«La
strategia della tensione»: storia di un teorema non serio
Una
serie di attentati negli anni Settanta compiuti da terroristi rimasti
ignoti spinse molti a credere alla presenza di misteriose forze
all’interno dei partiti moderati che organizzavano piani di
destabilizzazione
di Luciano
Atticciati
Una
delle regole fondamentali degli studi storici vuole che i fatti dubbi
vengano verificati alla luce dei fatti certi. È sicuramente
una
regola del buon senso, ma spesso ignorata, giornalisti ed esponenti
politici hanno spesso preferito seguire il contrario, affidarsi a
ipotesi stravaganti, formulare teoremi privi di qualsiasi
giustificazione e giudicare infine i fatti certi alla luce di quelli su
cui non è possibile emettere un giudizio chiaro.
La «strategia della
tensione» fu un
teorema affascinante, uomini di potere negli anni successivi confluiti
a Destra come a Sinistra, avrebbero organizzato dei sanguinosi
attentati per «destabilizzare» il Paese e creare un
Governo
vagamente autoritario con delle alleanze di Destra o forse di Sinistra.
Il teorema era privo di prove, come spesso hanno affermato gli stessi
autori della teoria (esecutori ignoti con mandanti altrettanto ignoti),
e privo anche di logicità. È ovvio pensare che di
fronte
ad una situazione di violenza e di pericolo si abbia una
radicalizzazione politica e coloro che ritengono di sentirsi minacciati
si allontanino dai moderati e si orientino verso movimenti che attuino
una politica di difesa ricorrendo anche a metodi estremistici. In
pratica non si conosce alcun caso nella storia recente di partiti di
Centro stabilmente al potere che organizzavano atti di violenza per
rafforzare le proprie posizioni, mentre abbiamo numerose situazioni di
violenza che hanno radicalizzato lo scontro e favorito i gruppi
estremisti. Si può facilmente ricordare la Repubblica di
Weimar
dove la tensione favorì Partito Comunista e nazisti (sommati
insieme nel 1930 rappresentavano il 60% dell’elettorato) e la
Spagna degli anni Trenta dove la Democrazia Cristiana e il Partito
Repubblicano si dissolsero a favore rispettivamente di falangisti e
socialisti massimalisti. Una variante del teorema della strategia della
tensione voleva che l’ispiratore degli attentati terroristici
fosse il Governo degli Stati Uniti, risulta tuttavia che gli Americani
fossero molto favorevoli all’apertura da parte dei centristi
ai
partiti della Sinistra moderata in funzione anticomunista, e nessuno
d’altra parte è in grado di comprendere la ragione
per la
quale una potenza si impegnerebbe a destabilizzare i propri alleati.
Molti all’interno della Sinistra parlarono degli atti
terroristici compiuti in quegli anni come di «stragi di
Stato», sulla base di ipotesi e di collegamenti non chiari
con
servizi segreti e gruppi politici anticomunisti. Si parlò
molto
di depistaggi (che in molti casi erano solo indicazioni incerte) e di
aiuti all’espatrio di singoli personaggi sospetti o
collaboratori
dei servizi stessi, ma nulla che provasse anche lontanamente una
strategia comune fra esponenti politici di Governo e terroristi. Lo
studioso di questioni militari Ambrogio Viviani scrisse:
«Buon
gioco ebbero gli accusatori speculando sulla presenza di agenti segreti
infiltrati negli ambienti del terrorismo, presenza dettata da
necessità informative e cioè proprio a scopi
antiterroristici». La «politica delle
bombe» nel
nostro Paese sembrò al contrario dare sostegno in quegli
anni
negli ambienti di Centro e di Sinistra ai fautori del compromesso
storico berlingueriano. Ha scritto Giorgio Bocca: «Il
terrorismo
nero… scompare anche perché nella prospettiva del
compromesso storico cioè di una alleanza di Governo fra
Cattolici e comunisti bisogna ridare forza a una opposizione di Destra
legale, presentabile».
