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Storia di Albenga

Una città in equilibrio tra un passato glorioso e un futuro sereno

 

di  Simone Valtorta

 

 
L’Italia è un immenso museo a cielo aperto: frase lapidaria ma che pochi non sottoscriverebbero; non esiste Nazione al mondo che possa vantare un patrimonio storico, artistico e culturale pari a quello italiano – un patrimonio spesso ignoto agli stessi Italiani. In pratica, ogni città o paese è un gioiello; in nessun altro Paese del mondo è così.
    Albenga è uno di questi gioielli semisconosciuti: città fortificata preromana del Ponente ligure, è trascorsa pressoché indenne attraverso i secoli fregiandosi di un passato glorioso. Passeggiare tra le vie di Albenga è passeggiare attraverso la Storia.
    La Liguria, terra aspra di rocce e di sale, perennemente in bilico tra cielo e mare, ebbe in dono brevi oasi di piano: una di queste zone, palmo a palmo sottratta al limo del fiume Centa (parola di probabile derivazione latina, col significato di «cintura»), divenne sede della tribù ligure degli Ingauni, gente fiera e tenace, formatasi all’aspro insegnamento del mare, per secoli curva su zolle dure da dissodare contendendole ora al monte, ora all’onda che vorace lambiva la riva. Riuniti in villaggi, in posizione un po’ arretrata rispetto alla costa, gli Ingauni controllavano il litorale e le rotte navali dalle alture prospicienti il mare; il loro territorio andava da Finale Ligure a Sanremo, e comprendeva anche l’entroterra. L’umile mensa di questi Liguri era composta di alimenti essenziali, quali farina, ortaggi e legumi; e poi frutta, formaggi, olive ed olio, prezioso estratto della loro spremitura. Inoltre era sicuramente noto agli Ingauni il valore del pesce e dei frutti che il mare poteva offrire.
    Celebre divenne il Moretum, componimento in esametri dell’Appendix Vergiliana, nel quale è descritta la preparazione di una frugale focaccia insaporita con formaggio a base di aglio, ruta e olio d’oliva; ingredienti semplici, d’una cucina povera, soffusi d’autentica poesia… la poesia della terra, di mani nodose, strette ad impugnare la vanga, levate a colpire i buoi che lenti fendono le zolle con l’aratro, dall’alba al tramonto. La poesia del sole, che discreto conduce ad un nuovo giorno, degli aromi, dell’acre odore del fumo, della fiamma che crepitando tra le pietre del focolare cuoce nuova pietanza per colui che si accinge alla quotidiana fatica.
    A testimonianza della radicata cultura dell’olio e di una civiltà fortemente contadina, rimane il Museo La Civiltà dell’Olivo dell’Antico Frantoio Sommariva che, attraverso un percorso di storia e tradizioni locali, conduce il visitatore attento e curioso ad un vicino passato nel quale per molti sarà facile riconoscersi.
 
