Esiste,
nel mondo, un luogo che sembra racchiudere in sé le
innumerevoli
bellezze della natura: sorgenti calde, dune di sabbia, paludi, monoliti
naturali, crateri, canyon, gole e strapiombi scavati, modellati,
rifiniti dall’incessante opera del sole, della pioggia e del
vento. Questo luogo è l’Italia, la cui bellezza
naturale,
decantata fin dall’antichità, è oggi
esaltata dalle
innumerevoli opere d’arte che la ornano: nella Penisola si
trovano il 50% dei beni artistici del mondo e il 72% di quelli europei
– oltre 100.000 chiese e monumenti, 40.000 case storiche,
più di 1.000 teatri e 2.500 siti archeologici.
Nessun’altra Nazione può vantarsi di aver dato e
di dare
quanto l’Italia sul versante del pensiero e della cultura,
della
civiltà. Ha detto Orson Welles, attore e regista
statunitense di
primo livello, che «per trent’anni, sotto i Borgia,
gli
Italiani hanno avuto guerre, terrore, spargimento di sangue e morte, ma
hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. Gli
Svizzeri hanno avuto cinquecento anni di democrazia e di pace, e che
cos’hanno prodotto? L’orologio a
cucù».
Ci si potrebbe chiedere
perché il
«genio» sia fiorito in Italia più che
nelle altre
Nazioni. Probabilmente non tanto per ragioni biologiche, quanto per
ragioni storiche: l’essere stato per secoli diviso in tanti
Stati
in continua lotta fra loro e con le potenze straniere, ha forgiato il
carattere di un popolo tenace, abituato a ricostruire con pazienza
ciò che veniva periodicamente distrutto, e facendo della
cultura
non solo un valore, ma la forma stessa
dell’identità
nazionale.
Un’identità che
è sempre stata
riconosciuta da un popolo sì litigioso, indisciplinato,
ipercritico, incapace di fare gioco di squadra, povero di educazione
politica e civile, ma anche generoso, cordiale, pieno di buon gusto,
creativo e capace di ridere. Un’identità che si
è
sempre dovuta confrontare con obiettive diversità,
rivalità e differenti punti di vista.
È interessante ripercorrere
questo tema
leggendo alcune tra le più significative pagine scritte
dall’antichità romana al recente passato.
Eneide di Virgilio
«Già sotto i raggi
il mare arrossava, e dall’alto del cielo
l’Aurora nel roseo carro
splendeva dorata,
quando i venti posarono,
all’improvviso ogni alito
cadde: nell’immobile piano si
affaticano i remi.
E qui Enea grande, dal mare, un bosco
divino
avvista. Nel mezzo, il Tevere con
l’amena corrente,
a mulinelli rapidi, biondo di molta
arena, prorompe
in mare. E sopra e
all’intorno, variopinti, gli uccelli
avvezzi alle rive e al greto dei fiumi
col canto
accarezzavano l’aria e per il
bosco volavano.
Piegare il cammino, volgere a terra le
prore, questo comanda
ai compagni, e nell’ombroso
fiume entra, lieto» (VII, 25-36).
Enea, l’eroe troiano sopravvissuto alla distruzione della sua
città, dopo infinite peripezie sbarca sulle coste del Lazio.
Dopo aver sposato la figlia del Re Latino fonda la città di
Lavinio, e alla sua morte il figlio fonda Alba Longa. La figlia di uno
dei discendenti di questo, Rea Silvia, concepisce due gemelli, Romolo e
Remo. Il resto è troppo noto per doverlo ricordare. Siamo
alle
soglie della fondazione di Roma, che il racconto virgiliano
è
volto a nobilitare. La descrizione dello sbarco alle foci del Tevere,
che richiama la natura tanto cara al poeta, ci fa ricordare
l’articolo 9 della nostra Costituzione:
«La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e
artistico della Nazione».
De Vulgari Eloquentia
di Dante Alighieri
«Ma ricerchiamo perché (l’insieme delle
lingue
romanze) si sia in triplice maniera diversificato e perché
ciascuna di queste varietà si diversifichi entro se stessa,
per
esempio la parlata della destra d’Italia da quella che
è
della sinistra (infatti in un modo parlano i Padovani, in un altro i
Pisani); e perché quelli che abitano più vicino
differiscano ancora nel parlare, come Milanesi e Veronesi, Romani e
Fiorentini, ed inoltre quelli che s’accomunano nella stessa
stirpe di popolo, come Napoletani e Gaetani, Ravennati e Faentini; e,
ciò che fa più meraviglia, quelli che dimorano
sotto uno
stesso cittadino reggimento, come i Bolognesi del Borgo di San Felice
ed i Bolognesi di Strada Maggiore» (I, 9).
