La
bête du Gevaudan
Tra
il 1764 e il 1767 una strana creatura fa strage di pastori e contadini,
e qualcuno vede in essa altrettante strane ragioni politiche
di Alberto
Rosselli
Storia
di un enigma criptozoologico che a distanza di oltre due secoli e mezzo
fa ancora discutere gli studiosi di tutto il mondo. Tra il 1764 e il
1767, nella regione francese del Gévaudan, una strana
creatura
dei boschi fa strage di pastori e contadini. Dopo il ritrovamento dei
primi corpi straziati, la colpa di tali massacri viene attribuita agli
artigli e ai denti di un grosso lupo. Anche se ben presto, sulla base
delle descrizioni fornite dai pochi scampati agli assalti, la
terrorizzata popolazione del distretto inizia ad avanzare le
più
svariate ipotesi, compresa quella che tra le Cevenne e
l’Alvernia
meridionale si aggiri in cerca di prede un animale ben diverso e ben
più temibile di un lupo.
Fino dai tempi più remoti, l’uomo ha tramandato
storie e
leggende a testimonianza della durezza e della
imprevedibilità
dei suoi rapporti con una natura prodiga di doni ma anche di
innumerevoli pericoli, e di terrore. E nell’ambito di queste
cronache che affondano le radici nei primordi di tutte le
civiltà – anche a dispetto delle diverse
situazioni
geografiche e delle singole caratterizzazioni socio-culturali e
religiose – frequenti appaiono anche i riferimenti, spesso
dilatati dall’immaginazione e dalla superstizione, a oscure e
temibili entità animali terrestri, acquatiche ed aeree.
Creature
queste dotate di poteri straordinari e malvagi, al punto da essere
state trasformate, non di rado e per una sorta di esorcismo, dagli
stessi uomini in idoli meritevoli di rispetto. Molte antiche leggende,
ma anche diverse e più attendibili cronache medioevali o
moderne
riportano infatti alla luce drammatici e completi resoconti relativi
all’apparizione di strani e feroci perturbatori della vita di
un’umanità già impegnata nella dura
lotta per la
sopravvivenza. Tra queste cronache, un posto di rilievo spetta a quella
della Bête du
Gévaudan,
il misterioso predatore che, tra l’aprile del 1764 e il
giugno
del 1767 – in Francia, in una vasta area compresa tra gli
attuali
dipartimenti dell’Haute Loire, Cantal, Ardèche e
Lozère – uccise e mutilò orrendamente
ben 172
persone. Sulla vicenda relativa a questo indecifrabile mostro esiste
infatti una vasta e documentata bibliografia che, in gran
parte,
trae i suoi spunti da alcuni testi basilari redatti nel XVIII secolo,
tra cui la Storia
fedele della Bestia del Gévaudan di Henri
Pourrat e la dettagliatissima Storia
della Bestia del Gévaudan, autentico flagello di Dio
dell’abate Pourcher.
La leggenda della Bête du
Gévaudan,
inizia la prima settimana di aprile del 1764 quando, nei pressi del
villaggio di Langogne (località
dell’Ardèche), una
pastorella intenta ad accudire su un prato la sua mandria di mucche
viene aggredita da una grossa belva sbucata dalla foresta.
L’animale cerca di azzannare la piccola, ma fortunatamente i
suoi
animali la contrattaccano mugghiando, salvandole la vita. Rientrata al
suo paese, la povera pastorella racconta l’episodio,
precisando
di essere stata assalita non da un animale qualsiasi ma da
«un’enorme belva dal pelo molto folto e rossiccio e
dalle
zampe dotate di lunghi artigli». I contadini, ovviamente, non
le
credono e si convincono che si tratti di un lupo, un animale a
quell’epoca piuttosto diffuso in tutta la Francia
Centro-Meridionale. Tuttavia, ai primi luglio, nei pressi di
Saint-Etienne-de-Lugdarès (una ventina di chilometri a
Sud-Est
di Langogne), la misteriosa belva si fa di nuovo viva sbranando una
contadina quattordicenne, Jeanne Boulet. Poi, in rapida successione,
tra luglio e agosto, un’altra ragazzina e due ragazzi vengono
attaccati ed uccisi nei pressi di Puy Laurent en Lozère e
tra
Cheylard-l’Êveque e la foresta di Mercoire, mentre
una
quarta fanciulla di Masméjean-d’Allier
(Gévaudan)
viene azzannata, ma lasciata in vita. La poveretta, seppur agonizzante,
riferisce di essere stata aggredita da «una bestia orribile,
metà lupo e metà tigre, con grandi artigli e
lunga
coda». La drammatica testimonianza, che sembra combaciare con
quella fornita dalla pastorella di Langogne, mette finalmente in
allarme le autorità locali, che organizzano alcune
infruttuose
battute. Alla fine di agosto, la Bête
ricompare nei pressi di Cheylard-l’Êveque e Prades,
assalendo e ferendo altri due quindicenni. Nel tardo pomeriggio del 6
settembre, il misterioso animale uccide nei pressi di Arzenc una donna
di trentasei anni intenta a lavorare nel suo giardino.
