L’Italia
è un immenso museo a cielo aperto: frase lapidaria ma che
pochi
non sottoscriverebbero; non esiste Nazione al mondo che possa vantare
un patrimonio storico, artistico e culturale pari a quello italiano
– un patrimonio spesso ignoto agli stessi Italiani. In
pratica,
ogni città o paese è un gioiello; in nessun altro
Paese
del mondo è così.
Albenga è uno di questi
gioielli
semisconosciuti: città fortificata preromana del Ponente
ligure,
è trascorsa pressoché indenne attraverso i secoli
fregiandosi di un passato glorioso. Passeggiare tra le vie di Albenga
è passeggiare attraverso la Storia.
La Liguria, terra aspra di rocce e di
sale,
perennemente in bilico tra cielo e mare, ebbe in dono brevi oasi di
piano: una di queste zone, palmo a palmo sottratta al limo del fiume
Centa (parola di probabile derivazione latina, col significato di
«cintura»), divenne sede della tribù
ligure degli
Ingauni, gente fiera e tenace, formatasi all’aspro
insegnamento
del mare, per secoli curva su zolle dure da dissodare contendendole ora
al monte, ora all’onda che vorace lambiva la riva. Riuniti in
villaggi, in posizione un po’ arretrata rispetto alla costa,
gli
Ingauni controllavano il litorale e le rotte navali dalle alture
prospicienti il mare; il loro territorio andava da Finale Ligure a
Sanremo, e comprendeva anche l’entroterra. L’umile
mensa di
questi Liguri era composta di alimenti essenziali, quali farina,
ortaggi e legumi; e poi frutta, formaggi, olive ed olio, prezioso
estratto della loro spremitura. Inoltre era sicuramente noto agli
Ingauni il valore del pesce e dei frutti che il mare poteva offrire.
Celebre divenne il Moretum,
componimento in esametri dell’Appendix Vergiliana,
nel quale è descritta la preparazione di una frugale
focaccia
insaporita con formaggio a base di aglio, ruta e olio
d’oliva;
ingredienti semplici, d’una cucina povera, soffusi
d’autentica poesia… la poesia della terra, di mani
nodose,
strette ad impugnare la vanga, levate a colpire i buoi che lenti
fendono le zolle con l’aratro, dall’alba al
tramonto. La
poesia del sole, che discreto conduce ad un nuovo giorno, degli aromi,
dell’acre odore del fumo, della fiamma che crepitando tra le
pietre del focolare cuoce nuova pietanza per colui che si accinge alla
quotidiana fatica.
A testimonianza della radicata cultura
dell’olio e di una civiltà fortemente contadina,
rimane il
Museo La
Civiltà dell’Olivo
dell’Antico Frantoio Sommariva che, attraverso un percorso di
storia e tradizioni locali, conduce il visitatore attento e curioso ad
un vicino passato nel quale per molti sarà facile
riconoscersi.
Albingaunum
Con lo scoppio delle guerre puniche, nel III secolo avanti Cristo, il
territorio ligure, posto lungo le rotte per la Gallia e la Spagna,
venne a ricoprire un’enorme importanza strategica; fu quindi
indispensabile per Roma garantirsene il controllo. Le
ostilità
ebbero fine dopo la sconfitta definitiva dei Liguri Ingauni, nel 181
avanti Cristo, ad opera del proconsole romano Lucio Emilio Paolo,
quando l’intera Liguria Occidentale fu assoggettata da Roma.
La fondazione della città
romana di
Albingaunum («città degli Ingauni»
nell’antica
lingua ligure, la moderna Albenga), come capoluogo del territorio
ingauno, risale sicuramente alla fase iniziale, di organizzazione,
della zona conquistata. Non ci è nota l’esatta
data di
fondazione della città; tuttavia le più antiche
testimonianze archeologiche finora rinvenute nel sottosuolo di Albenga,
il cui centro storico coincide con quello della città
romana,
indicano che Albingaunum doveva già esistere tra la fine del
II
e l’inizio del I secolo avanti Cristo.
La nascita di Albingaunum rappresenta
una tappa
fondamentale nella romanizzazione della Liguria Occidentale. Ubicata
nelle vicinanze dell’antico oppidum
dei Liguri Ingauni (alcune loro sepolture sono state trovate a ridosso
della costa), dove importanti vie naturali di collegamento costiero e
di penetrazione verso la Pianura Padana si incrociavano con le rotte
marittime dirette verso la Gallia e la Spagna, la città si
qualificò da subito come polo di notevole importanza
strategico-militare e mercantile. La sua felice posizione lungo la
costa, a margine di una fertile pianura (la più vasta
esistente
nel territorio ligure) conferì ad Albingaunum quella duplice
fisionomia di centro portuale ed agricolo che, per secoli,
sarà
alla base della sua prosperità economica. In età
cesariana, Albingaunum ottenne probabilmente la cittadinanza romana e
lo status
municipale: da essa
dipendeva un ampio territorio, che abbracciava tutta la costa tra
Sanremo e Finale Ligure, fino alla valle del Tanaro,
nell’entroterra.
