Dino
Segre, in arte Pitigrilli
Un
uomo coraggioso, controcorrente e irriverente che mise in crisi alcune
delle maggiori fedi politiche del suo tempo
di Alberto
Rosselli
Ad
oltre trent’anni dalla sua scomparsa, la controversa figura
di
Pitigrilli, al secolo Dino Segre, rimane ancora sepolta nel vasto e ben
curato cimitero della disinformazione e del pregiudizio e, salvo alcune
meritorie e coraggiose opere di rivalutazione (vedi gli scritti e le
memorie di Fabio Andriola, Sergio Andreoli, Enzo Magri e Maurizio
Bonfiglio e il saggio di Umberto Eco), pochi fino ad oggi sono stati i
critici che si sono cimentati nella riscoperta di questo importante
giornalista e romanziere.
Scrittore brillante e disincantato,
attento
osservatore della società italiana, dei suoi costumi e delle
sue
debolezze, Pitigrilli è stato oltre che un autore di
indubbio
talento anche e soprattutto un notevole ed atipico talento
giornalistico. Un cronista che, complici il suo stile provocatorio,
paradossale e anticonformista riuscì – nobile
impresa
– ad attirare su di sé l’antipatia e
persino
l’odio di gran parte degli intellettuali e dei potenti
d’ogni schieramento e colore.
Dino Segre nacque a Torino nel 1893 da
una famiglia
borghese («Avrei voluto nascere a Torino al principio del
secolo
scorso [...] invece vi nacqui cent’anni dopo [...] Mia madre
discende da una famiglia di farmacisti piemontesi, mio padre era
ufficiale dell’esercito»). A ventidue anni si
laurea in
Giurisprudenza, ma non intraprende la carriera forense, preferendo
dedicarsi subito alla letteratura, allo studio delle lingue moderne e
antiche e al giornalismo. E a neanche ventitré anni inizia a
scrivere per importanti testate, tra cui
«L’Epoca»,
evidenziando in poco tempo straordinarie capacità come
inviato
in Turchia e in altri Paesi. Fondamentalmente scettico circa le
possibilità di riscatto di un’umanità
perennemente
alla ricerca di facili soluzioni alla morte, all’ingiustizia
sociale o al dolore mentale; decisamente dubbioso circa le
capacità intellettive dell’uomo medio
(«Ammetto il
bacio al lebbroso ma non concepisco la stretta di mano al
cretino»), Pitigrilli, nel corso della sua lunga carriera, ha
prodotto un numero esorbitante di articoli, servizi ed elzeviri,
trovando il tempo per dare alle stampe parecchi romanzi cosiddetti
«leggeri», parte dei quali, in realtà,
molto
profondi ed acuti: ricchi di annotazioni ed osservazioni sulla
psicologia del singolo e delle masse, e quasi tutti gradevoli (anche se
ad un’analisi attuale, un po’
«datati») sotto
il profilo stilistico.
Pitigrilli fu anche un abile e conteso
conferenziere, al punto che tra il 1929 e il 1930 egli venne invitato
dalle più importanti Università europee, tra cui
la
Sorbona, a diversi simposi internazionali per disquisire su temi
piuttosto complessi ed interessanti: come i concetti di
«assurdo» e di «ipocrisia»
(«Nel collegio
dei Barnabiti – scrisse nel suo romanzo Cocaina
– aveva imparato il latino, a servire messa e a giurare il
falso.
Tre cose di cui si può aver bisogno da un momento
all’altro. Ma uscendo dal collegio le dimenticò
tutte e
tre») e quello della «decadenza del
paradosso» in
letteratura.
