Omaggio
ad una patriota: Maria Pasquinelli
Una
donna coraggiosa, che scelse di lottare in prima persona - anche da
sola - per la salvezza del suo popolo e della terra dov'era cresciuta
di Carlo
Cesare Montani
Il
10 febbraio è stato scelto quale «Giorno del
Ricordo» dell’Esodo giuliano, istriano e dalmata, e della
tragedia delle foibe, con la Legge 30 marzo 2004 numero 92, approvata
dal Parlamento Italiano con voto quasi unanime. Si tratta di una data
non casuale, perché il 10 febbraio 1947 venne firmato il
«diktat» imposto all’Italia dai 21 Stati vincitori
del Secondo Conflitto Mondiale: come è stato detto da Benedetto
Croce e da Vittorio Emanuele Orlando, si sarebbe potuto evitare la
firma, al pari della ratifica sopravvenuta nel breve termine, ma gli
effetti non sarebbero stati diversi, in specie per il sacrificio di
Istria, Fiume e Zara, col rischio di aggiungervi quello di Trieste.
Molti non ricordano o non vogliono ricordare che in
quello stesso giorno il plumbeo mattino di Pola, su cui gravava una
pioggia gelida come le partenze del Toscana
con i suoi dolenti carichi di profughi avviati verso l’esilio, fu
sconvolto da tre colpi di rivoltella: quelli con cui Maria Pasquinelli
mise a segno l’estrema protesta della sua gente, indirizzandola
nei confronti del Generale Robert De Winton, comandante inglese della
piazzaforte locale e simbolo sia pure incolpevole della miope
insipienza etica e politica con cui i Quattro Grandi ed i loro alleati
avevano cancellato le residue speranze italiane.
Quel giorno, Indro Montanelli si trovava a Pola come
inviato speciale del «Corriere della Sera» sulle cui
colonne sarebbero usciti diversi servizi, puntuali ed obiettivi, circa
la tragedia dell’Esodo. Il grande giornalista ebbe la ventura di
essere tra i primi a comunicare la notizia del gesto compiuto da Maria,
documentandone le reali motivazioni suffragate dalla dichiarazione
olografa che le fu trovata addosso: anzi, toccò proprio a
Montanelli confutare talune interpretazioni di fantasia tanto
affrettate quanto infondate, a cominciare da quelle secondo cui avere
colpito De Winton sarebbe stato un frutto di non meglio specificate
provocazioni, se non addirittura un «delitto passionale».
All’epoca, Maria aveva trentaquattro anni,
essendo nata a Firenze il 16 marzo 1913 da padre jesino e madre
bergamasca, e dopo aver conseguito la laurea in Pedagogia
all’Università di Urbino si era già distinta per
azioni di alto patriottismo volontario, compiute in Africa accanto ai
soldati nella sua qualità di crocerossina; e poi in Dalmazia,
dove aveva chiesto di essere destinata a svolgere la consueta
attività di insegnante che vi avrebbe intrapreso nel 1942, e
dove si era fatta premura di collaborare ad opere meritorie come
l’esumazione di oltre cento vittime italiane dei tragici fatti
occorsi dopo l’armistizio del 1943, in modo da sottrarle
all’estremo oltraggio delle fosse comuni ed avviarle
all’onorata sepoltura. In questo, era figlia d’arte,
perché da ragazzina aveva collaborato con il padre nella lunga e
pietosa sistemazione del Sacrario di Redipuglia, compiuta nello scorcio
finale degli anni Trenta: un’esperienza che l’avrebbe
segnata per la vita.
In Dalmazia conobbe, anche a livello personale, gli
orrori ed i rischi della guerra: il 13 settembre fu oggetto del
tentativo di stupro da parte di un partigiano cui ebbe modo di
sottrarsi per la grande forza della sua reazione, ed il 27 ottobre, in
occasione del trasferimento a Trieste con la Goffredo Mameli
riuscì a salvarsi dalle bombe che vennero sganciate sulla nave e
che fecero parecchie vittime, tra cui un apprezzato collega della
Pasquinelli, il professor Camillo Cristofolini.
