra i vari capi si
riaccendono più virulente che mai. Basso e Bonfantini contro
Zagari e Vecchietti; Nenni e Romita contro tutti… in una
incapacità assoluta di formare gruppo. Ognuno rapporta a se
stesso ogni disegno politico. Ogni sintesi nel partito è
sacrificata, bruciando il naturale consenso nel Paese riscontrato alle
elezioni dell’Assemblea Costituente (1946) sopravanzando di
quattrocentomila voti il Partito Comunista Italiano.
Sandro Pertini si districa male in
codesto
arcipelago di ambizioni soggettive. D’altronde anche egli
caratterialmente non ci va per il sottile: la differenza sua
è
che per realizzarle non organizzerà nessuna
«corrente»; non cercherà di battere con
le tessere i
concorrenti nei congressi per ipotecare il potere. Questo gli
è
dovuto perché lo ha guadagnato sul campo (ma senza Nenni
prima e
Craxi dopo i califfi delle correnti non ci mettevano un secondo a farlo
fuori da un partito che non ammette «cani sciolti»
–
nel congresso vinto da Francesco De Martino con Riscossa Socialista il
Presidente della Camera si presenta da solo contro ogni frazione
organizzata; ottiene lo 0,2%). Nel PSIUP (e dopo il Partito Socialista
Italiano) il suo comportamento lo porterebbe diritto alla
emarginazione. Ma – come detto – dietro ha Nenni
che lo
tutela in ragione delle lotte in cui i due hanno cementato un rapporto
solido e fiduciario che si mantiene intatto nel tempo. Il resto, poi,
lo farà l’immagine di simpatia al
«socialista
galantuomo» vecchia maniera che si sa cucire addosso.
Tuttavia
egli paga questa indipendenza con assoluta mancanza di potere
decisionale nel partito. In questo senso appare il netto contrario di
Rodolfo Morandi che conforma l’apparato del PSIUP a quello
del
Partito Comunista Italiano (d’accordo con Nenni).
Varata la Costituente, nata la
Repubblica col primo
referendum istituzionale, l’Italia si avvia alle prime
elezioni
politiche del 18 aprile 1948. Finora il governo del Paese è
stato governato sostanzialmente dall’equilibrio dei partiti
«resistenziali» Democrazia Cristiana-Partito
Comunista
Italiano-Partito Socialista Italiano. Passata la pagina della vittoria
alleata, il Patto di Yalta mostra con evidenza la cristallizzazione
politica dell’Europa. O almeno in Italia, perché
l’assetto dei governi negli altri Paesi è precario
di
fronte all’espansionismo staliniano camuffato dalle
«guerre
nazionali di liberazione». La cortina di ferro divide in due
l’Europa, dove la guerra fredda pone in mora
l’alleanza
della guerra contro il nazi-fascismo. Ora il maggior pericolo
è
il comunismo. Il Partito Comunista Italiano, nelle amministrative che
intercorrono tra il 2 giugno ed il 18 aprile 1946, ha avuto notevoli
incrementi ai danni del PSIUP (d’altronde con la politica
subalterna di Pietro Nenni non poteva essere altrimenti).
Nel 1947 Alcide De Gasperi va in
America. Chiede
soldi in prestito dalla Export-Import Bank, ma il viaggio deve essere
anche testimonianza di scelta politica internazionale. Si dice che
l’America gli chiede di mandare all’opposizione il
partito
filo-sovietico di Togliatti; altri dicono che sia il premier italiano a
chiedere quel viatico all’America. Fatto sta che al ritorno i
comunisti vengono estromessi dal governo e Pietro Nenni li segue
stupidamente per sua scelta in omaggio al «patto
d’unità d’azione» valido nella
clandestinità ma assurdo nella nuova Italia democratica (ma
Nenni come sappiamo conta sulla vittoria alle prossime elezioni). De
Gasperi marcia sul velluto. Il Partito Comunista Italiano incassa
poiché a Trieste, Napoli, Livorno, e nei punti strategici
della
penisola, sono stanziate truppe alleate: una eventuale sollevazione
comunista provocherebbe il loro automatico intervento e Togliatti
– in tal caso – sa che Stalin non muoverebbe un
dito. In
più De Gasperi, preso atto che Nenni non intende staccarsi
dal
Partito Comunista Italiano, incita Giuseppe Saragat a scindere il PSIUP
per creare un nuovo partito socialista, democratico e filo-occidentale.
