La
comunità «genovese» di Gibilterra
Un’attiva
e inconsueta presenza in un territorio lontano di una
comunità
che ha saputo mantenere le sue caratteristiche originali
di Alberto
Rosselli
Nel
corso dei secoli passati, come si sa, un grande numero di cittadini
liguri e genovesi ha abbandonato la propria terra per cercare fortuna
altrove, anche in terre o Paesi molto lontani. A causa
dell’oggettiva povertà e ristrettezza del
territorio di
appartenenza e in virtù della loro innata e spontanea
attitudine
al commercio, alla navigazione e all’avventura, i Liguri
hanno
spesso preso la via del mare per andare a fondare colonie e
«stabilimenti» più o meno grandi in
tutto il bacino
del Mediterraneo e lungo le coste del Mar Nero, contribuendo ad
espandere il potere della Repubblica di San Giorgio sia sotto il
profilo economico che politico-militare. Abbastanza note sono le
vicissitudini degli insediamenti genovesi che, a partire
dall’anno Mille, iniziarono a fiorire a Costantinopoli (dove
sorse il grande quartiere di Pera), a Caffa e a Tana (nella penisola di
Crimea), a Trebisonda (lungo le sponde del Mar Nero), a Smirne e a
Giaffa, ma assai meno nota è la storia del piccolo,
cronologicamente posteriore, e per certi versi anomalo, insediamento
genovese di Gibilterra, fondato nel XVI secolo e di cui ancora oggi
– incredibilmente – rimangono evidenti tracce e
testimonianze.
Andando a curiosare lungo le strette vie
della
«città vecchia» di Gibilterra,
cioè del primo
nucleo abitativo della città ancora oggi contesa tra Gran
Bretagna e Spagna, non è difficile sentire pronunciare, tra
una
frase in castigliano ed una in inglese (le due lingue più
diffuse tra la popolazione di questo estremo avamposto europeo
meridionale), una mezza parola o un modo di dire genovese1.
Di primo acchito si rimane a dir poco stupiti, ma poi, iniziando a
conversare con i vecchi del posto e con i pescatori delle vicine
frazioni di La Caletta e Catalan Bay – due grumi di casette
bianche, simili a zuccherini, non molto distanti dal centro della
città portuale – si viene man mano a conoscenza
degli
antichi e curiosi legami che, a dispetto dello scorrere del tempo e
dell’oggettiva distanza che separa la Liguria da questo sito
di
origini probabilmente fenice, legano ancora Gibilterra a Genova.
Attualmente, sono più di 900 (su una popolazione totale di
circa
32.000 abitanti) i Gibilterrini che possono vantare una seppur remota
discendenza ligure.
Tutta gente piuttosto silenziosa ma
molto attiva, i
cui avi, in gran parte uomini di mare più che di terra, si
erano
spinti fino qui per cercare fortuna, amalgamandosi ben presto nel
composito tessuto di razze e culture che fa, forse, della storica Rocca
il più piccolo ma vivace centro cosmopolita del
Mediterraneo, ma
mantenendo vivi il dialetto e le tradizioni più radicate.
Steve
Parodi, John Calcagno, Garcia Burlando, Lopez Ivaldi. Sfogliando lo
striminzito elenco telefonico di Gibilterra non si fa certo fatica a
scovare cognomi ed origini a noi familiari. Pescatori, artigiani,
operai specializzati, ma anche professionisti, amministratori pubblici
e privati, e addirittura ministri. Non c’è che
dire: i
discendenti degli antichi colonizzatori liguri mantengono alto il nome
dell’antica Repubblica, superando forse in quanto a spirito
di
iniziativa e determinazione i Liguri della Liguria d’oggi.
Rispettati e stimati dagli altri
Gibilterrini
d’origine ispanica, anglosassone, ebraica ed araba, sono i
bisnipoti di quel pugno di pescatori di Pegli che tre secoli fa si
lasciarono alle spalle una Superba ormai in crisi per dirigere le prue
dei loro pescherecci verso le Colonne d’Ercole, verso un
ignoto
che evidentemente li spaventava assai meno della grama vita che
facevano in patria. Nelle vene di Giobatta Stagnetto, ex-Ministro
dell’Industria e del Commercio di Gibilterra, scorre
«puro
sangue genovese». «I miei avi erano, infatti,
pescatori di
Pegli e raggiunsero le spiagge dello Stretto tre secoli fa, come
d’altra parte la maggior parte degli altri coloni liguri,
quasi
tutti uomini di mare, commercianti e, in misura minore, piccoli
imprenditori e armatori». In effetti, la storia, o meglio la
saga
degli Stagnetto ha molti punti in comune con l’avventura
vissuta
da altri esuli liguri della partita di Gibilterra. L’amore
per il
mare, il desiderio di migliorare la propria condizione sociale ed
economica e la cromosomica attitudine al rischio e
all’impresa
(che a fatica traspare dagli animi di molti Genovesi d’oggi)
animavano infatti quel centinaio di esuli.