Durante gli ultimi mesi di guerra, ben comprendendo
il tragico destino che incombeva su Venezia Giulia e Dalmazia, si era
impegnata nell’impossibile tentativo di costituire un fronte
comune antislavo composto da Regno del Sud, Repubblica Sociale e
Comitato di Liberazione Nazionale, destinato ad abortire in partenza
perché gli Alleati, assieme al governo Badoglio ed alle forze
partigiane, avevano già preso accordi irreversibili con Tito.
Nell’immediato dopoguerra fu ugualmente attivissima, prima a
Trieste e poi a Pola, come assistente degli esuli, sia in ordine alle
faticose incombenze burocratiche, sia nella prioritaria ottica
psicologica: le testimonianze sono state concordi nel riconoscerne
l’altruismo e la sensibilità. Furono questi stati
d’animo, fatti di forti emozioni e di commossa partecipazione al
dramma di un intero popolo, a suscitare nel cuore di Maria l’idea
di esprimere la protesta di tutti con un gesto capace di coniugare il
nobile sentire ed il forte agire.
Maria Pasquinelli, levando alto e chiaro il suo
grido di dolore, sembra aver preso ad esempio la «maschia
Giaele» di manzoniana memoria, l’urlo di Antigone contro
l’ingiustizia istituzionalizzata di Creonte, il coraggio
giovanile di Carlotta Corday nello «spegnere» un tiranno
sanguinario e crudele che aveva trovato di che vivere nel nuovo
mestiere di rivoluzionario; così facendo, si ergeva ad
interpretazione solitaria e drammaticamente contemporanea
dell’antitesi fra un potere cieco, quasi sempre
auto-referenziale, e le «alte non scritte ed inconcusse
leggi» in ricorrente contrasto col diritto positivo.
Come avrebbe detto Giovanni Botero, quello di Maria
è certamente un «eccesso dal giure comune» ma non
per vile appiattimento sulle esigenze della ragione di Stato: al
contrario, per un «ethos» talmente superiore da rendere
compatibile il delitto con la fede in quel medesimo Dio che tanto tempo
prima aveva «guidato il colpo» di Giaele. Del resto, la
Pasquinelli era immediatamente rientrata nell’alveo della legge
«ordinaria» riconoscendo la propria responsabilità,
affrontando con fermezza il giudizio della Corte Alleata e rinunciando,
secondo la testimonianza di Bruno Coceani, all’ipotesi di
salvarsi tramite un’evasione bene organizzata. Anzi, dopo avere
ascoltato la lettura della sentenza capitale da parte del Presidente
Chapman, Maria giunse al punto di esprimere ai suoi giudici la
gratitudine per le «cortesie» che le erano state usate
anche attraverso il suggerimento di firmare la domanda di grazia,
assolutamente inutile perché lei non avrebbe potuto accettarlo.
La commutazione della pena in quella
dell’ergastolo non era scontata ma altamente probabile
perché gli Alleati sapevano bene di non avere bisogno di una
nuova martire, che la fantasia popolare aveva immediatamente equiparato
a Guglielmo Oberdan. Maria venne poi affidata alla giustizia italiana
che si sarebbe dovuta fare carico degli adempimenti carcerari e che la
trattenne fino al 1964, quando, col beneplacito degli Alleati, decise
di metterla in libertà.
A quel punto, la Pasquinelli si trovò sola
con la propria coscienza e con un senso di viva religiosità
già sviluppato nella prigione fiorentina di Santa Verdiana
grazie ai colloqui con Don Giulio Facibeni, Cappellano della Prima
Guerra mondiale e fondatore dell’Opera Madonnina del Grappa, sin
da allora in odore di santità. Don Giulio, come Maria volle
raccontare in un’intervista concessa nel 1997, l’aveva
battezzata nella chiesa di Santo Stefano in Pane, vicino alla casa
natale di Via delle Panche, ed era molto amico del padre1:
anche per questo, i contatti con lui durante il periodo della
carcerazione fiorentina furono frequenti, ma senza parlare del delitto,
perché il problema «era già stato risolto».
In effetti, nella stessa intervista, Maria aggiunge di aver fatto
celebrare una Santa Messa ogni 10 del mese, in suffragio della vittima.
