L’Italia
e il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947
Un
Trattato
duro, a tratti palesemente deleterio per le stesse Nazioni che lo
votarono, segnerà tra l’altro la perdita dei
nostri ultimi possedimenti coloniali
di Daniela
Franceschi
L’Italia
che esce dal Secondo Conflitto Mondiale è una Nazione debole
sul piano internazionale, i cui tentativi per essere accettata fra le
grandi potenze appaiono costantemente frustati; considerata una potenza
minore dell’Asse, non le venne quindi riconosciuta la
cobelligeranza come invece si aspettava, da ciò
conseguì un trattamento da Paese vinto da parte delle altre
potenze, intenzionate a non dimenticare il recente passato fascista1.
I
lunghi ed estenuanti negoziati, che porteranno alla firma del Trattato
di Parigi nel 1947, segnarono una netta sconfitta per la politica
estera italiana2; l’Italia dovette
accettare pesanti clausole
economiche e militari, nonché la perdita di tutti i
possedimenti coloniali3.
La classe politica italiana, divisa su
tutto, era tuttavia concorde
sulle colonie e non considerava il colonialismo un fenomeno da
cancellare in toto. Dato questo presupposto culturale e politico,
l’autodeterminazione dei popoli era un concetto quasi del
tutto estraneo al dibattito pubblico che precedette e seguì
la firma del Trattato4.
Possiamo cogliere maggiormente questo
atteggiamento attraverso l’analisi di un grande quotidiano
come «La Stampa» che, insieme a tutta la stampa
italiana, assunse acriticamente la posizione del governo italiano.
È opportuno ricordare che per
la politica estera italiana la
questione delle colonie e di Trieste erano le maggiori fonti di
preoccupazione5.
Un primo interessante commento6
del direttore Filippo Burzio comparve
sulla prima pagina del quotidiano, a pochi giorni dalla firma del
Trattato.
Burzio, dopo avere rammentato le parole di Benedetto Croce,
che aveva definito il Trattato
che stava per essere firmato
«quanto di più orrendo ci possa
capitare»7, denunciava
altresì «la canea
di tante Nazioni – ad alcune delle quali l’Italia
ha donato civiltà, benessere e opere pubbliche –
che le si gettano addosso per spogliarla di quanto è loro
possibile arraffare, colonie e lembi di patria e officine e quattrini,
per spogliarla anche del diritto di continuare a compiere la sua alta
missione di civiltà nel mondo».
L’articolo focalizzava poi
l’attenzione sulle
clausole del Trattato
che prevedevano la cessione di metà
della flotta e la rinuncia ai sommergibili. A giudizio del direttore
clausole così vessatorie nei nostri confronti rivelavano
l’esistenza in «coloro che le hanno formulate, o
per loro ripicca e incomprensione o perché incapaci di
resistere a pressioni interessate e maligne, il partito preso di
offenderci senza motivo, di umiliarci contro il loro stesso
vantaggio». Burzio rammentava l’importanza
dell’azione svolta dalla flotta italiana durante la guerra e,
soprattutto, il significato che aveva assunto, essendo «la
prima sanguinosa prova della nostra volontà di riscatto
dagli errori del passato». Non solo la marina era dimezzata,
ma le navi rimaste erano le più antiquate.
Degna di interesse la parte finale, in
cui il direttore dimostrava di
comprendere pienamente quanto forte fosse il peso degli assetti
internazionali, poiché notava che «il rancore ha
superato l’interesse stesso di chi ci punisce; conviene
infatti all’Inghilterra la scomparsa della nostra marina dal
Mediterraneo di fronte al più che probabile crearsi di una
cospicua marina jugoslava, se, come è prevedibile, la Russia
lascerà a questa sua alleata al di qua degli stretti, le
navi che dovremmo cederle?».
Pochi giorni dopo, Filippo Burzio
scrisse un altro fondo
sull’argomento8. Il giornalista
confessava disagio e una
profonda insofferenza per
«l’assurdità di una situazione, in cui
noi – uomini e partiti che fummo contro la criminale follia
fascista – dobbiamo avallare la rovina della patria da quella
causata, e portarne l’ingiustificata
responsabilità […] gli ex nemici ci dicono: Voi
siete stati aggressori, dunque siete colpevoli e per di più
siete vinti; e noi rispondiamo: Voi avete a vostra volta mancato agli
impegni della Carta
Atlantica e a quelli dell’Armistizio, e
ci imponete ora una pace alla Brenno». Con
l’espressione «Pace alla Brenno» il
direttore si riferiva all’episodio di Brenno, capo dei Galli
Insubri, e al suo ammonimento «Vae victis!»