Albingaunum

Con lo scoppio delle guerre puniche, nel III secolo avanti Cristo, il territorio ligure, posto lungo le rotte per la Gallia e la Spagna, venne a ricoprire un’enorme importanza strategica; fu quindi indispensabile per Roma garantirsene il controllo. Le ostilità ebbero fine dopo la sconfitta definitiva dei Liguri Ingauni, nel 181 avanti Cristo, ad opera del proconsole romano Lucio Emilio Paolo, quando l’intera Liguria Occidentale fu assoggettata da Roma.
    La fondazione della città romana di Albingaunum («città degli Ingauni» nell’antica lingua ligure, la moderna Albenga), come capoluogo del territorio ingauno, risale sicuramente alla fase iniziale, di organizzazione, della zona conquistata. Non ci è nota l’esatta data di fondazione della città; tuttavia le più antiche testimonianze archeologiche finora rinvenute nel sottosuolo di Albenga, il cui centro storico coincide con quello della città romana, indicano che Albingaunum doveva già esistere tra la fine del II e l’inizio del I secolo avanti Cristo.
    La nascita di Albingaunum rappresenta una tappa fondamentale nella romanizzazione della Liguria Occidentale. Ubicata nelle vicinanze dell’antico oppidum dei Liguri Ingauni (alcune loro sepolture sono state trovate a ridosso della costa), dove importanti vie naturali di collegamento costiero e di penetrazione verso la Pianura Padana si incrociavano con le rotte marittime dirette verso la Gallia e la Spagna, la città si qualificò da subito come polo di notevole importanza strategico-militare e mercantile. La sua felice posizione lungo la costa, a margine di una fertile pianura (la più vasta esistente nel territorio ligure) conferì ad Albingaunum quella duplice fisionomia di centro portuale ed agricolo che, per secoli, sarà alla base della sua prosperità economica. In età cesariana, Albingaunum ottenne probabilmente la cittadinanza romana e lo status municipale: da essa dipendeva un ampio territorio, che abbracciava tutta la costa tra Sanremo e Finale Ligure, fino alla valle del Tanaro, nell’entroterra.
    È tuttavia a partire dall’età imperiale che si può registrare un più intenso sviluppo urbanistico, indice di una crescita economica legata anche all’apertura, nel 13 avanti Cristo, della Via Iulia Augusta (la famosa Aurelia), importante arteria costiera che passando attraverso la città la collegava con la rete viaria dell’Italia e della Gallia.
    Durante tutto il periodo imperiale la prosperità agricola della pianura circostante Albenga doveva essere notevole se, tra il 279 e il 281 dopo Cristo, il latifondista Proculo, nell’inutile tentativo di usurpare il potere del legittimo Imperatore Probo, poté armare a sue spese un esercito di schiavi che impiegava nelle sue tenute di Albingaunum. La recente scoperta dei resti di una villa agricola a Lusignano, nell’immediato entroterra di Albenga, conferma quanto fosse intenso lo sfruttamento della fertile pianura, da cui dipendeva in larga misura la prosperità della città.
    La sopravvivenza, nella città medioevale e moderna di Albenga, di un impianto urbanistico ortogonale di chiara derivazione romana, che conserva lo stesso orientamento delle strutture di età imperiale, rinvenute a più riprese durante gli scavi archeologici condotti all’interno del centro storico, ha permesso di ipotizzare che Albingaunum avesse una pianta modellata sul castrum romano con vie (cardini e decumani) che si intersecavano ad angolo retto, il cui tracciato sembra coincidere in gran parte con le strade attuali. Scavi archeologici, condotti lungo i lati meridionale ed occidentale dell’antica cinta muraria che circonda il centro storico di Albenga, hanno rivelato una straordinaria coincidenza nel perimetro tra la città romana e quella medioevale, a riprova di come, nel corso dei secoli, la città si sia costantemente sviluppata sul medesimo sito. Nelle aree indagate le mura rinascimentali, medievali, tardo-romane e repubblicane si impostano infatti le une sulle altre in una straordinaria sequenza. I resti archeologici di costruzioni databili all’età imperiale, in parte visibili nell’attuale alveo del Centa, all’esterno della cinta, dimostrano come, nel clima di pace e di prosperità inaugurato dall’Impero, la città sia cresciuta espandendosi oltre le mura repubblicane nella breve piana, che separava Albingaunum dalla zona collinare, per poi contrarsi nuovamente all’interno delle mura, nel V secolo, dopo la tragica esperienza dell’invasione visigotica.
    Di difficile soluzione è il problema relativo all’ubicazione del porto interrato di Albingaunum, che, sulla base di considerazioni di tipo topografico e toponomastico, viene localizzato a Vadino, a Sud-Est della città, lungo l’antica linea di costa.
    Giungendo da Savona, presso l’accesso orientale della città, si trova – ormai assediata da una selva di coltivazioni – la grandiosa struttura del Pontelungo, che un’antica tradizione volle datare ai fasti imperiali. Realizzato in pietra di Cisano, il monumento presenta una teoria di dieci arcate per una lunghezza complessiva di centocinquanta metri. Lì, in antico, scorreva il fiume Centa, ma il volgere di pochi secoli impresse alle acque un altro corso, a Ponente della città, mentre il greto originario lentamente cedeva le zolle a campi e case. È errato l’appellativo tradizionale di «ponte romano»: verosimilmente, il ponte risalirebbe al XIII secolo, quando ancora il fiume teneva l’antico corso. Sono potenti le suggestioni che il gigante di pietra seppe evocare, come le emblematiche parole di Stéphen Liégeard che nel 1887 scriveva: «Appena usciti da Albenga, vicino ad una cappella dedicata alla Vergine, il viaggiatore corre il rischio di non notare uno dei più antichi ricordi che hanno legato Roma alla sua colonia. Si tratta del Pontelungo» (Stéphen Liégeard, La Cóte d’Azur, Paris, Ancienne Maison Quantin, 1894).