Profeta dell’Italia unita, Dante è attento alle
varietà regionali delle lingue, di cui dà vari
esempi.
Muovendo da un panorama della Penisola a volo d’uccello
(simile a
quelli della Commedia),
e
attribuendo all’Appennino una funzione distintiva tra
dialetti
dell’Est e dell’Ovest, arriva alle
varietà
più minute, come quelle interne al bolognese. Il poeta
è
consapevole dell’evoluzione dell’idioma, che
rientra nella
variabilità del costume e del gusto. Di molti dialetti
darà esempi nel seguito del trattato, non per deprimerli, ma
per
dimostrare le maggiori possibilità espressive del volgare
illustre che stava contribuendo a creare.
Il Principe di
Niccolò Machiavelli
«Non si debba, dunque, lasciare passare questa occasione,
acciò che la Italia, dopo tanto tempo, vegga uno suo
redentore.
Né posso esprimere con quale amore e’ fussi
ricevuto in
tutte quelle provincie che hanno patito per queste illuvioni esterne;
con che sete di vendetta, con che ostinata fede, con che
pietà,
con che lacrime. Quali porte gli si serrerebbano? quali populi gli
negherebbano la obedienzia? quale invidia se li opporrebbe? quale
Italiano li negherebbe l’ossequio? A ognuno puzza questo
barbaro
dominio. Pigli, dunque, la illustre Casa Vostra questo assunto con
quello animo e con quella speranza che si pigliano le imprese
iuste…» (XXVI, 7).
Non bisogna cercare in questo celebre testo quello che esso non
può dare: l’idea, cioè, che
Machiavelli, mentre
faceva appello a un principe di Casa Medici perché ponesse
fine
al «barbaro dominio» in Italia, pensasse ad una
Nazione
unita. Egli pensava piuttosto ad un forte Stato nell’Italia
Centrale, caposaldo di una lega fra gli altri Sovrani italiani: la
cultura del Cinquecento non conosceva il concetto e il sentimento di
Nazione. E tuttavia il carattere ispirato dell’appello di
Machiavelli affascinò eminenti personalità del
nostro
Risorgimento: così Francesco De Sanctis vi vide una commossa
invocazione alla «patria», alla «Nazione
autonoma e
indipendente».
Il Saggiatore di
Galileo Galilei
«Molte volte coloro che vanno in maschera, o son persone vili
che
sotto quell’abito voglion farsi stimar signori e
gentiluomini… o talora son gentiluomini che deponendo,
così sconosciuti, il rispettoso decoro richiesto a lor
grado, si
fanno lecito, come si costuma in molte città
d’Italia, di
poter d’ogni cosa parlare liberamente con ognuno, prendendosi
insieme altrettanto diletto che ognuno, sia chi si voglia, possa con
essi motteggiare e contender senza rispetto».
Non è che Galileo ce l’avesse con il Carnevale! Se
la
prendeva invece con tutti coloro che usano la maschera di uno
pseudonimo, mostrando di non avere il coraggio di sostenere
pubblicamente le loro opinioni. La loro
«libertà»
era solo una fuga dalla responsabilità, e questo
«costume
di molte città d’Italia» significava che
il Paese
era davvero poco più di un’espressione geografica.
Sarà la scienza a plasmare la nuova fisionomia
dell’Italia, non meno che le lettere e le arti. E gli spiriti
veramente liberi d’Europa verranno a visitare la terra di
Galileo
per incontrare l’uomo che alla fine scontò la sua
audacia
con il processo e la condanna.
Le ultime lettere di Jacopo Ortis
di Ugo Foscolo
«I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto
dì
sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle
Nazioni.
Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza della
concordia. Allora io spenderei gloriosamente la mia vita infelice per
te: ma che può fare il solo mio braccio e la nuda mia voce?
– Ov’è l’antico terrore della
tua gloria?
Miseri! noi andiamo ogni dì memorando la libertà
e la
gloria degli avi, le quali quanto più splendono tanto
più
scoprono la nostra abbietta schiavitù. Mentre invochiamo
quelle
ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro sepolcri».
