Richelieu,
Armand-Jean du Plessis
Il
Cardinale con propositi laici che diede un grande contributo al
potenziamento dello Stato
di Ercolina
Milanesi
Cardinale
e uomo politico francese (Parigi, 1585-1642).
La madre, Susanne de la Porte, figlia di
un celebre
avvocato parigino, rimase vedova di un piccolo nobile del Poitou quando
il futuro ministro aveva appena cinque anni; dapprima ella
destinò il figlio alla carriera delle armi, e
perciò il
Richelieu entrò al Collegio di Navarra, ma qualche anno
dopo, in
seguito alla rinuncia del fratello Alfonso al Vescovado di Lucon, al
quale la famiglia aveva diritto e a cui non voleva rinunciare, egli vi
fu preconizzato.
Era tuttavia giovane e dovette attendere
fino al
1608 per coprire effettivamente quella cattedra episcopale, dopo aver
studiato all’Università di Parigi ed essere stato
a Roma,
guadagnandosi la simpatia di Paolo V e della corte pontificia.
Negli anni seguenti il Richelieu fece
alcuni
tentativi, rimasti però infruttuosi, di partecipare alla
vita
politica, soprattutto dopo la morte di Enrico IV (1610); solo nel 1614
poté essere nominato rappresentante del clero del Poitou
agli
Stati Generali e rimanere in tal modo a Parigi, abbandonando la sua
diocesi. Peraltro aveva tenuto il suo Vescovado con dignità
ed
esso gli aveva consentito di procurarsi una grande esperienza
amministrativa e importanti relazioni nel mondo cattolico, che
più tardi gli saranno molto utili.
I primi passi non furono fortunati,
ché, nel
1617, Alberto di Luynes, il favorito del giovane Re Luigi XIII,
provocò la disgrazia della regina madre, Maria de’
Medici,
che aveva notato il Richelieu e ne aveva favorito la nomina, da parte
del ministro Concini, a Segretario di Stato (1616). Così
anch’egli dovette lasciare Parigi e ritirarsi ad Avignone,
dove
si immerse in studi di teologia. Ma il volontario esilio fu breve,
perché gli venne offerta l’occasione propizia per
acquistare un notevole titolo alla riconoscenza della corte negoziando
la pace tra Luigi XIII e la madre (agosto 1620). Infatti, due anni
dopo, ottenne per intercessione di Maria de’ Medici il
cappello
cardinalizio, e il 12/8/1624 fu nominato ministro. Alla fine di
quell’anno era riuscito a diventare arbitro del Consiglio del
Re,
essendosi liberato di tutti i rivali.
Molto abilmente agiva anche sul sovrano,
lusingandone il desiderio di esercitare una piena autorità.
Ebbe
inizio così, dapprima più incerta e poi via via
sempre
più decisa, la sua azione per ridare al Paese una posizione
di
predominio in Europa e per affermare all’interno il potere
della
monarchia sui privilegi feudali e sui ceti che si ritenevano autonomi.
Nella politica estera il Richelieu
rialzò il
prestigio della Francia, facendola attivamente intervenire nelle
più gravi questioni del tempo, e soprattutto lottando contro
gli
Asburgo d’Austria e di Spagna, i quali estendevano la loro
potenza su gran parte del continente.
A tal fine, cercò
inizialmente di rendere
più difficili i passaggi fra la Lombardia e la Germania,
passaggi che erano di vitale importanza sia per Filippo IV, sia per
l’Imperatore Ferdinando II; così nel 1626
riuscì a
consolidare il potere dei protestanti Grigioni sulla cattolica
Valtellina aiutata dalla Spagna. Inoltre nella penisola sostenne
più attivamente tutti coloro che temevano
l’eccessiva
preponderanza spagnola e desideravano che essa fosse equilibrata da un
altro Stato. Occupò Pinerolo e la Savoia per punire il Duca
di
Savoia Carlo Emanuele I, che aveva contrastato i suoi piani nella
questione della successione al Ducato di Mantova, per cui il Richelieu
aveva avanzato la candidatura di un principe francese.
Dal 1630 al 1635 appoggiò la
Svezia e il suo
Re, Gustavo Adolfo, sceso in guerra contro l’Impero e, nel
1635,
dopo aver stretto alleanza con i Paesi Bassi e con parecchi principi
tedeschi, entrò nella lotta egli stesso, forte della nuova
potenza militare francese (19/5/1635).