Il Pontelungo, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2007
Il Pontelungo, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2007

    A controllo del ponte, passaggio obbligato per l’accesso alla città da Oriente, sorse nel Medioevo un monastero di frati ponterii formato da chiesa ed hospitale per i viandanti, oggi scomparso. Di fronte all’antico monastero fu eretto nel 1722 il Santuario di Nostra Signora di Pontelungo, proclamata da Pio XII, con Decreto dell’8 luglio 1949, Patrona della Città e della Diocesi di Albenga.
    A pochi metri di distanza dal Pontelungo e dall’omonimo Santuario, in direzione delle mura cittadine, sono visibili i resti della Basilica cimiteriale di San Vittore. Coeva dell’omonima Chiesa di San Calocero, a Ponente della città, la Basilica sorse su una precedente necropoli romana d’epoca imperiale. La sua struttura reca evidenti tracce di successive ricostruzioni, ciascuna disposta su un differente livello a misura del graduale innalzamento della pianura. L’indizio più antico data verosimilmente al IV-V secolo, presentando una muratura del tutto simile a quella del Battistero e delle Mura di Costanzo. Seguono quindi una ricostruzione d’epoca bizantino-longobarda e, la più recente, d’epoca romanica; a quest’ultima fase corrisponde l’ampliamento dell’abside e la posa del cippo funerario romano reimpiegato quale sostegno per la mensa dell’altare.
    Tutt’intorno, le molte tombe rinvenute testimoniano la continuità d’uso della necropoli attraverso le varie epoche storiche. Venuti alla luce nel 1955, tali resti costituiscono uno dei primi documenti del Cristianesimo ingauno. Significativa, inoltre, la dedicazione a San Vittore, martire della Chiesa ambrosiana, a conferma dello stretto legame, all’epoca esistente, tra la diocesi ingauna e quella milanese.
    Le escavazioni condotte per la costruzione di un condominio poco distante hanno inoltre portato alla scoperta, nel 1994, a circa tre metri di profondità, di un breve tratto della necropoli settentrionale di Albingaunum, che si sviluppava lungo il margine dell’antica Via Iulia Augusta, la grande arteria costiera della Liguria Occidentale romana, qui coincidente con il moderno Viale Pontelungo. La scoperta è stata di particolare importanza, sia perché ha consentito di arricchire le conoscenze topografiche di Albingaunum, sia perché ha portato alla luce testimonianze archeologiche di eccezionale interesse, come lo straordinario vassoio in vetro blu con decorazione intagliata rinvenuto in una tomba all’interno di un monumento funerario. Nel breve tratto indagato della necropoli, che verosimilmente si estendeva lungo la strada antica, da Albenga almeno fino al Pontelungo, sono venuti alla luce i resti di quattro monumenti funerari in muratura intonacata, databili, in base ad alcune tombe rinvenute al loro interno, entro la prima metà del I secolo dopo Cristo. I quattro edifici, affiancati lungo il ciglio stradale antico, comprendono un probabile recinto funerario articolato su diversi ambienti, un piccolo recinto cilindrico, in origine sormontato forse da un tumulo, un recinto a pietra quadrata ed una probabile edicola, di cui si conserva solamente il basamento quadrangolare. Appartiene invece ad una fase successiva un quinto monumento funerario formato da un recinto a pianta rettangolare, costruito probabilmente all’inizio del II secolo dopo Cristo. Al centro del recinto, sopra i resti del monumento cilindrico, un basamento rettangolare in muratura era destinato a sostenere un’edicola o, più probabilmente, un altare funerario o un cippo. A ridosso della parete di fondo del recinto si distingue una tomba più tarda, a pianta trapezoidale, che appartiene alla categoria delle tombe cosiddette «a cassone», ampiamente diffuse nell’area mediterranea. Durante l’Alto Medioevo l’intera zona, progressivamente interrata dalle alluvioni del fiume Centa, fu occupata da numerose inumazioni prive di corredo che, dalla fascia retrostante, si estesero verso il margine della strada, fino ad invadere i ruderi ormai abbandonati dei monumenti funerari.
    Si giunge quindi, passo dopo passo, alla città: «Le sue strade strette e tortuose, in alcuni punti arcate, altrove mostrano brevi squarci di cielo tra i tetti scorniciati; le sue severe torri medioevali, le sue mura, le sue porte. Questo il motivo per visitare Albenga» (Walter Tyndale, An artist in the Riviera, London, Hutchinson & Co, 1914).