Dall’esame
dei resti dei cadaveri delle vittime, le autorità e la
gendarmeria cercano di trarre alcune indicazioni circa le
caratteristiche della misteriosa fiera. Contrariamente alle abitudini
del lupo, essa non divora la vittima, ma dopo averla dissanguata
azzannandola alla gola, le rovista tra le viscere, non disdegnando di
fare scempio della testa e del viso. Tra il 16 settembre e il 27
dicembre 1764, gli attacchi si moltiplicano: più di quindici
tra
ragazzini e donne, per la maggior parte contadini e pastori, vengono
uccisi o gravemente feriti dall’animale che subito dopo i
suoi
attacchi riesce sempre a dileguarsi nel nulla, lasciando sul terreno
orme profonde, prive delle tre fossette tipiche della pesta del lupo.
Molti contadini della regione iniziano a dare credito alle
testimonianze delle vittime circa la mostruosa natura
dell’animale e, di conseguenza, il panico inizia a
diffondersi
tra la popolazione del Gévaudan, obbligando
l’intendente
della Languedoc, M. Lafont, un avvocato di Mende, a riunire i sindaci e
i responsabili della gendarmeria per organizzare una più
articolata difesa comune. Dopo avere raccomandato alla popolazione di
non allontanarsi troppo dai villaggi ed avere intensificato le battute
(alcune centinaia di gendarmi e contadini, armati di moschetti e
schioppi setacciano senza alcun successo una vasta area),
l’intendente decide di mettere al corrente della cosa Parigi,
affinché il governo centrale intervenga con
l’invio di
uomini da affiancare al capitano dei dragoni Duhamel, che dal 20
novembre, al comando di una squadra di diciassette lancieri e quaranta
soldati a piedi armati di moschetto, sta setacciando, senza risultati
apprezzabili, l’intero distretto. Ma
all’improvviso, nei
pressi del bosco di Chazot, Duhamel riesce finalmente ad individuare la
Bête,
che riesce
tuttavia a sfuggire all’accerchiamento dei suoi armati. Il 22
dicembre, l’ufficiale e i suoi cacciatori se la trovano
nuovamente di fronte, a poche decine di metri, e per nulla intimorita.
Duhamel le spara con il suo fucile, ma la manca. Anche gli altri uomini
aprono il fuoco, ma la belva è ben lesta nello schivare i
colpi
e nel guadagnare la macchia. In quest’occasione, il capitano
dei
dragoni ha però il tempo di osservarla: «La Bête du
Gévaudan
non è certamente un lupo, ma uno strano e sconosciuto
ibrido», riferirà più tardi alle
autorità.
Intanto, in Francia, l’animale
è
già diventato una leggenda. L’incredibile numero
delle
vittime, la modalità delle aggressioni e, soprattutto, le
paurose descrizioni della fiera, contribuiscono a creare un vero caso
(nel novembre 1764, a Parigi, la libreria Deschamps espone la prima
raffigurazione pittorica di fantasia della Bête
intenta a divorare una fanciulla), a tal punto che lo stesso Luigi XV
inizia ad interessarsi personalmente alla questione. Il sovrano ordina
a monsieur Denneval – un gentiluomo normanno, capo dei
«lupattieri» del Re, che vanta
l’abbattimento di ben
milleduecentosettantaquattro lupi – di recarsi nel
Gévaudan assieme ai suoi figli, a sei assistenti e ad una
torma
di feroci cani da caccia. Attraverso uno speciale editto (quello del 27
gennaio 1765), Luigi XV promette inoltre seimila livres
di premio all’abbattitore del mostro. Effettivamente, le
descrizioni che, aggressione dopo aggressione, vengono raccolte per
bocca dei superstiti risultano sconcertanti. Tutti gli scampati agli
attacchi della Bête,
ma
anche i militari e i battitori, sembrano concordare sul fatto che non
si tratti affatto di un lupo, ma di una creatura straordinaria.
