Gigi
Meroni: una leggenda «rossoblu»
Un
personaggio singolare, ma un vero «fuoriclasse»,
nel gioco
come nella vita, un autentico esempio per le nuove generazioni
di Alberto
Rosselli
Chi
appartiene alla mia generazione e ha avuto modo di seguire le
entusiasmanti e più frequentemente travagliate vicende del
Genoa
degli anni Sessanta, se lo ricorda bene. Aveva appena diciannove anni
quando dal Como di Giuseppe Baldini, calò al Ferraris un
giovane, piccolo, guizzante ed estroverso attaccante. Era il 1962 e il
nome del ragazzo in questione era Luigi, detto
«Gigi»,
Meroni: un giocatore destinato a lasciare un’impronta
indelebile
nella memoria collettiva del popolo rossoblu, nonostante la sua pur
breve permanenza all’ombra della Lanterna.
Diciamo subito che Gigi Meroni
– ceduto dopo
appena due anni di splendide giocate al Torino e suscitando, come
vedremo, un’autentica sommossa da parte dei tifosi del
Grifone
che lo adoravano – appartiene a quella ristretta schiera di
giocatori che, oltre a saper domare la palla con autentiche magie e ad
indirizzarla nel posto giusto, rappresenta qualcosa di più e
di
nuovo. Meroni fu infatti un vero e proprio
«personaggio»,
prima che ottimo atleta: un ragazzo che con il suo modo di proporsi e
di apparire inusuali (fu il primo giocatore italiano a farsi crescere i
capelli alla moda beat
e a
condurre una vita come diremmo oggi
«controcorrente»),
affascinò un’intera generazione, non solo di
sportivi.
Lariano di sangue, ma cittadino del mondo per mentalità,
Gigi
Meroni giunse alla corte di Beniamino Santos, timoniere rossoblu, in un
periodo in cui l’Italia stava cambiando pelle e con essa
anche
gli stadi e i tifosi. Si iniziava infatti ad andare a vedere la partita
della domenica non più in giacca e cravatta, come in
ufficio, ma
in maglione e blue jeans;
da
bravi provinciali si guardava all’Inghilterra come
all’Eden, si incominciava a tradire il pur bravo Claudio
Villa
con i saltellanti ed in fondo egualmente romantici Beatles o con i
più trasgressivi e duri Rolling Stones. Si iniziava anche a
sussurrare di improbabili rivoluzioni sociali, ma più spesso
di
rivolte ai danni di genitori considerati troppo
«matusa».
Bene, in questo contesto di incerta e scomposta transizione ecco
entrare sul palcoscenico di Marassi Luigi Ferraris un giovane che,
proprio come i Beatles, sapeva però il fatto suo ed era
capace
di trascinare non a suon di chitarra ma a suon di dribbling
l’intera gradinata Nord. Caschetto di capelli neri con taglio
a
uovo smozzicato, fisico smilzo, nervoso e rapido nelle discese,
cervello lucido nello smarcare e nel creare assist.
Questo, in sintesi, era Meroni; non certo un marcatore spietato, ma,
come Claudio Sala, un giocatore capace di «creare»
vittorie: insomma, un poeta del goal.
Un artista, non un ribelle, che, tra un allenamento e l’altro
(che, detto per inciso, non saltò mai), dimostrava grande
umiltà nell’ascoltare in silenzio i suggerimenti
di un
tipo quadrato e paterno come Beniamino Santos. A dimostrazione che il
giovane Gigi era sì un tipo bizzarro – uno che si
disegnava i vestiti, che anziché regalare rose alla sua
adorata
mamma preferiva confezionargliele di carta – ma non certo un
fesso, come molti finti anticonformisti prêt à
porter degli anni Sessanta/Settanta.
Ma veniamo alla cronaca. Stagione
1962-1963, il
Genoa naviga in cattive acque ed affronta in casa un tostissimo
Lanerossi Vicenza. A risolvere la situazione è
«Calimero» (nomignolo affibbiato al Gigi dai
tifosi) con
una serie di magistrali giocate ed un gran goal
che vale praticamente la salvezza. Poi è la volta del Milan
neocampione d’Europa che i Grifoni incontrano in quel di San
Siro
per la finale della Coppa delle Alpi. Meroni gioca una partita
memorabile, ubriaca a forza di dribbling
l’esperto Giovanni Lodetti, e dipinge sulla testa di Dal
Monte
due palle strepitose che finiscono in rete. Vittoria e Coppa: Gigi
viene portato in trionfo. «Questo Meroni –
commentò
Lodetti – tra un anno va dritto in Nazionale».
Non stiamo qui a raccontare tutti i goal
da Meroni ispirati e quelli da lui fatti – non moltissimi in
verità – in casacca rossoblu (su sei, tutti belli,
ne
ricordiamo uno, clamoroso, rifilato al Bari: discesa a razzo dalla
destra, tre avversari saltati come birilli, portiere aggirato e palla
nel sacco), ma preferiamo soffermarci sulla sua folgorante e purtroppo
breve e curiosa esistenza.
Con i primi soldi guadagnati non si
compra la
fuoriserie, ma regala una lavatrice alla mamma. Le sere libere non
frequenta festini, ma dipinge, ascolta jazz, legge o va al luna park,
dove un giorno incontrerà Christiane, il suo unico amore che
avrà il coraggio di andare a strappare in chiesa, al futuro
marito, regista cinematografico, poco prima del fatidico
«sì». Ovviamente i giornali iniziano ad
interessarsi
a questo singolarissimo calciatore che, nel frattempo, continua a
progredire professionalmente, al punto da fare venire
l’acquolina
in bocca al Torino di Pianelli che sta lavorando per riportare la
squadra ai fasti antecedenti la sciagura di Superga. Siamo alla fine
dell’avventura di Meroni in rossoblu: un’avventura
che il
ragazzo onora con una sfilza di ottime prestazioni. Poi, complice il
perdurante deficit
di cassa,
nel 1964 l’allora Presidente del Genoa Giacomo Berrino decide
di
cedere il suo gioiello al Toro per la cifra record di cinquecento
milioni. La mossa scatena le ire dei tifosi che danno vita ad una
clamorosa e rumorosissima manifestazione di piazza. Saputa la notizia,
Beniamino Santos, che si trova in Spagna, si precipita a Genova per
cercare di scongiurare il trasferimento, ma muore in un incidente
stradale. Triste e cattivo presagio.
Con i colori granata, Gigi matura
ulteriormente e
diventa un vero campione: la «farfalla» granata.
Entra
nella Nazionale (sei presenze, due reti) di Edmondo Fabbri, nel 1966
partecipa agli sfortunati Mondiali di Inghilterra, ma si
rifà
alla grande in campionato. Il successo è conseguito e Gianni
Agnelli insiste per averlo. Ma la sfortuna è in agguato.
L’anno seguente, il 15 ottobre 1967, dopo un incontro
vittorioso
con la Sampdoria, Meroni, in compagnia con il collega e amico Fabrizio
Poletti è sulla via di casa quando la coppia viene falciata
da
un’auto. Meroni finisce sulla corsia opposta, dove
un’altra
vettura – guidata, ironia della sorte, dal futuro Presidente
del
Torino, Attilio Romero, a quel tempo suo fan
– investe per la seconda volta Gigi che morirà
poche ore
più tardi all’ospedale Mauriziano. Ai suoi
funerali
parteciperanno decine di migliaia di persone e tanti, tanti tifosi
rossoblu.
Pubblicato
su «Storia Verità».
www.storiaverita.org
(gennaio 2013)