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Storia dell’Australia

In soli due secoli, una piccola colonia penale è diventata uno dei più potenti Stati del mondo. Ma non tutto è positivo

 

di  Simone Valtorta

 

 
L’Australia, a chi voglia dare un’occhiata anche solo superficiale, appare un territorio veramente singolare: è un’isola immensa (quasi un intero continente essa stessa), una volta e mezza più grande dell’Europa, ma con una popolazione scarsissima (appena venti milioni di persone, di cui un milione di origine italiana; la densità è di due abitanti e mezzo per chilometro quadrato) concentrata principalmente nelle città sulla costa orientale, la parte più fertile dell’Australia, mentre le famiglie di contadini che abitano nelle pianure centrali si trovano a volte a trecento chilometri di distanza l’una dall’altra, tanto che per far visita al «vicino di casa» si usa l’elicottero. È per vincere i disagi di quest’isolamento che sono sorte istituzioni come quella dei «medici volanti» o della «scuola dell’aria»: grazie alla prima, un medico può dare via radio le prime cure e poi raggiungere in aereo il paziente; la seconda vede invece impegnati insegnanti che, grazie alle moderne tecniche di telecomunicazione, seguono studenti che incontreranno solo a fine anno per gli esami.
    Per la grande distanza che la separa dagli altri continenti, l’Australia fu quasi del tutto trascurata fino al XIX secolo dai colonizzatori europei, anche se la sua esistenza era già nota da secoli. Del resto, l’Australia è una terra antichissima, formatasi prima di tutte le altre, prima dell’epoca in cui avvennero i maggiori corrugamenti nella crosta terrestre: in Australia si trova Uluru, Ayers Rock in inglese, la montagna più antica del mondo, che si eleva dal terreno come un monolite vermiglio, completamente spoglia di vegetazione; esisteva già quando l’Europa non era ancora uscita dal mare e gli altri continenti si trovavano ancora tutti uniti tra loro. Gli Aborigeni (i «nativi» d’Australia) credono che Uluru sia rimasta immutata fin dal Tempo dei Sogni, l’epoca in cui la terra era ancora malleabile e in formazione: in quel tempo Uluru si sollevò da una grande, piatta duna. Le rocce australiane sono le più antiche che esistano, e la maggior parte del Paese è occupata da un altipiano il cui suolo appare corroso, livellato, per una lotta con gli elementi che dura da milioni di anni.

Una suggestiva immagine di Ayers Rock (Australia) - Giulia Valtorta, 2010
Una suggestiva immagine di Ayers Rock (Australia) - Giulia Valtorta, 2010

    E l’Australia è la terra dove si trovano alcuni degli animali più curiosi, che non vivono in nessun altro continente: tra i più noti, l’ornitorinco (che vivendo in acqua ha zampe, coda e becco da nuotatore, depone le uova come gli uccelli, ma poi allatta i piccoli nel marsupio come i canguri), l’emù (un grosso uccello corridore che ricorda lo struzzo africano), il tenero orsetto koala, e poi moltissimi uccelli, dai variopinti pappagalli all’uccello del Paradiso (così chiamato per la bellezza delle sue piume), all’uccello lira (che sa imitare alla perfezione i versi degli altri animali e persino abbaiare di cani e grida umane, tanto da ingannare i più esperti cacciatori); fino ad arrivare al canguro, che è l’animale più famoso. La femmina tiene i piccoli nel marsupio, una tasca di pelle morbida aperta sul ventre, e per riposare si appoggia sulla grossa coda; quando deve fuggire di fronte ad un pericolo, può compiere balzi di oltre due metri.
    Anche il suo nome ha una storia… particolare; secondo una leggenda, il famoso navigatore inglese James Cook, sbarcato in Australia e vedendo questo marsupiale procedere a grandi balzi, avrebbe abbrancato un Aborigeno e, indicando l’animale, gli avrebbe chiesto con animazione: «Come si chiama?». Ma quello, non sapendo l’inglese, avrebbe risposto: «Kangaroo! Kangaroo!», ovvero: «Non capisco». Cook avrebbe equivocato pure lui la risposta, pensando che quello fosse il nome dell’animale. Si tratta però solo di una leggenda. In realtà, il nome canguro proviene sì da kangaroo, che però è un termine inglese e a sua volta deriva dalla parola gangurru che definisce propriamente il canguro grigio nella lingua Guugu Yimidhirr, del Queensland, registrato per la prima volta come «Kangooroo or Kanguru» il 4 agosto 1770 dal già citato capitano Cook, sbarcato lungo la costa Nord-Orientale dell’Australia per effettuare una riparazione alla nave. La colonizzazione europea ha comportato un notevole aumento del numero di questi marsupiali: i canguri, infatti, quando arrivano presso una sorgente d’acqua, si mettono a far l’amore come se fosse l’ultima volta della loro vita… e i contadini e allevatori che vivono all’interno del continente hanno scavato pozzi e costruito abbeveratoi per irrigare i campi e dissetare le greggi.