L’abilità e la
colpa di Dino Segre, in
arte Pitigrilli (oltre a questo pseudonimo, utilizzò
talvolta
anche quello di Mathesis) consistettero nel sapere coniugare
l’abilità professionale al gusto estetico e a
quello del
profitto: un’attitudine piuttosto rara che gli
procurò
fama, denaro, ma anche molti guai. Contrariamente alla prassi,
Pitigrilli utilizzò sempre il suo fiuto giornalistico,
letterario e commerciale facendo a meno di assimilarlo e adoperarlo per
praticare uno dei più frequenti esercizi di molti
intellettuali
e giornalisti italiani: la piaggeria nei confronti dei politici e dei
potenti di turno. Contrariamente a quanto è stato
più
volte scritto dai suoi detrattori, di Pitigrilli tutto si
può
dire tranne che abbia fatto o capito qualcosa di politica, scienza che
ben di rado gli rubò il sonno la notte, pur stimolandogli
gli
insaziabili appetiti della polemica.
D’altra parte,
l’intera storia di Segre
fu caratterizzata da un costante e determinato esercizio nei confronti
di uno studiato e raffinato «disimpegno»: conflitto
che il
giornalista torinese ingaggiò a colpi di articoli e di
romanzi
– come si direbbe oggi – «politicamente
scorretti». Ma se i suoi numerosi scritti, che la quasi
totalità dei critici (cattolici, marxisti e fascisti) hanno
sempre condannato o snobbato giudicandoli superficiali, qualunquisti,
vacui e addirittura pornografici, furono forse i suoi articoli (quelli
meno noti) a procuragli i più grossi grattacapi. Non a caso,
all’inizio del 1919, il grande D’Annunzio,
infastidito
dalle dolorose punzecchiature inflittegli dal giovane cronista del
quotidiano romano «L’Epoca»,
arrivò
addirittura a sfidarlo a duello. In effetti, Pitigrilli – al
contrario della quasi totalità dei prudenti ed untuosi
cronisti
italiani del periodo – non aveva pensato due volte a
sputtanare
il Vate impegnato nella «grottesca» conquista di
Fiume del
novembre 1918 («Una nave da guerra mi portò a
Fiume, della
cui italianità Gabriele D’Annunzio si era appena
accorto
[…] E con l’entusiasmo tipico dei poeti-guerrieri,
egli
trovò facile scovare qualche migliaio di individui disposti
a
corrergli dietro»). Incaricato dal direttore della testata di
scrivere un servizio sull’impresa dannunziana, Pitigrilli ci
era
andato dentro con la zappa, infischiandosene altamente della
sacralità dell’Eroe del Volo su Vienna e
smitizzando le
ragioni storiche e i fini politici su cui poggiava la spedizione
militare di Fiume. «Giunto nella città, trovai
della gente
che parlava una strana lingua. Non uno che sapesse
l’italiano.
Qualche rudere qua e là, qualche impronta lasciata nei
secoli
dalle nostre repubbliche marinare; qualche leone di San Marco. Non vidi
molta italianità ma percepii il colore
dell’Oriente:
mercanti di tappeti levantini, sigaraie da strada, profumo di cocomeri
e di uva moscata, venditori di belzuino, di mirra e di
incenso…
Mi sedetti sulla banchina del porto e scrissi di getto un articolo
intitolato: “Fiume, città
asiatica”». Come
dire: che c’entra l’Italia e la sbandierata
italianità con questo posto? Manco a dirlo la
totalità
degli intellettuali si scagliò contro il giovane cronista
che
nel suo polemico pezzo tutto aveva riportato, tranne la menzogna. Il
questore di Roma, «che molto probabilmente fino al giorno
prima
non avrebbe saputo trovare Fiume sulla carta geografica»
arrivò addirittura a sequestrare la testata
(«L’Epoca») sulla quale era comparso
l’articolo. Questo episodio la dice lunga sulla spavalda
propensione alla libertà che Dino Segre sempre
evidenziò
nel corso della sua lunga carriera. Sì, perché
egli non
solo si rivelò una penna vivace ed insubordinata, ma fu
anche in
grado di «resocontare» con lucidità e
coraggio un
qualsiasi avvenimento, trasformandolo in dettagliata analisi.