(«Guai ai vinti!») rivolto ai Romani sconfitti9.
La protesta, rivolta da parte della
Costituente o dal governo in nome
del popolo italiano, contro il vessatorio Trattato sarebbe
nata non da
un malinteso patriottismo, bensì dalla rivolta del senso
della verità, della giustizia e
dell’equità morale. Il Trattato imponeva:
«1) le mutilazioni territoriali metropolitane, violatrici del
principio di nazionalità e di autodecisione dei popoli; 2)
la rapina (per fortuna ancora sospesa) delle nostre modeste colonie
prefasciste; 3) la sorte serbata alla flotta; 4) la messa
dell’Italia in condizioni di assoluta e umiliante impotenza
nei confronti delle Nazioni confinanti, e soprattutto della
Jugoslavia». È interessante notare come il
giornalista faccia riferimento al principio di autodeterminazione dei
popoli, ma non riconosca tale diritto alle popolazioni africane,
infatti definisce la perdita delle colonie, non ancora avvenuta in quel
momento, una rapina.
Nondimeno, il direttore era consapevole
che la mancata firma del
Trattato,
non un atto prettamente individuale bensì
pubblico, avrebbe non solo coinvolto un popolo fortemente provato dalla
guerra ma comportato conseguenze non previste e non volute. I gruppi
dirigenti della Nazione, Costituente e governo, non avevano, dal punto
di vista morale, il diritto di assumersi una simile
responsabilità. Vi erano, a parere del direttore, due
alternative: o interrogare tramite referendum il popolo o scegliere in
sede politica una soluzione con meno gravi incognite e una maggiore
utilità.
In conclusione, Burzio argomentava che
solo il governo era in possesso
di tutti gli elementi utili per prendere le decisioni adeguate al caso,
decisioni che il popolo avrebbe dovuto con patriottismo accettare. In
effetti, la ratifica del Trattato
era un passo obbligato per la
libertà del Paese e per l’ottenimento degli aiuti
economici previsti dal piano Marshall.
Nei giorni successivi, il quotidiano
diede spazio alle discussioni alla
Costituente, mettendo in risalto soprattutto la contrarietà
al Trattato10.
La notizia della firma del Trattato fu data in
prima pagina, ma senza
commenti11.
Pochi giorni dopo, fu ancora il
direttore Filippo Burzio a chiosare con
forte apprensione il difficile momento12. Oltre
all’angoscia
per una nuova dittatura di Destra o di Sinistra che sembrava volersi
imporre sull’Italia, il direttore aveva il forte timore che
«nuovi funesti conflitti intestini, ispirati a speculazioni
nazionalistiche sull’ingiusta pace firmata ieri a Parigi,
vengano a straziare ulteriormente il corpo della Patria». A
questo riguardo, menzionava alcuni episodi avvenuti nei giorni
precedenti, attentati dinamitardi a Gorizia e a Trieste;
l’uccisione di un generale inglese a Pola; in ultimo una
violenta rissa davanti all’Altare della Patria.
La revisione del Trattato non poteva
passare attraverso la violenza,
«la via della rissa faziosa», ma dalla
«concordia pacifica e operosa», in caso contrario
l’Italia sarebbe stata definitivamente «perduta
(come è oggi la Germania) e scenderà, per quanto
sembri impossibile, più ancora in basso
nell’abisso della sua perdizione».
La scomparsa politica del nostro Paese
dalla scena internazionale, se
pur auspicata da qualche Nazione «troppo tenace nel suo
rancore», avrebbe comportato un’Italia straziata e
divisa, percorsa dalle fasi incendiarie della guerra civile, un vero
focolaio di destabilizzazione per l’intera area geopolitica,
non più costituita da «paratie stagne regionali o
continentali» bensì da Paesi in strettissimo
collegamento fra loro. Per queste motivazioni, il direttore Burzio
riteneva fondamentale una revisione delle clausole più
vessatorie del Trattato,
fra cui rientrava soprattutto la perdita delle
colonie africane prefasciste, «[…] la piaga che
brucia di più, in quanto corrisponde ad una più
rovente ingiustizia».