È tuttavia a partire
dall’età
imperiale che si può registrare un più intenso
sviluppo
urbanistico, indice di una crescita economica legata anche
all’apertura, nel 13 avanti Cristo, della Via Iulia Augusta
(la
famosa Aurelia), importante arteria costiera che passando attraverso la
città la collegava con la rete viaria dell’Italia
e della
Gallia.
Durante tutto il periodo imperiale la
prosperità agricola della pianura circostante Albenga doveva
essere notevole se, tra il 279 e il 281 dopo Cristo, il latifondista
Proculo, nell’inutile tentativo di usurpare il potere del
legittimo Imperatore Probo, poté armare a sue spese un
esercito
di schiavi che impiegava nelle sue tenute di Albingaunum. La recente
scoperta dei resti di una villa agricola a Lusignano,
nell’immediato entroterra di Albenga, conferma quanto fosse
intenso lo sfruttamento della fertile pianura, da cui dipendeva in
larga misura la prosperità della città.
La sopravvivenza, nella città
medioevale e
moderna di Albenga, di un impianto urbanistico ortogonale di chiara
derivazione romana, che conserva lo stesso orientamento delle strutture
di età imperiale, rinvenute a più riprese durante
gli
scavi archeologici condotti all’interno del centro storico,
ha
permesso di ipotizzare che Albingaunum avesse una pianta modellata sul castrum
romano con vie (cardini e decumani) che si intersecavano ad angolo
retto, il cui tracciato sembra coincidere in gran parte con le strade
attuali. Scavi archeologici, condotti lungo i lati meridionale ed
occidentale dell’antica cinta muraria che circonda il centro
storico di Albenga, hanno rivelato una straordinaria coincidenza nel
perimetro tra la città romana e quella medioevale, a riprova
di
come, nel corso dei secoli, la città si sia costantemente
sviluppata sul medesimo sito. Nelle aree indagate le mura
rinascimentali, medievali, tardo-romane e repubblicane si impostano
infatti le une sulle altre in una straordinaria sequenza. I resti
archeologici di costruzioni databili all’età
imperiale, in
parte visibili nell’attuale alveo del Centa,
all’esterno
della cinta, dimostrano come, nel clima di pace e di
prosperità
inaugurato dall’Impero, la città sia cresciuta
espandendosi oltre le mura repubblicane nella breve piana, che separava
Albingaunum dalla zona collinare, per poi contrarsi nuovamente
all’interno delle mura, nel V secolo, dopo la tragica
esperienza
dell’invasione visigotica.
Di difficile soluzione è il
problema relativo
all’ubicazione del porto interrato di Albingaunum, che, sulla
base di considerazioni di tipo topografico e toponomastico, viene
localizzato a Vadino, a Sud-Est della città, lungo
l’antica linea di costa.
Giungendo da Savona, presso
l’accesso
orientale della città, si trova – ormai assediata
da una
selva di coltivazioni – la grandiosa struttura del
Pontelungo,
che un’antica tradizione volle datare ai fasti imperiali.
Realizzato in pietra di Cisano, il monumento presenta una teoria di
dieci arcate per una lunghezza complessiva di centocinquanta metri.
Lì, in antico, scorreva il fiume Centa, ma il volgere di
pochi
secoli impresse alle acque un altro corso, a Ponente della
città, mentre il greto originario lentamente cedeva le zolle
a
campi e case. È errato l’appellativo tradizionale
di
«ponte romano»: verosimilmente, il ponte
risalirebbe al
XIII secolo, quando ancora il fiume teneva l’antico corso.
Sono
potenti le suggestioni che il gigante di pietra seppe evocare, come le
emblematiche parole di Stéphen Liégeard che nel
1887
scriveva: «Appena usciti da Albenga, vicino ad una cappella
dedicata alla Vergine, il viaggiatore corre il rischio di non notare
uno dei più antichi ricordi che hanno legato Roma alla sua
colonia. Si tratta del Pontelungo» (Stéphen
Liégeard, La
Cóte d’Azur, Paris, Ancienne Maison
Quantin, 1894).
Il Pontelungo, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2007
A controllo del ponte, passaggio
obbligato per
l’accesso alla città da Oriente, sorse nel
Medioevo un
monastero di frati ponterii
formato da chiesa ed hospitale
per i viandanti, oggi scomparso. Di fronte all’antico
monastero
fu eretto nel 1722 il Santuario di Nostra Signora di Pontelungo,
proclamata da Pio XII, con Decreto dell’8 luglio 1949,
Patrona
della Città e della Diocesi di Albenga.