Cosa che avviene nel XXV Congresso che
decide di
affrontare le elezioni venture nel Fronte Democratico Popolare
social-comunista. Pertini si prodiga generosamente per evitare la
separazione. Per giorni si pone al centro delle due fazioni; non perde
incontro per la sua opera di mediazione. Nulla da fare, la forza delle
cose (frase cara a Nenni) porta diritto alla scissione. Sarà
chiamata di «Palazzo Barberini» dove si raccolgono
i fedeli
di Saragat che danno vita al PSLI (Partito Socialista Lavoratori
Italiani). Adesso, di fronte allo sconquasso del partito, è
Pietro Nenni che sollecita Sandro Pertini a compiere un ultimo
tentativo di persuasione. Quando arriva in piena assemblea, i delegati
di Iniziativa Socialista e Critica Sociale credono che Pertini si
unisca a loro e lo applaudono calorosamente. Pur se col cuore sta dalla
loro parte (la «sua» Liguria è
fortemente
autonomista; a Genova Gaetano Barbareschi, Ministro del Lavoro nel
primo governo Parri, non vuol sentir parlare di frontismo, e nei
pre-congressi ha fatto votare «No» alla mozione
frontista),
Pertini, constato l’insuccesso della visita, torna da Nenni e
Lombardi, nel partito che prende il nome Partito Socialista Italiano.
Senza la Destra riformista i filo-comunisti hanno campo libero nel
Partito Socialista Italiano. Il partito dopo la scissione è
allo
sbando. Le sezioni perdono gli iscritti del ceto medio, mentre restano
gli operai delle grandi fabbriche controllati dalla «corrente
sindacale socialista» della CGIL, longa manus
del Partito Comunista Italiano nel partito di Nenni.
L’iniziativa
del «Fronte» è sua. Crede di servirsi
del patto per
il suo rinsaldato obiettivo di raggiungere Palazzo Chigi.
L’alleanza elettorale
«anti-democristiana» si basa
sul «raggruppamento di tutte le forze democratiche per la
lotta
della Sinistra contro la Destra» secondo un improbabile
bipolarismo (i filo-sovietici camuffati da Sinistra contro i centristi
pro-USA contrabbandati come Destra). Pietro Nenni, sicuro di vincere,
pensa che – posto il veto americano ad un comunista
– dopo
la vittoria sarà lui il premier. La sua miopia fisica
è
acclarata dalle spesse lenti a culo di bicchiere che porta davanti agli
occhi. Che sia anche miope politicamente è una sorpresa.
Pertini
glielo spiega in tutte le maniere; ma il Capo, suo amico, non intende
ragioni. Come abbiamo visto, al Congresso decisionale la tesi
favorevole di Lelio Basso e Rodolfo Morandi batte ampiamente la
contraria di Sandro Pertini in tutte le federazioni provinciali esclusa
Genova. Isolato e sconfitto, Pertini, disciplinatamente si adegua alla
maggioranza.
Varato il Fronte Democratico Popolare,
simbolo una
stella a cinque punte dietro l’effige di Garibaldi, il
Partito
Comunista Italiano si dedica alla più efficace e raffinata
delle
sue specialità: il rastrellamento degli artisti e
intellettuali.
Costituisce l’Alleanza della Cultura che in poco tempo
raccoglie
quattromila firme pro-Fronte. Le adesioni non sono certo tutte
all’altezza di Corrado Alvaro, A. C. Jemolo, tuttavia il
successo
dell’iniziativa è inoppugnabile.