L’animale sembra essere, innanzitutto, di taglia molto
più
grossa rispetto ad un canide. Alcuni arrivano a dire che le sue
dimensioni si avvicinano a quelle di un mulo, di un asino o di un
vitello. La fiera, ricoperta da un manto piuttosto lungo, rossiccio e
striato sul dorso, avrebbe una specie di gobba. La sua grossa testa,
con orecchie appuntite e pelose, le grosse fauci con denti acuminati,
darebbero l’idea di un felino. Le zampe, dotate di sei lunghi
artigli, potrebbero appartenere ad un puma, ad una tigre o ad una
leonessa. Ma la caratteristica veramente unica di questo strano
esemplare parrebbe la postura. Quasi tutti gli scampati giurano di
avere visto l’animale, poco prima dell’attacco,
drizzarsi
sui possenti arti posteriori emettendo dalle fauci una specie di
ruggito simile al nitrito di un cavallo spaventato.
Ce ne è abbastanza per fare
scuotere il capo
all’esperto monsieur Denneval e ai suoi collaboratori. Sulle
prime, i «lupattieri» del Re – nonostante
la
testimonianza dello stesso Duhamel – non credono affatto a
questi
resoconti e propendono per l’ipotesi di un grosso lupo, anche
perché quasi tutte le aggressioni si sono verificate sul
fare
della sera, l’ora in cui questo tipo di animale è
solito
cacciare. Essi attribuiscono le colorite descrizioni dei sopravvissuti
allo stato di panico e all’ignoranza. Anche se non sanno
darsi
spiegazioni circa le modalità di attacco
dell’animale e la
sua propensione ad azzannare alla gola le vittime e a decapitarle, non
prima di averle dissanguate. Anche le devastanti ferite inferte dalla
bestia appaiono, in realtà, diverse da quelle provocate da
un
lupo qualsiasi: oltre ad usare i denti, la bestia lacera profondamente
i tessuti con gli artigli, proprio come un felino.
Nell’inverno 1764-1765,
Denneval indaga a
fondo, raccoglie prove, esamina i resti delle vittime, studia le tracce
lasciate dalla Bête
ed
organizza nuove battute, tutte però senza esito. Il
1°
gennaio 1765, sui monti del Margéride, tra
l’Haute-Loire e
la Lozère, viene abbattuto un grosso lupo. Si grida alla
vittoria, ma il 12 dello stesso mese, nei pressi di Coutasseire, sette
coraggiosi ragazzini si vedono costretti ad affrontare la Bête,
sbucata all’improvviso da un fitto bosco, soltanto con
qualche
coltello ed alcuni bastoni. L’animale sbrana un paio di
fanciulli, ma alla fine, grazie all’ardimento dei fanciulli
che
non esitano a colpirlo ripetutamente, esso è costretto a
ritirarsi nella foresta.
L’episodio scuote le coscienze
della
popolazione e frusta l’orgoglio dei
«lupattieri» che
intensificano le loro battute, iniziando ad utilizzare anche trappole,
tagliole ed esche al veleno: soluzione, quest’ultima, che
viene
ben presto abbandonata a causa della morte di molti cani utilizzati
dagli stessi cacciatori per inseguire la Bête.
Poche settimane più tardi da Parigi giungono addirittura
alcune
compagnie di dragoni a cavallo a dare man forte ai cacciatori. Ma la
belva, per nulla intimorita da questo sempre più vasto
dispiegamento di forze, continua ad imperversare nella regione,
coprendo lunghe distanze, effettuando agguati nelle zone più
disparate e, pur prediligendo le aree boscose e lambite da corsi
d’acqua, avvicinandosi sempre più ai centri
abitati. Il 16
aprile 1765, la Bête
attacca per la prima volta un uomo a cavallo e il 1° maggio un
gentiluomo, monsieur de La Chaumette, se la ritrova addirittura alla
finestra della sua fattoria. De La Chaumette, con alcuni uomini, si
arma e a quanto pare riesce a ferire l’animale, senza
però
ucciderlo. Sul terreno vengono trovate abbondanti tracce di sangue. Il
gentiluomo riferisce la notizia a monsieur Denneval. Forse –
pensa quest’ultimo – l’animale
è andato a
morire nel fitto della boscaglia. Purtroppo, si tratta di una vana
speranza. Il giorno seguente, la Bête
ricompare, infatti, a pochi chilometri dall’abitazione del
nobile, facendo a pezzi una donna di cinquant’anni. Alcuni
hanno
addirittura l’impressione che questa astuta bestia sia
ritornata
sul posto con il proposito di vendicarsi. Non pochi iniziano a pensare
che l’animale sia dotato di poteri soprannaturali. I curati
della
regione vedono nella Bête
uno strumento del demonio ed organizzano processioni per allontanare il
maleficio e per chiedere aiuto al Signore.
