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Uno sguardo alla Riforma dal punto di vista storico

Un movimento di contestazione alla Chiesa di Roma che nasce da lontano

 

di  Luciano Atticciati

 

 
Il movimento di contestazione alla Chiesa di Roma sorse intorno alla fine dell’XI secolo, in un momento storico particolarmente significativo per il nostro continente. Intorno all’anno Mille l’Europa conobbe una importante ripresa economica e demografica che favorì la formazione delle città e la ripresa degli scambi umani e commerciali. Dal punto di vista politico invece la situazione si presentava difficile. Le invasioni dei popoli del Nord erano cessate, tuttavia l’incertezza e l’instabilità regnavano ovunque. Il feudalesimo aveva portato alla disgregazione dello Stato, delle istituzioni pubbliche, della certezza del diritto. Nei tempi passati la Chiesa aveva garantito un certo ordine, ma il progressivo diffondersi della corruzione, la contesa sul piano politico, con la cosiddetta «lotta delle investiture», il sorgere di numerosi anti-Papi, emanazione di poteri diversi, avevano duramente minato la solidità dell’istituzione.
    Il movimento di protesta contro la situazione politica e religiosa assunse aspetti diversi: si ebbero movimenti intellettuali e popolari, alcuni rigorosi e moralisti, altri invocanti un maggiore rispetto dell’essere umano, ma tutti profondamente contrari alla corruzione e alla arbitrarietà di una Chiesa chiusa nella difesa dei propri privilegi, che per i suoi fini non disdegnava di alterare gli insegnamenti del Vangelo. Si ebbero movimenti di riforma all’interno del monachesimo, ordini mendicanti, movimenti popolari locali di diverso tipo. Nel 1100 sorse in Francia, a Citeaux, il cosiddetto movimento benedettino cistercense; esso predicava non solo il ritorno a una Chiesa povera e più austera, ma anche la rivalutazione del lavoro e dell’economia, che poi divenne una caratteristica di alcuni movimenti protestanti dei secoli successivi. Molti territori abbandonati vennero colonizzati e bonificati dai nuovi benedettini, utilizzando uomini liberi, anziché servi della gleba come avveniva in gran parte dell’Europa. Quasi contemporaneamente sorsero nel Sud della Francia, quelli che possono essere considerati i due maggiori movimenti di rivolta religiosa a  carattere popolare, i Catari (conosciuti anche come Albigesi) e i Valdesi. I primi furono i difensori del più rigido manicheismo: tutta la realtà era ricondotta alle categorie del Bene e del Male, lo spazio dell’uomo era drasticamente ridotto, e si arrivava a negare l’incarnazione di Dio, in quanto il Cristo non poteva certamente svilirsi e mischiarsi con la corrotta materia. Più interessante risulta invece il secondo movimento: predicava l’uguaglianza di tutti i membri della Chiesa, il sacerdozio fondato sul merito, la facoltà di predicazione da parte dei laici e la povertà. Entrambi i movimenti tuttavia privi di protezioni politiche vennero duramente combattuti e dispersi. Anche l’Italia in quel periodo conobbe il fenomeno della dissidenza religiosa, con la «Pataria» milanese, l’ascetismo di Gioacchino da Fiore, e addirittura un riformatore, Arnaldo da Brescia, che nel 1135 si stabilì a Roma, allora libero Comune.
    Nel secolo successivo si ebbe la nascita di diversi ordini mendicanti, fra i quali quello più noto, l’ordine francescano, che in vari momenti manifestò il suo dissenso nei confronti dell’alta gerarchia ecclesiastica, e l’ordine domenicano che nei secoli successivi divenne invece il più integerrimo nemico dell’eresia, e il fautore dell’Inquisizione. Il secolo XIV fu caratterizzato da due grandi eventi: la Morte Nera, la pestilenza che dimezzò la popolazione dell’Europa Occidentale con particolare durezza nelle sue regioni più densamente popolate, e lo Scisma d’Occidente che portò alla contrapposizione di due, e successivamente di tre, Papi. L’autorità morale del Papato ne uscì a pezzi, e negli anni successivi dovette affrontare le tendenze «autonomistiche» delle diverse Chiese, fra le quali quella potente di Francia, che diede vita, con la Prammatica Sanzione di Bourges del 1438, al cosiddetto Gallicanesimo. Nel 1300 si ebbero molti uomini di cultura critici nei confronti  della Chiesa: John Wyclif in Inghilterra, i Lollardi in Olanda e Gran Bretagna, Jan Hus in  Boemia, e Dante Alighieri in Italia. Il primo sosteneva l’abolizione della gerarchia ecclesiastica e di qualsiasi potere che non fosse fondato su Dio, e si fece promotore di alcuni principi che divennero la base di molti gruppi protestanti, l’importanza della Bibbia, destinata ad essere conosciuta da tutti i fedeli e non più riservata al clero, il ritorno alla povertà evangelica, la condanna del culto dei Santi e della vendita delle indulgenze, il rifiuto del mistero della transustanziazione. Le sue teorie ebbero notevole influenza in Europa e ispirarono Hus nel suo compito per la creazione di una Chiesa autonoma in Boemia.