Negli anni Settanta il nostro Paese
vide, nonostante
l’incredibile crescita economica degli anni precedenti, uno
scontro sociale molto pesante, anche se in molti Paesi Europei le
maggiori lotte sociali erano già arrivate a conclusione. Il
Governo era stabilmente nelle mani dei partiti di Centro, la Democrazia
Cristiana, i partiti laici, mentre il Partito Socialista, specie dopo
la scissione del Psiup, tendeva progressivamente ad una politica
più moderata. Al di fuori dalla coalizione di Governo si
aveva
da una parte il Movimento Sociale e dall’altra un Partito
Comunista che disponeva di un robusto apparato e di una forza
elettorale molto superiore a quella degli altri partiti marxisti del
resto del mondo occidentale. Tale partito aveva detenuto in forme
nemmeno troppo occulte un’organizzazione armata clandestina e
aveva fatto sentire negli anni precedenti la sua presenza minacciosa,
nel novembre del 1947, organizzando l’assalto alla Prefettura
di
Milano, nel luglio del 1948 dopo l’attentato a Togliatti
occupando con gruppi armati le principali città del Nord, e
nell’estate del 1960 scatenando le violenze contro il
Congresso
del Movimento Sociale Italiano a Genova. Per tali ragioni non venne
considerato da molti come un partito affidabile, ma come un partito non
diverso da quelli che avevano stabilito dei regimi totalitari nei Paesi
dell’Europa Orientale.
All’interno
dell’Alleanza Atlantica nel
1951 venne studiato il progetto di una rete di organizzazioni (Stay Behind, che
venne estesa anche all’Italia nel 1956 col nome di Gladio)
che nel caso di invasione di un Paese da parte dell’Unione
Sovietica fosse in grado di opporre resistenza, e successivamente venne
studiato (Piano
Demagnetize)
un progetto per impedire l’imposizione (anche non preceduta
da
invasione da parte di uno Stato straniero) di un regime totalitario di
tipo comunista. La struttura Gladio
doveva avere un carattere sostanzialmente segreto, la sua esistenza
venne rivelata solo nel 1990 dal Presidente del Consiglio Andreotti, il
quale sottolineò che l’organizzazione non aveva
nulla a
che vedere con episodi di terrorismo e che conclusa la guerra fredda
era stata soppressa. Probabilmente sulla base di tali iniziative,
nonché sulla base dei tragici eventi accaduti a Genova nel
1960
che avevano messo in evidenza le difficoltà di garantire
l’ordine pubblico, nel 1964 venne formulato il Piano Solo.
Il generale De Lorenzo, comandante dei carabinieri e medaglia
d’argento al valore della Resistenza, consultandosi con il
Presidente della Repubblica Segni preparò il piano, che
prevedeva misure d’emergenza in caso di insurrezione
comunista ed
esplicitamente l’arresto dei principali dirigenti del Partito
Comunista Italiano. Tre anni dopo
«L’Espresso»
scrisse: «Finalmente la verità sul SIFAR. 14
luglio 1964.
Complotto al Quirinale. Segni e De Lorenzo preparavano il colpo di
Stato», la questione divenne oggetto di uno scontro
giudiziario
che si concluse con una condanna per calunnia contro il direttore del
giornale, la magistratura riconobbe che i giornalisti
«consapevolmente montarono una campagna scandalosa e
scandalistica». Secondo gli storici Paolo Mieli e Mimmo
Franzinelli non esiste alcun motivo per ritenere che il piano
costituisse il presupposto per costituire un Governo autoritario ma
semplicemente un’iniziativa per la difesa delle istituzioni
in
caso di minaccia da parte degli estremismi.