A pochi metri di distanza dal Pontelungo
e
dall’omonimo Santuario, in direzione delle mura cittadine,
sono
visibili i resti della Basilica cimiteriale di San Vittore. Coeva
dell’omonima Chiesa di San Calocero, a Ponente della
città, la Basilica sorse su una precedente necropoli romana
d’epoca imperiale. La sua struttura reca evidenti tracce di
successive ricostruzioni, ciascuna disposta su un differente livello a
misura del graduale innalzamento della pianura. L’indizio
più antico data verosimilmente al IV-V secolo, presentando
una
muratura del tutto simile a quella del Battistero e delle Mura di
Costanzo. Seguono quindi una ricostruzione d’epoca
bizantino-longobarda e, la più recente, d’epoca
romanica;
a quest’ultima fase corrisponde l’ampliamento
dell’abside e la posa del cippo funerario romano reimpiegato
quale sostegno per la mensa dell’altare.
Tutt’intorno, le molte tombe
rinvenute
testimoniano la continuità d’uso della necropoli
attraverso le varie epoche storiche. Venuti alla luce nel 1955, tali
resti costituiscono uno dei primi documenti del Cristianesimo ingauno.
Significativa, inoltre, la dedicazione a San Vittore, martire della
Chiesa ambrosiana, a conferma dello stretto legame, all’epoca
esistente, tra la diocesi ingauna e quella milanese.
Le escavazioni condotte per la
costruzione di un
condominio poco distante hanno inoltre portato alla scoperta, nel 1994,
a circa tre metri di profondità, di un breve tratto della
necropoli settentrionale di Albingaunum, che si sviluppava lungo il
margine dell’antica Via Iulia Augusta, la grande arteria
costiera
della Liguria Occidentale romana, qui coincidente con il moderno Viale
Pontelungo. La scoperta è stata di particolare importanza,
sia
perché ha consentito di arricchire le conoscenze
topografiche di
Albingaunum, sia perché ha portato alla luce testimonianze
archeologiche di eccezionale interesse, come lo straordinario vassoio
in vetro blu con decorazione intagliata rinvenuto in una tomba
all’interno di un monumento funerario. Nel breve tratto
indagato
della necropoli, che verosimilmente si estendeva lungo la strada
antica, da Albenga almeno fino al Pontelungo, sono venuti alla luce i
resti di quattro monumenti funerari in muratura intonacata, databili,
in base ad alcune tombe rinvenute al loro interno, entro la prima
metà del I secolo dopo Cristo. I quattro edifici, affiancati
lungo il ciglio stradale antico, comprendono un probabile recinto
funerario articolato su diversi ambienti, un piccolo recinto
cilindrico, in origine sormontato forse da un tumulo, un recinto a
pietra quadrata ed una probabile edicola, di cui si conserva solamente
il basamento quadrangolare. Appartiene invece ad una fase successiva un
quinto monumento funerario formato da un recinto a pianta rettangolare,
costruito probabilmente all’inizio del II secolo dopo Cristo.
Al
centro del recinto, sopra i resti del monumento cilindrico, un
basamento rettangolare in muratura era destinato a sostenere
un’edicola o, più probabilmente, un altare
funerario o un
cippo. A ridosso della parete di fondo del recinto si distingue una
tomba più tarda, a pianta trapezoidale, che appartiene alla
categoria delle tombe cosiddette «a cassone»,
ampiamente
diffuse nell’area mediterranea. Durante l’Alto
Medioevo
l’intera zona, progressivamente interrata dalle alluvioni del
fiume Centa, fu occupata da numerose inumazioni prive di corredo che,
dalla fascia retrostante, si estesero verso il margine della strada,
fino ad invadere i ruderi ormai abbandonati dei monumenti funerari.
Si giunge quindi, passo dopo passo, alla
città: «Le sue strade strette e tortuose, in
alcuni punti
arcate, altrove mostrano brevi squarci di cielo tra i tetti
scorniciati; le sue severe torri medioevali, le sue mura, le sue porte.
Questo il motivo per visitare Albenga» (Walter Tyndale, An artist in the Riviera,
London, Hutchinson & Co, 1914).
Torri, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2006
Salda e resistente alle ingiurie del
tempo, la
città vecchia si sviluppò sull’antico
impianto
romano, distendendosi in forma di quadrilatero, percorsa da un fitto
reticolo di vicoli e strade, che s’incrociano ad angolo
retto,
lungo le due direttrici del cardo e del decumano.
Quattro le porte principali a sigillo ed
ingresso
della città murata; quattro come i punti cardinali in
direzione
dei quali ciascuna prospetta.