Vale la pena di sottolineare che nei lunghi anni
della detenzione Maria fu un vero e proprio modello, sia per il
comportamento irreprensibile sia per il conforto, come sempre spontaneo
e disinteressato, offerto ad altre condannate, tra cui Caterina Fort,
la «belva di Via San Gregorio» protagonista di un fosco
dramma della gelosia che aveva sconvolto, sempre nel 1947,
l’Italia del dopoguerra.
Maria è stata quasi dimenticata, come lei
stessa aveva desiderato, anche se ultimamente, a distanza di oltre 60
anni da un primo opuscolo2 uscito dopo il processo
sull’onda dell’emozione, si è avuto un imprevedibile
ritorno di ricerche sulla sua vicenda: dapprima, con il lucido saggio
di Stefano Zecchi3, che alla stregua di un’alta
esperienza cattedratica di filosofia ha percorso «ex-novo»
la storia di Maria fino a sottolineare come la progressiva
«escalation» di esperienze tanto drammatiche abbia dato
luogo ad un atto che si potrebbe definire «necessitato»;
poi con il contributo di Rosanna Turcinovich Giuricin4, che
muove da una breve e quasi surreale intervista all’ormai
novantasettenne Maria per approdare ad un’apparente comprensione
formale suffragata dal fatto che la Pasquinelli avrebbe ripudiato le
antiche fedi di «mistica fascista» coltivate alla scuola
«eroica» di Nicolò Giani, da cui erano usciti, fra
gli altri, uomini come Guido Pallotta e Berto Ricci.
Discutere oggi sulle scelte politiche di Maria
appare piuttosto intempestivo se non anche impertinente. Negli anni
Trenta, quando pervenne alla laurea, le opzioni di chi aveva senso
dello Stato ed elevata sensibilità patriottica come
un’ampia maggioranza del popolo italiano, erano scontate, mentre
dopo l’8 settembre finirono per essere condizionate dalle
situazioni contingenti: a questo proposito diventa strumentale oltre
che poco significativo accertare se Maria avesse aderito alla
Repubblica Sociale o se avesse voluto o dovuto decidere altrimenti.
Ciò che conta sono i suoi comportamenti, che la indussero ad
agire nel campo dell’onore, come dimostra la sofferta esperienza
di Spalato; ed a battersi, sia pure vanamente, per sollecitare Alleati,
badogliani e fascisti a promuovere un’intesa per la salvezza
della Venezia Giulia e dell’Istria e prima ancora per quella dei
loro infelici abitanti, tanto da essere arrestata dai Tedeschi che non
potevano condividere la sua attività a tutto campo e la
rilasciarono solo per l’intervento personale di Junio Valerio
Borghese.
In questo senso, Maria Pasquinelli è stata un
esempio emblematico perché ha dimostrato di avere compreso fino
in fondo quanto fosse essenziale, nei tempi duri dell’emergenza,
anteporre l’interesse della Patria a quello delle fazioni ed a
più forte ragione, a quelli delle persone: in concreto, il
principio fondamentale dello Stato etico.
Il suo comportamento fu immune da atteggiamenti
«fanatici» e non serve che qualcuno abbia formulato giudizi
di segno contrario, quanto meno affrettati. Sempre disponibile,
sorridente, idealista fin quasi all’utopia, sarebbe stata
un’ottima insegnante ed una cittadina esemplare se non fosse
diventata una vittima della guerra al pari di Robert De Winton, la cui
consorte, del resto, lo avrebbe ammesso qualche anno dopo come un segno
del destino e senza resipiscenze vendicative.
Maria fu tragicamente lucida pur avendo vissuto
esperienze allucinanti come quando fu presente a Milano, in modo del
tutto casuale, ai preparativi di fucilazione, ad opera dei partigiani,
di Walter Jonna, un ufficiale reduce da terribili esperienze in Russia,
suo vecchio compagno di fede e di preparazione politica: egli
riuscì a salvarsi in modo rocambolesco, e nella sua
testimonianza non ha mancato di fare riferimento all’episodio ed
all’impressione indelebile che ebbe anche su Maria.
