Brevi
cenni di storia dell’Antartide
L’ultimo
continente scoperto dall’uomo. Un mondo in gran parte ancora
vergine
di Simone
Valtorta
È
il luogo più estremo della Terra, tanto inospitale da essere
l’unico che l’uomo non ha colonizzato, eccezion
fatta per
sparuti gruppi di scienziati – qualche migliaio di persone in
tutto – che vi passano periodi più o meno lunghi.
La si
potrebbe definire «la terra degli eccessi»: il
continente
più freddo, più secco, più ventoso,
più
elevato del mondo. L’Antartide!
Le sue proporzioni sono enormi; le cifre
possono
apparire aride, ma rendono l’idea: l’Antartide
copre 5,4
milioni di miglia quadrate, equivalenti al 10% della superficie emersa
della Terra, che corrispondono grossomodo all’estensione
degli
Stati Uniti e del Messico insieme, ma durante l’inverno
australe
il ghiaccio marino porta il continente a più del doppio
della
sua grandezza – un arazzo di mari ed oceani evanescenti come
miraggi avvolti nella bruma, ghiacciai portentosi, infiniti paesaggi
montani stagliati contro cieli incredibilmente luminosi. «Il
ghiaccio», ha scritto Stephen Pyne in The Ice: A Journey to Antarctica,
«è l’inizio dell’Antartide ed
il ghiaccio la
sua fine. Man mano che ci si muove dal perimetro all’interno,
la
percentuale di ghiaccio implacabilmente aumenta. Il ghiaccio crea altro
ghiaccio, ed il ghiaccio definisce il ghiaccio. Ogni altra cosa
è soppressa. È un mondo derivato da
un’unica
sostanza, l’acqua, in un unico stato cristallino, neve,
trasformata in una litosfera composta da un unico minerale, il
ghiaccio». Si è creata una terminologia specifica
per
più di settantotto tipi di ghiaccio: dal ghiaccio piatto al
ghiaccio a pallottole, ghiaccio verde e ghiaccio grasso, farina di
ghiaccio e fiori di ghiaccio, cumuli di ghiaccio e selle di ghiaccio.
Il ghiaccio è responsabile di temperature rigidissime (anche
ottantanove gradi sotto lo zero), un freddo così intenso che
non
lascia in circolazione la minima umidità, che genera venti
impetuosi (320 chilometri all’ora) e sensazionali bufere di
neve,
nebbie fitte e burrasche che rendono il mare antartico il mare
più tempestoso del pianeta; ma l’Antartide
è anche
uno dei deserti più aridi della Terra. Per il 99%,
l’Antartide è coperta da una perenne coltre di
ghiaccio
che ha uno spessore medio superiore ad un miglio; in alcuni punti, lo
spessore è quasi di tre miglia. Il 90% del ghiaccio ed il
70%
dell’acqua fresca esistenti al mondo sono serrati in questa
massa
di ghiaccio.
Questo non significa, però,
mancanza di vita:
al contrario, l’ecosistema dell’Oceano Meridionale
che
circonda l’Antartide è il più vasto e
fertile del
mondo! Comprende 13,9 milioni di miglia quadrate, equivalenti al 10%
degli oceani meridionali, e si estende dal Continente Antartico alla
Convergenza Antartica, il confine dove la fredda acqua
dell’Antartide diretta a Nord si incontra con la calda acqua
subantartica che scorre verso il Sud dagli Oceani Atlantico, Pacifico
ed Indiano. La corrente circumpolare antartica – la Corrente
del
Vento dell’Ovest – trasporta più acqua
di qualsiasi
altro sistema oceanico al mondo.