Negli stessi anni si ebbero molte
iniziative nel
campo anticomunista. Un grande leader dell’antifascismo,
l’ex Segretario del Partito Repubblicano Randolfo Pacciardi,
iniziò a parlare dei pericoli per la democrazia e della
necessità di misure energiche per fermare il Partito
Comunista,
trovando negli ambienti moderati sostegno ma anche molta opposizione.
Molto vicino alle sue posizioni fu anche il movimento Pace e Libertà
diretto dal liberale, medaglia d’oro della Resistenza,
Edgardo
Sogno. Tale organizzazione, che si affiancava a quella prevista dalla
NATO, Stay Behind,
sorse
già negli anni Cinquanta e comprendeva democristiani,
liberali e
altri uomini di Centro; Scelba, Taviani e Saragat erano in qualche modo
vicini. Dell’organizzazione facevano parte anche ex comunisti
caduti in disgrazia che non digerivano la dura disciplina di partito,
erano invece esclusi uomini di estrema Destra. Un altro capo di gruppi
partigiani autonomi, Carlo Fumagalli, creò nel 1962 il Movimento di Azione
Rivoluzionaria,
indagato e successivamente assolto dall’accusa di aver
compiuto
attentati contro tralicci dell’energia elettrica. Infine
è
da ricordare il movimento Rosa
dei Venti, diretto dal colonnello Amos Spiazzi, di idee
monarchiche, coinvolto nel cosiddetto Golpe Borghese, e la Maggioranza Silenziosa
che cercò di costituire un interessante movimento
democratico a
Destra della Democrazia Cristiana tendenzialmente moderato. A tale
riguardo la giornalista Maria Antonietta Calabrò ha scritto
nel
1992 sul «Corriere della Sera» un interessante
articolo sui
gruppi di ex partigiani cattolici che conservavano depositi di armi da
utilizzare nel caso di insurrezione comunista. Alcune associazioni che
affiancavano Stay Behind
beneficiarono di aiuti (prevedibili) da parte dei servizi segreti o dei
carabinieri, e questo spinse molti commentatori politici a parlare di
misteriose trame nere. Uno dei testi più interessanti su
tale
materia è Storia
dei servizi segreti
dello studioso di Sinistra Giuseppe De Lutiis, il quale sebbene citi
numerosi episodi non arriva ad alcuna certezza né a
stabilire
collegamenti chiari fra i gruppi in questione e gli atti terroristici.
Spesso cita contatti fra gruppi terroristici e ambienti politici, ma
piuttosto vaghi, se per esempio si parlasse di contatti fra terroristi
rossi e ambienti politici, non sarebbe difficile considerare buona
parte della Sinistra coinvolta in attività illegali. Le
sentenze
della magistratura nel corso degli anni, sebbene contrastanti, hanno
demolito alcuni dei miti nella materia che comunque conserva un certo
grado di incertezza.
L’anno successivo
all’istituzione del Piano
Solo
si tenne a Roma, Hotel Parco dei Principi, un convegno su
«guerra
rivoluzionaria» a cui parteciparono un gran numero di
esponenti
di Ordine Nuovo,
l’associazione di Pino Rauti che raccoglieva i fascisti su
posizioni economiche di Sinistra. Per i teorici della strategia della
tensione tale iniziativa fu quella che diede inizio ai complotti e allo
stragismo di Destra, ma appare effettivamente difficile che iniziative
di tale portata si tenessero in luogo pubblico, più
probabile
che i convenuti volessero semplicemente discutere della situazione di
tensione e violenza generalizzata che si stava creando nel Paese.
Nel 1969 il Movimento Studentesco
diede vita a diverse manifestazioni violente ed ebbe inizio la
terribile ondata di scontri studenteschi che per un decennio
insanguinò il Paese. Nel dicembre si ebbe uno dei
più
tragici eventi nel nostro Paese, la strage di Piazza Fontana. In
quell’occasione si ebbero contemporaneamente quattro
attentati,
oltre a quello mortale già citato, ad una banca romana, ad
una
banca milanese, e all’Altare della Patria. Nel corso degli
anni
molti a Sinistra hanno sostenuto che ingiustamente le indagini furono
inizialmente dirette sull’estremismo di Sinistra, ma il tipo
di
obiettivi effettivamente faceva ritenere quella la direzione
più
giusta.