A Settentrione, in corrispondenza
dell’antico
percorso della Via Iulia Augusta, si apre la porta detta Del Molino.
Imboccando il cardine massimo, l’odierna Via Medaglie
d’Oro, conduce a Sud in direzione di Porta Arroscia e
dell’antico suburbio nella zona del Monte.
A Nord-Ovest, in direzione
dell’antica strada
per Leca, guarda Porta Torlaro; il suo nome forse risale ad una turris lata
della cinta muraria romana. Di quelle pietre poco o nulla rimane, certo
il ricordo, rinnovato nei testi di storici e studiosi locali. Ad essa,
pressoché speculare, nel lato Nord-Est, l’ormai
scomparsa
Porta della Marina, così nominata perché prossima
al mare
che un tempo quasi lambiva le mura; prospiciente sull’asse
del
decumano (attuali Via E. D’Aste e Via Bernardo Ricci)
inglobava
la struttura dell’omonimo Castello, fortilizio
d’età
comunale, posto a difesa d’incursioni nemiche e demolito nel
1938.
Quattro, inoltre, erano i quartieri,
ciascuno
intitolato al Santo patrono della chiesa eretta entro il suo perimetro.
Fulcro di tanta suddivisione, lo storico centro monumentale, con le sue
chiese, gli edifici di governo e le dimore dei ceti più
elevati.
Ai margini, ferveva la vita del popolo, con i suoi mestieri, le sue
botteghe e le modeste dimore sovente addossate alle mura.
«Otia corpus alunt, animus
quoque pascitur illis» insegnava Ovidio (Epistulae ex Ponto,
1, 4, 21). E davvero il riposo nutre il corpo e rinfranca la mente
predisponendoli a nuovi cimenti, a nuove fatiche. Questa la lezione
desunta dai padri latini e dagli Ingauni saggiamente applicata nel
quotidiano. Emblema di tanto insegnamento, il passo di Ovidio che non
condanna, ma celebra l’otium
quale ristoro per le membra e l’animo umani. Il lavoro dei
campi
e l’attività marinara, l’applicazione
dello ius
e le numerose professioni ad esso correlate, trovarono opportuna pausa
nella frequentazione di terme e teatro. Ciò a misura del
profondo accoglimento di quello che gli studiosi definirono il modus vivendi
latino.
L’antica Albingaunum a lungo
ha conservato,
tra le sue zolle, monumentali indizi circa l’antico culto del
tempo libero inteso quale compensazione al tempo della fatica,
occasione per una distensione della mente nonché preziosa
opportunità di socializzazione.
Il greto del fiume accoglie oggi i resti
di un
imponente edificio termale, preziosa testimonianza della cultura e
prosperità cittadine ai tempi dell’Impero, oltre
alle basi
dei pilastri di un acquedotto e alcuni monumenti funerari allineati
lungo la Via Iulia Augusta, a Nord e a Sud della città. I
monumenti funerari, particolarmente imponenti nel tratto costiero della
Via Iulia Augusta tra Albenga e Alassio, comprendono edifici di diversa
tipologia, come una tomba turriforme denominata «il
Pilone», un colombario ed alcuni recinti, dove gli scavi
hanno
posto in luce numerose tombe con corredi particolarmente ricchi di
oggetti vitrei.
Sulle pendici del Monte di San Martino,
la terra ha
inoltre restituito alla luce un anfiteatro. Presumibilmente eretto fra
il II ed il III secolo, l’edificio era in grado di accogliere
alcune migliaia di spettatori là convenuti per assistere
agli
spettacoli gladiatori. Preziosa testimonianza circa la tradizione
ludica del Ponente Ligure in epoca imperiale, l’anfiteatro
presenta una valenza storico-archeologica di grande spessore unitamente
ad un sedimento di passioni e bisogni che da un passato lontano recano
ancora attuale testimonianza.
Per chi volesse documentarsi meglio
sugli itinerari
archeologici di Albenga, soprattutto per quanto riguarda
l’età antica, consiglio l’ottimo testo
di Bruno
Massabò, Albingaunum,
Genova, Fratelli Frilli Editori, 2004 (più volte ristampato).
I
secoli di mezzo
All’inizio del V secolo, Albenga fu gravemente danneggiata
dall’invasione e dalle scorrerie dei Visigoti; si
risollevò tuttavia grazie all’impegno di Flavio
Costanzo,
generale di Onorio e futuro Imperatore Costanzo III, che diede
l’avvio ad una intensa opera di ricostruzione, testimoniata
da
una famosa iscrizione celebrativa conservata oggi nell’atrio
del
Palazzo Vescovile di Albenga.