Una coppia di canguri (Australia) - Giulia Valtorta, 2010
Una coppia di canguri (Australia) - Giulia Valtorta, 2010

    Si è cercato di spiegare perché animali come il canguro, il koala, l’ornitorinco e l’echidna vivano solo in queste terre. I continenti, come è noto, si muovono, sia pure in modo lentissimo: non è impossibile che, milioni e milioni di anni fa, quando l’Australia si è staccata dal Sud America e dall’Antartide, i canguri, che prima erano comuni in quelle regioni, abbiano finito per sopravvivere solo nella grande isola, forse perché non hanno dovuto soccombere di fronte ad animali più forti e più feroci.

Un koala (Australia) - Giulia Valtorta, 2010
Un koala (Australia) - Giulia Valtorta, 2010

    Un altro animale molto diffuso in Australia è… il coniglio. Questo vorace roditore non è originario dell’isola: uno dei primi coloni si era portato appresso, dall’Europa, una cassetta con ventiquattro conigli perché «si divertiva a dar loro la caccia» (sembra una barzelletta, ma è vero). Lasciati liberi, questi simpatici animaletti – già prolifici per natura – si sono ritrovati in un continente immenso e completamente privo di predatori. Hanno cominciato a moltiplicarsi a milioni e milioni di esemplari e, data la loro insaziabile voracità, sono diventati un vero e proprio flagello; devastano le coltivazioni, e nessuno è ancora riuscito a trovare un modo per fermarli. Anche innalzare reti e recinzioni a protezione dei campi non serve: i conigli salgono l’uno sulle spalle dell’altro fino a raggiungere la sommità delle recinzioni o finché le recinzioni stesse non crollano sotto la loro spaventosa pressione. Si è arrivati al punto che gli agricoltori offrono premi a chi li uccide.
    Nella boscaglia australiana si trovano anche piante dalle forme più curiose, come l’albero bottiglia dal tronco «panciuto», l’albero erba col ciuffo e l’eucalipto, le cui foglie costituiscono la dieta del koala ed hanno anche proprietà medicinali. Nelle radure si possono incontrare alte torri di fango costruite dalle termini per proteggere e dare aria alle loro città sotterranee.
    Ma torniamo alla storia. L’Australia fu, eccettuato l’Antartide, l’ultimo continente scoperto dagli Europei. Intorno alla metà del secolo scorso, in una spiaggia dell’Australia Occidentale, furono rinvenuti, sepolti sotto la sabbia, degli antichi cannoni di bronzo; dalle scritte e dai disegni incisi nel metallo, quei cannoni risultarono costruiti in Portogallo nel XVI secolo. Pochi anni dopo, a Wellington in Nuova Zelanda, venne estratto dal fango del porto un elmo spagnolo che risaliva alla stessa epoca. Questi due ritrovamenti furono importantissimi, perché documentavano in modo indiscutibile come i primi navigatori europei giunti sul «continente nuovissimo» fossero stati Portoghesi e Spagnoli. Uno Spagnolo, Luis Torres, toccò lo stretto che divide l’Australia dalla Nuova Guinea. Gli Olandesi realizzarono molte spedizioni nel XVII secolo, per cui per centocinquant’anni la parte nota del continente fu detta Nuova Olanda; ma questi navigatori non fondarono colonie.
    Le isole Marianne furono toccate da Magellano nel 1521, mentre la Tasmania, le isole Tonga e le Figi furono scoperte dal navigatore olandese Abel Tasman nella prima metà del Seicento; ma Tasman, dal quale ebbe il nome la grande isola a Sud del continente, non si fermò nella Tasmania. Il navigatore olandese Willem Janszoon col veliero Duyfken approdò invece in Australia nel 1606. Un altro sbarco in Australia fu quello compiuto dal navigatore olandese Dirk Hartog che lasciò incisi su una lastra di zinco il suo nome e la data dell’arrivo: 1616.
    Circa cinquant’anni dopo la spedizione di Tasman, un Inglese, William Dampier, il cui nome si ritrova sulla carta geografica nella Penisola di Dampier, esplorò le coste occidentali australiane; ma le notizie ch’egli diede dell’arido, sabbioso Paese da lui visitato e dei suoi «selvaggi» abitatori, non erano fatte per invogliare altri a compiere il difficile e lungo viaggio intorno al Capo di Buona Speranza.