Torri, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2006
Torri, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2006

    Salda e resistente alle ingiurie del tempo, la città vecchia si sviluppò sull’antico impianto romano, distendendosi in forma di quadrilatero, percorsa da un fitto reticolo di vicoli e strade, che s’incrociano ad angolo retto, lungo le due direttrici del cardo e del decumano.
    Quattro le porte principali a sigillo ed ingresso della città murata; quattro come i punti cardinali in direzione dei quali ciascuna prospetta.
    A Settentrione, in corrispondenza dell’antico percorso della Via Iulia Augusta, si apre la porta detta Del Molino. Imboccando il cardine massimo, l’odierna Via Medaglie d’Oro, conduce a Sud in direzione di Porta Arroscia e dell’antico suburbio nella zona del Monte.
    A Nord-Ovest, in direzione dell’antica strada per Leca, guarda Porta Torlaro; il suo nome forse risale ad una turris lata della cinta muraria romana. Di quelle pietre poco o nulla rimane, certo il ricordo, rinnovato nei testi di storici e studiosi locali. Ad essa, pressoché speculare, nel lato Nord-Est, l’ormai scomparsa Porta della Marina, così nominata perché prossima al mare che un tempo quasi lambiva le mura; prospiciente sull’asse del decumano (attuali Via E. D’Aste e Via Bernardo Ricci) inglobava la struttura dell’omonimo Castello, fortilizio d’età comunale, posto a difesa d’incursioni nemiche e demolito nel 1938.
    Quattro, inoltre, erano i quartieri, ciascuno intitolato al Santo patrono della chiesa eretta entro il suo perimetro. Fulcro di tanta suddivisione, lo storico centro monumentale, con le sue chiese, gli edifici di governo e le dimore dei ceti più elevati. Ai margini, ferveva la vita del popolo, con i suoi mestieri, le sue botteghe e le modeste dimore sovente addossate alle mura.
    «Otia corpus alunt, animus quoque pascitur illis» insegnava Ovidio (Epistulae ex Ponto, 1, 4, 21). E davvero il riposo nutre il corpo e rinfranca la mente predisponendoli a nuovi cimenti, a nuove fatiche. Questa la lezione desunta dai padri latini e dagli Ingauni saggiamente applicata nel quotidiano. Emblema di tanto insegnamento, il passo di Ovidio che non condanna, ma celebra l’otium quale ristoro per le membra e l’animo umani. Il lavoro dei campi e l’attività marinara, l’applicazione dello ius e le numerose professioni ad esso correlate, trovarono opportuna pausa nella frequentazione di terme e teatro. Ciò a misura del profondo accoglimento di quello che gli studiosi definirono il modus vivendi latino.
    L’antica Albingaunum a lungo ha conservato, tra le sue zolle, monumentali indizi circa l’antico culto del tempo libero inteso quale compensazione al tempo della fatica, occasione per una distensione della mente nonché preziosa opportunità di socializzazione.
    Il greto del fiume accoglie oggi i resti di un imponente edificio termale, preziosa testimonianza della cultura e prosperità cittadine ai tempi dell’Impero, oltre alle basi dei pilastri di un acquedotto e alcuni monumenti funerari allineati lungo la Via Iulia Augusta, a Nord e a Sud della città. I monumenti funerari, particolarmente imponenti nel tratto costiero della Via Iulia Augusta tra Albenga e Alassio, comprendono edifici di diversa tipologia, come una tomba turriforme denominata «il Pilone», un colombario ed alcuni recinti, dove gli scavi hanno posto in luce numerose tombe con corredi particolarmente ricchi di oggetti vitrei.
    Sulle pendici del Monte di San Martino, la terra ha inoltre restituito alla luce un anfiteatro. Presumibilmente eretto fra il II ed il III secolo, l’edificio era in grado di accogliere alcune migliaia di spettatori là convenuti per assistere agli spettacoli gladiatori. Preziosa testimonianza circa la tradizione ludica del Ponente Ligure in epoca imperiale, l’anfiteatro presenta una valenza storico-archeologica di grande spessore unitamente ad un sedimento di passioni e bisogni che da un passato lontano recano ancora attuale testimonianza.
    Per chi volesse documentarsi meglio sugli itinerari archeologici di Albenga, soprattutto per quanto riguarda l’età antica, consiglio l’ottimo testo di Bruno Massabò, Albingaunum, Genova, Fratelli Frilli Editori, 2004 (più volte ristampato).
 