Divenuta, nel 451, sede di una delle
più
importanti ed antiche diocesi della Liguria, la città
continuò ad esercitare all’interno
dell’orbita
bizantina le funzioni di centro amministrativo e militare, fino alla
conquista longobarda, tra il 639 ed il 643. Appartiene a questa fase un
esagio in vetro emesso durante il regno dell’Imperatore
Bizantino
Giustino. Si tratta di un peso campione usato nelle transazioni per
verificare la regolarità delle monete auree.
L’esagio
– che documenta un uso piuttosto singolare della materia
vitrea,
adottato anche dagli Arabi dopo la conquista dell’Egitto
bizantino – reca l’impronta ufficiale dello Stato,
con il
ritratto imperiale e il nome di Theodoto, prefetto di Costantinopoli e
magistrato monetale tra il 522 e il 523.
L’Albenga medioevale si
sviluppò
intorno al municipio ed alla Cattedrale, centri del potere civile e
religioso e della vita del popolo: qui si trovano monumenti di
eccezionale bellezza, come il Battistero, «il monumento che
ogni
turista dovrebbe visitare» scriveva Walter Tyndale, pittore
ed
autore di un prezioso volume, più sopra già
citato,
dedicato ai tesori della Riviera Ligure.
Il Battistero, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2006
Posto a lato della Cattedrale di San
Michele, il
Battistero rappresenta un insigne monumento della Liguria
paleocristiana. Intitolato a Giovanni Battista, data, presumibilmente,
agli anni della ricostruzione operata, tra il 415 e il 421, dal
generale Flavio Costanzo. Alla pianta esterna, decagona, corrisponde
quella interna, ottagona, fregiata di otto nicchie che guardano
all’esterno attraverso finestre in origine molto allungate,
rialzate intorno all’VIII secolo. Tra una nicchia e
l’altra, otto colonne in granito sormontate da capitelli
corinzi
fanno mostra di sé, circondando una vasca,
anch’essa
ottagona, destinata in origine al primitivo battesimo ad immersione. A
fregio di una delle nicchie, una splendida decorazione a mosaico,
databile al V-VI secolo, ritenuta tra le più pregevoli opere
d’arte presenti in Liguria. Documento di grande spessore
artistico e filosofico, esprime un soggetto ed uno stile di matrice
tipicamente bizantina: sullo sfondo di un cielo cobalto, punteggiato di
stelle, campeggia il monogramma di Cristo, circondato da dodici
colombe, simbolo dei dodici Apostoli, mentre due agnelli, sul fondo
della nicchia, guardano alla Croce, espressione del martirio per la
redenzione dell’umanità. Splendide, inoltre, le
transenne,
in pietra arenaria traforata, presenti in luogo di alcune finestre. A
copertura dell’edificio, un tetto ligneo, con tegoli di
imitazione romana, sostituisce la cupola originaria, demolita durante i
restauri del 1900.
L'interno del Battistero, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2006
Coeva del Battistero, sorgeva tra il IV
e il V
secolo, la primitiva Cattedrale ingauna. Icona di una
comunità
ecclesiale che a San Giovanni volle ispirare la propria
attività
di apostolato, avrebbe condiviso con lo stesso Battistero
l’intitolazione al Battista, perlomeno fino all’XI
secolo,
quando venne dedicata all’Arcangelo Michele.
Dell’antica
Basilica paleocristiana nulla rimane, mentre numerosi indizi
testimoniano dei vari rifacimenti operati nel corso dei secoli:
sensibilmente più basso, l’edificio romanico
subì
successivi rialzamenti a misura della graduale sopraelevazione del
suolo ingauno. Romanica, pertanto, risulta la parte bassa della
facciata e romanici gli elementi decorativi trasferiti sulla parte alta
della costruzione gotica. A quest’ultima si riconducono le
navate
laterali, i due portali minori del fronte principale e un terzo, posto
sul fianco sinistro dell’edificio. Barocco, invece, il
portale
centrale, datato al 1669. Sontuosa testimonianza
d’architettura
tardo-gotica ligure, lo stesso campanile, annesso alla chiesa nel corso
del XIII secolo. Trascorsa l’epoca medioevale, gli interni
della
Cattedrale subirono ulteriori rifacimenti in armonia con la
sensibilità ed il gusto barocchi: risale al 1582
l’innalzamento della pavimentazione, così portata
al
livello della piazza, per volontà del Vescovo Luca Fieschi.
Le
stesse colonne, rivestite, assunsero la foggia di pilastri squadrati
successivamente decorati.