Infatti si può dire che il
Richelieu abbia
costituito per primo un grande esercito stanziale, portandone
rapidamente gli effettivi da dieci a dodicimila uomini prima, a
sessantamila, e poi a centocinquantamila. Creò anche gli
intendenti, con l’incarico di fornire le armi e il materiale
ai
combattenti e soprattutto di organizzare i rifornimenti requisendo
viveri e carriaggi (una delle deficienze più gravi degli
eserciti sino allora era la mancanza di un pronto vettovagliamento).
Nei primi anni la guerra non si svolse favorevolmente (nel 1636
l’armata spagnola e imperiale, dopo la vittoria di Corbie,
aveva
invaso la Piccardia, minacciando direttamente Parigi), ma
più
che sul piano militare l’abilità del Richelieu si
rivelò, come al solito, sul piano diplomatico.
Approfittando del malcontento diffuso
nella Penisola
Iberica e delle difficoltà in cui si dibatteva il governo
spagnolo, riuscì infatti a far sollevare il Portogallo e la
Catalogna, che nominò Luigi XIII conte di Barcellona: fra il
1640 e il 1642 occupò l’Artois, la Cerdagna e il
Rossiglione, province da lungo tempo desiderate dai sovrani francesi.
In Italia, l’offensiva dei Francesi condusse a risultati
importanti; infatti essi riuscirono ad occupare quasi tutto il Piemonte
e, mantenendo saldamente le fortezze di Casale e di Saluzzo, poterono
resistere ai ripetuti attacchi spagnoli, fra cui particolarmente
pericoloso fu quello del 1639, che ridiede al nemico il possesso di
buona parte della regione; respinto questo attacco, il Richelieu
riprese l’offensiva e nel 1641 le sue truppe occupavano Ceva,
Carrù, Mondovì e giungevano ad assediare Cuneo;
poco
prima della sua morte, nel novembre del 1642, espugnavano la Rocca di
Tortona, facendo supporre non difficile una invasione dello Stato di
Milano.
Il suo successore, il Cardinale
Mazzarino,
raccoglierà i frutti di questa abile condotta e
preparerà
il predominio francese sull’Europa, sancito dalla pace dei
Pirenei (1659), e poi dalla grandiosa politica di Luigi XIV.
All’interno occorreva combattere gli Ugonotti e abbassare la
nobiltà, perché in un regime monarchico
fortemente
accentrato non poteva esservi posto per una politica di opposizione a
quella del Re, come non poteva esservi posto per una politica autonoma
dei riformati.
I protestanti avevano ottenuto, con
l’editto
di Nantes, il diritto di occupare alcune piazzeforti, fra cui la
più importante era La Rochelle, e si schieravano apertamente
contro la nuova affermazione del potere sovrano, mostrando
l’intenzione di ricorrere al Re d’Inghilterra,
Carlo I;
d’altra parte, il Cardinale non poteva tollerare che si
attentasse alla monarchia, di cui era rigido difensore; inoltre la
fortezza di La Rochelle gli era indispensabile per la creazione di una
grande marina da guerra. In tal modo ebbero origine le due spedizioni
contro la piazzaforte: la prima, con l’aiuto olandese,
terminò con una battaglia navale in cui il duca di Soubise
fu
sconfitto (febbraio 1626); la seconda, guidata personalmente dal Re e
dal Cardinale, viene ricordata per l’assedio di La Rochelle,
la
chiusura del porto con una lunga diga e l’allontanamento
degli
Inglesi di Buckingham che avevano tentato di impadronirsi
dell’isola di Ré (1627); la fortezza dovette
arrendersi
per fame il 30/10/1628.
L’editto di pacificazione di
Nimes (24/7/1629)
riconobbe ai riformati la libertà religiosa, ma
impedì
loro per il futuro di agire contro lo Stato, essendo state soppresse
tutte le garanzie militari di cui godevano.
Contro i nobili irrequieti il Richelieu fu inesorabile, anche quando si
trattò di colpire personaggi imparentati con la famiglia
reale.
Nel 1626 una congiura di palazzo si propose di uccidere il Cardinale e
di proclamare l’avvento al trono di Gastone, fratello di
Luigi
XIII, che avrebbe dovuto sposare, subito dopo la morte del sovrano,
allora assai gravemente ammalato, la cognata Regina Anna
d’Austria. Ma il Richelieu, informato da un perfetto servizio
di
spionaggio, arrestò i congiurati, costrinse Gastone a
sposare
una ricca principessa, esiliò parecchi nobili e fece
decapitare
il marchese di Calais, Enrico di Talleyrand, che ricopriva un alto
ufficio a corte. Nel 1630, dopo aver vinto nella cosiddetta giornata
«des dupes» (10 novembre) i feudatari che speravano
nel suo
allontanamento dal governo, non solo esiliò alcune fra le
personalità più in vista del regno, ma
obbligò la
stessa Maria de’ Medici a rifugiarsi nei Paesi Bassi e poi a
Colonia (dove morì nel 1642), nonché Anna
d’Austria
a ritirarsi a Val-de-Grace; confinò inoltre Gastone, prima a
Besancon e poco dopo a Nancy (in quella giornata il Re
dimostrò
di riporre solo in lui la sua piena fiducia).