    Toccarono l’Australia alcuni altri navigatori di nazionalità olandese ed inglese. La nuova terra fu chiamata col nome suggestivo di «Terra australis de Spiritu Sancto» («Terra meridionale dello Spirito Santo»). «Australia» significa appunto «Terra australis», ovvero «Terra meridionale».
    La data, per dir così, «ufficiale» della scoperta dell’Australia è però il 29 aprile del 1770, per merito del famoso capitano inglese James Cook, un giovane ufficiale della Marina che si era distinto durante la conquista del Canada facendo dei sondaggi nel fiume San Lorenzo e preparando delle carte per facilitare un trasporto di truppe, e che si era recato nei mari del Sud per alcune osservazioni astronomiche. Egli raggiunse navigando il Pacifico, la Nuova Olanda e approdò in un’insenatura ben riparata dai venti, sulla costa Sud-Orientale dell’isola: la Botany Bay, cioè Baia della Botanica, così chiamata per la straordinaria ricchezza di una vegetazione ignota agli Europei.
    Cook esplorò con attenzione la costa orientale del continente e ne descrisse le bellezze e le ricchezze naturali. Per cinque mesi, il capitano inglese operò numerosi sbarchi, spingendosi anche all’interno del territorio. Previde un grande avvenire per la nuova terra e scrisse: «Su questa terra potranno attecchire tutti i generi di cereali, frutta e tuberi… e non mancherà mai, in nessuna stagione, il nutrimento per un bestiame molto più numeroso di quanto sia possibile allevarne da noi». Il futuro gli avrebbe dato ragione!
    (Tra l’altro, Cook circumnavigò la Nuova Zelanda e scoprì che, contrariamente a quanto fino allora si era creduto, quelle terre non facevano parte dell’Australia ma erano isole a sé. Poi raggiunse le isole Hawaii, che chiamò Sandwich e dove, a Tahiti, fu ucciso dagli indigeni, lasciando però il suo nome a molte località in quella zona).
    Nonostante gli appunti di Cook, passarono quasi vent’anni prima che l’Inghilterra pensasse di colonizzare l’Australia… facendone una colonia penale. Fino a quel tempo la Corona Britannica aveva fatto deportare i malviventi nelle colonie americane; ma quando esse si dichiararono libere, bisognò pensare ad altre terre dove isolarli.
    In realtà, c’era anche la Nuova Guinea che sarebbe stata «disponibile» per quella bisogna, ma era abitata dai Maori, cannibali, e… d’accordo che i coloni sarebbero stati dei criminali, ma farli addirittura mangiare era un po’ troppo!
    Fu così che, il 26 gennaio del 1788 (giorno che oggi si festeggia come il natalizio dell’Australia), nella baia dove ora sorge Sydney approdarono tre navi con un contingente di 788 malviventi condannati per delitti comuni scortati da alcune centinaia di guardie, animali da allevamento, sementi ed attrezzi agricoli presi al Capo di Buona Speranza, con cui fornire le fattorie che sarebbero sorte; circondarono un’asta di bandiera eretta sulla spiaggia di Botany Bay e salutarono con un applauso il vessillo inglese, che per la prima volta sventolava sul Continente Nuovissimo. Il governatore parlò a quegli infelici incitandoli a farsi una nuova vita onesta e laboriosa nel Paese che andavano ad occupare.
    Due anni dopo arrivò un altro gruppo di deportati, con un abbondante carico di provviste e di utensili e, l’anno successivo, un terzo gruppo di navi. Non tutti erano criminali incalliti: bastava che la padrona di casa accusasse una sua cameriera di averle rubato una tazzina da caffè, perché questa – anche senza prove – venisse condannata alla deportazione in Australia. Per lungo tempo la nuova terra fu chiamata «la colonia dei deportati», e i suoi inizi furono particolarmente difficili: infatti i pochi esemplari di buoi, di pecore, di cavalli giunti dall’Europa non potevano bastare a sopperire alla mancanza di tutto ciò che serve per vivere, e i coloni, oltretutto, si trovarono quasi abbandonati dalla madrepatria, occupata allora nel terribile duello con la Francia di Napoleone.
    Nel 1793 giunsero i primi emigranti liberi, di nazionalità inglese, che si unirono ai deportati nell’impresa di colonizzare il Paese. Essi si fermarono dapprincipio nelle fertili pianure dell’Est e nella bella isola di Tasmania, giacché un’aspra serie di colline impediva loro di accedere alle vaste e fertili pianure dell’interno.