A distanza di decenni non si conoscono
gli autori di
quel delitto, l’anarchico Valpreda venne riconosciuto da un
testimone, mentre timer simili a quelli adoperati per gli attentati
furono ritrovati da Franco Freda e Giovanni Ventura, due estremisti di
Destra di tendenze «nazimaoiste». Nel mondo
dell’estremismo, ma il fenomeno è scarsamente
conosciuto,
ci sono stati infatti casi di strane commistioni, Mario Merlino, altro
personaggio considerato implicato nella vicenda della strage,
frequentava un circolo anarchico ma professava idee vicine a quelle
dell’estrema Destra. In anni recenti il giornalista del
«Corriere della Sera», Paolo Cuchiarelli, ha
ipotizzato che
le bombe della strage fossero due, collocate da terroristi rossi e neri
insieme. Tesi ritenuta possibile anche da alcuni esponenti politici.
Nel corso delle indagini venne
interrogato alla
questura di Milano l’anarchico Pinelli, che per ragioni non
conosciute, forse in stato d’agitazione a causa delle accuse
ricevute, morì cadendo dalla finestra, questo fatto spinse
molti
senza alcuna ragione ad accusare la polizia di averne provocato la
morte. Un appello firmato da grandi intellettuali della Sinistra
parlò del commissario Calabresi (non presente al momento del
fatto) come di un «torturatore responsabile della morte di
Pinelli». Il clima di odio si accrebbe, si ebbe una lunga
campagna stampa contro il personaggio, che alcuni anni dopo venne
ucciso da estremisti di Sinistra.
Casi molto controversi di azioni
violente si ebbero
anche negli anni successivi. Nel 1972 l’editore Giangiacomo
Feltrinelli venne trovato ucciso a causa dello scoppio di una bomba
alla base di un traliccio vicino a Milano. Senza alcuna prova alcuni
intellettuali di Sinistra (fra i quali Camilla Cederna) affermarono che
l’estremista di Sinistra fosse stato ucciso, mentre risultava
più probabile che stesse preparando un attentato, come venne
confermato successivamente da esponenti delle Brigate Rosse.
L’anno successivo un anarchico, Gianfranco Bertoli,
lanciò
una bomba a mano contro la folla presente ad una cerimonia in ricordo
del commissario Calabresi. Si discusse a lungo (oggetto anche di
questioni giudiziarie) sul fatto che il responsabile
dell’azione
fosse in realtà un estremista di Destra che intendeva
uccidere
il Ministro Rumor presente fino a qualche momento prima alla
manifestazione, colpevole di non aver decretato lo stato
d’assedio al momento della strage di Piazza Fontana. Negli
anni
successivi venne confermata la sua precedente attività di
informatore dei servizi segreti, ma il personaggio dubbio
continuò negli anni una prolungata e intensa collaborazione
a
gruppi e riviste anarchiche.