In conclusione, il giornalista auspicava
l’avvento di un
nuovo Cavour che, «raccogliendo la bandiera
d’Italia dal fango della Pace di Parigi riunisca intorno a
sé l’unanimità nazionale per una
pacifica e laboriosa ripresa, nella collaborazione europea e
mondiale».
La firma del Trattato non
significava la ratifica, demandata
all’Assemblea Costituente che decise di consegnare la
ratifica dopo che il Trattato
fosse divenuto esecutivo a norma
dell’articolo 90 e quindi fosse stato approvato da tutte le
quattro potenze. La Gran Bretagna ratificò il 29 aprile; gli
Stati Uniti il 9 maggio e l’URSS a fine agosto. Il Trattato
entrò in vigore per l’Italia il 15 settembre
194713.
Nel dettaglio, il Trattato stabiliva
riguardo alle nostre colonie
«che le potenze avrebbero dovuto decidere […]
entro un anno dall’entrata in vigore del Trattato, pena il
deferimento della questione all’Assemblea Generale delle
Nazioni Unite. Nel verificarsi di questa eventualità, le
potenze si impegnavano inoltre ad accettare le raccomandazioni
dell’Assemblea Generale sulle misure necessarie per darvi
attuazione»14. A metà del
1947 venne formata una
Commissione d’inchiesta fra le quattro potenze che, non
arrivando ad alcuna soluzione, apriva la strada all’Assemblea
Generale delle Nazioni Unite.
Il quotidiano seguì lo
svolgersi delle sedute della
Commissione molto attentamente e con forte spirito critico, mettendo in
risalto l’ostilità britannica alle richieste
italiane15. In effetti, l’interesse
dell’Inghilterra era di avere basi militari
nell’area Palestina-Egitto-Cirenaica16
e di instaurare sulla
Somalia una sorta di protettorato informale17.
L’atteggiamento del giornale
verso la Commissione
Internazionale, che doveva redigere un rapporto sulle ex colonie,
può essere colto attraverso un breve fondo di Giulio De
Benedetti, il nuovo direttore del quotidiano dalla fine del gennaio del
1948, significativamente intitolato La promessa del marinaio18.
Il giornalista iniziava argomentando che
il rapporto della Commissione
Internazionale per le ex colonie italiane era unanime su un punto:
«Si tratta di territori in gran parte deserti, per sfruttarli
sono necessari ingenti capitali e moderni mezzi tecnici». Su
questo aspetto, oltre che su ragioni strategiche, insisteva
l’Inghilterra per liberare l’Italia da un
«peso che è pronta a sopportare in vece
nostra». Il direttore ammetteva che era stato sicuramente un
errore aver profuso energie e capitali in terre così povere
e inospitali, ma ricordava altresì le imprese poderose
compiute in alcuni decenni. Inoltre, rammentava, in modo retorico,
quanto gli Italiani fossero legati sentimentalmente a quelle terre.
De Benedetti esortava gli Inglesi a dire
chiaramente se volevano le
nostre colonie e ad affermare, senza ipocrisie, «avete fatto
la guerra e l’avete perduta, ora pagateci il prezzo della
sconfitta», e poiché «amano il gioco
onesto potrebbero aggiungere abbiamo anche affermato che il nostro
nemico non era il popolo italiano ma il fascismo, che abbattuta con il
vostro aiuto la tirannia vi avremmo accolti come alleati», ma
alla fine le promesse non sarebbero state mantenute.
Il direttore concludeva argomentando che
i governi, almeno quelli meno
incauti dei marinai, avrebbero dovuto sapere che l’ora della
tempesta poteva tornare.
La lunga vicenda della sistemazione
delle ex colonie italiane ebbe
termine all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 21
novembre 1949. La risoluzione prevedeva: 1) l’indipendenza
della Libia, comprendente la Cirenaica, la Tripolitania e il Fezzan; 2)
un’amministrazione fiduciaria sulla Somalia, trusteeship,
affidata all’Italia; 3) la questione dell’Eritrea
fu demandata ad un’apposita Commissione d’inchiesta
con il compito di presentare un progetto per la soluzione migliore.