 
La terra degli Aborigeni

Gli Europei, però, non furono i primi uomini a stabilirsi in Australia. Quando nel 1770 James Cook mise piede sulla costa orientale dell’isola, che allora si chiamava Nuova Olanda, portava con sé un Tahitiano di nome Tupia che gli faceva da interprete. Cook incontrò alcuni piccoli gruppi di indigeni, ma gli apparvero diversi da tutti quelli che aveva osservato fino ad allora; lo stesso Tupia non ne capiva il linguaggio: era una nuova razza, mai conosciuta prima!
    In quanto al colore della pelle, il navigatore non riuscì neppure a vederlo, tanto quegli uomini si cospargevano il corpo di colori e di fango. «Più volte» scrisse Cook nel suo diario «abbiamo provato a strofinare la loro pelle per toglierne la crosta, ma sempre inutilmente». Questi indigeni, gli Aborigeni, apparivano molto più primitivi dei Polinesiani; andavano in giro completamente nudi, erano nomadi e vivevano di caccia. Ma basta osservare qualche loro lavoro, per esempio una leggenda dipinta su un pezzo di corteccia o su una roccia, per capire di trovarsi in realtà di fronte ad una popolazione con un’arte raffinata ed una cultura di tutto rispetto.
    Per lunghissimi anni, gli Aborigeni rimasero quasi sconosciuti agli stessi coloni che al principio del XIX secolo cominciarono a giungere sempre più numerosi sul continente. Si calcola che il loro numero ammontasse a circa 750.000 individui; ma già nel 1830 erano ridotti a circa 80.000, mentre all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso gli Aborigeni puri erano meno di 50.000 e molti di essi vivevano nelle «riserve», zone interne e inospitali dell’Australia riservate esclusivamente a loro; alcune tribù, molto isolate, vivevano (e vivono) ancora come i loro antenati.
    Le prime genti che si stabilirono in Australia1 provenivano dall’Asia Sud-Orientale, su zattere o su canoe ad uno o due bilancieri. Probabilmente furono cacciate da invasioni di popoli più forti e meglio armati, ma è difficile stabilire la successione e le caratteristiche delle varie ondate, dato che ci si può basare solo su tradizioni orali, per di più del tutto incomplete, oltre che sugli studi e sulle ricerche dei geologi e degli etnologi. Un tempo, il continente era molto fertile e ricchissimo di vegetazione; il formarsi di vaste zone desertiche nell’interno costrinse poi gli Aborigeni a stanziarsi nelle zone costiere.
    Gli Aborigeni hanno una corporatura snella e gli arti molto lunghi rispetto al corpo. Il colore della loro pelle varia dal bruno-rossiccio al cioccolato scuro. Hanno capelli lunghi e ondulati, quasi mai ricciuti. I maschi portano baffi e barba molto abbondante. Una caratteristica molto pronunciata è la forma del naso che è largo e appiattito con narici dilatate, talvolta sino a sei centimetri; le arcate sopraccigliari sono molto marcate e la fronte generalmente è sfuggente.
    Gli Aborigeni vivono raccolti in piccoli gruppi, orde o clan, composti ognuno da 7-10 famiglie. Ogni gruppo vive entro il proprio territorio di caccia, segnato da confini naturali quali ruscelli, alberi, rocce. Un certo numero di clan costituisce una tribù.
    Gli Aborigeni sono nomadi: si spostano continuamente in cerca di cibo entro i confini del territorio tribale; di notte si accampano in provvisorie capannucce o dietro paraventi di frasche intorno ad un fuoco.
    Quando devono attraversare zone desertiche, partono all’imbrunire dopo aver bevuto il più possibile; dopo aver camminato tutta la notte, non appena il sole tropicale comincia a diventare bruciante, si scavano profonde buche nella sabbia e vi si immergono completamente. In questo modo, quel poco di umidità che la terra racchiude dà loro un minimo di refrigerio, quindi, al calare del sole, riprendono il cammino.
    Gli Aborigeni abitano in capanne collettive solo durante la stagione della pioggia; nella stagione asciutta vivono e dormono all’aperto, o, tutt’al più, dietro paraventi fatti di corteccia d’albero, per ripararsi dal vento.
    L’attività principale che svolgono è la ricerca di cibo. Le donne, accompagnate dai ragazzi, raccolgono frutta, radici e catturano piccoli animali, quali serpenti, lucertole, insetti e larve. Usano bastoni appuntiti con cui dissotterrano bulbi, radici, oppure snidano dalle tane i piccoli animali.
    Gli uomini catturano la selvaggina con l’aiuto del dingo, una specie di cane che è l’unico animale domestico conosciuto dagli Aborigeni. Cacciano l’opossum, il canguro, e molti uccelli fra cui l’emù; nei fiumi e lungo le coste, costruiscono degli sbarramenti di rami intrecciati per catturare i pesci.
    La maggior parte delle armi è di legno, con le estremità appuntite indurite col fuoco. Le lance e i giavellotti portano delle punte di pietra; talvolta sulla punta vengono fissate con la resina delle schegge di quarzo o di un’altra pietra; l’uso di propulsori di legno permette di scagliarle con maggiore forza. L’accetta è usata presso le tribù dell’Australia Meridionale.
    L’arma più usata dagli Aborigeni è il boomerang: si tratta di un’assicella piatta di legno duro, di eucalipto o di acacia, lunga al massimo un metro; è piegata ad angolo in modo da formare due bracci o pale, leggermente curvate a spirale, come nell’elica, una delle quali è piatta e l’altra leggermente arrotondata. Quest’arma formidabile, una volta lanciata, descrive in aria uno o più cerchi e poi ricade vicino al lanciatore; permette di fare dei lanci fino a duecento metri. Durante la sua corsa velocissima, le pale ruotano come quelle di un’elica in movimento; la sua forza d’urto è veramente poderosa: se non colpisce nulla, atterra ai piedi del lanciatore con tale forza, che le punte delle pale entrano nel terreno per una profondità di quindici centimetri; in questo modo, se la mira non è stata precisa, l’arma rientra subito in possesso del lanciatore; quando però il boomerang colpisce il bersaglio, non torna al lanciatore, ma cade a terra.
    Il boomerang serve agli Aborigeni come arma per la caccia degli uccelli, dei piccoli mammiferi e per i combattimenti.
    Come tutti i popoli primitivi, gli Aborigeni eseguono spesso danze rituali, magari con l’accompagnamento del rombo, uno strumento sacro decorato con incisioni – appunto – di rombi che viene fatto roteare in aria durante i riti magici. Gli scopi di queste danze rituali sono vari: ringraziamento per una caccia abbondante, richiesta di selvaggina o acqua al totem (lo spirito della tribù), festeggiamenti per la nascita di un bambino, e via di questo passo. Ogni cerimonia è regolata da norme determinate, precise, stabilite e fatte rispettare dal capotribù. Particolarmente suggestiva è la «danza del canguro», durante la quale i danzatori avanzano in cerchio, imitando il salto caratteristico del canguro.