Nel 1956 un fatto parzialmente analogo alla vicenda
Pasquinelli-De Winton venne discusso in un altro celebre procedimento
giudiziario a carico di Alfa Giubelli. Questa giovane signora,
all’epoca ventunenne, aveva ucciso, evidentemente dopo lunga
premeditazione, un partigiano comunista che nel frattempo aveva fatto
carriera fino a diventare sindaco di Crevacuore, un Comune del
Cusio-Ossola: undici anni prima, costui aveva «liquidato»
la mamma di Alfa (accusata di essere una «spia» al servizio
dei fascisti) davanti agli occhi sbarrati della bambina, traumatizzata
per tutta la vita da un’esperienza così terribile. Il
processo, che fece grande rumore, si concluse con una condanna
relativamente mite (cinque anni di reclusione): i tempi non erano molto
cambiati sul piano politico, ma Alfa ebbe il vantaggio, se così
può dirsi, di essere giudicata da una Corte Italiana,
diversamente dalla Pasquinelli, nel cui caso si sarebbe potuto
discutere sulla legittimità di quella alleata.
Nel febbraio 1947 Pola era tuttora soggetta alla
sovranità italiana (il trasferimento ufficiale alla Jugoslavia
sarebbe avvenuto il 15 settembre) ed il fatto che la vittima
appartenesse alle forze armate di occupazione non elide il quesito in
materia di competenza.
Sorsero dubbi sul possesso dell’arma, che
Maria asserì di avere acquisito casualmente nelle concitate
vicissitudini degli ultimi giorni di guerra, e si parlò di
possibili complici. Tra l’altro, ebbe momenti di notorietà
la supposizione secondo cui la Pasquinelli avrebbe agito al posto di un
concittadino la cui mano sarebbe stata bloccata dalla paura, ma si
tratta di ipotesi non confermate in istruttoria né tanto meno
durante il dibattito. In concreto, Maria agì da sola ed il suo
gesto fu l’unico ad avere trasferito la protesta istriana,
giuliana e dalmata, a guerra finita, in una vera e propria
«scelta armata»: cosa che conferma la tesi di un Esodo
tanto più amaro e doloroso, perché compiuto
all’insegna di una triste rassegnazione, peraltro comprensibile
in un popolo dalle salde tradizioni cristiane che era stato offeso,
tradito, umiliato.
Chiaramente, la storia deve ripudiare le
congiunzioni avversative e dubitative. Tuttavia, non è infondato
chiedersi cosa avrebbe potuto accadere se Maria, invece di essere
disperatamente unica, fosse stata imitata da cento, mille, diecimila
patrioti.
A proposito dell’arma con cui il Generale De
Winton venne ucciso, in una testimonianza di Umberto Usmiani raccolta
da Pietro Spirito si adombra l’ipotesi che fosse in possesso
della Pasquinelli da parecchio tempo, e che Maria si allenasse al tiro
nell’interno di un cortile. Ciò parrebbe suffragare la
tesi della premeditazione, anche se l’aggravante non ebbe alcun
ruolo influente nella determinazione della pena capitale.
Maria aveva fatto parte della «struttura
segreta della Decima» e la polizia alleata di Pola aveva ricevuto
la direttiva di non arrestarla «per alcun motivo»5.
Pertanto, sono degne di fede le testimonianze circa la tesi espressa da
James Angleton, dell’unità «Z» dei Servizi
Segreti Statunitensi, quando sostenne che il gesto della Pasquinelli,
le cui intenzioni erano state intuite tempestivamente
dall’Intelligence, avrebbe dovuto concretizzare la speranza di
una «rivolta contro la Jugoslavia».
A questo proposito, va detto che, a fronte della
domanda sulle ragioni per cui «gli Istriani non si difesero con
le armi», un esegeta acuto quale Pietro Spirito ha rilevato come
i motivi essenziali vadano ricercati nella paura, nelle indecisioni,
nel rifiuto del plebiscito, nel disimpegno degli Alleati e prima
ancora, in quello del governo italiano6.
Al di là del tardivo «scoop» che
qualcuno possa avere perseguito in una vicenda apparentemente sepolta
ma non dimenticata, oggi vale la pena di chiederci cosa rimanga di quel
gesto e quale messaggio possa esserne tratto ad uso degli immemori e
degli ignari, se non altro attraverso il documento che Maria portava
con sé e che è stato riproposto alla meditazione comune
alla stregua di un grido di dolore sempre credibile e pertinente, in
una prospettiva storica a cui lo scorrere del tempo conferisce motivi
di obiettività e di apprezzamento etico non meno che politico.