Ma come si è detto,
Pitigrilli è stato
anche un buon imprenditore, oltre che di se stesso, anche di testate.
Basti pensare all’enorme successo ottenuto dal suo periodico
«Le Grandi Firme», tirato e venduto in decine di
migliaia
di copie, o agli allori conseguiti nel 1948 quando – essendo
dovuto emigrare nel dopoguerra in Argentina per schivare le accuse (per
altro mai provate) di collaborazionismo con i servizi segreti fascisti
– egli riuscì a fare raddoppiare le vendite del
quotidiano
«La Razon» (che arrivò a quasi
cinquecentomila copie
al giorno) con la sua rubrichetta settimanale «Peperoni
dolci». Fatti, questi, decisamente straordinari, soprattutto
se
si considera che Pitigrilli non ebbe mai del giornalismo quella sacrale
concezione che sta alla base dell’atteggiamento serioso e
spesso
spocchioso di molti sedicenti maestri della penna. «La
servitù del giornalismo – annoterà lo
scrittore
torinese alla fine degli anni Quaranta – consiste
nell’arrivare alle nove del mattino in un paese sconosciuto,
e a
mezzogiorno spedire il primo articolo, dopo avere scambiato quattro
chiacchiere col primo venuto, e avere visto della città il
tratto che va dalla stazione all’albergo».
È proprio
per sopperire alla noia e alla sostanziale frustrazione che, a parer
suo, contraddistinguerebbero il mestiere del giornalista, che
Pitigrilli interpretò quest’ultimo sempre a suo
modo, con
quella incredibile verve surrealista che gli procurò grandi
successi, ma anche grandi dolori ed infine l’esilio.
«Un
giorno il direttore dell’“Epoca” mi
disse:
“Vada al Lyceum femminile. Il senatore Morello tiene una
conferenza sulle bellezze di Roma. Mi raccomando, prenda una
carrozzella e faccia presto” – aggiunse. Io presi
la
carrozzella e, invece di farmi portare al Lyceum femminile, feci una
passeggiata di un’ora al Foro, al Gianicolo e al Pincio.
Rientrato in redazione feci il racconto della conferenza, passando in
rivista tutte le bellezze di Roma che avevo viste e di cui
probabilmente quel signore doveva aver fatto l’elenco. Ci
vuole
una bella impudenza, io pensavo, per parlare a Roma delle bellezze di
Roma. Però non lo scrissi. Scrissi invece una pagina di
elogi al
fine conferenziere, e diedi il nome delle signore intellettuali che
erano fra il pubblico. La cosa non mi fu difficile, perché
erano
sempre le stesse. L’articolo ebbe un successo sbalorditivo,
anche
perché all’ultimo momento il conferenziere si
sentì
male e la conferenza venne rinviata di un mese».
Nonostante la sua spiccata propensione
all’invenzione scanzonata e al folle rischio (più
di una
volta fu sul punto di essere linciato dai suoi superiori), Pitigrilli
non ebbe mai problemi a dimostrare di essere un preciso e corretto
inviato, a tal punto che gli vennero affidati, fin dai suoi esordi,
servizi di notevole spessore. Nell’autunno del 1919,
Pitigrilli
fu a Napoli per seguire l’andamento delle prime elezioni
politiche a suffragio universale che si tennero in Italia. E come da
copione dalla sua penna ne uscì un saggio godibilissimo e
puntuale. «Partii per Napoli e vi rimasi un mese. Scrissi,
Dio sa
come, trenta articoli stracarichi di colore come dei Van Gogh.
“L’Epoca”, di cui prima si vendevano a
Napoli tre o
quattro copie, salì a centomila. Fu un vero
trionfo».