 
La conquista del continente

Nel XIX secolo gli arrivi di navi dall’Europa furono sempre più frequenti. Ormai erano numerosi coloro che si recavano in Australia in cerca di fortuna: nell’isola c’erano terra e lavoro per tutti.
    Protetta e appoggiata dall’Inghilterra, per decenni, la Società Missionaria di Londra è stata il solo attore dell’evangelizzazione del Paese. Il rapido radicamento dei protestanti e degli anglicani, dovuto anche alla loro opposizione all’ingresso nel Paese di missionari di altre confessioni, è avvenuto soprattutto per l’opera di laici missionari locali.
    Ma il 30 ottobre 1802, nella colonia penale, tra i 164 uomini accusati di aver partecipato alla ribellione irlandese del 1798, sbarcarono i due laici carmelitani John Butler e James Dempsey, che, con il missionario John Therry diverranno le colonne della Chiesa d’Australia e i costruttori della cattedrale di Santa Maria a Sydney. John Butler, si legge nella sua biografia scritta dal carmelitano Paolo Chandler, «mantenne viva la fede tra la gente con la recita del Santo Rosario che portava davanti alle loro menti la vita, le sofferenze e la morte del Santo Redentore. Dalla sua cella a mezzanotte, quando il carceriere andava a riposare, il dolce mormorio della preghiera si levava dal suo giaciglio e riecheggiava nel gruppo sofferente». La prima Messa fu celebrata il 15 maggio 1803 da padre James Dixon; una vetrata della cattedrale di Santa Maria a Sydney la commemora: la celebrazione viene rappresentata in un ambiente povero ed angusto, più simile ad una catacomba che ad una chiesa vera e propria, ma con fedeli dallo sguardo sereno e fiducioso, immersi nella preghiera.
    Nel 1816 fu un altro laico, Michael Hayes, a chiedere al fratello francescano di inviare in Australia sacerdoti per i 6.000 Cattolici della colonia. Nel 1834, quando Gregorio VII nominò John Bede Polding Vicario Apostolico della Nuova Olanda, tra i prigionieri vi erano oltre 20.000 Cattolici. Per accompagnare le donne detenute e gli orfani, per assistere gli ammalati, nel 1838 giunsero le Suore Irlandesi della Carità. La missione si organizzò e sviluppò, tanto che nel 1842 fu istituita la gerarchia ecclesiastica e Polding venne nominato Arcivescovo.
    Oggi, quella stessa Chiesa, nata dall’iniziativa di laici, galeotti, immigrati e perseguitati politici, di missionari che hanno seguito i loro connazionali, è la comunità cristiana più numerosa: oltre otto milioni di fedeli, il 27% degli aderenti alle denominazioni cristiane del Paese (seguono gli anglicani, 22%, e la Chiesa Unita, 7,5%).
    Per molti anni, mentre in Europa scoppiavano guerre e rivoluzioni, e mentre in America le colonie spagnole combattevano per la loro indipendenza, in Australia le conquiste erano rappresentate dall’occupazione di nuove terre, dapprima lungo le coste, poi sempre più all’interno del continente. La storia dell’Australia, la sua «vera» storia, è sempre stata più economica che politica: le grandi tappe di quel Paese non sono rappresentate da guerre vinte o perdute, ma dalla fondazione di nuove città, dall’introduzione di nuove coltivazioni e di nuove razze animali, dalla scoperta di giacimenti di minerali pregiati il cui sfruttamento irrobustì l’economia favorendo il sorgere di molte industrie (e creò un nuovo pretesto per l’oppressione degli Aborigeni).
    Nei primi anni dell’Ottocento una razza di pecore, famosa per l’eccezionale bellezza della sua lana, fu trasportata in Australia e vi si acclimatò. Quasi nello stesso tempo i coloni superarono le Montagne Azzurre, che chiudevano loro l’interno del continente: nelle nuove regioni trovarono pascoli immensi, adatti a nutrire un numero sterminato di animali. Le grandi estensioni furono presto popolate di armenti, curati da una ricca e intraprendente classe media i cui membri vivevano in comode case di legno dette «stazioni», ed erano aiutati nei lavori più pesanti dagli Aborigeni. In alcune delle regioni più fertili, ad Ovest della Grande Catena Divisoria, furono con successo stabilite grandi colture di alberi fruttiferi; ma la maggior ricchezza del continente rimasero le pecore, la cui lana veniva imbarcata su centinaia di bastimenti a Sydney per essere trasportata specialmente in Inghilterra, nei grandi centri industriali dello Yorkshire.
    Ad aumentare la popolazione contribuirono anche gli avvenimenti politici, la fine cioè delle guerre napoleoniche, per cui, dopo la sconfitta dell’esercito francese a Waterloo, molti soldati si trovarono senza occupazione; a questi si unirono anche molti operai rimasti senza lavoro a causa dell’introduzione delle macchine nelle fabbriche. Gli uni e gli altri emigrarono in cerca di migliore fortuna nelle più lontane colonie, tra le quali l’Australia.