Il governo italiano aveva tentato di
conservare i possedimenti
coloniali in un periodo storico in cui le grandi potenze avevano
già accettato l’idea che le colonie seguissero la
via dell’indipendenza nazionale, inoltre si era mostrato
incapace di comprendere quanto l’assetto politico
internazionale fosse mutato, con il ruolo sempre più
preminente degli Stati Uniti che, insieme alla Gran Bretagna, ottennero
i maggiori risultati politici, rispettivamente l’accordo
militare con l’Etiopia e le basi militari in Libia19.
Note
1 Dissertazione della tesi di laurea di
Elisabetta Sensi, La
Somalia nella politica estera italiana dal dopoguerra al 1960,
LUISS Libera Università Internazionale degli Studi
– Carlo
Guidi, Facoltà di Scienze politiche, relatore professor
Federico
Niglia, anno accademico 2008-2009, pagine 42-43.
2 Per la politica estera italiana durante il
secondo dopoguerra Silvio Beretta-Marco Mugnaini (a cura di), Politica estera
dell’Italia e dimensione mediterranea: storia, diplomazia,
diritti, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2009, pagina 51.
Mario N. Ferrara, La
politica estera dell’Italia libera (1945-1971),
Milano, Pan, 1971.
Alfonso Sterpellone, Vent’anni
di politica estera, in La politica estera della
Repubblica Italiana, volume II, Milano, Edizioni di
Comunità, 1967.
Brunello Vigezzi, L’Italia
unita e le sfide della politica estera. Dal Risorgimento alla Repubblica,
Milano, Unicopli, 1997.
3 Confronta Gian Paolo Calchi Novati, L’Africa
d’Italia. Una storia coloniale e postcoloniale,
Roma, Carocci, 2011, pagine 351-376.
Sara Lorenzini, L’Italia
e il Trattato
di pace del 1947, Bologna, Il Mulino, 2007.
William Roger Louis, Imperialism
at bay: the United States and the Decolonization of the British Empire,
1941-1945, New York, Oxford University Press, 1978.
Gianfranco Rossi, L’Africa
italiana verso l’indipendenza (1941-1949),
Milano, Giuffrè, 1980.
Rinaldo Salvadori-Pier Giacomo Magri, Il Trattato di pace con l’Italia
e la questione delle ex colonie italiane (1947-1960),
Parma, Studium parmense, 1972.
4 Su questo aspetto confronta Basilio Cialdea, La sorte delle colonie italiane,
in «Relazioni Internazionali», XI, 1947.
Italo Papini, L’Eritrea
ha ragioni di esistere?, in «Africa»,
II, 1947, pagine 5-6, 95.
Aspetti
dell’azione italiana in Africa. Atti del Convegno di studi
coloniali, Firenze, 29-31 gennaio 1946, Centro di Studi
Coloniali – Università degli Studi di Firenze,
Firenze 1946.
Amministrazione
fiduciaria all’Italia in Africa. Atti del secondo Convegno di
studi coloniali, Firenze, 12-15 maggio 1947, Centro di
Studi coloniali – Università degli Studi di
Firenze, Firenze 1948.
Atti del terzo Convegno
di studi africani, Firenze, 3-5 giugno 1948, Centro di
Studi coloniali – Università degli Studi di
Firenze, Firenze 1949.
Il Congresso nazionale
per gli interessi del popolo italiano in Africa, in
«Africa», II, 1947, pagine 5-6, 100-102.
5 Ennio Di Nolfo, Le paure e le speranze degli
Italiani 1943-1953, Milano, Mondadori, 1986.
6 Filippo Burzio, L’interesse e il
rancore. La nostra flotta, «La
Stampa», 2 febbraio 1947.
7 Il 24 luglio del 1947 Benedetto Croce
ribadì in un discorso alla Costituente il suo dissenso verso
la ratifica del Trattato.
Confronta
http://www.filosofico.net/crocefilosofo/crocepagee.html#discorso247,
1947.
8 Filippo Burzio, Parole inutili a Brenno,
«La Stampa», 6 febbraio 1947.
9 Confronta Tito Livio, Ab urbe condita, V,
48.