La Pasquinelli, nei rarissimi contatti informali con
l’esterno intercorsi dalla sua liberazione in poi non ha mai
voluto indulgere ad espressioni di pentimento spettacolare, pur
essendosi fatta premura di pregare per la sua vittima ed avendo
ricevuto in carcere, oltre a quelle già citate di Don Facibeni,
anche la visita di un fratello del Generale De Winton7, i
cui contenuti rimasero riservati. Il dovuto rispetto nei confronti
della «fede ai trionfi avvezza» esime da ogni tentativo di
andare più a fondo che equivarrebbe a voler indagare i segreti
più intimi della personalità; nondimeno, si può
affermare senza tema di smentite che Maria Pasquinelli ha pagato
duramente e lungamente per il suo gesto, e in definitiva, per un amore
di Patria che si pone oltre i limiti estremi del disinteresse, della
gratuità, dell’onestà, dell’altruismo.
Quella di Maria è stata l’azione di
«un combattente politico pur consapevole della sua
inutilità» ma non per questo priva della fede in alti
ideali; ed un atto che, paradossalmente, ha assicurato al Generale De
Winton (la cui tomba è affidata alla «pietas» del
Friuli nel cimitero di Adegliacco) una fama che ne trascende ruolo e
funzioni8.
Un politologo di chiara fama come Giovanni Sartori,
commentando la gloriosa Rivoluzione Ungherese del 1956, ne diede una
definizione emblematica: sublime follia. Si potrebbe dire lo stesso per
Maria Pasquinelli, ma in entrambi i casi il giudizio è da
condividere soltanto nell’ottica riduttiva di valutazione delle
conseguenze personali, da una parte a carico dei patrioti che si
immolarono nell’impari lotta contro i carri armati sovietici, e
dall’altra a danno della giovane maestra fiorentina. In
realtà, il suo testamento spirituale che l’accompagnava
nel tragico mattino di quel 10 febbraio è ben lungi dalla
follia, ma lucidamente consapevole nella ferma ribellione a chi aveva
fatto strame dei «sensi di giustizia, di umanità e di
saggezza politica» consegnando alla Jugoslavia «le terre
più sacre d’Italia» e condannando le sue genti
«indomabilmente» italiane alle foibe, alla deportazione, o
nella migliore delle ipotesi, all’esilio.
Il difensore d’ufficio, avvocato Luigi
Giannini, un decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare,
aveva chiesto il minimo della pena senza farsi soverchie illusioni, ma
oggi la rilettura della sua arringa, come quella
dell’interrogatorio di Maria, suscita moti di sincera commozione.
Nell’Italia consumista e materialista dove si uccide impunemente
per i motivi più futili, quello del 10 febbraio 1947 è un
«delitto» non certo comparabile con le gesta di assassini
da trivio che ignorano il valore unico della vita umana ma neppure con
l’indifferenza di chi aveva ceduto alla protervia
dell’infoibatore senza la copertura di un apprezzabile
«fumus boni juris».
Nella lettera che Niccolò Machiavelli scrisse
nel 1527 all’amico e confidente Francesco Vettori, il segretario
fiorentino afferma di avere amato la Patria «più
dell’anima». Ebbene, vale la pena di porre in evidenza come
una dichiarazione praticamente uguale sia reperibile in una
dichiarazione resa da Maria Pasquinelli al Presidente della Corte
durante il processo di Trieste. Non è motivo di sorpresa: Maria
conosceva il pensiero di Machiavelli, con cui aveva avuto sicura
familiarità durante gli studi, e ne trasse la convinzione che
«non poteva esservi salvezza per un’Italia comunque
divisa»9.
Non è senza significato che nel nuovo
millennio la vicenda umana, patriottica e giudiziaria di Maria sia
stata oggetto di significative riscoperte, sia nell’ambito
storiografico, sia a livello giornalistico. Ciò significa che il
suo dramma è sempre attuale e che lo sforzo di comprenderne le
motivazioni è diventato apprezzabile anche alla luce della legge
istitutiva del «Ricordo».