La riflessione sulla servitù dell’Italia
rappresenta uno
dei temi di fondo del romanzo foscoliano, costruito attorno a una
doppia delusione, sentimentale e soprattutto politica. Accolto
entusiasticamente da tanti giovani, il libro ne avrebbe stimolato
l’impegno nelle battaglie risorgimentali. Le ultime lettere di Jacopo Ortis,
infatti, trasmettevano o confermavano l’idea che il
sentimento,
la fantasia, il sogno perfino, sono superiori alla ragione
«fredda» e «calcolatrice».
Sarebbe nata anche
da questa nuova sensibilità romantica la
disponibilità di
tanti a combattere, spesso a morire, per l’indipendenza
italiana.
All’Italia
di Giacomo Leopardi
«O patria mia, vedo le mura e
gli archi
E le colonne e i simulacri e
l’erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro
ond’eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
Che lividor, che sangue!...».
La forza profetica della grande poesia illumina passato e presente.
Sono trascorsi quasi due secoli da quando, nel 1818, Leopardi scrisse
questa canzone. L’antica gloria non è riaffiorata,
anche
se alcuni momenti della storia hanno fatto onore alla Patria: il
Risorgimento, i Mille e, nel Novecento, il Piave, la Costituzione.
Gli scarponi degli eserciti stranieri non calpestano il nostro suolo,
ma le mura sono spesso crollate, i paesaggi, le antiche
città,
l’arte e la cultura tenuti in poco conto;
c’è chi
mette in discussione l’Unità d’Italia
costata sangue
e dolore. La speranza? Un sussulto di dignità della Nazione.
Marzo 1821 di
Alessandro Manzoni
«Cara Italia! dovunque il
dolente
Grido uscì del tuo lungo
servaggio;
Dove ancor dell’umano lignaggio
Ogni speme deserta non è;
Dove già libertade
è fiorita,
Dove ancor nel segreto matura,
Dove ha lacrime un’alta
sventura,
Non c’è cor che non
batta per te.
Quante volte sull’Alpe spiasti
L’apparir d’un amico
stendardo!
Quante volte intendesti lo sguardo
Ne’ deserti del duplice mar!
Ecco alfin dal tuo seno sbocciati,
Stretti intorno a’ tuoi santi
colori,
Forti, armati de’ propri
dolori,
I tuoi figli son sorti a pugnar.
Oggi, o forti, sui volti baleni
Il furor delle menti segrete:
Per l’Italia si pugna, vincete!
Il suo fato sui brandi vi sta.
O risorta per voi la vedremo
Al convito de’ popoli assisa,
O più serva, più
vil, più derisa
Sotto l’orrida verga
starà.
Oh giornate del nostro riscatto!
Oh dolente per sempre colui
Che da lunge, dal labbro
d’altrui,
Come un uomo straniero, le
udrà!
Che a’ suoi figli narrandole
un giorno,
Dovrà dir sospirando: io non
c’era;
Che la santa vittrice bandiera
Salutata quel dì non
avrà».
È la più bella poesia del Risorgimento, che
andrebbe
letta per intero anziché nelle sole strofe finali.
Benché
scritta agli albori del riscatto nazionale, poté vedere la
luce
solo nel 1848, dopo le Cinque Giornate, non appena Milano si
liberò dagli Austriaci. È un grido
d’amore per
l’Italia, e di battaglia contro lo stato di
minorità
civile e politica in cui essa era ridotta; un incitamento a porre fine
all’umiliazione del dominio straniero. Una lotta che
sarà
combattuta dagli Italiani in prima persona, decisi a non contare
più come in passato su alcun aiuto di qualche altra potenza
europea. Ma insieme anima questi versi – significativamente
dedicati a un patriota tedesco caduto nelle guerre di liberazione
contro Napoleone – un empito che va oltre i confini della
Penisola: la causa dell’Italia, sembra suggerire Manzoni,
segna
in qualche modo la fine degli egoismi nazionali, è la causa
di
tutti gli uomini che aspirano alla libertà.
Confessioni d’un
Italiano di Ippolito Nievo
«Io nacqui Veneziano al 18 ottobre del 1775, giorno
dell’Evangelista Luca; e morrò per la grazia di
Dio
Italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa
misteriosamente il mondo.