Sull’altra sponda
Benedetto Croce e Ignazio Silone organizzano il convegno
«Europa,
cultura e libertà». Il mondo artistico e culturale
–
come tutto il Paese – è spaccato rigidamente e
animosamente nei due schieramenti. Una contrapposizione che perdura
nella storia della repubblica italiana fino a
D’Alema-Prodi-Rutelli contro Berlusconi.
Al primo spoglio delle urne i
social-comunisti si
illudono di avere vinto.
«L’Unità» ricevendo i
primi spogli della periferia industriale, in edizione straordinaria,
esce col titolo a scatola chiusa «Il Fronte è in
testa». L’illusione dura poche ore. La Democrazia
Cristiana
sfiora la maggioranza assoluta: il 2 giugno 1946 aveva conseguito il
35,2% dei voti; il 18 aprile 1948 salta al 48,5% (ha la maggioranza dei
seggi alla Camera). La Sinistra unita (PSIUP + Partito Comunista
Italiano), che il 2 giugno aveva quasi il 40% scende al 31% secco.
Unità Socialista, la lista di Saragat, prende un milione e
ottocentocinquantamila voti e trentatre deputati. Nel gioco delle
preferenze i comunisti, con uno stretto gioco d’indicazioni
agli
iscritti sul territorio, falcidiano le candidature dei socialisti, meno
organizzati capillarmente e divisi in correnti personali che disperdono
il concentramento univoco sui loro candidati. Il Partito Comunista
Italiano dovrà far dimettere qualche neo-eletto per
tamponare
quei risultati imprevisti soltanto alla dabbenaggine di chi li ha
subiti.
La sconfitta solenne del Fronte
distrugge
l’umore del popolo social-comunista. Anche Pietro Nenni
è
affranto: sfumato il sogno al quale tutto aveva sacrificato, ora si
ritrova con un partito dimezzato, surclassato dal Partito Comunista
Italiano, con la prospettiva d’una infinita opposizione
mentre
l’ex-compagno Giuseppe Saragat avrà certamente un
ruolo di
ministro (e poi anche di Presidente della Repubblica, mentre, ribaltate
tardivamente le alleanze, la massima eccellenza che Nenni
raggiungerà sarà di vice-Presidente del
Consiglio).
L’unico a non essere troppo dispiaciuto della sconfitta
è
Palmiro Togliatti. Da accorto politico sa fare i suoi conti; capisce
che la sconfitta gli ha però portato dei grandi vantaggi.
Una
rendita di posizione che è pari alla vittoria:
l’egemonia
del Partito Comunista Italiano sulla Sinistra italiana. Un dato di
fatto anomalo quanto eccezionale poiché unico in tutto
l’Occidente democratico.
Sandro Pertini nel Partito Socialista
Italiano esce
trionfatore dalla vicenda essendo stato l’unico dirigente di
vertice ad aver visto chiaro e tentato con ogni mezzo di evitare il
suicidio del partito; restando – nonostante tutto –
a
continuare la battaglia dell’autonomia. Ma in politica, si
sa,
nessuno dice «grazie» o «avevi ragione
tu».
La
prima repubblica
Dopo il 18 aprile 1948 il dopoguerra è finito: inizia la
«prima repubblica». Un’altra storia che
Sandro
Pertini attraverserà da gigante delle istituzioni
(Presidente
della Camera, poi della Repubblica). Nel turbinoso quinquennio
1943-1948 Sandro Pertini esce dalle restrizioni del carcere e del
confino. Diviene un protagonista, dopo la lotta anti-fascista, della
guerra partigiana. Con l’elezione del primo parlamento
repubblicano, l’Italia torna, come prima della parentesi
mussoliniana, alla costituzione fondata sul sistema dei partiti. Una
democrazia bloccata, però, dal maggior partito
dell’opposizione, il Partito Comunista Italiano, anti-sistema
e
schierato contro l’Occidente. Inagibile alla alternanza di
governo. L’elezione del primo Presidente della Repubblica (11
maggio 1948) porta al Quirinale il liberale Einaudi. La Democrazia
Cristiana gli avrebbe preferito il repubblicano Sforza, ma deve
rinunciare per le pressioni dell’arco laico e socialista, che
– se superano un attimo le divisioni –
può impedire
al partito di maggioranza l’egemonia parlamentare assoluta.