    Nel 1839 venne scoperto l’oro nella Grande Catena Divisoria; ma il governo inglese, spaventato dalle conseguenze che poteva avere la diffusione della notizia in un Paese dove c’erano 45.000 deportati, costrinse il fortunato scopritore a tacere. Anche altri, tra i quali un mineralogista famoso, costatarono la presenza del prezioso metallo. Verso il 1850 un pastore raccolse per caso, mentre pascolava le pecore, una pepita d’oro puro di ben quaranta chilogrammi, e la portò a Melbourne, ch’era allora un piccolo villaggio. La notizia si diffuse in un baleno e parecchie migliaia di uomini, provenienti da ogni parte del mondo, abbandonarono famiglie ed affetti e sbarcarono sul continente in cerca del prezioso metallo, armati solo di piccozza, zappa e tanta speranza; questo fatto, che contribuì notevolmente allo sviluppo di diverse città australiane, alla costruzione di strade e ferrovie e all’aumento della popolazione (da 400.000 abitanti a quasi cinque milioni in pochi decenni) è stato, per quella terra, più importante di qualsiasi avvenimento politico. Dato, poi, che i nuovi arrivati avevano bisogno di mangiare e di vestirsi, i coltivatori ebbero modo di vendere ad alti prezzi i prodotti dei loro allevamenti e dei loro campi; si stabilì in tal modo un fiorente commercio d’importazione dall’Europa. La maggior parte degli emigranti, giunta in Australia con la convinzione di tornarsene presto in patria con le tasche piene d’oro, dovette accorgersi che questo metallo non era poi tanto a portata di mano: spesso, dopo fatiche inaudite, la quantità d’oro raccolta non poteva rappresentare una vera e propria ricchezza (anche se si racconta di persone che, da nullatenenti, diventarono milionarie in ventiquattr’ore). Alcuni emigranti tornarono in patria sfiduciati, altri invece s’accorsero che il continente poteva offrire diverse fonti di ricchezza: enormi estensioni di terreno da coltivare, animali da allevare, giacimenti di altri minerali da sfruttare. Questi volonterosi si misero all’opera con entusiasmo, dissodando terreni, costruendo città, creando industrie, trasformandosi in coltivatori o allevatori di bestiame: si deve proprio a loro se l’economia dell’Australia acquistò in breve un’importanza mondiale!
    I pascoli, le vaste zone coltivate, i ricchi giacimenti di ferro nella zona orientale dell’Australia hanno favorito il sorgere di grandi città come Canberra, Brisbane, Melbourne e Sydney; le Alpi Australiane, che con le loro cime ne influenzavano il clima, la resero la regione con le migliori condizioni di vita di tutto il continente. La storia dell’Australia (dell’Australia moderna), in pratica, viene fatta coincidere con il progredire della colonizzazione europea.
    Questo ha però comportato la cacciata degli Aborigeni dalle loro terre, la loro relegazione nei luoghi più impervi, la riduzione in schiavitù. La guerra dei coloni britannici per la conquista delle terre è costata la vita all’80% degli Aborigeni; nel 1955 non contavano più di 25.000 individui, ed erano in costante calo. I missionari, impegnati nella difficile difesa degli Aborigeni, incontrarono varie difficoltà ad annunciar loro il Vangelo: erano uomini bianchi, il colore della loro pelle era uguale al colore della pelle degli oppressori. I Passionisti sospesero la loro attività missionaria, avviata nel 1843, nel territorio di Brisbane; i Gesuiti si ritirarono nel 1882, dopo un ventennio di fatiche; lo stesso accadde ai Trappisti nell’Australia Occidentale. Oggi molte tribù aborigene hanno deciso di lasciarsi morire, semplicemente e tragicamente, nel silenzio, smettendo di procreare… estinguendosi, lentamente, inesorabilmente.
    Importanti eventi storici riguardano anche la formazione dei diversi Stati in cui è diviso il Paese. Nel 1824 l’Australia venne dichiarata ufficialmente colonia britannica, col nome di Nuova Galles del Sud; comprendeva però solo la metà orientale del continente, perché la parte occidentale, ancora inesplorata, era considerata terra di nessuno.
    Nel 1827 l’Inghilterra dichiarò la propria sovranità su tutta l’isola. Due anni dopo fu fondata la colonia dell’Australia Occidentale, con capitale Perth. Successivamente si staccarono dalla Nuova Galles del Sud l’Australia Meridionale (1836), lo Stato di Victoria (1851) ed il Queensland (1859) formando ciascuno una colonia autonoma.
    Nel 1911 si formò un nuovo Stato, il Territorio del Nord. Nello stesso anno venne costituito un territorio autonomo, che venne chiamato Distretto Federale. In esso sorse la capitale, Canberra, una città appositamente costruita per questo scopo; nel 1927 vi si trasferì il Governo Federale. Dall’anno precedente l’Australia era un «Dominion» inglese, cioè uno Stato indipendente, ma alleato dell’Inghilterra. Da allora, sull’Australia sventola la bandiera fregiata dalle tre croci sovrapposte d’Inghilterra, di Scozia e d’Irlanda, accanto alle quali si vedono le quattro stelle della Croce del Sud – la bellissima costellazione scelta come emblema del continente australiano.
    Attualmente l’Australia è uno Stato Federale con capitale Canberra e formato da sette Stati con relative capitali: Nuova Galles del Sud (Sydney), Queensland (Brisbane), Victoria (Melbourne), Tasmania (Hobart), Australia Meridionale (Adelaide), Australia Occidentale (Perth) e Territorio del Nord (Darwin).