Nel 1970 si scoprì che armi
(200 mitra)
dell’armeria del Viminale erano state trafugate e
successivamente
ricollocate a posto. Si parlò di un tentativo di colpo di
Stato
o di un’azione dimostrativa compiuta dal principe Junio
Valerio
Borghese, ex comandante della Repubblica Sociale Italiana e in quel
periodo capo del Fronte Nazionale. Al possibile tentativo
insurrezionale avrebbe partecipato un piccolo reparto della Forestale
che da Rieti si stava spostando su Roma. Nel corso
dell’azione i
congiurati avrebbero ricevuto un contrordine dato dal capo della Loggia
P2 Gelli o dal colonnello Spiazzi, e l’iniziativa non avrebbe
più avuto seguito. Si parlò anche che altri
reparti
sarebbero dovuti intervenire per reprimere l’azione illegale
e
imporre lo stato d’emergenza presentandosi così
come forze
moderate che intendevano tutelare la legalità. Lo studioso
Ambrogio Viviani riporta che anche negli anni precedenti
c’erano
state iniziative di generali che potevano far supporre la preparazione
di un colpo di Stato senza comunque arrivare a precisi accordi ai
massimi vertici delle forze armate. Le congetture sulla vicenda furono
numerose, la Corte d’Assise d’Appello
stabilì
comunque nel 1984 che «il fatto non sussiste»,
aggiungendo
che tutto ciò che era successo non era che il parto di un
«conciliabolo di 4 o 5 sessantenni». In precedenza
anche il
Ministro degli Interni Restivo aveva confermato la non esistenza del
complotto o almeno la sua scarsa pericolosità. Il
giornalista
Bruno Vespa al riguardo riportò l’opinione di
Andreotti,
secondo il quale «il tentativo ci fu… non
è
improbabile che la polizia sia stata avvertita da Almirante».
Anche Arnaldo Forlani riteneva Almirante un moderato, e sulla questione
scrisse: «Quando ci sono state minacce o rischi di devianze
più o meno velleitarie – come per la Rosa dei
Venti o il
Golpe Borghese – era preoccupato più di noi e non
si
limitava a prendere le distanze». La vicenda Borghese ebbe un
ulteriore misterioso finale con la presunta uccisione del
«Principe Nero» in Spagna dove si era rifugiato.
I fatti terribili avvenuti in quegli
anni, e le associazioni politico-militari inquadrate nella Gladio
iniziarono a suscitare sospetti fra i magistrati che nel 1974
inquisirono il generale Vito Miceli, capo dei servizi segreti, per la
questione del Golpe Borghese, anche se le accuse presto decaddero.
Miceli era politicamente legato ad Aldo Moro e avversato da un altro
generale, l’andreottiano Gianadelio Maletti, in quanto
considerato troppo filo arabo in politica internazionale. Due anni dopo
toccò a quest’ultimo a trovarsi
nell’occhio del
ciclone per la questione dell’aiuto all’espatrio di
due
estremisti di Destra che collaboravano col SID, Marco Pozzan e Guido
Giannettini che in precedenza aveva fornito qualche aiuto parlando di
«bande autonome neofasciste» che preparavano
«attentati in luoghi chiusi». Secondo
l’opinione di
Ambrogio Viviani l’aiuto accordato non costituiva un sostegno
all’estremismo politico o ad attività illegali, ma
solo
una forma di protezione che i servizi segreti accordavano generalmente
ai loro informatori. Diversamente da quanto sostenuto da coloro che
parlavano di depistaggi a favore della Destra, le indicazioni fornite
dai servizi segreti spesso non erano a loro favorevoli. Dopo la strage
di Piazza Fontana, parlarono di Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino
come dei possibili autori. Anche il Governo mostrò di non
nutrire tolleranza verso l’estrema Destra, decretando nel
1973 lo
scioglimento di Ordine
Nuovo, e successivamente di Avanguardia Nazionale,
movimenti considerati come «ricostituzione del Partito
Fascista».
Nel 1974 ci furono altri due eventi
terribili, la
strage di Piazza della Loggia a Brescia e la strage sul treno Italicus.