Tuttavia, a parte l’episodio, il Partito Socialista Italiano
è ancora fermo su posizioni frontiste. Il dibattito
parlamentare
sulla fiducia al quinto governo De Gasperi evidenzia che i due
schieramenti si contrappongono senza alcun dialogo. I comunisti
qualificano la maggioranza del 18 aprile «un
regime»,
conseguenza lo scontro intransigente sia in parlamento che nel Paese. I
socialisti, bruciati e scottati dall’appiattimento, tentano
le
prime distinte sortite sui loro temi. Animatore del processo di
autonomia è ancora Sandro Pertini che riprende, sia nel
partito
che verso Pietro Nenni, la tessitura contro il famigerato patto di
unità d’azione.
L’attentato alla mattina del
14 luglio 1948
contro Palmiro Togliatti rivela la riserva rivoluzionaria latente nella
periferia del Partito Comunista Italiano. A Genova, Milano, Torino, in
Emilia e Toscana (l’episodio più cruento a Badia
San
Salvatore dove viene sgominata la caserma dei carabinieri), si traduce
in una vera e propria ribellione che solo gli ordini ferrei
dall’alto, ed a cui il partito è abituato a
obbedire,
evitano il peggio. Al Senato, il Ministro degli Interni Scelba (20
luglio 1948), fornisce il bilancio delle sommosse nazionali: sedici
morti e duecentoquattro feriti tra dimostranti, polizia e carabinieri.
Nel Partito Socialista Italiano i due
anni, dalla
sconfitta del 18 aprile alla guerra di Corea, passano alla
ricostruzione organizzativa del partito che tra scissione e
dissanguamento elettorale era arrivato quasi allo sfascio. Abbozzato il
primo cenno di distacco dal Partito Comunista Italiano il primo
problema è quello di cassa: mancano i soldi. Alla Democrazia
Cristiana vengono dall’America, al Partito Comunista Italiano
dall’URSS. Poi, alla prima vengono meno per
l’acquistata
sicurezza americana verso il pericolo comunista, mentre continuano al
secondo. Per competere, alla Democrazia Cristiana supplisce
l’apparato economico industriale dello Stato ereditato dal
fascismo (IRI, Federazione dei Consorzi Agrari). Il Partito Socialista
Italiano è fuori dall’uno e dall’altro:
o sbocca
verso il governo, ed entra a sua volta nella torta, o va
all’estinzione. In questo profilo si arroventa una polemica
ai
primi del 1949, che contrappone violentemente Riccardo Lombardi a
Rodolfo Moranti. Il contrasto è
l’identità del
partito fuori o dentro l’ambito del comunismo. Nel settembre
1949
Truman annuncia che l’Unione Sovietica dispone della bomba
atomica. L’anti-comunismo serra le fila in Occidente; diviene
il
perno della vita politica italiana. O Patto Atlantico, o Cominform (in
tale quadro la Chiesa scomunica gli aderenti ai partiti marxisti). Il
Partito Comunista Italiano usa la CGIL e risponde con dure azioni di
piazza. Il Ministro degli Interni Scelba organizza per contrastarli i
nuclei della «Celere».