 
Nascita di una potenza

La serie di tristi eventi che nel Novecento scatenarono la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, e le conseguenze che ne derivarono, spinse folle di migranti sui lidi dell’Australia, che offrì asilo e una nuova casa a migliaia di profughi e superstiti. Ebrei d’Europa, Polacchi, Italiani, Greci, portando in sé le esperienze della guerra, dei campi di concentramento, del fronte, trovarono su quelle coste un approdo definitivo per sé e per i loro figli. Naturalmente, tutta questa gente è stata seguita da missionari e religiosi, liberati dai campi di concentramento, alcuni dei quali, pur di poter entrare nel Paese e stare accanto ai propri connazionali che iniziavano a ricostruire, con la vita, una nuova patria, firmarono un contratto di lavoro manuale.
    Negli anni Settanta, l’Australia era ormai uno Stato ricco e prospero, con città modernissime, ricche di palazzi e grattacieli, come Sydney, dove si trova il più grande porto di tutto il continente e quel «tempio» della lirica che è la Sydney Opera House (dal 2007 Patrimonio dell’Umanità; caratteristica la sua architettura, che richiama le vele di una nave); a Woomera, invece, esiste una delle più importanti stazioni del mondo per seguire e guidare i satelliti artificiali dopo il loro lancio e per studiare i segreti del cielo. Grande importanza economica rivestivano l’agricoltura e l’allevamento: nelle ampie pianure orientali, dove il terreno era più fertile, sorgevano grandi fattorie dove venivano coltivati cereali, frutta e canna da zucchero, e dove venivano allevati più di 150 milioni di pecore, fornendo all’Australia la più ricca produzione di lana del mondo. Nella parte Centro-Occidentale del continente, invece, non piove quasi mai, ed il terreno si è trasformato in un vastissimo deserto sassoso interrotto dai bassi monti Mac Donnell e cosparso di laghetti asciutti ricoperti da una crosta di sale, dove la vita è (quasi) impossibile; macchie fittissime di cespugli spinosi («scrub») ne coprono vaste zone; molti esploratori, in passato, si sono perduti cercando di attraversare quei territori desolati. Più ad Ovest si estendono altri due vasti deserti, il Grande Deserto Sabbioso e il Gran Deserto Vittoria, dove crescono acacie ed eucalipti, tipici alberi australiani. Sfruttati solo in parte erano i minerali (oro, argento, rame, stagno, piombo, piriti, uranio) di cui tutto il sottosuolo australiano è molto ricco, perché le proibitive condizioni di vita nelle regioni desertiche e la difficoltà dei trasporti hanno sempre reso molto difficile l’opera di estrazione e l’utilizzazione dei minerali; i giacimenti più estesi sono quelli di carbone e lignite, mentre risultano molto scarse le riserve petrolifere.

