Genova
1960, dall’attacco al Movimento Sociale Italiano
all’attacco al Governo
Un’azione
di forza contro i «neofascisti» divenne
giustificazione di
una immaginaria «involuzione autoritaria» della
Democrazia
Cristiana
di Luciano
Atticciati
Gli
anni Cinquanta furono un periodo estremamente felice dal punto di vista
economico, a cui non corrispondeva una analoga stabilità
politica. I partiti estremisti non cessavano di accrescere il loro
consenso, mentre le maggioranze di Governo risultavano instabili. Tale
situazione favorì il lento ma progressivo spostamento a
sinistra
della Democrazia Cristiana, ad opera soprattutto di Amintore Fanfani,
l’esponente di Centro maggiormente ostile al capitalismo, e
il
degenerare delle correnti all’interno del partito. Fra i
democristiani prevalse l’idea di non perseguire progetti
politici
ben definiti, ma di seguire una politica incerta tesa sostanzialmente a
non scontentare nessun gruppo politico. Ancora più grave, e
tale
da infiammare gli animi, divenne alla fine di quel periodo la questione
dell’apertura del Governo verso il Partito Socialista. Il
Partito
Socialista di quegli anni era un partito in cui prevaleva ancora
l’ideologia di un socialismo antidemocratico contrario alla
proprietà privata e fortemente legato al Partito Comunista.
Antifascisti di primo piano come Randolfo Pacciardi avevano espresso le
posizioni più dure, anche contro il proprio partito, per
evitare
un’apertura che avrebbe potuto far precipitare il Paese nel
baratro. Per la comprensione corretta del Partito Socialista di quegli
anni può essere utile ricordare che non era ancora avvenuta
la
scissione del Partito Socialista di Unità Proletaria che
costituì il partito che criticava il Partito Comunista
«da
Sinistra».
In questa situazione di estrema
incertezza e di
difficile governabilità, sorse nell’aprile del
1960 il
governo «monocolore» democristiano diretto da
Fernando
Tambroni, un personaggio moderato, ma che passò nella
pubblicistica di Sinistra come l’uomo delle involuzioni
totalitarie. La ragione dell’odio della Sinistra verso
l’esponente democristiano nacque dal fatto che il Governo
aveva
ricevuto i voti di monarchici e missini, anche se già in
precedenza i due partiti di Destra avevano espresso il loro voto
favorevole ai Governi Zoli e Segni. Tambroni oltre a non essere un
sostenitore di movimenti fascisti come era stato definito, era al
contrario un esponente della corrente di sinistra democristiana.
Ottenne l’incarico da parte della Democrazia Cristiana solo
per
l’approvazione del bilancio e l’ordinaria
amministrazione,
con un mandato strettamente limitato. Quando fu evidente che i voti
missini erano risultati determinanti per la fiducia al Governo, alcuni
ministri immediatamente si dimisero, ma il Presidente della Repubblica
Giovanni Gronchi, particolarmente interessato all’apertura
verso
i socialisti, confermò la sua fiducia in Tambroni, suo
personale
amico. Nel periodo successivo il Capo di Governo si astenne da
qualsiasi atto politico rilevante, limitandosi a favorire alcuni
provvedimenti (prezzi di beni di prima necessità) graditi
alle
classi popolari, e buoni rapporti con l’Austria per la
questione
dell’Alto Adige. Probabilmente il nuovo Governo non sarebbe
stato
ricordato per nessun evento politico particolare, se due mesi dopo
l’insediamento, il Movimento Sociale non avesse deciso di
tenere
il suo congresso a Genova. Tale iniziativa venne considerata dalla
Sinistra una intollerabile provocazione per la sola ragione che Genova
era una città con una forte componente socialcomunista,
nonché città simbolo della Lotta di Liberazione,
sebbene
negli anni passati il partito di Destra avesse tenuto i suoi congressi
in altre città di Sinistra come Viareggio e Milano. Il
Movimento
Sociale Italiano del resto non era più
l’associazione di
reduci della Repubblica Sociale come nel momento della sua fondazione
nel ’46, ma aveva sviluppato con De Marsanich nel 1950, un
programma più moderato accettando i principi della
democrazia,
dell’atlantismo e ricercando la collaborazione con liberali e
monarchici; il congresso da tenersi in quell’anno sembrava
confermare proprio la svolta definitiva in tal senso.