Ecco la morale della mia
vita… Ma in tutto
ciò nulla sarebbe di strano o degno di esser narrato, se la
mia
vita non correva a cavalcione di questi due secoli che resteranno un
tempo assai memorabile, massime nella storia italiana. Infatti fu in
questo mezzo che diedero primo frutto di fecondità reale
quelle
speculazioni politiche che dal milletrecento al millesettecento
traspirarono dalle opere di Dante, di Macchiavello, di Vico e di tanti
altri» (capitolo I).
La grande opera di Ippolito Nievo è un romanzo di
formazione. Ha
il taglio di un picaresco racconto d’avventure, ma
è la
storia del modo in cui il protagonista, nato in un angolo della
Serenissima alla fine dell’Ancien Régime, diventa,
dopo
avere attraversato le principali fasi del Risorgimento, il cittadino di
un nuovo Stato. Ma questo Stato non è soltanto il frutto di
moti
recenti, dovuti in buona parte alla Rivoluzione Francese e alla discesa
di Bonaparte in Italia: è anche il risultato di un lungo
processo storico anticipato da alcuni degli uomini più
eminenti
della cultura europea. Nasce così l’Italia
moderna, troppo
giovane per essere davvero una Nazione compiuta e forse troppo vecchia
per diventare uno Stato moderno.
A
Costantino Nigra
di
Camillo Benso conte di Cavour
«Se domani io entrassi in lotta con Garibaldi, è
possibile
che avrei per me la maggior parte dei vecchi diplomatici, ma
l’opinione pubblica europea sarebbe contro di me, e
l’opinione pubblica avrebbe ragione. Poiché
Garibaldi ha
reso all’Italia i più grandi servigi che un uomo
potesse
renderle: ha dato agli Italiani fiducia in se stessi; ha provato
all’Europa che gli Italiani sapevano battersi e morire sui
campi
di battaglia per riconquistare una Patria» (9 agosto 1860).
Così Cavour scriveva – a Costantino Nigra, in
francese
– del suo grande nemico Garibaldi. La grandezza,
l’intelligenza, la nobiltà d’animo del
conte sono
tali da fargli riconoscere che l’Italia aveva bisogno di
entrambi: il genio diplomatico, e quello militare; lo statista, e il
condottiero; le élites, e il popolo; la mente, e il cuore.
Discorso
in Parlamento
di Giuseppe Ferrari
«Io vi proposi di fare un’inchiesta
affinché una
metà della Nazione conoscesse appieno l’altra
metà,
e le due parti della Penisola si unissero fraternamente; mi rispondeste
essere l’inchiesta inutile, i mali passeggeri… Voi
vedrete
se il sangue stesso degli uomini giustamente sacrificati onori il
giovane Regno, il quale sorge pure sulla terra dove Filangeri e
Beccaria predicavano umanità, e dove sotto i migliori
Governi
napoletani si viaggiava sulle montagne coll’oro in mano. Fate
voi
stessi la vostra inchiesta: vedete se non avete permesso alla reazione
di scoppiare, ai briganti di corrompere interi paesi, alle popolazioni
di molti luoghi di turbarsi riflettendo all’avvenire promesso
dalla nostra rivoluzione» (Atti parlamentari,
seduta del 2 dicembre 1861).
Il deputato milanese Giuseppe Ferrari, quel 2 dicembre 1861, era
furente mentre tuonava al Parlamento di Torino contro una scelta
scellerata dell’Italia appena nata. Lui, patriota italiano ma
indisponibile al patriottismo ottuso e cieco, aveva già
chiaro
tutto: era un errore stendere un velo di silenzio sul massacro degli
abitanti di Pontelandolfo commesso dai bersaglieri. Un errore liquidare
il brigantaggio come una questione di ordine pubblico. Un errore
imporre lo Stato (sabaudo) con la forza e la violenza senza tentare di
coinvolgere i cittadini nel processo unitario rispettoso delle
diversità. Un secolo e mezzo dopo, chi ama
l’Italia
sospira: ah, se l’avessero ascoltato…
Da
Quarto al Volturno
di Giuseppe Cesare Abba
«Genova, 5 maggio…
Ieri sera arrivammo ad ora tarda, e non
ci riusciva
di trovar posto negli alberghi, zeppi di gioventù venuta di
fuori. Sorte che, lungo i portici bui di Sottoripa, ci si fece vicino
un giovane, che indovinando, senza tanti discorsi, ci condusse in
questo albergo. La gran sala era tutta occupata. Si mangiava, si
beveva, si chiacchierava in tutti i vernacoli d’Italia.