Cattedrale di San Michele, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2006
«Sbucati dietro San Michele,
ci ritroviamo
sulla Piazza dei Leoni, in faccia ai tre leoni di granito che, malgrado
le ingiurie degli anni, si ostinano a difendere la soglia del loro
padrone»: poche ma efficaci parole che Stéphean
Liégeard, scopritore della «Costa
Azzurra», nel 1887
volle dedicare ad uno degli scorci più caratteristici
dell’antico nucleo ingauno: la Piazza dei Leoni. Adagiati
sull’acciottolato, recante lo stemma dei Marchesi del
Carretto,
vegliano, silenziosi custodi, quale ricordo romano della famiglia
Costa, prestigioso e potente casato cittadino, la cui dimora, oggi
adibita a Palazzo Vescovile, guarda sulla piazza e ai suoi leoni, ivi
condotti dall’Urbe nel lontano 1608. Elemento enfatizzante di
tanta bellezza, la maestosa verticalità espressa dalla torre
Costa-Balestrino: struttura in laterizio, databile al XIV secolo, si
fregia di tre ordini di archetti pensili e di una merlatura ghibellina,
che ne fanno una delle torri più belle e meglio conservate
dell’intera città. Addossata al Palazzo Costa-Del
Carretto, di lei lo stesso Liégeard scriveva:
«…torre quadrangolare, merlata, aerea, la cui
piattaforma,
ormai deserta d’arcieri, non serve che a riunire in
un’unica visione, le cime nevose delle Alpi, le bianche ville
della costa e la punta bluastra di Portofino, al di là del
Golfo
di Genova».
Nell’ambito
dell’intervento di restauro
della pavimentazione del quartiere di Sant’Eulalia e quindi
nella
Piazza Delle Erbe, sono riaffiorati dagli strati profondi della
città antica, i resti di una chiesa tardo-medievale
intitolata a
San Teodoro, della quale i documenti storici davano documentazione sino
alla metà circa del Cinquecento. «Intorno a questa
data» spiega Bruno Massabò, sovrintendente per i
beni
archeologici della Liguria, «la chiesa di San Teodoro venne
abbandonata come luogo di culto e adibita a magazzino.
Iniziò
così la sua decadenza sino al suo abbattimento motivato
dalla
realizzazione di una piazza della quale abbiamo testimonianze nei
documenti del Settecento». La chiesa era formata da
un’aula
rettangolare con abside semicircolare sul lato Nord, opposta
all’ingresso aperto sul fianco Sud. Lungo la fiancata Est, un
ingresso laterale, murato successivamente, si apriva su uno spazio
lastricato chiuso da un’abside più piccola, la cui
funzione originaria deve essere ancora chiarita. Le indagini hanno
consentito di riconoscere almeno tre fasi della chiesa, il cui impianto
sembra risalire all’Alto Medioevo. Essa risulta fondata
direttamente su alcune poderose murature di età imperiale
romana, orientate in senso Nord-Sud ed Est-Ovest, come la
città
medievale e moderna. Uno di questi muri, per lo spessore notevole
(centoventi centimetri, pari a quattro piedi romani) e per la sua
ubicazione centrale in seno alla città antica, apparteneva
verosimilmente ad un edificio pubblico, forse un edificio termale. Nel
corso del Medioevo il livello pavimentale della chiesa fu rialzato,
probabilmente in relazione con il progressivo accrescimento del livello
del suolo causato dagli apporti alluvionali del Centa; di questa
pavimentazione rimangono solo alcuni lembi del sottofondo in malta. I
muri della chiesa furono intonacati e venne costruito il muro divisorio
che separa l’area presbiteriale dalla navata.
Nell’ultima
fase della chiesa, databile verosimilmente al XV secolo, il pavimento
fu rialzato ulteriormente.
Cullate dalla risacca, le
virtù civiche
dell’Albenga romana sopravvissero, all’ombra delle
numerose
torri, nonostante le oscure vicende dell’età
medioevale.
Correva l’anno del Signore 1098, Albenga poneva i suoi mezzi
al
servizio di una nobile causa: la prima Crociata.
Di lì a poco, nel 1159, il
giuramento di fede
ghibellina all’Imperatore Federico Barbarossa e le aspre
contese
con Genova, avversaria di sempre, aprirono, tra alterne vicende,
l’annosa sudditanza alla superba Repubblica.
Intorno al 1300, il litorale prese ad
arretrare
distanziandosi gradualmente dalla Porta Marina, storico accesso alla
città murata. Causa di tale arretramento, i continui apporti
alluvionali del fiume Centa che, deviato il primitivo corso a Nord
della città, scorreva ora a Sud lambendo le terre
dell’antico suburbio. Non si sa con certezza
perché il
fiume cambiò il suo corso: di certo, non fu un fatto voluto
dagli Albenganesi, dato che comportò
l’interramento del
porto romano ed una serie di disastrose alluvioni, anche in tempi
recentissimi. L’ipotesi più probabile imputa la
causa del
cambiamento del corso ad un canale, collegato al Centa per portare
acqua d’irrigazione ai campi a Sud; c’è
poi la
tradizione che la deviazione sia stata fatta dai nemici, i Genovesi:
questa tradizione non è del tutto priva di fondamento, dato
che
vi sono dei precedenti (per esempio, i Genovesi deviarono
effettivamente il corso di un fiume per interrare il porto di Savona).