    Alla fine del Quattrocento in Inghilterra, in Francia e in Spagna venivano a formarsi delle solide monarchie non più ostacolate dai poteri della rissosa nobiltà locale. Nel campo del pensiero le innovazioni erano anche superiori, e la nuova cultura metteva in dubbio diritti e privilegi ormai consolidati. Nel 1510 Erasmo da Rotterdam compose una delle opere più celebri in campo religioso del periodo rinascimentale: l’Elogio della pazzia, in essa si sosteneva che molti uomini di Chiesa «pongono fiducia in cerimonie e tradizioncelle umane; e par loro ricompensa inadeguata a sì gran meriti un solo Paradiso: non riflettono che Cristo, senza tener alcun conto di queste pratiche, esigerà soltanto l’osservanza del suo comandamento, quello della carità».
    I tempi erano quindi maturi, non solo la gente comune e i pensatori contestavano l’autorità della Chiesa Cattolica, ma anche molti sovrani vedevano nell’autorità ecclesiastica e nell’Impero sua emanazione, una ingiusta interferenza nell’autonomia dello Stato. La Riforma si fuse quindi con il nascente senso nazionale. Molti principi infatti abbracciarono la nuova fede per rivendicare quell’autonomia che Papato e Impero impedivano. I predicatori comunque non si trovarono più esposti alle ritorsioni delle gerarchie ecclesiastiche, Lutero beneficiò della protezione del principe di Sassonia, e molti altri godettero di favori. In Inghilterra il distacco dalla Chiesa di Roma avvenne per opera diretta del Re Enrico VIII, che tuttavia diede vita ad una Chiesa non molto diversa da quella romana, che si attirò le critiche di un umanista come Tommaso Moro, e successivamente quelle dei Puritani. In Scozia si ebbe il radicale John Knox, in Svizzera operarono l’iconoclasta Zwingli, e Calvino che portò alle estreme conseguenze le teorie sulla degradazione umana. I fermenti religiosi protestanti furono alla base dei moti indipendentistici dell’Olanda, la prima grande repubblica in Europa, mentre il Luteranesimo si diffuse senza eccessive scosse nei Paesi Scandinavi. All’interno della Riforma si crearono subito due schieramenti, alcuni pensatori ritenevano che le autorità civili dovessero essere rispettate e la religione non dovesse influire sull’assetto politico ed economico dello Stato, l’altra, della quale faceva parte Calvino, riteneva che non vi fossero distinzioni di classe fra gli uomini e che tutti potessero accedere alle maggiori gerarchie. Ancora più radicale fu la posizione degli anabattisti che intendevano dare vita ad una organizzazione politica fondata sull’egualitarismo e il precetto biblico, che ebbe successo soprattutto fra contadini e classi popolari. La disputa ebbe conseguenze notevoli e non venne risolta.
    Non sempre è facile esprimere delle considerazioni sul significato politico-sociale della Riforma, alcuni hanno visto in questa l’azione delle classi emergenti, tuttavia se in Inghilterra e in Olanda il Protestantesimo risultava maggiormente diffuso nella classe borghese, in Francia (i cosiddetti Ugonotti), in Germania e nell’Europa Centro-Orientale la distinzione non sempre appariva evidente.
    La tensione non decrebbe nei decenni successivi. Nella prima metà del Seicento si ebbe la Guerra dei Trent’Anni che portò con sé una serie di epidemie e distruzioni che provocò la morte di una parte notevole della popolazione tedesca, e la scomparsa della Germania come potenza nazionale per circa un secolo. La pace di Westfalia nel 1648 portò il principio della scelta individuale del sovrano, e poi del singolo, in materia religiosa. Le basi per una corretta convivenza civile fra uomini di diversa fede, anche se a caro prezzo, era stata posta. L’Impero uscì praticamente distrutto dalla prova, e l’Europa acquisì quella fisionomia per nazioni che noi oggi conosciamo.
    Negli anni successivi la polemica anti-papista venne attenuata, il problema religioso divenne soprattutto un problema interiore, non così l’esigenza di una religiosità autentica e il rispetto per le Sacre Scritture, che continuarono a costituire il fondamento delle diverse Chiese protestanti succedutesi nel tempo.
(anno 2001)