In tale scontro, che i comunisti
contrabbandano come
«lotta di classe», il Partito Socialista Italiano
–
esclusa la Sinistra di Tullio Vecchietti e Lelio Basso ed i socialisti
della CGIL – è sempre più insofferente
a codesta
esaltazione demagogica degli operai per servirsene come testa
d’ariete contro il governo. Tanto più che spesso
sfocia
nel sangue come il 9 gennaio 1950, a Modena, quando muoiono sei
lavoratori durante una dura manifestazione di protesta per la chiusura
d’uno stabilimento.
Con la NATO gli Stati Uniti puntano al
riarmo dei
Paesi europei compresa la Germania Occidentale. Winston Churchill
propone all’Assemblea del Consiglio d’Europa,
l’istituzione di un esercito comune europeo.
L’agitazione
continua dei comunisti rosicchia voti alla Democrazia Cristiana.
L’arco laico non è più succube del
centrismo. La
politica degasperiana entra in crisi; corre il rischio –
senza
maggioranza – di doversi appoggiare alla Destra nostalgica
del
Movimento Sociale Italiano. Nell’autunno del 1951, nella
Democrazia Cristiana, nasce il raggruppamento «Iniziativa
democratica», in cui confluiscono uomini di diverse origini,
da
Rumor e Fanfani, al Genovese Taviani. La nuova corrente dichiara di
operare il distacco dei socialisti dal Partito Comunista Italiano per
una «svolta» politica di centro-sinistra. Il
dibattito
divampa acceso specialmente quando (novembre 1952) De Gasperi presenta
un disegno di legge alla Camera che consente
«apparentamenti» per conseguire un premio
«di
maggioranza» (il gruppo che prende il 50%+1 dei voti ottiene
la
maggioranza assoluta dei seggi). Per opposte ragioni, comunisti e
socialisti si oppongono alla legge, definita «legge
truffa». Ai socialisti è chiaro sia un escamotage
per impedire l’apertura governativa al Partito Socialista
Italiano; ai comunisti per combattere la definitiva accentuazione del
«regime democristiano». E poi considerano la
«svolta
a sinistra» una «breccia» propedeutica
all’ingresso del Partito Comunista Italiano
nell’area di
governo.
Le elezioni del 7 giugno 1953
– se scatta o no
la «legge truffa» – diventano il
referendum
«sulla svolta a sinistra». Contro lo scatto si
pongono
uomini di rilievo (Parri, Corbino, Calamandrei…) che escono
dai
rispettivi partiti per fondare raggruppamenti elettorali da togliere
voti agli apparentati. Il loro ruolo è decisivo: il blocco
elettorale di Centro col 48,9% dei voti non ottiene alcun premio, pur
se i partiti di Centro mantengono la maggioranza parlamentare. Con
ciò la prospettiva del consolidamento moderato tramonta
definitivamente, insieme all’era di De Gasperi.
Nei rapporti internazionali tra i due
blocchi si
affaccia nel contempo, ad aiutare il processo italiano, il
«disgelo» (secondo la formula di Ilja Ehrenburg).
Il 1953
è l’anno del «cambio dei
comandanti» con
l’avvento di Eisenhower alla guida degli Stati Uniti, e la
morte
di Stalin in Unione Sovietica. Nel nostro piccolo, Fanfani e Moro
succedono a De Gasperi. In seguito il terzo governo Fanfani, detto
delle «convergenze parallele», costituisce la
facciata di
transizione dall’equilibrio centrista (l’astensione
dei
socialisti è simmetrica a quella dei monarchici). Ma con
Gronchi
e Tambroni la Democrazia Cristiana, per premere su Nenni, tenta invece
la svolta a destra. Il fallimento dell’operazione dimostra
l’inevitabilità dell’evoluzione a
sinistra negli
equilibri di governo, ma piega anche il Partito Socialista Italiano al
moderatismo di fatto se non nei propositi dichiarati. Dopo la crisi del
30 giugno 1960 Nenni, Pertini e Lombardi non accettano più i
condizionamenti pro-comunisti della Sinistra interna.
Togliatti teme l’isolamento.