La "Sydney Opera House" con, sullo sfondo, la città di Sydney - Giulia Valtorta, 2010
La Sydney Opera House con, sullo sfondo, la città di Sydney - Giulia Valtorta, 2010

    Vent’anni dopo (nonostante le misure restrittive) il crollo del comunismo e la mondializzazione dell’economia hanno intensificato il flusso migratorio verso l’Australia di Europei dell’Est, ma soprattutto di Asiatici: Cinesi, Vietnamiti, Filippini, Indonesiani. In questi ultimi anni, anche genti del Medio Oriente, tra cui non pochi Afgani e Iraniani, si sono mosse verso il Paese degli immigrati, portando così a più di 150 le nazionalità che lo abitano. Le persone di origine europea rimangono comunque la stragrande maggioranza, costituendo il 92% della popolazione; ci sono poi gli Asiatici (7%), mentre gli Aborigeni e tutti gli altri sono il restante 1%.
    Negli anni Novanta, la politica estera dell’Australia è cambiata radicalmente, avviando trattative con Vietnam e Cambogia, Corea del Nord e Indonesia, Malaysia e Cina. Il Paese si è affermato come leader della Cooperazione Economica di Asia e Pacifico, costituendo un nuovo polo finanziario a livello globale. Nel 1995, lo scontro con la Francia per gli esperimenti nucleari nell’atollo di Mururoua ha raggiunto il suo apice con l’interruzione delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Su mandato dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, l’Australia ha diretto la missione di pace per facilitare l’accesso all’indipendenza di Timor Est e contenere la violenza dell’esercito indonesiano che vi si opponeva (importante è stato il ruolo svolto dalla Chiesa Cattolica Australiana nella soluzione della travagliata vicenda di Timor Est, prima con il Portogallo e poi con l’Indonesia).
    Oggi, l’Australia è riconosciuta come potenza regionale. Alleata di Stati Uniti e Gran Bretagna, all’inizio del nuovo secolo ha inviato le sue truppe in Iraq. Forse proprio per questa sua alleanza può permettersi di non ratificare gli accordi di Kyoto contro l’inquinamento, di continuare, nonostante le denunce di Amnesty International e degli Organismi Internazionali delle Nazioni Unite, nella violazione dei diritti umani nei confronti degli Aborigeni2 e nella politica repressiva, se non razzista, nei confronti degli immigrati. La crisi di fede, il relativismo riguardo a Dio, la riduzione di Gesù a semplice profeta dell’umanità, la diffusione di utopie sociali e della credenza nella reincarnazione, un esasperato femminismo sono alcuni dei mali – comuni a tutto l’Occidente – che caratterizzano la società australiana; l’individualismo estremo ha portato ad indifferenza verso i poveri, pregiudizio e violenza razziale, aborto, eutanasia, legittimazione dei rapporti omosessuali. La Chiesa Cattolica Australiana, pure attraversata da una profonda crisi, è sempre stata comunque ritenuta non avanguardia o supporto della colonizzazione occidentale, ma protagonista nella salvaguardia e valorizzazione delle specificità culturali ed etniche (riuscendo, con tolleranza e solidarietà, ad amalgamare fra loro i diversi gruppi etnici, le diverse culture e le diverse tradizioni dei popoli che sono immigrati nel continente; si è inoltre schierata nella difesa dei diritti degli Aborigeni e degli immigrati, anche contro la politica governativa se occorreva, nell’impegno per l’ecologia con la richiesta di rispettare gli impegni assunti con il trattato di Kyoto, nella tutela della pace oltre al più tradizionale impegno nell’educazione, nell’assistenza sanitaria, nel dialogo con le altre Chiese e Confessioni Cristiane); nel 2000, erano presenti 350 missionari australiani in Papua Nuova Guinea, trenta nelle isole Fiji, quindici nelle isole Salomone e una cinquantina in altre diocesi del Pacifico, Paesi in cui la missione si affianca in un tutt’uno all’impegno per lo sviluppo umano.

 
Note

1 Dobbiamo anche menzionare i Tasmaniani, che vivevano esclusivamente in Tasmania. Negroidi dai capelli crespi e dal prognatismo relativamente accentuato, erano rimasti fermi ad uno stadio d’evoluzione molto primitivo che dovette aggravarsi ulteriormente per l’isolamento della nuova sede, le sfavorevoli condizioni geografiche e climatiche, l’assenza di piante commestibili e coltivabili, la relativa carenza della fauna. I Tasmaniani non conoscevano l’agricoltura, vivevano solo dei prodotti della caccia, della pesca, ma soprattutto della raccolta di radici e larve d’insetti, costretti a spostarsi continuamente da zona a zona nel territorio di spettanza della tribù; non conoscevano né indumenti – salvo a volte una pelle di canguro – né abitazioni.
Anche l’organizzazione sociale era estremamente primitiva: le tribù nominavano un capotribù scelto in base al valore dimostrato solo nei momenti di maggior pericolo. Esistevano varie classi sociali, basate sull’età. Particolarmente infelice era la condizione delle vedove, costrette alla prostituzione a favore di tutti i membri del gruppo.
I Tasmaniani furono completamente distrutti dalla colonizzazione europea: l’ultimo rappresentante della loro razza morì nel 1876.
2 Gli Aborigeni hanno ottenuto la cittadinanza australiana solo nel 1967, e solo nel 1992 hanno potuto reclamare le loro terre espropriate dai coloni bianchi, ma senza successo. Per maggiori informazioni su questo tema, vedi: Una lotta per i diritti civili alla fine del secolo XX: gli Aborigeni australiani, in Autori Vari, La Storia (volume 15: Il mondo oggi), De Agostini Editore, 2004, pagine 336-337.
(aprile 2013)