torna alla home page di  www.storico.org

Storia di un uomo qualunque

Cronaca di una vita sbagliata, e di un difficile riscatto

 

di  Simone Valtorta

 

 
Si chiama Alfredo Licata, «poeta del secondo gradino» (come lui stesso si è definito). Ma il suo nome non compare in nessuna enciclopedia letteraria, e le sue poesie, pur apprezzate al Premio per la Pace 2011 istituito dalla Regione Lombardia, non sono state pubblicate in nessuna antologia.
    La sua storia non ha nulla di grandioso, né di eccelso; sarebbe potuta essere una vita tranquilla, magari monotona, al limite «noiosa», se le circostanze fossero state diverse. Invece è stata una vita travagliata, fatta di eccessi negativi verso se stesso e verso gli altri: un cumulo di errori.
    Non chiede sconti, Alfredo: ha fatto in tutta coscienza delle scelte che sapeva l’avrebbero portato un giorno a dover pagare il conto, e il conto lo sta pagando. È un conto salato, forse più salato di quanto meritasse – Alfredo giace in una camera asettica d’ospedale, il volto scavato dalla malattia, gli occhi febbricitanti, la mente sempre più ottenebrata, sentendo la vita che scorre via, lentamente ma inesorabilmente, stilla dopo stilla.
    Alfredo è nato nella bella cittadina impressa nel suo cognome durante i «favolosi» anni Sessanta, gli anni del miracolo economico, della dolce vita, degli obiettori di coscienza, degli antinazionalisti, dei grattacieli, del cinema neorealista e della letteratura social-sessuale di Sinistra (e della corruzione politica, ovviamente: certe cose sembrano esserci sempre state); era, si è detto, un’Italia miliardaria.
    Ma Alfredo non aveva i soldi che avevano altri: la ricchezza gli passava accanto, allettante, gli accendeva la mente di sogni, ma non si fermava da lui.
    Aveva una passione, Alfredo: la moto! Una passione comune a tanti ragazzi, attratti dalle linee ondulate, eleganti, sinuose delle moto perché forse, inconsciamente, richiamano le linee (ondulate, eleganti, sinuose anch’esse, e in più calde e morbide) delle donne che, una volta cresciuti, potrebbero forse stringere tra le braccia. Ad Alfredo piacevano le moto, piacevano troppo; e una volta non resisté alla tentazione di prenderne una tutta per sé. Senza pagare.
    Non era un ladro, Alfredo. E infatti, poche ore dopo che il proprietario del veicolo aveva sporto denuncia per furto, i carabinieri si erano presentati a casa sua. Non avevano potuto portarlo in carcere, però, perché era ancora minorenne.
    La passione per le moto, in seguito, gli passò, o forse fu solo repressa a favore di amanti molto crudeli: la cocaina e l’eroina.
    Crudeli, ho detto, ed anche esigenti: ti vogliono tutto per sé, ti ghermiscono con i loro tentacoli da piovra, ti stringono sempre di più in un viscido abbraccio, inebriandoti coi loro profumi da loto, finché non riesci più a pensare ad altro che a loro, e perdi la ragione. E sei pronto a tutto pur di averne di più, sempre di più.
    Questa volta, le porte del carcere si sono aperte veramente, per Alfredo, per un totale di tre anni. E per reati che non aveva mai commesso: per i giudici era evidente che, dato che era un tossicodipendente, era anche uno spacciatore. Nessuno poteva credere alla sua innocenza.
    Infine uscì, ma non era più un uomo – era una larva. L’eroina gli aveva devastato il corpo, oltreché l’animo; gli aveva distrutto la vita, tolto la prospettiva o la semplice speranza di un futuro, e gli aveva instillato nella carne quelle tossine che lo stanno implacabilmente portando alla morte.
    È stato allora che Alfredo ha iniziato a scrivere poesie: poesie semplici, in un italiano lontano dalle forme auliche cui siamo abituati – un italiano a tratti incerto o zoppicante, ma palpitante di sincerità. Poesie in cui vibra la sua rabbia per una vita buttata alle ortiche, ma anche il suo disperato bisogno di amore, del contatto con una donna, con la madre, con Dio:
    «La mia vita è oscura
    come oscure sono le notti d’inverno.
    Non riesco a capire
    cos’è questa amarezza
    che mi trascino addosso,
    forse del bene, forse del male
    ma nessuno sa spiegarmi cos’è
    quest’atroce cosa
    che come nelle notti d’inverno
    è buia e tetra.
    Io credo che Tu ci sei,
    da te voglio un messaggio
    oh mio caro Gesù
    a Te sempre pregherò».
    Le parole possono essere a volte del tutto inadeguate ad esprimere i suoi sentimenti, la sua visione del trascendente:
    «Sento che Qualcuno
    mi guarda dall’alto dei cieli,
    non capisco cos’è.
    Ho bisogno di un filo di voce,
    qualcosa che mi faccia sentire in me
    e io sarò sempre Suo».
    Un’altra breve poesia su questo tema, sulla ricerca di Dio, che è poi una ricerca anche su se stessi, sul senso della propria esistenza:
    «Qualche volta guardo il cielo
    e vedo una luce rossa
    che tutto abbaglia,
    un colore che pare rosso rubino acceso.
    Più la guardi più avanti si va:
    è Dio che bisogna arrivare a capire».
    Lucida, sempre, è la consapevolezza di essere lui l’unico artefice della propria sciagura – lui, e non il mondo, la società, o altro:
    « Oh Tu che dai cieli mi guardi, grande Tu sei.
    Oh Tu che l’Universo hai formato,
    ciò si sta perdendo per la malvagità dell’uomo:
    troppo benessere, troppo vizio
    che a nulla portano,
    solo autodistruzione voluta da noi uomini».
    Alfredo Licata ha sempre desiderato che la sua storia venisse raccontata, soprattutto ai giovani, perché non facciano i suoi errori, perché capiscano che la vita è degna di essere vissuta pienamente, e che l’alcool e la droga non risolvono i problemi, ma li sostituiscono con uno più grande. E interrompono tutte le relazioni, con il mondo, con l’altro, con se stessi. Lui l’ha provato sulla sua pelle. E non vuole che ciò che è successo a lui succeda anche ad altri.
    Vorrei concludere con una sua ultima poesia, la richiesta di cercarlo nel prossimo, in chi incontreremo, in chi ci sta accanto, nell’uomo qualunque che incontriamo per strada. Penso che questa poesia possa sintetizzare bene il suo pensiero, che l’esistenza è sempre degna d’essere goduta, ma non chiusi nel proprio mondo gretto e meschino, ma aperti agli altri. Solo così si è veramente, autenticamente vivi. E solo così la sua storia non sarà stata sterile, non sarà la storia anonima di un uomo qualunque, ma avrà una sua ragion d’essere, una sua unicità:
    «Cercami nell’altro,
    non so dove ma tu cercami,
    e magari mi troverai.
    Continua a cercarmi,
    sono vivo come te.
    Tu cercami, io sono al tuo fianco,
    ma tu canta e balla e divertiti
    e mi troverai al più presto.
    Nel mio cuore c’è sempre quella piccola porticina
    tutta per te.
    Ma tu cercami e ancora cercami,
    ci sarò dove sarai tu.
    Ti amo».
(febbraio 2013)