Con il passare del tempo il suo impegno
giornalistico iniziò a lasciare sempre più spazio
alla
narrativa. Ad appena ventisette anni, egli venne inviato quale
corrispondente nientemeno che a Parigi, che per un giornalista rampante
di oggi sarebbe un po’ come andare a fare un servizio su una
delle lune di Giove. Nella viziosa, colta, debosciata e fantasmagorica
capitale francese, il giovane scrittore torinese ebbe modo di
assaporare tutte quelle trasgressive ed in buona parte fantasiose
esperienze che troveremo in seguito nel suo primo e più
celebre
libro, Cocaina
(1920).
Romanzo in cui Tito Arnaudi, il protagonista di questa ardita e
sensuale fiaba surreale, è proprio un giornalista come lui:
atipico, contraddittorio, indagatore e al tempo stesso rassegnato.
«Ci si rifugia nel giornalismo come ci si rifugia nel teatro
dopo
aver fatto i mestieri più disparati e disperati: il prete,
il
dentista, l’agente di assicurazione». E ancora:
«Quanti servi che non parlano ci sono nel giornalismo! Noi
non
siamo esseri che vivono nella vita. Noi siamo sul margine della vita;
dobbiamo sostenere un’opinione che non abbiamo, e imporla al
pubblico; trattare questioni che non conosciamo, e volgarizzarle per la
platea; noi non possiamo avere un’idea nostra; dobbiamo avere
quella del direttore del giornale: ma nemmeno il direttore del massimo
giornale ha il diritto di pensare col suo cervello, perché
quando è chiamato dal consiglio d’amministrazione
deve
soffocare la sua opinione, quando ce l’ha, e sostenere quella
degli azionisti».
Ma torniamo a parlare della
professionalità
di Pitigrilli, di quella sorta di innata capacità di
coniugare
la più assoluta libertà d’espressione
al successo
di pubblico: una dote che lo rese inviso allo stesso regime fascista.
Ridicola, a questo proposito, la vulgata popolare che
nell’immediato secondo dopoguerra volle fare di Pitigrilli
uno
spietato e cinico collaborazionista del regime. A questo proposito
giova ricordare che, tra il dicembre del ’26 e il marzo del
’27 due temibili testate – «Il Popolo
d’Italia» e «Il Regime
Fascista» –
avviarono contro il giornalista e scrittore torinese di origine ebraica
un’isterica e grottesca campagna denigratoria, accusandolo di
essere un anti-italiano, un maniaco sessuale e un cocainomane
pederasta. Nel 1938, in seguito all’emanazione delle leggi
razziali, il cosiddetto «collaborazionista del
regime»
Pitigrilli venne perseguitato e costretto ad interrompere la sua
attività. E il 10 giugno 1940 fu addirittura mandato al
confino
di polizia, in un paesino della riviera ligure. Temendo il peggio,
Pitigrilli cercò allora di defilarsi, pur continuando a
scrivere
e a pubblicare i suoi romanzi. Ma anche così facendo
proseguì nel procurarsi rinnovati attacchi da parte di tutti
gli
esponenti di un’Italia che, al di là delle
indubbie colpe
del regime, evidenziava però i limiti di una vecchia cultura
sessuofobica e bigotta.
L’ostentata ammirazione
manifestata da
Pitigrilli nei confronti della frizzante e cosmopolita cultura
francese, oltre che ad irritare gli alfieri di un fascismo proteso alla
rivalutazione della romanità, provocò anche forti
pruriti
moralistici in non pochi intellettuali cattolici e di Sinistra. Ma fu
soprattutto il grande, immenso successo commerciale ottenuto dai suoi
romanzi e dalle «Grandi Firme» a rendere
Pitigrilli, il re
dei best-seller piccanti, detestabile tout court.
D’altra parte, in una nazione dove sia la cultura
social-fascista
che quella clericale continuavano bene o male a convivere, impedendo il
sorgere di stili letterari affrancati dagli sciatti e provinciali
stilemi allora in voga nella cosiddetta narrativa
«leggera», non c’era da attendersi nulla
di diverso.