Fin
dall’inizio della svolta grida al suo fallimento negando ad
essa
ogni carica innovativa. La CGIL, Fiom in testa, teorizza la svolta come
il tentativo di razionalizzare e ammodernare il sistema capitalista.
Nonostante il polverone degli scioperi, Nenni e gli autonomisti restano
fedeli al mito dell’unità sindacale, ed a quella
politica
nelle amministrazioni locali. Il risultato di codeste
ambiguità
gli è che nelle elezioni politiche del 1963 avviene,
sì,
un calo della Democrazia Cristiana, ma a solo vantaggio del Partito
Comunista Italiano, a cui il Partito Socialista Italiano resta
sostanzialmente estraneo. L’assassinio a Dallas di J. F.
Kennedy
sopisce le polemiche. Nel Partito Socialista Italiano favorisce il
ricompattamento della corrente autonomista su posizioni riformiste meno
intransigenti. Così nasce, alla fine del 1963, il primo
governo
Moro a partecipazione organica dei socialisti. Abortisce un tentativo
golpista per impedirlo nel luglio 1964 (incontro segreto in
un’abitazione privata tra uomini della Democrazia Cristiana e
i
responsabili dell’ordine pubblico De Lorenzo e Vicari).
L’ingresso nel governo scatena
nel Partito
Socialista Italiano appetiti e ambizioni. La spartizione del
«sottogoverno» procura lacerazioni personali, lotta
accanita per contendersi le «poltrone» in palio di
presidenze e consigli di amministrazione. La centralità
della
posizione socialista, maggioranza nelle giunte comunali di Sinistra
(alleati al Partito Comunista Italiano), e del Centro-Sinistra (alleati
alla Democrazia Cristiana), consente all’apparato di
distribuirsi
assessorati, sindaci, presidenze e seggi delle aziende comunali, sia in
una che nell’altra formula. Questo attira al Partito
Socialista
Italiano una pletora di avventurieri della politica. Iscrizioni mirate
di chi, capito l’ingranaggio congressuale delle tessere in
funzione di voti, si sceglie un notabile referente, per cui lavorare
sulle clientele ed ottenere in cambio una qualche collocazione di
sottogoverno. In occasione dell’Unità socialista
(1968)
codesto fenomeno raggiunge forme forsennate e causerà il suo
fallimento. Pertanto negli anni Settanta il Partito Socialista Italiano
inaridisce la sua politica. Con la segreteria di Francesco De Martino
paga l’accentuata ambiguità che lo pone sulla
scena
politica come «inaffidabile» sia agli occhi
moderati che di
Sinistra. I vecchi compagni nelle sezioni lasciano il campo ai nuovi
venuti che del socialismo hanno bene in mente a che cosa deve servire.
Sandro Pertini, solenne narciso della
politica, non
ha mai partecipato alla vita delle sezioni. Mai stato abituale loro
frequentatore. Ha agito ad alto livello da subito (nella lotta
clandestina la concorrenza è poca o nulla). Però
conosce
bene il corpo del partito; forse è proprio per questo che
non
vuole una sua corrente con le inevitabili questioni di finanziamento,
compromessi, lotte personali. A queste cose egli non è
tagliato.
Parla nelle piazze, nei convegni, congressi… onde mantenere
viva
la sua popolarità. I suoi occhi vedono la degenerazione del
partito, ma non può farci nulla. Tanto che neppure tenta
contrastarla oltre ad accenni oratori sulla
«dignità» che i socialisti debbono
avere, verso
giovani e nuovi iscritti, invitandoli a non piegarsi a galoppini per
una carota.
Collocato ai vertici dello Stato resta
lontano dalle
questioni organizzative del partito; fuori da quelle politiche. Avulso
dalle diatribe di «organico» interne ed esterne al
Partito
Socialista Italiano.
Nel Partito Comunista Italiano, dopo
Togliatti, la
parentesi Longo, arriva a Botteghe Oscure il Sardo Enrico Berlinguer.