Il 30 giugno, due giorni prima
dell’apertura
del congresso, venne proclamato lo sciopero nella città ma
senza
l’adesione di CISL e UIL, nel pomeriggio si tenne un
infuocato
comizio di Pertini al termine del quale qualche migliaio di attivisti
comunisti si diresse verso l’hotel che ospitava i delegati
missini. Vennero incendiate le camionette di polizia, distrutti negozi
e vetrine, rovesciate o distrutte una quindicina di auto private. I
poliziotti, che per ordine espresso del Ministro degli Interni non
portavano i caricatori, subirono un pesante tributo di sangue. Altri
attivisti nel corso delle quattro ore di battaglia cercarono di
attaccare la sede cittadina del Movimento Sociale Italiano, ma vennero
fermati da lacrimogeni e idranti. Luciano Garibaldi, giornalista e
testimone oculare dei fatti, scrisse che i militanti comunisti
portavano con sé oltre a pietre e bastoni anche un certo
numero
di mitra pronti all’uso. Gli scontri, organizzati in maniera
paramilitare, cessarono, come scrisse «Il Tempo»,
solo a
tarda serata, grazie all’intervento di alcuni capi partigiani
dopo una trattativa con la Questura. I fatti ebbero un seguito in
Parlamento, dove i deputati comunisti aggredirono verbalmente i
colleghi del Movimento Sociale Italiano. L’evento
destò
profonda emozione nella nazione per la cruenza, e una parte della
stampa fece notare che gli incidenti costituirono in pratica la
prosecuzione degli scontri avvenuti ad opera del Partito Comunista in
Giappone contro la visita di Eisenhower, tesi a dimostrare la forza di
mobilitazione di cui disponeva quel partito.
Di fronte alla brutale aggressione il
Movimento
Sociale Italiano si limitò ad una protesta verbale e sospese
il
congresso per evitare ulteriori drammatiche conseguenze. I delegati
tornarono alle loro case sotto scorta, inseguiti in alcuni casi dagli
estremisti. Il braccio di ferro continuò con durezza nei
giorni
successivi, Genova per un paio di giorni appariva sotto il controllo
dei rivoltosi, il 4 luglio venne assaltata la sezione del Movimento
Sociale Italiano di Reggio Emilia, e il giorno successivo si ebbe il
primo morto ad Alicata, un paese in provincia di Agrigento. Qui lo
scontro era di tipo sindacale. Si protestava contro la decisione di
realizzare una centrale elettrica a Porto Empedocle invece che nel
paese. Quattromila dimostranti attaccarono le forze
dell’ordine
con spranghe di ferro. Quando esplosero fucilate e vennero lanciate
bombe a mano, gli agenti risposero al fuoco e uccisero un dimostrante.
Lo stesso giorno il senatore comunista Boldrini, ex capo partigiano,
conosciuto anche per le sue violenze commesse negli anni di guerra,
rimase vittima di un attacco da parte di estremisti di Destra che
tentarono di dare fuoco alla sua casa.
Il giorno 6 si tenne a Roma una
manifestazione
antifascista alla quale all’ultimo momento era stata ritirata
l’autorizzazione. Qui le forze dell’ordine
dimostrarono
maggiore energia, e dopo aver tentato di dissuadere i dimostranti di
Sinistra guidati dai loro parlamentari, utilizzarono reparti a cavallo
contro i manifestanti che in tre ore di scontri lanciarono mattoni e
selci divelti dalle strade. La stessa sera a Montecitorio i deputati di
Sinistra assaltarono il banco del Governo e della Presidenza aggredendo
il sottosegretario democristiano Gaspari e ferendo i commessi arrivati
a sua protezione.