 
I secoli di mezzo

All’inizio del V secolo, Albenga fu gravemente danneggiata dall’invasione e dalle scorrerie dei Visigoti; si risollevò tuttavia grazie all’impegno di Flavio Costanzo, generale di Onorio e futuro Imperatore Costanzo III, che diede l’avvio ad una intensa opera di ricostruzione, testimoniata da una famosa iscrizione celebrativa conservata oggi nell’atrio del Palazzo Vescovile di Albenga.
    Divenuta, nel 451, sede di una delle più importanti ed antiche diocesi della Liguria, la città continuò ad esercitare all’interno dell’orbita bizantina le funzioni di centro amministrativo e militare, fino alla conquista longobarda, tra il 639 ed il 643. Appartiene a questa fase un esagio in vetro emesso durante il regno dell’Imperatore Bizantino Giustino. Si tratta di un peso campione usato nelle transazioni per verificare la regolarità delle monete auree. L’esagio – che documenta un uso piuttosto singolare della materia vitrea, adottato anche dagli Arabi dopo la conquista dell’Egitto bizantino – reca l’impronta ufficiale dello Stato, con il ritratto imperiale e il nome di Theodoto, prefetto di Costantinopoli e magistrato monetale tra il 522 e il 523.
    L’Albenga medioevale si sviluppò intorno al municipio ed alla Cattedrale, centri del potere civile e religioso e della vita del popolo: qui si trovano monumenti di eccezionale bellezza, come il Battistero, «il monumento che ogni turista dovrebbe visitare» scriveva Walter Tyndale, pittore ed autore di un prezioso volume, più sopra già citato, dedicato ai tesori della Riviera Ligure.

Il Battistero, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2006
Il Battistero, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2006

    Posto a lato della Cattedrale di San Michele, il Battistero rappresenta un insigne monumento della Liguria paleocristiana. Intitolato a Giovanni Battista, data, presumibilmente, agli anni della ricostruzione operata, tra il 415 e il 421, dal generale Flavio Costanzo. Alla pianta esterna, decagona, corrisponde quella interna, ottagona, fregiata di otto nicchie che guardano all’esterno attraverso finestre in origine molto allungate, rialzate intorno all’VIII secolo. Tra una nicchia e l’altra, otto colonne in granito sormontate da capitelli corinzi fanno mostra di sé, circondando una vasca, anch’essa ottagona, destinata in origine al primitivo battesimo ad immersione. A fregio di una delle nicchie, una splendida decorazione a mosaico, databile al V-VI secolo, ritenuta tra le più pregevoli opere d’arte presenti in Liguria. Documento di grande spessore artistico e filosofico, esprime un soggetto ed uno stile di matrice tipicamente bizantina: sullo sfondo di un cielo cobalto, punteggiato di stelle, campeggia il monogramma di Cristo, circondato da dodici colombe, simbolo dei dodici Apostoli, mentre due agnelli, sul fondo della nicchia, guardano alla Croce, espressione del martirio per la redenzione dell’umanità. Splendide, inoltre, le transenne, in pietra arenaria traforata, presenti in luogo di alcune finestre. A copertura dell’edificio, un tetto ligneo, con tegoli di imitazione romana, sostituisce la cupola originaria, demolita durante i restauri del 1900.

L'interno del Battistero, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2006
L'interno del Battistero, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2006

    Coeva del Battistero, sorgeva tra il IV e il V secolo, la primitiva Cattedrale ingauna. Icona di una comunità ecclesiale che a San Giovanni volle ispirare la propria attività di apostolato, avrebbe condiviso con lo stesso Battistero l’intitolazione al Battista, perlomeno fino all’XI secolo, quando venne dedicata all’Arcangelo Michele. Dell’antica Basilica paleocristiana nulla rimane, mentre numerosi indizi testimoniano dei vari rifacimenti operati nel corso dei secoli: sensibilmente più basso, l’edificio romanico subì successivi rialzamenti a misura della graduale sopraelevazione del suolo ingauno. Romanica, pertanto, risulta la parte bassa della facciata e romanici gli elementi decorativi trasferiti sulla parte alta della costruzione gotica. A quest’ultima si riconducono le navate laterali, i due portali minori del fronte principale e un terzo, posto sul fianco sinistro dell’edificio. Barocco, invece, il portale centrale, datato al 1669. Sontuosa testimonianza d’architettura tardo-gotica ligure, lo stesso campanile, annesso alla chiesa nel corso del XIII secolo. Trascorsa l’epoca medioevale, gli interni della Cattedrale subirono ulteriori rifacimenti in armonia con la sensibilità ed il gusto barocchi: risale al 1582 l’innalzamento della pavimentazione, così portata al livello della piazza, per volontà del Vescovo Luca Fieschi. Le stesse colonne, rivestite, assunsero la foggia di pilastri squadrati successivamente decorati.