Conscio della tara filo-sovietica, senza rimuoverla lancia
l’euro-comunismo con Carrillo, e l’alternativa di
Sinistra
con Lombardi passato alla Sinistra socialista. Ma, spaventato
dal
rovesciamento di Allende, passa al «compromesso
storico»
tra le forze anti-fasciste come quello che costruì la
Costituzione repubblicana. Sandro Pertini stavolta non lo ostacola
anche se in effetti si presenta per il Partito Socialista Italiano come
uno schiaccianoci. Diviene l’uomo di cerniera tra un partito
senza politica e la politica di Enrico Berlinguer. In quel periodo,
nonostante De Martino fosse più congeniale al Partito
Comunista
Italiano, egli diviene l’unico socialista che goda di credito
e
popolarità tra i comunisti. E per merito loro,
più che
dei suoi compagni, ottiene gli alti incarichi istituzionali, specie la
Presidenza della Repubblica dopo le dimissioni di Leone, il 7 luglio
del 1978. Più che dal seggio di Presidente della Camera per
due
legislature, dal Quirinale si guadagna larga popolarità a
cui
indulge vezzosamente.
La sua presenza al vertice dello Stato
deve
costituire il viatico al «compromesso storico».
Sennonché esso inciampa nel rapimento e assassinio di Aldo
Moro
(marzo e maggio del 1978). A seguito della nefasta vicenda, nel 1979,
il Partito Comunista Italiano toglie l’appoggio al governo
Andreotti con la fine, sotto i colpi del terrorismo degli ex-compagni,
del «compromesso storico».
Irrompe quindi sulla scena Bettino
Craxi,
neo-segretario del Partito Socialista Italiano dopo il Midas
Hotel del 1976. Per prima cosa sgombera il Partito Socialista Italiano
dalle «vecchie cariatidi», Francesco De Martino in
testa,
Mancini dietro, tuttavia fa eccezione per Sandro Pertini. Senza un
amico non democristiano al Quirinale sa che non avrebbe mai
l’incarico di formare il governo ed installarsi a Palazzo
Chigi.
Bettino Craxi, con l’obiettivo che fu di Pietro Nenni,
rilancia
alla grande l’iniziativa Partito Socialista Italiano
abbandonando
ogni ambiguità sia ideologica (giacobinismo al posto del
marxismo) che nella contrapposizione globale col Partito Comunista
Italiano.
Negli anni Ottanta, il rinnovato partito
socialista
sfida la quarantennale egemonia dei partiti-Chiesa. Democrazia
Cristiana e Partito Comunista Italiano portano il repubblicano
Spadolini alla Presidenza del Consiglio. Rotto il tabù
democristiano, l’agosto 1983, Pertini lo chiama a formare il
governo. Un Centro-Sinistra a guida socialista invece che
democristiana. Con Sandro Pertini al Quirinale e Bettino Craxi a
Palazzo Chigi il Partito Socialista Italiano raggiunge
l’apice
delle sue fortune politiche.
Quel successo si accompagna alle
disgrazie del
Partito Comunista Italiano. Nelle elezioni del 1987 i comunisti
subiscono rilevanti perdite. La scomparsa di Enrico Berlinguer, a cui
segue la scialba direzione di Alessandro Natta, è un duro
colpo.
Il partito lo vuole superare con Achille Occhetto, contraltare nelle
intenzioni di Bettino Craxi. Ma il colpo micidiale arriva nel novembre
del 1989 da Berlino con il crollo del «Muro della
vergogna». Voluto da Breznev per impedire le fughe, o
soltanto i
contatti, dall’Est all’Ovest; costruito il 13
agosto 1961,
chiunque si avvicinasse ad esso era preso a fucilate dai poliziotti di
guardia. Sandro Pertini lo aveva visto da Presidente della Repubblica
durante un viaggio di Stato nella Germania Ovest. Chiese di esservi
condotto, e fu portato sul palco eretto come
«malvedere»
davanti al muro stesso. Vedendo lo spettrale cemento, le case svuotate,
i rotoli di filo spinato, i mitra spianati dei Vopos…
Davanti
alla tristezza della Berlino Est intravista attraverso gli squarci dei
caseggiati abbandonati… il Presidente non nasconde gli occhi
velati di pianto.