Ciò che i tromboni della critica proprio non sopportavano di
Pitigrilli era il disinvolto anticonformismo stilistico con il quale
egli inumidiva la punta della sua penna e, come si è detto,
lo
strepitoso successo commerciale delle sue iniziative editoriali e dei
suoi romanzi. Certo è che a Pitigrilli – uomo
gaudente
fortemente incline alle spese – il successo e il denaro
interessavano parecchio, come pure il consenso dei lettori:
«Questo fascicolo ha la pretesa di conquistare il grande
pubblico
– reciterà l’editoriale del primo numero
di
«Grandi Firme» –. Per riuscirci
userà un solo
mezzo: essere divertente. Presenterà novelle dei massimi
scrittori, non per lusso e non per feticismo, ma perché essi
offrono meno degli altri probabilità di narcosi
[…] Non
miriamo a rigenerare gli uomini, fustigare i tempi, segnare nuovi
indirizzi alla civiltà, per mezzo di racconti morali. La
letteratura non ha funzione depuratrice, e noi non siamo missionari
chiamati a convertire il traviato lettore, né trappisti che
ogni
quarto d’ora lo riconducano a meditare sulla morte
inevitabile.
Escluderemo tutto ciò che può avere anche un vago
sapore
politico. I letterati che fanno della politica sono uggiosi e
incompetenti come i politici che fanno della letteratura».
Non stupisce quindi che sia gli
intellettuali in
orbace che quelli in doppiopetto non potessero nutrire alcuna stima nei
confronti del creatore di una simile testata. Manifestando un coraggio
che non di rado sconfinava nella temerarietà, Pitigrilli
usò «Grandi Firme» come sua privata
tribuna dalla
quale canzonò gerarchi e critici. Rischiò sempre
di
persona e di suo (anche dal punto di vista finanziario) per avviare e
sostenere le sue spericolate imprese editoriali. Fondò
diverse
testate, alcune fortunate, altre meno. E senza tema di smentita si
può dire che molto raramente nel panorama e nella storia
dell’editoria italiana sia possibile annoverare esempi
analoghi.
Alla creatività e all’intensa
produttività di
Pitigrilli si deve «Il Dramma» (testata nata negli
anni
Venti e sopravvissuta, anche dopo il disastro della guerra, fino agli
anni Settanta). Curiosamente, di questa creatura del giornalista
torinese l’Enciclopedia
del Teatro
riporta soltanto il nome del suo direttore, Lucio Ridenti, che fu messo
al timone della rivista proprio da Segre. Caduti nell’oblio
sono
anche altri suoi prodotti dai contenuti veramente interessanti, come
«Le Grandi Novelle», «La Vispa
Teresa» e
«Crimen», il primo periodico italiano interamente
dedicato
al racconto giallo. Meno fortuna ebbe invece «I
Vivi»,
prodotto anticipatore del moderno rotocalco.
Ce n’è abbastanza
per sostenere che
Pitigrilli, grazie alla sua istintiva vocazione alla comunicazione,
seppe rivolgersi ed offrire ad un vasto pubblico non tanto un messaggio
o una lezione, ma la suggestione di uno stile di vita sostanzialmente
critico e libertario. E tutto ciò in un’epoca
caratterizzata da una drammatica e tetra uniformità di
pensiero.
Dino Segre fu uno dei pionieri della cosiddetta «letteratura
popolare», mettendosi in luce come stimolatore di idee e come
scopritore di talenti. Parecchi dei quali nel tempo gli sono
sopravvissuti, rinnegandolo.