Cattedrale di San Michele, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2006
Cattedrale di San Michele, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2006

    «Sbucati dietro San Michele, ci ritroviamo sulla Piazza dei Leoni, in faccia ai tre leoni di granito che, malgrado le ingiurie degli anni, si ostinano a difendere la soglia del loro padrone»: poche ma efficaci parole che Stéphean Liégeard, scopritore della «Costa Azzurra», nel 1887 volle dedicare ad uno degli scorci più caratteristici dell’antico nucleo ingauno: la Piazza dei Leoni. Adagiati sull’acciottolato, recante lo stemma dei Marchesi del Carretto, vegliano, silenziosi custodi, quale ricordo romano della famiglia Costa, prestigioso e potente casato cittadino, la cui dimora, oggi adibita a Palazzo Vescovile, guarda sulla piazza e ai suoi leoni, ivi condotti dall’Urbe nel lontano 1608. Elemento enfatizzante di tanta bellezza, la maestosa verticalità espressa dalla torre Costa-Balestrino: struttura in laterizio, databile al XIV secolo, si fregia di tre ordini di archetti pensili e di una merlatura ghibellina, che ne fanno una delle torri più belle e meglio conservate dell’intera città. Addossata al Palazzo Costa-Del Carretto, di lei lo stesso Liégeard scriveva: «…torre quadrangolare, merlata, aerea, la cui piattaforma, ormai deserta d’arcieri, non serve che a riunire in un’unica visione, le cime nevose delle Alpi, le bianche ville della costa e la punta bluastra di Portofino, al di là del Golfo di Genova».
    Nell’ambito dell’intervento di restauro della pavimentazione del quartiere di Sant’Eulalia e quindi nella Piazza Delle Erbe, sono riaffiorati dagli strati profondi della città antica, i resti di una chiesa tardo-medievale intitolata a San Teodoro, della quale i documenti storici davano documentazione sino alla metà circa del Cinquecento. «Intorno a questa data» spiega Bruno Massabò, sovrintendente per i beni archeologici della Liguria, «la chiesa di San Teodoro venne abbandonata come luogo di culto e adibita a magazzino. Iniziò così la sua decadenza sino al suo abbattimento motivato dalla realizzazione di una piazza della quale abbiamo testimonianze nei documenti del Settecento». La chiesa era formata da un’aula rettangolare con abside semicircolare sul lato Nord, opposta all’ingresso aperto sul fianco Sud. Lungo la fiancata Est, un ingresso laterale, murato successivamente, si apriva su uno spazio lastricato chiuso da un’abside più piccola, la cui funzione originaria deve essere ancora chiarita. Le indagini hanno consentito di riconoscere almeno tre fasi della chiesa, il cui impianto sembra risalire all’Alto Medioevo. Essa risulta fondata direttamente su alcune poderose murature di età imperiale romana, orientate in senso Nord-Sud ed Est-Ovest, come la città medievale e moderna. Uno di questi muri, per lo spessore notevole (centoventi centimetri, pari a quattro piedi romani) e per la sua ubicazione centrale in seno alla città antica, apparteneva verosimilmente ad un edificio pubblico, forse un edificio termale. Nel corso del Medioevo il livello pavimentale della chiesa fu rialzato, probabilmente in relazione con il progressivo accrescimento del livello del suolo causato dagli apporti alluvionali del Centa; di questa pavimentazione rimangono solo alcuni lembi del sottofondo in malta. I muri della chiesa furono intonacati e venne costruito il muro divisorio che separa l’area presbiteriale dalla navata. Nell’ultima fase della chiesa, databile verosimilmente al XV secolo, il pavimento fu rialzato ulteriormente.
    Cullate dalla risacca, le virtù civiche dell’Albenga romana sopravvissero, all’ombra delle numerose torri, nonostante le oscure vicende dell’età medioevale. Correva l’anno del Signore 1098, Albenga poneva i suoi mezzi al servizio di una nobile causa: la prima Crociata.
    Di lì a poco, nel 1159, il giuramento di fede ghibellina all’Imperatore Federico Barbarossa e le aspre contese con Genova, avversaria di sempre, aprirono, tra alterne vicende, l’annosa sudditanza alla superba Repubblica.
    Intorno al 1300, il litorale prese ad arretrare distanziandosi gradualmente dalla Porta Marina, storico accesso alla città murata. Causa di tale arretramento, i continui apporti alluvionali del fiume Centa che, deviato il primitivo corso a Nord della città, scorreva ora a Sud lambendo le terre dell’antico suburbio. Non si sa con certezza perché il fiume cambiò il suo corso: di certo, non fu un fatto voluto dagli Albenganesi, dato che comportò l’interramento del porto romano ed una serie di disastrose alluvioni, anche in tempi recentissimi. L’ipotesi più probabile imputa la causa del cambiamento del corso ad un canale, collegato al Centa per portare acqua d’irrigazione ai campi a Sud; c’è poi la tradizione che la deviazione sia stata fatta dai nemici, i Genovesi: questa tradizione non è del tutto priva di fondamento, dato che vi sono dei precedenti (per esempio, i Genovesi deviarono effettivamente il corso di un fiume per interrare il porto di Savona).
    S’erge tutt’oggi, a breve tratto dal mare, la costruzione del Fortino, possente bastione a pianta quadrata, munito di guardiole angolari, posto a difesa del litorale dalla gloriosa Repubblica genovese nel lontano 1586. Accolto nel cuore dell’odierna Piazza Europa, troneggia, gigante silenzioso, ormai muto di guardie e d’armi, soffocato nel cemento di una recente edilizia residenziale. Di tanta storia, solo le pietre rimasero al sole, discorrendo con qualche sparuto filo d’erba di antiche incursioni e di pirati dalla pelle mora.
    L’epoca successiva vide la città piegata ad un progressivo declino. Occasione superstite di lusso e prestigio, la residenza episcopale e la sede della Diocesi. Eretta a capoluogo di provincia nel 1818, Albenga ebbe la propria giurisdizione sul territorio da Andora a Finale. In seguito sarebbe passata sotto la provincia di Savona. Era il gennaio del 1927.

