Randolfo
Pacciardi, il mite rivoluzionario
Un
convinto credente nell’idea di libertà, talvolta
irruente, ma sempre lontano dalla politica come mestiere
di Luciano
Atticciati
Randolfo
Pacciardi è stato l’outsider
per eccellenza, un politico ma così poco portato al
compromesso
da poter essere considerato un agitatore prestato al mondo
dell’establishment.
Raggiunse le più alte cariche della politica, ma dentro di
sé rimase sempre un vivace contestatore. La sua fisionomia
bonaria non faceva certamente pensare a quella di un rivoluzionario, ma
la sua vita ricordava quella dei grandi uomini d’azione del
Risorgimento.
Tutta la sua vita è stata
un’avventura.
Uomo della Sinistra e volontario nella Prima Guerra Mondiale;
pluridecorato, ex-combattente, ma implacabile nemico del fascismo, a
prima vista si direbbe una contraddizione vivente. Una specie di
D’Annunzio. Sapeva imporsi, non attraverso gli accordi di
corridoio, ma attraverso quelle che furono chiamate le
«pacciardate», degli exploit nel mezzo
di importanti riunioni politiche che lasciavano interdetti i
partecipanti.
Nel ’22 si scontrò
a duello con il
segretario del Fascio di Grosseto, la sua città, nel
’23
interruppe clamorosamente un discorso di Mussolini, e nello stesso anno
fondò «L’Italia Libera» con
Raffaele Rossetti,
uno degli eroi della Grande Guerra, un’associazione di
ex-combattenti di idee democratiche. L’organizzazione avrebbe
dovuto opporsi alla nascente dittatura anche con il ricorso alle armi.
Un paio di anni dopo venne condannato a cinque anni di confino per le
sue attività politiche, condanna alla quale
riuscì a
sottrarsi riparando in Svizzera. Nel ’33 divenne segretario
nazionale del Partito Repubblicano al quale aveva aderito fin da
ragazzo, poco più tardi organizzò uno dei
più
importanti gruppi di volontari per la difesa della repubblica in
Spagna. Qui conobbe una situazione che cambiò notevolmente
il
suo modo di pensare, ebbe modo di sperimentare la violenza dei gruppi
comunisti, la loro assoluta mancanza di autonomia da Mosca, il loro
rigido fideismo. Su «Cuore da battaglia» Pacciardi
ha
scritto: «Volevano che il battaglione
“Garibaldi”
andasse a Barcellona a massacrare gli anarchici… [Togliatti]
era
di certo un uomo molto colto, intelligente, abilissimo, spregiudicato.
Era sicuramente ad Albacete quando fu deciso il massacro degli
anarchici. Data la sua alta posizione nell’Internazionale
comunista, non è possibile pensare che fosse estraneo alla
decisione di condurre la tragica operazione».
Pacciardi stranamente non ebbe un ruolo
importante
nella Resistenza, si impegnò maggiormente nel ’46
nella
affermazione della Repubblica, e negli anni in cui il Partito Comunista
minacciava apertamente la nascente democrazia si occupò
all’interno del governo di questioni di ordine pubblico. Non
assunse posizioni di particolare rilievo, interessante comunque fu il
suo impegno nella adesione del nostro Paese all’Alleanza
Atlantica e nella difesa di Trieste. In particolare Pacciardi nelle sue
memorie ricorda un episodio avvenuto alla Camera: «Parlarono
tutti, Togliatti, Nenni, discorsi durissimi, infuocati. E una volta, in
piena aula di Montecitorio, il comunista Ilio Barontini si mise a
gridare, rivolto verso di me: “Questo qui lo dovevamo
ammazzare
in Spagna. Non l’ho fatto e me ne
pento”».
Diversamente da quanto spesso ritenuto, Pacciardi non sostenne sempre
posizioni rigidamente anti-comuniste e nel 1952 si oppose al tentativo
di formare un grande blocco dai democristiani ai missini per le
elezioni amministrative a Roma. Nello stesso periodo Pacciardi, allora
Ministro della Difesa, venne accusato di atteggiamenti discriminatori
verso gli operai di simpatie comuniste, ma tali accuse risultarono
sostanzialmente prive di fondamento, i lavoratori oggetto di
licenziamento, risultavano responsabili di sabotaggio e di altri atti
particolarmente gravi.
Nel 1960 Pacciardi venne accusato da un
giornalista
di un incredibile piano per rapire il Presidente della Repubblica
Gronchi, ma la questione non ebbe seguito. Negli anni successivi
Pacciardi sembrò interessarsi più di politica
estera,
materia più congeniale ai grandi temi ideali, che di
ordinarie
questioni politiche interne. Tornò comunque in primo piano
per
la sua ferma opposizione anche all’interno del Partito
Repubblicano all’ingresso dei socialisti nel governo. A
proposito
di tale vicenda si parlò anche di soldi inviati da Fanfani e
Mattei per corrompere uomini della sua corrente. La questione
socialista produsse gravi crisi in tutti i partiti di Centro, Pacciardi
riteneva i socialisti schierati su posizioni scarsamente democratiche,
ancora eccessivamente legati al Partito Comunista, e si
scontrò
pesantemente su questo con Ugo La Malfa, fatto che provocò
l’espulsione dal partito. Aldo Moro decisamente
più
pragmatico di Pacciardi credeva invece alla trasformazione socialista.
Alla fine un intervento dell’onorevole democristiano presso
Papa
Montini spinse anche gli ultimi scontenti del suo partito ad accettare
il nuovo governo.