Però si sentiva che quei giovani, i più, erano
Lombardi.
Fogge di vestire eleganti, geniali, strane; facce baldanzose; persone
nate fatte per faticare in guerra, e corpi esili di giovanetti, che si
romperanno forse alle prime marce. Ecco ciò che vidi in una
guardata. Entravamo in famiglia».
Scegliamo le parole della vigilia, piene di aspettativa e di
entusiasmo, in atmosfera di festa, quasi, perché
straordinariamente somigliano a quelle che si possono leggere
dall’altra parte, appartenenti a giovani sudditi
dell’Impero Austro-Ungarico – Trentini, Tirolesi,
ma anche
Ungheresi, Cechi e Polacchi – che pochi anni dopo si
sarebbero
apprestati a salire volontari nelle valli trentine per tentar di
fermare Garibaldi che avanzava. Stesso clima euforico, stessa
sensazione di fratellanza, stessa ansia di prendere le armi. Citate
soltanto di sfuggita e, quasi, con vergogna, le madri disperate che,
qua come là, cercavano di riportarsi a casa i figli
giovanissimi.
Per
il Tricolore
di Giosuè Carducci
«I tempi sono oggimai sconsolati di bellezza e
d’idealità; direbbesi che manchi nelle generazioni
crescenti la conscienza nazionale.
Tanto più siano grazie a te,
o nobile Reggio,
che nell’oblio d’Italia commemori come nella sala
di questo
palazzo di città, il 7 gennaio del 1797, fu decretato
nazionale
lo stendardo dei tre colori.
L’Italia è risorta
nel mondo per
sé e per il mondo: ella, per vivere, dee avere idee e forze
sue,
deve esplicare un officio suo civile ed umano, un’espansione
morale e politica. Tornate, o giovani, alla scienza e alla conscienza
de’ padri, e riponetevi in cuore quello che fu il sentimento
di
vóto, il proposito di quei vecchi grandi che han fatto la
patria: L’Italia avanti tutto! L’Italia sopra
tutto!».
Il testo è tratto dal discorso pronunciato a Reggio Emilia
da
Giosuè Carducci il 7 gennaio 1897 per commemorare il
centenario
del Tricolore, adottato come proprio vessillo dalla Repubblica
Cisalpina il 7 gennaio 1797. Il discorso rievoca il significato
simbolico del Tricolore nel Risorgimento italiano –
Risorgimento
che appare già dimenticato («nomi e fatti
dimenticati
della storia recente») mentre è in atto una grave
crisi
politica alla quale fa cenno l’inizio del testo riportato;
poi il
discorso si chiude con un vibrato appello all’impegno dei
giovani
e alla missione dell’Italia.
Quaderni
del carcere
di Antonio Gramsci
«Il cosmopolitismo tradizionale italiano dovrebbe diventare
un
cosmopolitismo di tipo moderno, cioè tale da assicurare le
condizioni migliori di sviluppo all’uomo-lavoro italiano, in
qualsiasi parte del mondo egli si trovi. Non il cittadino del mondo in
quanto civis romanus
o in
quanto cattolico, ma in quanto produttore di civiltà.
Perciò si può sostenere che la tradizione
italiana si
continua dialetticamente nel popolo lavoratore e nei suoi
intellettuali, non nel cittadino tradizionale e
nell’intellettuale tradizionale. Il popolo italiano
è quel
popolo che “nazionalmente” è
più interessato
a una moderna forma di cosmopolitismo. Non solo l’operaio, ma
il
contadino e specialmente il contadino meridionale» (Quaderno 19,
§ 5).
Questo brano smentisce uno dei luoghi comuni vigenti intorno alla
visione gramsciana della positività del processo unitario e
della possibilità di coniugare tale processo non
già con
la devianza nazionalistica, ma con una visione rinnovata del
cosmopolitismo. Ciò nasce dalla sua decisiva esperienza
all’interno di un movimento politico, quello comunista
dell’inizio degli anni Venti, intrinsecamente
internazionalista.
Pur dentro un orizzonte più vasto, Gramsci non smarrisce mai
la
necessaria percezione delle specificità nazionali, che
áncora non già ad un presunto
«carattere
originario», ma al ruolo e allo scontro dialettico delle
classi
sociali.