S’erge tutt’oggi, a
breve tratto dal
mare, la costruzione del Fortino, possente bastione a pianta quadrata,
munito di guardiole angolari, posto a difesa del litorale dalla
gloriosa Repubblica genovese nel lontano 1586. Accolto nel cuore
dell’odierna Piazza Europa, troneggia, gigante silenzioso,
ormai
muto di guardie e d’armi, soffocato nel cemento di una
recente
edilizia residenziale. Di tanta storia, solo le pietre rimasero al
sole, discorrendo con qualche sparuto filo d’erba di antiche
incursioni e di pirati dalla pelle mora.
L’epoca successiva vide la
città
piegata ad un progressivo declino. Occasione superstite di lusso e
prestigio, la residenza episcopale e la sede della Diocesi. Eretta a
capoluogo di provincia nel 1818, Albenga ebbe la propria giurisdizione
sul territorio da Andora a Finale. In seguito sarebbe passata sotto la
provincia di Savona. Era il gennaio del 1927.
L'età
moderna
Fuori dalla cinta muraria, irta di torri e sontuosi palazzi, correva
l’antica via alla marina. Fiancheggiata da una teoria di orti
e
acquitrini, inseguiva, da tempo immemore, l’onda azzurra del
mare, d’anno in anno sempre più distante dalle
porte
cittadine.
Col tempo, da strada polverosa e riarsa
dal sole,
divenne un incantevole viale ombreggiato di freschi tigli che
riparavano, ospiti discreti, il passeggio di cittadini e turisti.
Nasceva, frattanto, pietra su pietra, la
strada
ferrata; nel suo percorso sferragliante il simbolo del progresso e di
una crescita civile rapidamente espansa a tutti gli strati della
popolazione. Correva l’anno 1870.
Gradualmente, a misura delle mutate
condizioni
sociali ed economiche della città, il Viale cresceva. Al
civico
1, destinato ad accogliere i giochi di intere generazioni, sorse
l’edificio dell’Asilo «Ester
Siccardi», mano a
mano affiancato da villette e giardini, espressione di una nuova
edilizia residenziale e immagine di una classe sociale emergente,
quella borghesia imprenditoriale che cercava nuovi spazi extra moenia,
lasciando alla nobiltà gli storici palazzi del centro
cittadino.
Il raddoppio della linea ferroviaria, a
metà
degli anni Trenta, diede impulso ad una campagna edilizia che dai
terreni limitrofi si espanse in direzione della marina.
Nel dopoguerra la zona conobbe un
ulteriore sviluppo
per nulla regolato da una coerente pianificazione urbanistica. Case e
palazzi sorgevano in funzione della sempre più assidua
presenza
di un turismo balneare. In quegli stessi anni la città si
andava
dotando di strutture ricettive dedicate: nasceva così
l’Ingaunia,
primo stabilimento balneare, méta di svago per turisti e
residenti desiderosi di una pausa tra i flutti e il sole della Riviera.
Il Mar Ligure, ricco di sali nutritivi,
ha permesso
lo svilupparsi di una fauna ricchissima: la Balenottera Comune, insieme
ad altre sei specie di cetacei, frequenta regolarmente le sue acque.
L’abbondanza di nutrimento fa sì che,
nell’ambito
del Mar Mediterraneo, le acque alto tirreniche rappresentino una delle
aree a maggiore concentrazione di cetacei, come spiegano Marco
Ballardini e Barbara Nani nel loro saggio Sulla rotta delle balene
(Imperia, Liguria da Scoprire, 2000). Ognuna delle specie presenti
è caratterizzata da un habitat preferenziale, correlato alla
profondità del fondale; possiamo così distinguere
specie
costiere, di scarpata, pelagiche. Tuttavia, non esistendo in mare
confini precisi, i mammiferi marini possono spostarsi liberamente ed
essere talvolta avvistati in zone inusuali. Per tutelare una tale
ricchezza, è stato istituito nel 1999 il
«Santuario
Internazionale per i Cetacei», grande area marina protetta a
carattere sopranazionale che coinvolge, oltre l’Italia, la
Francia ed il Principato di Monaco.