Per sfuggire alla caccia alle streghe
del secondo
dopoguerra, Pitigrilli visse il tramonto della sua carriera e della sua
vita in assoluta solitudine, emarginato dagli stessi pregiudizi che lo
avevano perseguitato da giovane e bollato dei più infamanti
delitti. Dopo l’epurazione politica del 1945, Dino Segre
continuò a lavorare a modo suo, sfornando rubriche ed
elzeviri:
specialità per la quale riteneva di avere una particolare
attitudine: «Se c’è un campo in cui
credo di aver
scoperto il segreto del successo – confiderà in
una delle
ultime interviste – è quello della corrispondenza
con i
lettori. Ecco, io penso di sapere che cosa la gente del popolo si
aspetta da queste rubriche. Ho una tecnica per arrivare diritto al
cuore di chi legge. E se le lettere che arrivano sono sciocche, non
importa, si possono sempre inventare, e saranno proprio le lettere che
la maggioranza dei lettori avrebbero voluto avere scritto».
Ma questo suo ultimo impegno non gli fu
certo agevole. Convertitosi al Cattolicesimo nel 1948 (con La piscina di Siloe
e con Gusto per un
mistero Pitigrilli dichiarò pubblicamente
questa sua scelta, confermata nella sua autobiografia Pitigrilli parla di Pitigrilli;
fondamentali risultano a questo proposito i suoi successivi incontri
con Padre Pio da Pietrelcina, Eva Lavallière e con grandi
medium
dell’epoca) rientra in Europa nel 1957 accompagnato da una
nuova
raffica di critiche per questa sua scelta.
Nell’Italia del dopoguerra
Dino Segre visse
come un profugo appestato. Costretto a tirare avanti ai margini di
un’editoria libera da vincoli di regime, ma non per questo
scevra
di pregiudizi. Ormai anziano, Pitigrilli cercò allora di
proporsi presso le testate più «politicamente
scorrette» del Paese, ma invano. Il sospetto che
ch’egli
avesse potuto svolgere (come sempre sostennero i suoi detrattori) il
fantomatico ruolo di informatore dell’OVRA indusse anche
personaggi come Guareschi e perfino Giorgio Almirante a rifiutargli la
collaborazione al «Candido» e al «Secolo
d’Italia». Obbligato a campare soltanto di piccole
collaborazioni, alla fine degli anni Cinquanta egli poté
prestare il suo genio e il suo stile, ormai corretti e resi
più
saggi dal dono della vecchiaia e della fede, al microscopico
«Messaggero di Sant’Antonio»: un destino
piuttosto
curioso (ma forse non troppo) per un intellettuale ribelle che
dedicò tutta la sua esistenza al paradosso.
Morirà solo e quasi
completamente dimenticato
nella sua Torino, l’8 maggio 1975, nella casa di Via Principe
Amedeo.
Nota
Parte dell’articolo è tratto dalla relazione di
Fabio
Andriola tenuta l’11 agosto 1999 a Madesimo (Sondrio) in
occasione del convegno «Stampa e potere – Idee,
firme e
denaro nel regno dell’informazione».
Opere
di Pitigrilli
Il Natale di Lucillo e
Saturnino, Sonzogno, Milano, 1915. Le vicende guerresche
di Purillo Purilli bocciato in storia, S. Lattes e C.,
Torino, 1915. Mammiferi
di Lusso, Sonzogno, Milano, 1920. Ingannami bene,
Casa Editrice Italia, Milano, 1920. La cintura di castità,
Sonzogno, Milano, 1921. Pitigrilli, Cocaina, Sonzogno,
Milano, 1921. Oltraggio
al pudore, Sonzogno, Milano, 1922. La Vergine a diciotto carati,
Sonzogno, Milano, 1924. In
tribunale col pittore Adolfo Magrini, il Dottor Aristide Raimondi ed
altri, imputati di oltraggio al pudore a mezzo della stampa,
G.G. Rocco Napoli, 1926. L’esperimento
di Pott, Sonzogno, Milano, 1929. I vegetariani
dell’amore, Sonzogno, Milano, 1929. Le amanti. La decadenza del
paradosso, Torino, Edit. Associati-Tip. Salussolia, 1938.