Nella prima si ebbero 8 morti a causa di una bomba collocata durante
una manifestazione antifascista, nella seconda i morti furono 12 e
avvenne mentre il treno transitava vicino a Bologna, uccidendo gente
comune che non aveva nulla a che vedere col mondo politico. Le indagini
della magistratura per la prima strage si orientarono su elementi
dell’estrema Destra bresciana, e portarono
all’arresto di
uno sbandato con precedenti per reati comuni, Ermanno Buzzi,
successivamente ucciso in carcere da altri due estremisti di Destra,
Mario Tuti (che aveva probabili contatti con l’ambasciata
libica)
e Pierluigi Concutelli. Successivamente un ordinovista informatore dei
servizi segreti, Maurizio Tramonte, accusò esponenti di Ordine Nuovo
del Veneto, fra i quali anche un ufficiale dei carabinieri, ma
successivamente ritrattò, e tutti vennero assolti con
formula
dubitativa. Anche qui si parlava di depistaggi, ma in maniera
decisamente vaga, i responsabili sarebbero stati i vigili del fuoco,
colpevoli di aver ripulito la piazza con gli idranti subito dopo la
tragedia, cancellando le prove sul tipo di esplosivo adoperato. Per la
seconda strage, la svolta arrivò quando un extraparlamentare
di
Sinistra accusò gli estremisti di Destra Luciano Franci, di
cui
era stato compagno di cella, e Mario Tuti di aver collocato la bomba
sul treno. Non venne però ritenuto credibile dai magistrati.
Non
mancava comunque un elemento interessante per coloro che credevano
nelle attività sospette dei servizi segreti: alcuni
testimoni
riferirono di aver sentito una funzionaria del SID, Claudia Aiello,
parlare da un telefono pubblico di bombe e di movimenti di treni,
questione che non ebbe però grande seguito sul piano
giudiziario.
Lentamente diminuivano gli scontri
studenteschi di
piazza e il terrorismo rosso, quando nell’agosto del 1980 si
ebbe
il più grave degli atti terroristici della storia
d’Italia, la strage alla stazione di Bologna con 23 chili di
esplosivo che provocò la morte di 85 persone. Si presero in
considerazione varie piste: terroristi palestinesi, libici, ma prevalse
quella degli estremisti di Destra. Alla fine la
responsabilità
della strage venne attribuita a due terroristi di Destra considerati
particolarmente autonomi, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che
riconoscevano orgogliosamente la paternità di molte azioni
efferate ma si ritenevano del tutto estranei a quella inutile strage.
Negli anni successivi i servizi segreti
tornarono
nell’occhio del ciclone. Nel 1983 venne arrestato il
comandante
del SISMI Giuseppe Santovito per aver passato un dossier a un
giornalista di «Panorama». Per uno strano caso il
generale
dopo due mesi morì, ma non vi erano ragioni per pensare che
la
morte fosse dovuta a cause non naturali. Nel 1984 il vice direttore del
SISMI Pietro Musumeci venne accusato (e successivamente riconosciuto
colpevole) di aver creato delle false prove per incastrare Stefano
Delle Chiaie e alcuni estremisti di Destra stranieri. Entrambi i
generali risultarono appartenenti, insieme a parecchi altri ufficiali,
alla Loggia P2. Tale loggia venne considerata dapprima
un’associazione eversiva, ma le ultime sentenze della
magistratura affermarono che costituiva essenzialmente un centro
affaristico. Tale fatto portò comunque ad accuse e polemiche
pesantissime su trame occulte per rovesciare le istituzioni, ma
risultò probabile che il generale Musumeci avesse compiuto
le
illegalità al solo fine di trarre un profitto pecuniario
personale, intascando i fondi destinati all’azione.
Dopo molti anni di silenzio, nel 2000 il
generale
Maletti scrisse che i mandanti degli atti terroristici avvenuti negli
anni Settanta sarebbero stati gli Americani o che almeno ne fossero in
qualche modo coinvolti, ma lui stesso ammise che non vi erano prove.
Tutta la complessa vicenda ha continuato ad essere oggetto di
dibattito, molti continuarono a parlare di «servizi segreti
deviati», ma l’idea di centri di potere in combutta
con
gruppi terroristici risultò sempre molto lontana da una
qualche
dimostrazione.
(febbraio 2011)