In tutta la Francia il panico dilaga, ed
oltre i
confini del regno iniziano a montare le prime sarcastiche polemiche
circa l’inefficienza dei sistemi adottati per debellare il
misterioso flagello del Gévaudan. Nella fattispecie
è la
stampa inglese (sempre molto critica nei confronti della
società
francese) a dileggiare con maggiore sarcasmo i
«lupattieri»
e i dragoni di Luigi XV. Nel maggio 1765, dopo che la Bête
ha fatto fuori altre sette persone, un giornale di Londra annuncia
– con una buona dose di maligna esagerazione – che
«un esercito di centoventimila soldati francesi da mesi viene
tenuto in scacco da un grosso lupo». È troppo.
Luigi XV
decide di sostituire Denneval con Antoine de Beauterne, il suo
ufficiale porta-fucile, che vanta anch’egli una vasta
conoscenza
in materia di caccia. Il 20 giugno, de Beauterne (assistito dai suoi
figli, da sei tiratori scelti e da altrettanti aiutanti) inizia
anch’egli il suo safari nel Gévaudan. Il 4 luglio,
nei
pressi del villaggio di Broussolles, la Bête
divora la sua ennesima vittima. De Beauterne esamina il cadavere e nei
suoi pressi scopre le tracce di un lupo di dimensioni straordinarie.
Verso la metà di settembre, l’animale viene
avvistato
lungo il corso del fiume Allier, a ridosso del villaggio di Pommier. Il
18, il cacciatore del Re, assistito da quaranta tra i più
abili
tiratori della regione, incrocia finalmente la fiera, che viene colpita
ripetutamente alla testa e al corpo da una micidiale scarica di
proiettili. Si tratta, effettivamente, di un lupo di taglia veramente
notevole, con folto pelo e strane striature sul dorso.
L’animale,
che pesa ben centotrenta libbre contro le cinquanta di un lupo normale,
viene ripulito, impagliato e trasportato a Parigi per essere mostrato
alla corte. L’intera regione dell’Auvergne tira un
sospiro
di sollievo e de Beauterne viene portato in trionfo.
Ma la festa dura ben poco.
Lunedì 2 dicembre
1765, sui rilievi di Margeride, due giovani contadini al pascolo con le
loro mucche vengono sbranati da una belva. La notizia si diffonde
rapidamente e il Re si adira con de Beauterne. Ovviamente, il grosso
lupo impagliato ed esposto nei saloni di Versailles non è la
Bête.
Come in un incubo, gli attacchi del misterioso animale riprendono a
ritmo sostenuto, gettando nella disperazione la popolazione del
Gévaudan che ormai si credeva al sicuro.
Tra la primavera e l’inizio
estate del 1766,
l’animale uccide una dozzina tra pastori e contadini. Il 18
giugno, dopo l’ultima aggressione ad un ragazzino, un anziano
contadino della frazione di Darmes (Besseyres-Saint-Mary), tale Jean
Chastel, viene convocato, assieme a dodici cacciatori, dal marchese
d’Apcher, intenzionato a promuovere l’ennesima
battuta.
Jean Chastel, assistito dai suoi tre figli e da una muta di cani, si
reca a perlustrare un vasto bosco. Poche ore dopo, in
località
Sogne-d’Auvers, Chastel decide di fermarsi e di appostarsi
tra
gli alberi con i suoi. Il tempo di rilassarsi ed ecco che dalla macchia
sbuca fuori la Bête.