Il pinguino è
l’animale più
rappresentativo del continente, almeno per l’immaginario
collettivo: quest’uccello che non vola ma sa nuotare
benissimo
anche sott’acqua, vive sempre in gruppi che contano numerosi
esemplari; ha un piumaggio bianco e nero e un’altezza che va
da
quaranta centimetri ad un metro e venti; la sua andatura dondolante a
noi appare buffa, ma è con quest’andatura che
sfida i
venti impetuosi e gli interminabili chilometri per raggiungere,
periodicamente, il centro del continente. Un altro animale
caratteristico è l’elefante marino (il nome non
tragga in
inganno: la sua proboscide non è più che un
moncherino in
confronto a quella del pachiderma terrestre da cui ha preso il nome);
è lungo fino a sei metri e può pesare quaranta
quintali;
si nutre di pesci, ma passa quasi tutto il giorno a riposare
crogiolandosi al sole. Ci sono anche foche, in Antartide, ma sono
diverse dalle loro «sorelle» del Polo Nord: una di
esse
è la ferocissima foca leopardo dal corpo maculato, che
assale i
pinguini e se li mangia. Nel mare vivono l’orca, un terribile
mammifero predatore simile ad un pesce gigantesco (può
essere
lungo anche nove metri e non teme di assalire le balene), ed un numero
impressionante di pesci e gamberetti (di questi ultimi ce ne possono
essere fino a trentamila in un metro cubo d’acqua) che sono
il
principale nutrimento dei molti uccelli e degli altri animali che
vivono sui ghiacci del Polo Sud.
Malgrado la grande quantità
d’acqua e
di ghiaccio, l’Antartide non è una terra solo di
bianco
abbacinante e celeste slavato nel grigio. Il sole può
tingere il
paesaggio d’incredibili sfumature di rosa tenue, dorato
fosco,
arancio bruciato e turchese: la combinazione di una bassa angolazione
dell’astro incandescente e dell’aria limpida spesso
crea
colori abbaglianti. E poi ci sono ciuffi verdi, carici e muschio, fango
bruno e paludi, ogni cosa sovrastata dall’incessante
gracchiare
dello stercorario, del chione, del labbo dalla coda lunga e degli altri
uccelli che popolano le coste. Il bel volume Antartide: un continente di
ghiaccio
di Ron Naveen, Colin Monteath, Tui De Roy e Mark Jones (Silvana
Editoriale, 1990) offre numerose e suggestive immagini che danno
l’idea del fascino che promana da questa terra unica.
L’Antartide non è
sempre stata gelata:
sotto l’altissima crosta di ghiaccio che ricopre ogni cosa
non
c’è il mare, come al Nord, ma un vero e proprio
continente
sepolto, ricco di giacimenti di oro, rame ed uranio; si è
trovato persino carbon fossile, segno che una volta questo continente
godeva di un clima mite ed era ammantato di grandi foreste.
La sua storia è antichissima.
Centocinquanta
milioni di anni fa, la superficie della Terra era dominata dal
sovracontinente Gondwana. Con i movimenti tettonici che fecero spostare
i grandi piani costituenti quest’enorme massa di terra,
cominciarono a muoversi i continenti e, circa trentasette milioni di
anni fa, iniziò a formarsi il Canale di Drake tra
l’America Meridionale e l’Antartide. Ebbe
così il
primo palpito di vita il grande ecosistema antartico.
La scoperta e l’esplorazione
umana
dell’Antartide sono, per così dire, storia
«dell’altro ieri», conseguenze dei viaggi
marittimi
che dal 1500 al 1800 fornirono la configurazione generale delle terre e
dei mari, permettendo poi l’esplorazione scientifica e
metodica
degli interni. Le grandi scoperte di Colombo e i viaggi di Magellano,
di Vasco da Gama e di Bartolomeo Diaz avevano dato enorme impulso ai
commerci europei che da mediterranei si erano trasformati in oceanici,
ma la geografia continuava a rimanere ancorata alle posizioni
tolemaiche e resisteva, inconsapevolmente quanto tenacemente, alla sua
elevazione a scienza.