Il giorno successivo si tenne una nuova
manifestazione non autorizzata a Reggio Emilia, la polizia
intimò di sgombrare la piazza, ma i dimostranti risposero
erigendo barricate e lanciando pietre e bottiglie, i
«caroselli» delle jeep cercarono di disperdere la
folla ma
con poco successo. Venne successivamente tentato l’assalto
alla
sede del Movimento Sociale Italiano, ostentando con disinvoltura le
armi al seguito. Qui avvenne l’episodio più grave,
due
jeep vennero bersagliate da tegole lanciate dall’alto e
bottiglie
molotov, si esplosero colpi di arma da fuoco contro i poliziotti, che a
loro volta spararono e uccisero cinque manifestanti. La CGIL
proclamò uno sciopero di protesta, da cui ancora una volta
CISL
e UIL si dissociarono.
Il giorno ancora successivo a Palermo
durante uno
sciopero si ebbero saccheggi di negozi e banche, i poliziotti furono
bersaglio di una sassaiola, e si cercò di assalire il
palazzo
del Comune. Analoghi episodi avvennero a Catania, dove si usarono anche
le pistole, nel corso dei due episodi quattro dimostranti persero la
vita colpiti dai poliziotti, anche un giornale comunista locale ammise
la partecipazione di malfattori agli scontri.
Il Capo del Governo difese
l’operato delle
forze dell’ordine, confermò che le
illegalità
provenivano dalla Sinistra e parlò di un piano prestabilito
di
disordini preparato da Mosca. Il Presidente del Senato, il
democristiano di Destra Cesare Merzagora, propose una
«tregua» (ritiro delle forze dell’ordine
e
sospensione degli scioperi) ma non ottenne grande sostegno dai partiti
di Centro che ritenevano l’iniziativa un atto di debolezza
contrario allo spirito di legalità. In quei giorni, numerosi
furono gli interventi dei politici. Togliatti affermò che di
fronte ad una involuzione autoritaria sarebbe stato pronto ad adoperare
la «forza del popolo». Nenni apparì in
difficoltà dagli eventi, ma confermò il sostegno
all’alleato comunista, Saragat anche assunse una posizione
non
lineare. Liberali e democristiani difesero la legalità, e
affermarono che quello del fascismo era un falso problema,
perché i simpatizzanti di quel sistema erano una ristretta
minoranza assolutamente non in grado di minacciare le istituzioni, e
perché gli oppositori del fascismo che si riconoscevano nel
Partito Comunista intendevano dare vita a un regime dittatoriale non
migliore di quello dal quale il Paese era uscito.
La descrizione degli incidenti da parte
della stampa
di Sinistra era profondamente diversa, generalmente molto generica, si
incentrava più sui commenti che sui fatti. Si parlava di
manifestazioni popolari duramente represse, e metteva
l’accento
sulle vittime delle forze dell’ordine. Implicitamente si
cercava
di mandare il messaggio che se le vittime erano fra i dimostranti, gli
attacchi dovevano essere partiti dalla polizia, anche se ciò
contrastava con le ricostruzioni fatte dalla magistratura, dal
Ministero degli Interni, e dalla stampa indipendente; anche le foto e
il materiale ritrovato dimostravano con chiarezza che i dimostranti non
avevano alcuna intenzione pacifica e ricorrevano all’uso di
armi
improprie.
Pochi giorni dopo Tambroni privo del
sostegno dei
missini, si trovò in difficoltà. I democristiani
per
evitare il proseguimento delle violenze dichiararono di voler porre
fine al monocolore e di ricercare una nuova intesa con i partiti
moderati. Il leader democristiano diede le dimissioni e venne quindi
sostituito da un Governo guidato da Fanfani. Tambroni non ebbe
più incarichi politici di rilievo, e contro di lui furono
numerose le accuse di aver compiuto una forzatura costituzionale (o un
tentativo di colpo di Stato) nel periodo di governo. Anche negli anni
successivi la Sinistra continuò nelle sue accuse senza mai
affermare con chiarezza quali fossero i provvedimenti del Governo da
considerarsi illegali. I tragici eventi di quel periodo ebbero pesanti
conseguenze sulla Democrazia Cristiana, che ritenne di non utilizzare
più i voti missini e di seguire una politica di non
contrasto
con le Sinistre. Ebbero anche conseguenze sulla linea politica del
Movimento Sociale, all’interno del quale il moderato
Michelini
venne duramente contestato da Almirante, la minaccia di una nuova
guerra civile pesò duramente sul nostro Paese limitando
l’azione di governo e favorendo negli anni successivi
l’instabilità politica.
(aprile 2010)