L’animale punta Chastel, ma l’anziano e coraggioso
contadino imbraccia con calma il fucile e fa fuoco da breve distanza,
colpendo la belva che rivela essere un grosso lupo di cento libbre di
peso. Le campane dei villaggi suonano a festa, e come Antoine de
Beauterne anche Chastel trascina la sua preda di paese in paese per
mostrarla alla gente. Poi, senza farla prima imbalsamare, la carica su
un carro e la fa trasportare a Parigi dove, tuttavia,
l’animale
giunge in avanzato stato di putrefazione. I buffoni di corte trovano il
modo per dileggiare il vecchio contadino («dalla
straordinaria
puzza che emana si deduce che la Bête
infernale sia proprio questa»). Tuttavia, il Re fa consegnare
al povero vecchio un premio di settantadue livres.
Verso l’inverno del 1766, nel
Gévaudan
le aggressioni di contadini da parte di belve feroci iniziano a
diradarsi progressivamente, fino a cessare completamente alla
metà dell’anno seguente. E dall’estate
del 1767 gli
avvistamenti di strani animali cessano del tutto, lasciando
però
moltissimi interrogativi e dubbi. Nell’arco di tre anni, la Bête
ha sbranato oltre cento persone (certi sostengono centosettantadue),
tre quarti dei quali bambini e adolescenti ed un quarto donne. Al
contrario, nessun uomo adulto – e cosa ancora più
strana,
nessun capo di bestiame – risulta essere stato ferito o
ammazzato. Le ipotesi circa la natura della Bête
diventano uno degli argomenti più dibattuti di Francia,
aprendo
una querelle destinata a perpetuarsi fino ai giorni nostri. Nei salotti
di corte e nelle osterie dei villaggi, i «partiti»
sostenitori delle più svariate tesi si moltiplicano molto
rapidamente. C’è chi sostiene che la Bête
altro non sia che un grosso lupo, nella fattispecie quello ucciso da
Chastel (dopo l’abbattimento dell’animale, il
vecchio
contadino dalla mira infallibile raccontò, tra
l’altro,
che il lupo da lui ucciso «si muoveva con metodo e criterio,
proprio come un animale addomesticato ed addestrato
dall’uomo»), anche perché con la sua
eliminazione
terminò il periodo di terrore, e c’è
chi sostiene
che si trattasse di un branco composto da almeno tre grossi lupi. Tesi,
quest’ultima, sostenuta anche da alcuni zoologi contemporanei.
Ma come in tutti i casi misteriosi in
cui la
leggenda tende a farsi largo tra le maglie della verità
scientifica, sulla Bête
fioriscono anche le più svariate e colorite interpretazioni.
Verso l’inizio del XX secolo, alcuni pubblicisti francesi e
inglesi ipotizzarono che dietro la Bête
si celasse un serial killer (una specie di Jack lo Squartatore); mentre
altri – ancora più fantasiosi –
sostennero che si
trattasse o di un orripilante ominide, dotato di pelliccia, denti a
sciabola e forza erculea, saltato fuori da una delle tante grotte
preistoriche presenti nella regione del Gévaudan; o forse di
un
mostruoso essere selvaggio allevato ed allattato dai lupi come Romolo e
Remo e da essi addestrato a fare fuori piccoli ed indifesi Cristiani.
Sempre nel Novecento, altri studiosi ed appassionati di vicende
misteriose si sono lanciati addirittura in interpretazioni alla X-Files,
ipotizzando giganteschi vampiri pelosi a quattro zampe, assetati di
sangue (effettivamente la Bête
era solita dilaniare il collo delle sue vittime) o mutanti esseri
alieni. Ma nella bagarre si sono buttati anche politologi e sociologi,
sostenendo che dietro la Bête
si nascondesse niente meno che una strage di Stato, ordita da Luigi XV
ai danni di una popolazione, quella dei dipartimenti francesi
Centro-Meridionali, che in passato aveva dato un certo appoggio agli
ugonotti protestanti.