Maria può restare ugualmente impopolare
perché «scomoda», ma pur essendo ormai alle soglie
del centesimo genetliaco, diventa a più forte ragione viva e
«contemporanea», secondo l’assunto di Croce, in
quanto paladina di una Giustizia che trascende quella umana; e
soprattutto di valori perenni destinati a vivere nei cuori e nelle
menti degli uomini di buona volontà.
Note
1 Giovanni Morandi, Intervista a Maria Pasquinelli,
in «La Nazione», Firenze, 5 febbraio 1997. Don Giulio
Facibeni rimase in contatto con Maria fino alla morte: l’ultima
visita alla detenuta di Santa Verdiana ebbe luogo il 25 aprile 1958,
due mesi prima della scomparsa. Solo il giorno prima, ricorda Maria,
aveva compiuto un pellegrinaggio sul Grappa, dove a suo tempo era stato
decorato con Medaglia d’Argento al Valore.
2 Processo di Maria Pasquinelli: il dramma della Venezia Giulia,
Del Bianco Editore, Udine 1947, pagina 79. L’opuscolo, che si
deve all’iniziativa di un «gruppo di donne istriane»
firmatarie della premessa, contiene gli Atti dell’interrogatorio
di Maria durante il processo, l’arringa del difensore avvocato
Giannini e la copia olografa del biglietto che la Pasquinelli aveva
scritto per motivare le ragioni del suo gesto.
3 Stefano Zecchi, Maria: una storia d’altri tempi,
Edizioni Corriere della Sera (Collana Corti di carta), Milano 2008,
pagina 59. Il saggio è stato oggetto di una seconda edizione
(Vertigo, Roma 2011, pagina 112). A Maria Pasquinelli, il professor
Zecchi si è liberamente ispirato anche nel suo best-seller Quando ci batteva forte il cuore.
4 Rosanna Turcinovich Giuricin, La giustizia secondo Maria: la donna che sparò al generale brigadiere Robert W. De Winton
(Collana Civiltà del Risorgimento), Del Bianco Editore, Udine
2009, 136 pagine. Il volume contiene la ristampa integrale
dell’opuscolo già edito a Trieste nel 1947, senza gli Atti
dell’istruttoria precedente il processo, rimasti sotto vincolo.
5 Achille Scalabrin, La Pasionaria dell’Istria: Maria Pasquinelli maestra omicida per amore di Patria,
in «Quotidiano Nazionale – Il Giorno – Il Resto del
Carlino – La Nazione», Milano/Bologna/Firenze, 24 marzo
2012, pagine 38-39.
6 Pietro Spirito, Il ritorno di Maria Pasquinelli,
in «Il Piccolo», Trieste, 14 settembre 2008.
Nell’articolo si afferma, tra l’altro, che la Curia
Triestina aveva riconosciuto in Maria Pasquinelli una persona «di
alta spiritualità», anticipando un’ulteriore
testimonianza dello stesso Spirito in data 13 novembre 2012, dove si
rammenta che l’archivio della Pasquinelli è stato affidato
alla custodia del Vescovo Emerito, monsignor Ravignani.
7 Il fratello di De Winton era un sacerdote che, secondo la
testimonianza di Don Dina, parroco di Castelfiorentino già
segretario del Vescovo di Pola monsignor Radossi (riportata
nell’intervista di Morandi alla Pasquinelli), confermò che
alla vedova del Generale, sua cognata, «rincresceva che Maria
stesse in carcere».
8 Donne in Grigioverde in Istria e Dalmazia: Maria Pasquinelli, in Autori Vari, Foibe: la storia in cammino verso la verità,
ISSES, Napoli 2001, pagine 105-111. Tra le altre fonti integrative ma
comunque di buon interesse specifico, confronta Giovanni Miccolis, 1943: Orrori in Jugoslavia, Città Nostra, Mola di Bari 2011, pagina 37 e seguenti.
9 Plinio Carli ed Augusto Sainati, Storia della letteratura italiana, Editore Le Monnier, Firenze 1953, pagina 267.
(marzo 2013)