Stando alle cronache di Gibilterra,
risalirebbero al
1704 le prime notizie certe e documentate sui Liguri sbarcati a
Gibilterra, sulla cui Rocca sventolava ancora il drappo di Castiglia
(la flotta inglese la strappò agli Spagnoli nove anni dopo,
nel
1713). Secondo il locale archivio storico, nel 1725, su una popolazione
complessiva di 1.113 anime risultavano esserci 414 Genovesi, 400
Spagnoli, 137 Ebrei della diaspora, 113 Britannici e 49 tra Portoghesi,
Olandesi e Arabi. Un crogiuolo di razze nel quale sembra che
l’elemento ligure sguazzasse agevolmente. Evidente e costante
fu
la fiducia che le autorità britanniche manifestarono, fino
dai
primi tempi dell’occupazione, nei confronti
dell’operosa e
neutrale minoranza genovese, tutta dedita al lavoro e assai poco
incline, come da tradizione, a compromettersi politicamente in beghe
– come quella anglo-spagnola – che tutto sommato
non la
riguardavano affatto. E questa fiducia degli Inglesi nei confronti dei
sudditi di San Giorgio divenne poi quasi proverbiale con
l’istituzione della speciale «Guardia
Genovese», un
corpo di armati ai quali il governatore britannico affidò
parte
dei compiti di controllo e di difesa del ristretto territorio
coloniale. Ma come si è accennato, agli emigranti genovesi
più che armarsi e all’occorrenza menare le mani,
interessava lavorare e guadagnare. Tanto che nel volgere di appena
mezzo secolo, la comunità ligure iniziò a
primeggiare
sulle altre, piazzando molti suoi esponenti in posti-chiave e
consentendo ad altri di scalare addirittura il Palazzo del Governo. Nel
1753, su un totale di 1.793 abitanti, ben 597 appartenevano alla
comunità ligure, confermando che, a parte gli Ebrei (che con
572
unità avevano palesato, come i Genovesi, una chiara
propensione
alla moltiplicazione dei figli e dei capitali), gli ex-pescatori di
Pegli rappresentavano lo zoccolo duro del microcosmo etnico-religioso
di Gibilterra. «A quei tempi – raccontano, forse
esagerando
un poco, i vecchi del villaggio “zeneize” di La
Caletta
– la lingua commerciale del posto non era l’inglese
o lo
spagnolo, ma la nostra». Ma con il passare del tempo e con
l’aumentare della popolazione inglese le cose iniziarono a
cambiare. Dalla fine del XVIII secolo, con l’inevitabile
intensificarsi dei matrimoni misti, i vecchi nomi e soprattutto la
parlata che per quasi un secolo aveva caratterizzato
quest’isola
di genovesità tra il Mediterraneo e l’Atlantico,
iniziarono a spersonalizzarsi e a lasciare spazio agli incroci etnici e
dialettali. Dopo il 1815, con la caduta della Repubblica,
sembrò
che le peculiarità della comunità ligure di
Gibilterra
dovessero inesorabilmente sparire, inghiottite dal processo di
assimilazione. Ma così non fu, almeno in parte. Oggi,
infatti, a
distanza di tanto tempo, gli eredi degli emigrati genovesi continuano
in qualche modo a fare sfoggio della loro discendenza, vantando
illustri natali, continuando a chiamare i loro figli con nomi e
soprannomi liguri.
Nota
1 Gibilterra fa ancora parte del territorio
britannico.
Situata sull’estrema propaggine meridionale della Penisola
Iberica, la Rocca è retta da un governatore coadiuvato da un
consiglio legislativo e da uno esecutivo. Chiamato anticamente
«Calpe», il promontorio prese poi il nome di Gebel
el Tarik
(in arabo «Monte di Tarik») in ricordo della
spedizione del
condottiero musulmano Tarik che, nel 711, ne prese possesso
sconfiggendo i Visigoti e dando inizio alla conquista moresca della
Spagna. Dominio islamico per sei secoli, riconquistata nel 1309 dal
condottiero cristiano Perez de Guzman, rioccupata dagli Arabi di
Granada, e definitivamente tornata in mani cristiane nel 1462 per opera
del condottiero spagnolo Medina Sidonia, la Rocca venne infine occupata
il 24 luglio 1704 da un corpo di spedizione anglo-olandese e assegnata
con il Trattato di Utrecht (1713) all’Inghilterra.
Potentemente
fortificata dai Britannici fino a partire dal XVIII secolo, la Rocca fu
sottoposta a lunghi ma inutili assedi (nel 1727 e nel 1779) da parte
delle armate spagnole. Trasformata, grazie anche alla sua favorevole
posizione geografica, in una strategica ed efficiente base navale, per
molti anni Gibilterra ha svolto l’importante funzione di
punto di
appoggio sia per la Royal Navy che per la Royal Air Force. Tuttavia,
dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, questo avamposto ha perso
rapidamente gran parte della sua valenza militare, mutandosi in attivo
centro aeroportuale mercantile, crocieristico e turistico, al quale, in
ogni caso, Londra non sembra, almeno per il momento, disposta a
rinunciare. Tanto è vero che il
«simbolo» della
Rocca, cioè il babbuino di Gibilterra (l’unica
scimmia
vivente allo stato brado in territorio europeo), presente in una
ventina di esemplari, viene protetto da uno speciale corpo misto di
guardie forestali e veterinarie. Un’antica leggenda narra,
infatti, che quando l’ultima scimmia di Gibilterra
andrà
sotto terra, gli Inglesi saranno costretti a fare le valigie e a
lasciare la Rocca alla Spagna.
(anno 2002)