Mathesis, Il lotto come
si gioca e come si vince, Torino, Ars, s.d. (1930?). La meravigliosa avventura,
Sonzogno, Milano, 1948, contiene anche I cani abbaiano, La carovana passa. Lettera a Mario Mariani e a
personaggi minori, Saturno, Sonzogno, Milano, 1948. La piscina di Siloe,
Sonzogno, Milano, 1948. Mosè
e il cavalier Levi, Sonzogno, Milano, 1948. Il farmacista a cavallo,
Sonzogno, Milano, 1948. Lezioni
d’amore, Sonzogno, Milano, 1948. Confidenze
(conferenza), Monza, Tipografia sociale, 1949. Pitigrilli parla di Pitigrilli,
Sonzogno, Milano, 1949. Apollinaria.
Poemetto. Seguito da cinque novelle, Sonzogno, Milano,
1950. Adamo (Peperoni
dolci), Sonzogno, Milano, 1951. Peperoni dolci,
Sonzogno, Milano, 1951. Il
sesso degli angioli (Peperoni dolci), Sonzogno, Milano,
1952. Dizionario
antiballistico, Sonzogno, Milano, 1953. La moglie di Putifarre,
Sonzogno, Milano, 1953. Gusto
per il mistero, Sonzogno, Milano, 1954. Come quando fuori piove,
Sonzogno, Milano, 1954. La
danza degli scimpanzé (Peperoni dolci),
Sonzogno, Milano, 1955. Pitigrilli, L’«affaire
Susanna» (Short stories e storie in shorts),
Sonzogno, Milano, 1955. L’amore
ha i giorni contati, Sonzogno, Milano, 1956. Il pollo non si mangia con le
mani. Galateo moderno, Sonzogno, Milano, 1957. I figli deformano il ventre
(Peperoni dolci), Sonzogno, Milano, 1957. L’amore con la O
maiuscola, Sonzogno, Milano, 1958. La Maledizione,
Napoli, Rocco, 1958. Sacrosanto
diritto di fregarsene, Sonzogno, Milano, 1959. Amore a prezzo fesso (Short
stories e storie in shorts), Sonzogno, Milano, 1963. I pubblicani e le meretrici,
Sonzogno, Milano, 1963. Lo
specchio e l’enigma, Padova, EMP, 1964. I Kukukuku,
Sonzogno, Milano, 1964. Odor
di femmina, Sonzogno, Milano, 1964. Il dito nel ventilatore,
Sonzogno, Milano, 1965. La
donna di trenta, quaranta, cinquanta, sessant’anni. (Una
croce sull’età), Sonzogno, Milano,
1967. La bella e i
curculionidi, Sonzogno, Milano, 1967. Queste, coteste e quelle,
Sonzogno, Milano, 1968. Amori
express, Sonzogno, Milano, 1970. Sette delitti,
Sonzogno, Milano, 1971. Nostra
signora di Miss Tiff, Napoli, Marotta, 1974.
Riedizioni
Pitigrilli, Dolicocefala
bionda. L’esperimento di Pott (saggio
introduttivo di Umberto Eco), Milano, Sonzogno, 1976. Pitigrilli, Cocaina
(introduzione di Giorgio De Rienzo), Milano, Mondadori, 1981.
Pitigrilli, La piscina
di Siloe (prefazione di Elio D’Aurora), Torino,
A&C, 1991. Pitigrilli, La
piscina di Siloe (prefazione di Vittorio Messori con un
saggio di Agostino Gemelli), Milano, Bompiani, maggio 1999. Pitigrilli,
Cocaina
(con un saggio di Umberto Eco – 1976), Milano, Bompiani,
maggio 1999. Pitigrilli, L’esperimento
di Pott, Milano, Bompiani, febbraio 2000. Pitigrilli, Mammiferi di lusso,
Milano, Bompiani, febbraio 2000.
(anno 2005)