Uno dei problemi più
affascinanti era quello dell’esistenza della Terra Australis (Terra Meridionale),
il grande continente che tutti credevano dovesse esistere al Sud, non
perché ci fossero prove della sua esistenza, ma soltanto
perché si continuava a credere alle congetture di Tolomeo e
alle
idee di simmetria terrestre che gli Alessandrini avevano derivato dai
Greci; inoltre si affermava che la Terra
Australis
doveva assolutamente esistere come contrappeso meccanico al continente
euroasiatico. Come spesso accade, idee false portavano a risultati
veri: l’Antartide, in effetti, esiste, anche se nelle vecchie
mappe geografiche quella che era definita Terra Australis Incognita
(Terra Meridionale
Sconosciuta)
veniva immaginata ben più estesa del già esteso
continente antartico. Magellano, affermando che la Terra del Fuoco
faceva forse parte del misterioso continente australe, aveva dato nuova
esca a quelle fantasie, anche se il successivo viaggio di Francis Drake
doveva provare la falsità di quella teoria con la scoperta,
nel
1578, dello stretto (dedicato al suo nome) che si stende fra Capo Horn
e la Terra di Graham (Antartide).
Nei secoli successivi, numerosi viaggi
scoprirono
molte isole e terre dell’Oceano Pacifico e, provando che la
Nuova
Guinea non era unita all’Australia, diedero un grave colpo
alla
teoria della Terra
Australis.
La prova scientifica e definitiva della falsità della teoria
fu
data dall’Inglese James Cook che il 17 gennaio 1773
attraversò, primo fra tutti, il Circolo Polare Antartico
senza
trovare traccia di terra. Il 30 gennaio dell’anno successivo
lo
passava ancora e non trovò nessuna terra; poté
così affermare che la Terra
Australis o non esisteva, o aveva dimensioni molto
più piccole di quanto fino allora si era creduto.
Il 7 febbraio 1821,
l’Americano John Davis
sbarcò con alcuni uomini nell’attuale Baia di
Hughes:
è il primo sbarco che la storia ricordi sul continente
antartico, su quella che era definita «la terra di
nessuno». Davis scrisse nel suo diario: «Penso che
questa
terra meridionale sia un continente». Successivamente vari
esploratori affrontarono altri viaggi, anche servendosi di navi
appositamente costruite per resistere alla pressione dei ghiacci,
scoprendo nuove coste, terre ed isole. L’interesse per quelle
fredde terre si accrebbe dopo il 1890 per due importanti, anche se
contrastanti, ragioni: da un lato, gli scienziati si convinsero che lo
studio delle terre australi li avrebbe aiutati a meglio comprendere la
formazione dell’Universo e della Terra; dall’altro
lato, i
grandi balenieri si rivolsero alle balene antartiche per sperimentare i
nuovi metodi di caccia a quel ricco cetaceo.
Il primo esploratore del continente
antartico fu
l’Inglese Robert Falcon Scott (la prima spedizione si ebbe
tra il
1901 e il 1902), ma l’onore di aver raggiunto per primo il
centro
del continente va al Norvegese Roald Amundsen che, partito dalla Baia
delle Balene nell’ottobre del 1911, il 14 dicembre dello
stesso
anno con cinque compagni raggiunse il Polo Sud, dove trascorse tre
giorni per fare accurati controlli della posizione conquistata. La
spedizione fu un modello di organizzazione e Amundsen provò
che
i cani eschimesi erano il miglior traino per le slitte. Circa un mese
dopo, il 17 gennaio 1912, il Polo Sud fu raggiunto anche da Robert
Falcon Scott e da quattro suoi compagni; essi videro sventolare la
bandiera norvegese e capirono d’essere arrivati troppo tardi.
Tragico fu il viaggio di ritorno; fiaccati dalle continue tempeste,
perirono sulla nave che doveva riportarli in patria; nel novembre di
quello stesso anno furono recuperati i corpi degli esploratori, i loro
diari, le raccolte scientifiche e le note.
Ben presto per l’esplorazione
dell’Antartide si passò all’impiego su
vasta scala
dei mezzi aerei. Il capitano statunitense Richard Evelyn Byrd
sorvolò il Polo Sud il 28 novembre 1929 a bordo di un
monoplano.