A poca distanza dalla costa, simile ad
un immenso
scoglio verdeggiante gettato lì come per caso, si eleva
l’isola Gallinaria, popolata
nell’antichità da
colonie di galline selvatiche alle quali deve il proprio nome, come
narrano alcune pagine di Varrone e Columella. Le sue rocce e i suoi
seni, già in tempi remoti, costituirono un punto di
riferimento
per la navigazione, offrendo sicuro approdo durante i fortunali, come
conferma la serie di reperti provenienti dai fondali circostanti, oggi
conservati presso il Museo Navale Ingauno; ma ancora sul fondo del mare
si trovano una nave romana, un veliero del Settecento adibito al
trasporto di arenaria, una nave della Seconda Guerra Mondiale.
L’isola servì di ricovero a San Martino di Tours,
sfuggito
alla persecuzione ariana, che qui visse nascosto in una grotta, in
meditazione e preghiera. Di lì a poco, sarebbe sorta
un’Abbazia benedettina i cui possedimenti, in epoca
medievale,
avrebbero investito la terraferma, sino alle più lontane
regioni
di Provenza e Catalogna. Posta sotto la protezione della Santa Sede,
con bolla pontificia del 1169, l’Abbazia visse nel XIII
secolo un
progressivo declino con graduale alienazione dei beni. Monumento
superstite, la torre di vedetta innalzata nel XVI secolo dalla
Repubblica genovese a difesa del litorale ingauno: erano, quelli, gli
anni delle temutissime incursioni barbaresche. Istituita nel 1989 Parco
Naturale Regionale, l’isola ha conservato, attraverso i
secoli,
una spiccata valenza naturalistica, declinata, sotto il cielo, da una
vegetazione mediterranea, mentre il mare cela, geloso custode,
splendidi scenari popolati da attinie, gorgonie e stelle marine.
L'Isola Gallinaria, Albenga (Italia) - Simone Valtorta, 2007
Albenga ha, oggi come un tempo, una
vocazione
agricola dovuta alle particolari condizioni del territorio. La
coltivazione locale è costituita per la maggior parte di
prodotti ortofrutticoli: la piana di Albenga rappresenta
l’area
più importante per l’ortofrutticoltura ligure. Nel
1978 il
prodotto più vendibile era il pomodoro, seguito da porro,
zucchini, prezzemolo ed altre erbe aromatiche destinate ai mercati del
Nord Europa e soprattutto della Scandinavia. Oggi questa situazione
è nettamente variata, con la produzione di fiori pregiati,
soprattutto orchidee; molto diffusa è la coltivazione e la
commercializzazione di piante da giardino e da orto. Recentissimo
è il massiccio aumento della coltivazione di piante fiorite
di
crisantemo. Strettamente collegata con l’agricoltura
è
l’attività di mercato dei prodotti ortofrutticoli,
che
è organizzata in Albenga secondo tre principali canali di
vendita: il centro della cooperativa l’Ortofrutticola; una
rete
locale di grossisti, importatori ed esportatori; ed infine un cospicuo
gruppo di commissari che operano sui principali mercati
dell’Italia Settentrionale per conto degli orticoltori
locali.
L’agricoltura sotto le sue diverse forme resta
l’attività più importante di Albenga ed
ha indotto
anche fiorenti aziende commerciali e di piccola industria. Grazie alla
vocazione agricola della piana e alla privilegiata posizione di Albenga
dal punto di vista delle comunicazioni è stato infatti il
sorgere di grosse attività commerciali nel settore agricolo
ed
alimentare, a livello nazionale ed internazionale: sono le importanti
aziende di import-export nate dalle prime attività di
esportazione dei prodotti locali; come la Moberasco s.p.a.,
l’azienda leader nazionale con particolari specializzazioni
di
confezionamento anche di prodotti esteri; come la Fruttital (Orsero),
seguita da altre aziende come la Raimondo s.p.a., la Gandolfo s.p.a.,
la Fitimex s.r.l. (Torregno), e numerose altre minori.
Il settore che fino ad oggi ha avuto un
modesto
sviluppo è quello turistico: la vocazione agricola della
città ha lasciato poco spazio al turismo, salvo quello
tipicamente di massa dei campeggi.
Per la sua posizione geografica e per la
sua
tradizione cittadina Albenga continua a ricoprire il ruolo di centro di
un territorio assai vasto, che fa capo alla città come sede
dei
principali servizi. Oltre agli uffici pubblici, essa è sede
di
numerose succursali bancarie, che trovano nella zona albenganese e
nella redditizia attività agricola una delle loro
più
ricche aree di deposito. Tutto ciò, unito alla cospicua
attività del settore commerciale, concorre a rendere la
città estremamente viva, come del resto è
provato, oltre
che dalle condizioni socio-economiche, dalla costante crescita
demografica nonché dalle numerose iniziative culturali e di
recupero delle tradizioni, dislocate durante tutto l’arco
dell’anno e che coinvolgono i residenti non meno dei turisti.