Non molto tempo dopo, nel 1964, venne
fuori lo
scandalo del Piano Solo. Il settimanale
«L’Espresso»
sbrigativamente bollò come un tentativo di colpo di Stato il
piano preparato dal generale De Lorenzo, ex-combattente della
Resistenza, che prevedeva iniziative militari nel caso di tentativi di
rovesciare le istituzioni. Il giornale venne condannato per calunnia,
ma negli anni successivi si ebbero comunque un gran numero di
congetture su complotti da parte della estrema Destra sostenuti da
importanti esponenti di governo, e di teorie, quali la
«strategia
della tensione», che poggiavano su elementi piuttosto dubbi.
Nello stesso anno Pacciardi
fondò
l’«Unione Democratica per la Nuova
Repubblica»,
insieme con il Generale Cadorna, capo militare della Resistenza, e con
l’adesione di un gran numero di giovani di Destra. Negli anni
successivi Pacciardi sembrò allontanarsi dalle tradizionali
posizioni di Sinistra, si impegnò molto nella critica al
sistema
dei partiti che già allora godevano di notevoli benefici, e
propose, questione che allora fece molto scalpore, un sistema
presidenziale sul modello francese che aveva consentito il superamento
di gravi crisi e la formazione di governi più stabili. Da
allora
l’ex-leader repubblicano venne visto come un pericoloso
nemico
delle istituzioni, e apostrofato anche in Parlamento come
«fascista». Le posizioni di Pacciardi erano
tutt’altro che anti-democratiche o demagogiche, erano di
notevole
spessore culturale e condivise da importanti giuristi. Nel 1968 al
congresso della sua associazione parlò delle nuove
realtà
che si erano affermate nell’Europa Orientale: «Dopo
mezzo
secolo di esperienza di “società
socialiste” non si
può negare che la terribile profezia del grande apostolo
italiano [Mazzini] ha avuto netta conferma. Col sistema del capitalismo
di Stato, cioè della espropriazione generale dei mezzi di
produzione e di scambio a favore dello Stato, vale a dire di un partito
che rappresenta e dirige lo Stato, si sono espropriate anche le
coscienze e si sono creati regimi tirannici “senza
possibilità di riscatto”». Anche nel
mondo
occidentale non mancavano i problemi: «La costituente del
1946 ci
ha ridato un regime parlamentare molto simile a quello che esisteva
prima della Grande Guerra 1915-18 con la sola differenza di un capo
pressoché decorativo che è elettivo
anziché
ereditario. Sono bastati pochi anni perché questo regime
pseudo-parlamentare subisse le stesse degenerazioni partitocratiche che
aveva subito la Francia. I suoi difetti essenziali sono: la confusione,
l’incertezza e l’instabilità del potere;
l’assenza di responsabilità e di controlli;
l’occulta oligarchia sostituita alla democrazia; la
macchinosa
lentezza delle decisioni; la corruzione morale insita nel
sistema… Una volta eletti, “i rappresentanti del
Popolo” debbono soggiacere alla disciplina e allo stretto
controllo dei partiti che li hanno designati agli elettori».
Nel 1974 Pacciardi venne accusato di
cospirazione
politica insieme ad un grande nome della Resistenza, Edgardo Sogno.
Edgardo Sogno ha scritto che negli anni Cinquanta era impegnato nella
costituzione di un’organizzazione anti-comunista,
«Pace e
Libertà», che si affiancava a quella prevista
dalla NATO,
«Stay Behind». Tale organizzazione comprendeva
democristiani, liberali e altri uomini di Centro, Scelba, Taviani e
Saragat erano in qualche modo vicini. Dell’organizzazione
facevano parte anche ex-comunisti caduti in disgrazia che non
digerivano la dura disciplina di partito, erano invece esclusi uomini
di estrema Destra. Nei colloqui con l’Ambasciatrice americana
Clara Boothe Luce venne deciso di mantenere
l’attività nei
limiti scrupolosi della legalità. Dopo un lungo periodo di
pausa, l’attività riprese nel 1970 con iniziative
più dure. Diversamente da alcune accuse, Sogno e i Comitati
di
Resistenza Democratica non ebbero alcun tipo di rapporto con i
terroristi che commisero stragi in quel periodo, né in
generale
collegamenti con l’estrema Destra o la P2 di Licio Gelli.
Ebbero
invece buoni rapporti con Pacciardi, Cossiga e Craxi. Uno degli
obiettivi proclamati era di dare un chiaro messaggio che
c’era
nel nostro Paese gente disposta a battersi (andando anche oltre la
legalità) per impedire un’involuzione totalitaria.
Sebbene
Sogno e Pacciardi siano stati scagionati dalle accuse di cospirazione
politica, Sogno in Testamento
di un anti-comunista
ammise il tentativo di colpo di Stato (sostanzialmente bloccato dal
Ministro Taviani), anche se con finalità non estremiste ma
solamente finalizzate ad impedire la formazione di una dittatura di
tipo comunista nel Paese.
Negli anni successivi Pacciardi assunse
posizioni
politiche più prudenti ed infine rientrò nel suo
amato
Partito Repubblicano. Il suo ardore e il suo sincero amore per la
libertà non potevano fargli tacere ciò che molti
preferivano tacere sugli aspetti terribili dei regimi totalitari
fascisti e comunisti. Non venne capito e si attirò critiche
a
non finire, divenne un leader decisamente ingombrante e destinato ad
essere ingiustamente dimenticato.
(febbraio 2008)