 
L'età moderna

Fuori dalla cinta muraria, irta di torri e sontuosi palazzi, correva l’antica via alla marina. Fiancheggiata da una teoria di orti e acquitrini, inseguiva, da tempo immemore, l’onda azzurra del mare, d’anno in anno sempre più distante dalle porte cittadine.
    Col tempo, da strada polverosa e riarsa dal sole, divenne un incantevole viale ombreggiato di freschi tigli che riparavano, ospiti discreti, il passeggio di cittadini e turisti.
    Nasceva, frattanto, pietra su pietra, la strada ferrata; nel suo percorso sferragliante il simbolo del progresso e di una crescita civile rapidamente espansa a tutti gli strati della popolazione. Correva l’anno 1870.
    Gradualmente, a misura delle mutate condizioni sociali ed economiche della città, il Viale cresceva. Al civico 1, destinato ad accogliere i giochi di intere generazioni, sorse l’edificio dell’Asilo «Ester Siccardi», mano a mano affiancato da villette e giardini, espressione di una nuova edilizia residenziale e immagine di una classe sociale emergente, quella borghesia imprenditoriale che cercava nuovi spazi extra moenia, lasciando alla nobiltà gli storici palazzi del centro cittadino.
    Il raddoppio della linea ferroviaria, a metà degli anni Trenta, diede impulso ad una campagna edilizia che dai terreni limitrofi si espanse in direzione della marina.
    Nel dopoguerra la zona conobbe un ulteriore sviluppo per nulla regolato da una coerente pianificazione urbanistica. Case e palazzi sorgevano in funzione della sempre più assidua presenza di un turismo balneare. In quegli stessi anni la città si andava dotando di strutture ricettive dedicate: nasceva così l’Ingaunia, primo stabilimento balneare, méta di svago per turisti e residenti desiderosi di una pausa tra i flutti e il sole della Riviera.
    Il Mar Ligure, ricco di sali nutritivi, ha permesso lo svilupparsi di una fauna ricchissima: la Balenottera Comune, insieme ad altre sei specie di cetacei, frequenta regolarmente le sue acque. L’abbondanza di nutrimento fa sì che, nell’ambito del Mar Mediterraneo, le acque alto tirreniche rappresentino una delle aree a maggiore concentrazione di cetacei, come spiegano Marco Ballardini e Barbara Nani nel loro saggio Sulla rotta delle balene (Imperia, Liguria da Scoprire, 2000). Ognuna delle specie presenti è caratterizzata da un habitat preferenziale, correlato alla profondità del fondale; possiamo così distinguere specie costiere, di scarpata, pelagiche. Tuttavia, non esistendo in mare confini precisi, i mammiferi marini possono spostarsi liberamente ed essere talvolta avvistati in zone inusuali. Per tutelare una tale ricchezza, è stato istituito nel 1999 il «Santuario Internazionale per i Cetacei», grande area marina protetta a carattere sopranazionale che coinvolge, oltre l’Italia, la Francia ed il Principato di Monaco.
    A poca distanza dalla costa, simile ad un immenso scoglio verdeggiante gettato lì come per caso, si eleva l’isola Gallinaria, popolata nell’antichità da colonie di galline selvatiche alle quali deve il proprio nome, come narrano alcune pagine di Varrone e Columella. Le sue rocce e i suoi seni, già in tempi remoti, costituirono un punto di riferimento per la navigazione, offrendo sicuro approdo durante i fortunali, come conferma la serie di reperti provenienti dai fondali circostanti, oggi conservati presso il Museo Navale Ingauno; ma ancora sul fondo del mare si trovano una nave romana, un veliero del Settecento adibito al trasporto di arenaria, una nave della Seconda Guerra Mondiale. L’isola servì di ricovero a San Martino di Tours, sfuggito alla persecuzione ariana, che qui visse nascosto in una grotta, in meditazione e preghiera. Di lì a poco, sarebbe sorta un’Abbazia benedettina i cui possedimenti, in epoca medievale, avrebbero investito la terraferma, sino alle più lontane regioni di Provenza e Catalogna. Posta sotto la protezione della Santa Sede, con bolla pontificia del 1169, l’Abbazia visse nel XIII secolo un progressivo declino con graduale alienazione dei beni. Monumento superstite, la torre di vedetta innalzata nel XVI secolo dalla Repubblica genovese a difesa del litorale ingauno: erano, quelli, gli anni delle temutissime incursioni barbaresche. Istituita nel 1989 Parco Naturale Regionale, l’isola ha conservato, attraverso i secoli, una spiccata valenza naturalistica, declinata, sotto il cielo, da una vegetazione mediterranea, mentre il mare cela, geloso custode, splendidi scenari popolati da attinie, gorgonie e stelle marine.