Accantonando, seppure con rispettoso
beneficio di
inventario, queste ultime bizzarre supposizioni, agli scettici ed ai
raziocinanti non rimane che ascoltare la parola dei naturalisti, dei
biologi e dei più seri esperti di criptozoologia, gli unici,
in
realtà, a possedere gli strumenti tecnici e scientifici
utili a
diradare le nebbie dell’ignoranza e della superstizione. Come
ha
scritto Lino Penati, che nel 1976 ha esaminato con attenzione e la
dovuta prudenza l’enigma del Gévaudan,
«alla luce
delle più attendibili testimonianze dell’epoca
–
prima fra tutte quella del curato d’Aumont, autore di una
particolareggiata memoria – si è portati ad
escludere che
la Bête
potesse essere
un lupo. Il sinuoso corpo dell’animale, le sue considerevoli
dimensioni, il pelo rossiccio bruno, gli artigli, la coda lunga quattro
piedi, la grossa testa, le orecchie a punta e le zanne, farebbero
pensare ad un felino, magari ad una grossa lince, anche se in proposito
sussistono non pochi dubbi». Attaccata dai cani, la Bête,
infatti, non ha mai tentato di rifugiarsi su un albero, come appunto
avrebbe fatto un felino. Senza scartare a priori l’ipotesi di
una
grossa lince (animale che però non supera quasi mai i
trentacinque chili di peso), alcuni studiosi contemporanei hanno
azzardato anche la possibilità che dietro la Bête
potesse agire un ghiottone (Gulo
gulo)
o un licaone: animali che tuttavia, per le loro contenute dimensioni e
per la loro particolare distribuzione geografica (il licaone vive in
Africa), male si adattano ad alcun reale paragone con la belva del
Gévaudan.
Più plausibile risulta,
invece,
l’ipotesi (avanzata dal biologo americano C. H. D. Clarke,
grande
esperto di lupi ed affini) che la Bête
fosse un ibrido tra un grosso cane, ad esempio un molosso, ed un lupo.
Ad avvalorare questa tesi ci sarebbe, tra l’altro,
l’abbattimento, avvenuto nel 1884 in Francia, ad Argenton, di
un
gigantesco ibrido cane-lupo di quasi ottanta chilogrammi di peso.
Sempre secondo Penati non sarebbe però da escludere
un’ultima ipotesi, fino ad oggi mai prospettata. «E
se la Bête du
Gévaudan
fosse stata un esemplare isolato o una coppia di tigri del Caucaso? I
dati – sostiene Penati – sembrerebbero infatti
concordare:
le dimensioni, le fauci, il colore del lungo manto striato, sono
elementi tipici di questo grosso felino. E in fin dei conti, fino
dall’epoca preistorica, molte delle specie animali
provenienti
dall’Asia sono finite quasi tutte per approdare nel Sud della
Francia, nel “ridotto” delle Cevenne».
Ma senza bisogno di scomodare la tigre
del Caucaso
(purtroppo estinta), non sembrerebbe del tutto peregrina
un’ultima, simile seppur più banale ipotesi:
quella di una
tigre, di una leonessa o di un giaguaro fuggito da qualche circo
ambulante o lasciato libero di proposito da un bizzarro ecologista ante litteram.
In fondo, non moltissimi anni fa, nelle campagne intorno a Roma per
settimane si aggirò una pantera nera, anche se al contrario
della Bête,
questo
felino non provocò tra la popolazione alcun disagio ma, al
contrario, un’ondata di spontanea (e forse eccessiva)
solidarietà nei suoi confronti. Al punto da diventare il
simbolo
di un movimento studentesco in verità piuttosto velleitario
e
comunque molto più attratto dai miti ribelli e libertari
della
foresta che non dai più convenzionali, magari meno
emozionanti,
ma sicuramente più utili libri di testo.
Bibliografia
Abel Chevalley, La
Bête du Gévaudan, Editions
J’ai Lu, 1972
René de Chantal, La
fin d’une énigme, la Bête du
Gévaudan, La Pensée Universelle, 1983
Henri Pourrat, Histoire
fidèle de la bête en Gévaudan,
Jeanne Laffitte, 2ème édition, 1985
Félix Buffiere, La
bête du Gévaudan, une grande énigme de
l’histoire, Deuxième
édition, 1994
Abbé Poucher, Histoire
de la Bête du Gévaudan,
édition Laffitte Reprints, 1996
Historia, La
bête du Gévaudan: enquete sur des meurtres en
série, numero 650, febbraio 2001
Lino Penati, Verità
e leggende sul lupo europeo, Storia Illustrata, numero
229, dicembre 1976
Helga Hofmann, Mammiferi,
Editoriale Giorgio Mondadori, 1990
Michel Louis, La
bête du Gévaudan, l’innocence des loups,
Perrin, réédition, 2001
Francois Fabre, La
bête du Gévaudan, édition
complétée par Jean Richard, De Borée,
2000.
(anno 2006)