Nel 1632 fece giustiziare il maresciallo
Luigi di
Marillac e il duca di Montmorency, governatore della Linguadoca
ribellata. Infine, nel 1636, prese le armi contro il conte di Soissons,
che venne ucciso, e contro il duca di Bouillon, che si salvò
cedendo Sedan al Re; e nel 1642 mandò a morte il marchese di
Cinq-Mars, colpevole di aver ordita un’altra congiura.
In tal modo, i privilegi nobiliari
furono abbattuti
e la monarchia assoluta fu saldamente stabilita; i feudatari perdettero
ogni potere politico e si raccolsero alla corte diventando una
nobiltà di palazzo, il che rese possibile la successiva
affermazione del potere regio con Luigi XIV.
Bruciato, per così dire,
dalla visione di
grandi progetti e di grandi imprese, il Richelieu è stato
visto
come il rappresentante della ragion di Stato e la sua implacabile
durezza è stata opposta alla debolezza del Re e alla
generosità della nobiltà. In realtà,
egli non ebbe
che una sola ambizione: quella di rendere
l’autorità del
sovrano e dello Stato superiore al privilegio feudale, e di rialzare il
prestigio della Francia in Europa approfittando della decadenza dei
suoi nemici tradizionali, la Spagna e l’Impero. Per questo
egli
si rifiutò di sostenere Carlo I d’Inghilterra,
cognato di
Luigi XIII, nelle difficili condizioni in cui si trovava nel suo Paese,
e si alleò in Germania con i protestanti, suscitando
scandalo
nei Cattolici. Senza dubbio il giudizio, ormai tradizionale, che ne ha
fatto quasi esclusivamente un grande diplomatico ha molta parte di vero
e starebbe a dimostrare l’esattezza la scarsa cura da lui
prestata al rinnovamento della vita interna francese. Per tale motivo
si può forse dire che la sua personalità non
raggiunse
l’altezza dei grandi uomini politici, perché egli
non
capì che il nuovo ruolo a cui chiamava la Francia in Europa
doveva essere accompagnato da un intenso sviluppo della vita economica
e sociale.
La mancanza di nuove concezioni nella
vita interna
fu rivelata anche dal fatto che egli, combattendo i feudatari, non
seppe scorgere la necessità di favorire l’ascesa
di una
nuova classe sociale, la borghesia, sicché la lotta contro
la
nobiltà risultò fine a se stessa e
minacciò di
isolare la monarchia, lasciandola senza un ceto su cui appoggiarsi.
Inoltre, non seppe o non poté, armonizzare la politica
estera
con quella interna; infatti nella prima fu costretto ad allearsi con i
protestanti, che invece combatté in Francia. Senza dubbio,
però, con lui la Francia cominciò ad uscire dal
feudalesimo. La monarchia assoluta è un notevole passo
avanti
rispetto alla monarchia feudale; è
l’indispensabile
premessa alla monarchia illuminata della seconda metà del
Settecento.
I Francesi sentirono il cambiamento: non
solo la
nobiltà, che si vide privata dei privilegi di cui aveva sino
ad
allora goduto, ma tutte le classi, perché la grandiosa
politica
europea perseguita dal Cardinale costrinse ad aggravare le imposte per
sanare il deficit del bilancio, ormai cronico. L’eccessiva
fiscalità divenne, in tal modo, il motivo o il pretesto di
numerose insurrezioni, che si tramutarono talvolta in vere e proprie
guerre contadine, come la sollevazione del 1637 della Guascogna e del
Pèrigord, per domare la quale si dovette inviare
un’armata; oppure come la ribellione dei
«Nus-Pieds»
(piedi nudi), contadini della Normandia che volevano impedire la
percezione di tutte le imposte stabilite dalla morte di Enrico IV in
poi.
Queste difficoltà interne
erano rese ancor
più gravi dalla mancanza di una chiara politica rivolta a
favorire l’ascesa economica di un ceto sociale. Richelieu
colpì tutti, la nobiltà come il basso popolo e la
borghesia.
Concludendo, sembra veramente di poter
affermare che
alle sue grandi doti di diplomatico non corrisposero altrettanto grandi
doti di uomo politico.
(anno 2002)