L'Isola Gallinaria, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2007
L'Isola Gallinaria, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2007

    Albenga ha, oggi come un tempo, una vocazione agricola dovuta alle particolari condizioni del territorio. La coltivazione locale è costituita per la maggior parte di prodotti ortofrutticoli: la piana di Albenga rappresenta l’area più importante per l’ortofrutticoltura ligure. Nel 1978 il prodotto più vendibile era il pomodoro, seguito da porro, zucchini, prezzemolo ed altre erbe aromatiche destinate ai mercati del Nord Europa e soprattutto della Scandinavia. Oggi questa situazione è nettamente variata, con la produzione di fiori pregiati, soprattutto orchidee; molto diffusa è la coltivazione e la commercializzazione di piante da giardino e da orto. Recentissimo è il massiccio aumento della coltivazione di piante fiorite di crisantemo. Strettamente collegata con l’agricoltura è l’attività di mercato dei prodotti ortofrutticoli, che è organizzata in Albenga secondo tre principali canali di vendita: il centro della cooperativa l’Ortofrutticola; una rete locale di grossisti, importatori ed esportatori; ed infine un cospicuo gruppo di commissari che operano sui principali mercati dell’Italia Settentrionale per conto degli orticoltori locali. L’agricoltura sotto le sue diverse forme resta l’attività più importante di Albenga ed ha indotto anche fiorenti aziende commerciali e di piccola industria. Grazie alla vocazione agricola della piana e alla privilegiata posizione di Albenga dal punto di vista delle comunicazioni è stato infatti il sorgere di grosse attività commerciali nel settore agricolo ed alimentare, a livello nazionale ed internazionale: sono le importanti aziende di import-export nate dalle prime attività di esportazione dei prodotti locali; come la Moberasco s.p.a., l’azienda leader nazionale con particolari specializzazioni di confezionamento anche di prodotti esteri; come la Fruttital (Orsero), seguita da altre aziende come la Raimondo s.p.a., la Gandolfo s.p.a., la Fitimex s.r.l. (Torregno), e numerose altre minori.
    Il settore che fino ad oggi ha avuto un modesto sviluppo è quello turistico: la vocazione agricola della città ha lasciato poco spazio al turismo, salvo quello tipicamente di massa dei campeggi.
    Per la sua posizione geografica e per la sua tradizione cittadina Albenga continua a ricoprire il ruolo di centro di un territorio assai vasto, che fa capo alla città come sede dei principali servizi. Oltre agli uffici pubblici, essa è sede di numerose succursali bancarie, che trovano nella zona albenganese e nella redditizia attività agricola una delle loro più ricche aree di deposito. Tutto ciò, unito alla cospicua attività del settore commerciale, concorre a rendere la città estremamente viva, come del resto è provato, oltre che dalle condizioni socio-economiche, dalla costante crescita demografica nonché dalle numerose iniziative culturali e di recupero delle tradizioni, dislocate durante tutto l’arco dell’anno e che coinvolgono i residenti non meno dei turisti.
(agosto 2012)