Fu nel corso di questa spedizione che Byrd fondò la
«città» antartica di Little America
nelle vicinanze
della Baia delle Balene, che fu la base delle sue successive
spedizioni. Dal 1933 al 1935 guidò una seconda spedizione
nel
corso della quale visse, da solo, in una capanna circa duecento
chilometri a Sud di Little America, dal 25 marzo al 15 agosto 1934;
durante questo periodo, malgrado l’insonnia, la debolezza e i
disturbi provocati dalle esalazioni di una stufa ad acetilene,
l’esploratore raccolse numerosi ed importanti dati
meteorologici
e fece interessanti osservazioni sulle aurore polari. Sotto la sua
direzione, nel 1939 venne fondato negli Stati Uniti il Servizio
Antartico che in quello stesso anno organizzò una grande
spedizione articolata in due basi: la Little America III situata ad
otto o nove chilometri dalle prime due Little America (sorte da
precedenti spedizioni), e la East Base stabilita nei pressi della
penisola di Palmer.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale le
esplorazioni
dell’Antartide ripresero nuovo vigore grazie
all’istituzione di organismi dedicati a questo scopo, non
solo ad
opera degli Stati Uniti: le spedizioni (alcune con grande impiego di
elicotteri, o con la partecipazione di più di mille persone)
permisero di percorrere e fotografare la maggior parte delle coste
antartiche e di disegnare carte precise di molte regioni fino allora
ignote.
In occasione dell’Anno
Geofisico
Internazionale (1957-1958), imponenti forze scientifiche di Unione
Sovietica, Stati uniti, Belgio, Francia, Gran Bretagna, Cile,
Argentina, Nuova Zelanda, Norvegia, Sudafrica, Giappone, Australia
furono impegnate nello studio del continente, che per tutto il 1956 era
stato oggetto di un intenso incrociarsi di viaggi che avevano lo scopo
di scegliere i luoghi adatti alla costruzione di stazioni scientifiche
con relative piste di atterraggio e di decollo. Tra gli osservatori
c’erano anche tre Italiani: il tenente di vascello Franco
Faggioni venne distaccato presso la Base di Scott, mentre Silvio
Zavatti e Giorgio Costanzo riuscirono a sbarcare nell’isola
Bouvet e a fare alcune osservazioni meteorologiche.
Negli anni successivi numerose stazioni
scientifiche
proseguirono le osservazioni iniziate nel 1956, mentre spedizioni in
slitte ed aeree continuarono ad esplorare l’interno del
continente.
Nel 1959, in un clima entusiastico di
buona
volontà a livello mondiale generato dall’Anno
Geofisico
Internazionale, venne firmato il Trattato Antartico, entrato in vigore
due anni dopo: con esso, le sette Nazioni aventi diritto
sull’Antartide (oltre gli Stati Uniti e l’Unione
Sovietica,
che dichiaravano «fondate» le loro rivendicazioni)
si
astenevano dallo spingere al massimo i loro istinti territoriali,
vedendo il continente come parco scientifico e riconoscendone il valore
e al contempo la fragilità – fragilità
che sarebbe
potuta diventare rottura se si fosse permesso uno sfruttamento
commerciale potenzialmente dannoso.
Oggi, molti passi restano ancora da fare
per
mantenere vivo l’Antartide e, con esso, tutto un sistema di
forme
di vita che dai krill arriva, su su, fino all’uomo. Il
riscaldamento globale e, più nell’immediato, la
diminuzione dello strato protettivo di ozono sopra
l’Antartide
(il cosiddetto «buco dell’ozono» di cui
non si sente
più parlare, ma che è ben presente) è
responsabile
di una riduzione nella produzione di fitoplancton e zooplancton; questo
significa che il krill – il «pasto
energetico»
dell’Antartide – avrà minor nutrimento e
ad un certo
punto diminuirà il nutrimento anche per i principali
consumatori
del krill. Se non si prendessero misure adeguate, sarebbe segnato il
destino di krill, pinguini, foche e balene, e infine
dell’uomo
stesso; le soluzioni a cui ci si sta applicando hanno tutte un alto
prezzo da pagare, ma sono necessarie. Fortunatamente, sempre
più
persone si stanno sensibilizzando a questo e ad altri problemi legati
al delicato equilibrio ecologico del nostro pianeta.
(agosto 2012)