Forse, in cuor suo, rievoca la
soddisfazione delle
battaglie contro chi nel suo partito si appiattiva sugli scissionisti
del 1921. Forse sente che le esperienze del 1956 a Budapest, del 1968 a
Praga, indicavano già un’impossibile riforma
dall’interno. Coglie, forse, il senso fallace della
«gorbymania» occidentale fiduciosa di umanizzare il
bieco
volto del comunismo quando il Politburo comandato da Gorbaciov crede di
pilotare la riforma autorizzando l’espatrio. Intorno al muro,
di
qui e di là, si raccoglie una fiumana di Berlinesi con
martelli
e picconi decisi a demolirlo. È il fallimento delle riforme
nella continuità comunista. Difatti dopo il muro cade anche
l’Unione Sovietica.
In Italia gli avvenimenti sono preceduti
dal
decisionismo craxiano. Sono gli anni della «Milano da
bere», del riflusso dalle punte estremiste degli anni
precedenti.
Il rampantismo, come viene con disprezzo (ed invidia) chiamato
l’auge socialista dagli intellettuali del Partito Comunista
Italiano, si accompagna ad una diffusa campagna di demolizione etica
del Partito Socialista Italiano. La satira politica, le chiacchiere da
bar e da salotto, si accentrano contro il «partito delle
tangenti» come unico beneficiario del finanziamento
illegittimo.
In questo senso a nulla serve il settennato della presidenza di Sandro
Pertini al Quirinale, pur se foriero del cambiamento radicale nel ruolo
presidenziale che si manifesta attraverso l’uso della
televisione
adottato dal nuovo inquilino.
Appena eletto nel 1978 Presidente, egli
compie un
viaggio nella sua Liguria. La televisione (ignara di quanto tenesse
alle riprese televisive dell’evento) non seguì il
corteo
presidenziale. La nazione non ebbe quindi occasione di vedere i bagni
di folla che Pertini passava da un luogo all’altro. Da quel
momento – scrive Bruno Vespa: «Quando capitava, per
qualche
accidente, che le telecamere non fossero al momento giusto e nel posto
giusto, la reazione del Presidente faceva tremare le mura pontificie
del Quirinale». Codesto indulgere alla popolarità
credo
non fosse altro che la giusta rivalsa agli anni duri della giovinezza
passati tra confino e galera; botte e umiliazioni, nel continuo rischio
della vita. Toto Cotugno gli dedica una canzone; egli prende bambini in
braccio, riceve scolaresche, partecipa pieno di dolore a funerali di
Stato… Esterna discorsi un po’ demagogici
(«Vuotate
gli arsenali, riempite i granai») ma che sono musica alle
orecchie del popolo italiano. Come nel novembre 1980, dopo il terremoto
dell’Irpinia, quando attacca con asprezza Arnaldo Forlani,
capo
del governo, in un’intervista alla televisione.
Sandro Pertini muore a Roma nel 1990 a novantaquattro anni. Non vede
Mani Pulite, l’ignominia delle monetine contro Craxi
all’uscita del «Raphael». Si risparmia
l’ira
strumentale delle tricotteuse giustizialiste. Sono anche convinto che
con Sandro Pertini al Quirinale al posto del sepolcro imbiancato Oscar
Luigi Scalfaro, la mirata demolizione del Partito Socialista Italiano e
degli altri partiti democratici per mandare al potere gli sconfitti
della storia, gli ex-comunisti, non sarebbe stata possibile.
(giugno 2006)