10 Confronta Anonimo, La dichiarazione De Gasperi,
«La Stampa», 7 febbraio 1947.
Anonimo, La protesta di
De Gasperi alla Costituente contro il duro Trattato imposto all’Italia,
«La Stampa», 9 febbraio 1947.
Anonimo, Perché
il governo firma, «La Stampa», 9
febbraio 1947.
11 Anonimo, La
pace è stata firmata, «La
Stampa», 11 febbraio 1947.
12 Filippo Burzio, Ci siamo?,
«La Stampa», 12 febbraio 1947.
13 Confronta Elisabetta Sensi, La Somalia nella politica estera
italiana dal dopoguerra al 1960,
LUISS Libera Università Internazionale degli Studi
– Carlo
Guidi, Facoltà di Scienze politiche, relatore professor
Federico
Niglia, anno accademico 2008-2009, pagina 53.
14 Confronta Elisabetta Sensi, La Somalia nella politica estera
italiana dal dopoguerra al 1960,
LUISS Libera Università Internazionale degli Studi
– Carlo
Guidi, Facoltà di Scienze politiche, relatore professor
Federico
Niglia, anno accademico 2008-2009, pagina 55.
15 Confronta Anonimo, Le nostre colonie,
«La Stampa», 29 maggio 1947.
Italo Zingarelli, Sorte
delle nostre colonie, «La Stampa», 21
settembre 1947.
Anonimo, Aspirazioni
inglesi sulle nostre colonie, «La
Stampa», 28 settembre 1947.
Anonimo, La sorte delle
nostre colonie, «La Stampa», 2 ottobre
1947.
Anonimo, Aperta la
conferenza per le nostre colonie, «La
Stampa», 4 ottobre 1947.
Anonimo, Divergenze di
vedute nella Commissione quadripartita, «La
Stampa», 5 febbraio 1948.
Anonimo, Le nostre
colonie, «La Stampa», 17 febbraio 1948.
Paolo Monelli, Che cosa
hanno capito?, «La Stampa», 26 maggio
1948.
Anonimo, Pubblicato il
rapporto sulle nostre ex colonie, «La
Stampa», 22 luglio 1948.
Anonimo, Le richieste
dell’Italia per l’amministrazione fiduciaria,
«La Stampa», 31 luglio 1948.
F., Solo Russia e
Francia per la restituzione, «La
Stampa», 3 settembre 1948.
Edoardo Depuri, Difficile
l’accordo in seno all’UNO,
«La Stampa», 4 settembre 1948.
C.M.F., Perché
l’Inghilterra si oppone alla restituzione,
«La Stampa», 11 settembre 1948.
Domenico Bartali, La
Conferenza per le colonie ha avuto inizio nel disaccordo,
«La Stampa», 14 settembre 1948.
Domenico Bartali, Viscinski
propone per le colonie un’amministrazione fiduciaria,
«La Stampa», 15 settembre 1948.
Anonimo, La sorte delle
colonie si deciderà fra un anno?, «La
Stampa», 17 settembre 1948.
Edoardo Depuri, Si
conferma l’adesione di Washington alla tesi inglese,
«La Stampa», 26 novembre 1948.
Domenico Bartali, Come
dietro le quinte si discute delle colonie, «La
Stampa», 30 novembre 1948.
Domenico Bartali, Un
piano di compromesso sarà presentato dalla Francia,
«La Stampa», 4 dicembre 1948.
Edoardo Depuri, Gli
Stati Uniti favorevoli alla tesi italiana per le colonie,
«La Stampa», 5 dicembre 1948.
Anonimo, La Francia
favorevole a un compromesso, «La
Stampa», 15 dicembre 1948.
16 Confronta Foreign Relations of United
States, volume III, The British Commonwealth; Europe,
Washington, United States Government Printing Office, 1972.
17 Confronta John Drysdale, The Somali dispute,
London, Pall Mall Press, 1964.
Sylvia E. Pankhurst, Ex
Italian Somaliland, London, Watts, 1951.
18 Giulio De Benedetti, La promessa del marinaio,
«La Stampa», 25 agosto 1948.
19 Confronta Gianfranco Rossi, L’Africa italiana
verso l’indipendenza (1941-1949), Milano,
Giuffrè, 1980, pagina 588.
(marzo 2012)