Le
origini del più grande spettacolo del mondo
Alla
fine del Settecento, un ufficiale dell’esercito britannico
trasformò in arte un’antica forma di
intrattenimento popolare
di Filippo
Marcianò
Quando
noi parliamo di «circo», pensiamo solitamente ad
uno
spettacolo che amalgami giocolieri, equilibristi, illusionisti ed
animali addestrati. Questo tipo di intrattenimento popolare, anche se
nasce in Inghilterra alla fine del Settecento, in realtà
vanta
origini molto più antiche.
Infatti, si hanno notizie di esibizioni
di
giocolieri e danzatori fin dai tempi degli antichi Egizi. Le pratiche
circensi erano legate soprattutto ai riti magici e religiosi, mistici e
sciamanici. Le prime testimonianze sono state rinvenute nella tomba di
Beni Hassan: risalgono al 2040 avanti Cristo e raffigurano donne e
uomini intenti ad eseguire esercizi acrobatici di vario genere. La
regina Hashepsowe (VI secolo avanti Cristo) possedeva uno splendido
serraglio chiamato «Giardino di Ammon» (Giardino
del dio
Sole): qui scorrazzavano leopardi, scimmie, levrieri e giraffe. Molto
più tardi, al tempo dei Tolomei, gli Egizi familiarizzarono
con
gli elefanti africani. Oltre che al culto delle divinità, i
serragli erano destinati ai fastosi divertimenti della corte e alla
caccia.
Le pitture, le sculture e le ceramiche
dimostrano
che già nell’antico Egitto, si esibivano
antipodisti,
giocolieri e cavallerizzi di volteggio come pure acrobati che
eseguivano la famosa piramide umana. Un millennio più tardi
nei
villaggi egiziani si potevano ammirare saltatori, acrobati e giocolieri
ambulanti. Nani e illusionisti erano oggetto di divertimento per i
Faraoni che già dal 1500 avanti Cristo organizzavano
sontuose
naumachie (battaglie navali) e spettacolari corse di carri
nell’ippodromo di Eltekeh.
Si deve invece ai Cretesi la costruzione
dei primi
anfiteatri in cui si svolgevano combattimenti di gladiatori, lotte di
pugili e corse di carri e di tori.
Gli antichi Romani fecero dei
«ludi
circensi» una vera e propria scienza, tanto che
l’anfiteatro costituiva uno degli elementi fondamentali delle
loro città. Nelle arene, come il Colosseo, si tenevano
giochi
che comportavano, oltre alla lotta tra gladiatori, anche
l’esibizione di fiere esotiche, e terminavano con la lotta
tra
queste ultime e gli schiavi. Gli Imperatori Romani inoltre tenevano nei
propri giardini dei bestiari privati, tanto più ricchi
quante
più fiere contenevano, giacché queste
costituivano sia un
pregiato bottino di guerra, sia un prezioso donativo da parte dei
regnanti dei Paesi lontani.
In realtà, il circo romano
era una vasta area
all’aperto, di forma ovale, atta ad ospitare le corse dei
cavalli
e delle bighe. A Roma erano presenti ben dodici circhi! Il
più
importante era il Circo Massimo: situato nella valle tra il Palatino e
l’Aventino, dove sarebbe avvenuto il mitico episodio del
ratto
delle Sabine in occasione dei giochi indetti da Romolo in onore del dio
Consus, è ricordato come sede di giochi sin dagli inizi
della
storia della città. Vi si svolgevano le naumachie:
l’arena
del Circo Massimo veniva inondata con le acque del Tevere e venivano
simulati combattimenti navali durante i quali due opposte squadre
(composte da gladiatori o da prigionieri di guerra condannati a morte)
si affrontavano riportando alla memoria vere battaglie avvenute per
mare.
I giochi del circo romano erano feste
sfarzose, con
animali riccamente addobbati, vestiti scintillanti e musiche
assordanti. Entrava un corteo di personaggi buffi e burleschi, esseri
volteggianti, mangiatori di spade, funamboli, eccetera.
Nel Medioevo, al circo-ippodromo di
Bisanzio fu
ereditata la tradizione del circo romano e il compito di tramandarla ai
futuri svaghi del Medioevo europeo. In Occidente invece il tentativo
dei Merovingi di restaurare i giochi circensi, durante il VI secolo, si
concluse con un fallimento. Tuttavia, grazie ai Romani che avevano
edificato numerosi anfiteatri in Italia, Gallia e Spagna, i serragli
non scomparvero del tutto. Era inoltre abbastanza usuale la presenza di
animali selvaggi in cattività nei castelli; il primo a
seguire
la tradizione di tenere animali rari in cattività, fu Carlo
Magno. L’Oriente non cessò mai di rifornire di
animali
selvatici, rari o feroci, i serragli dell’Occidente.
Le fiere di paese, fenomeno economico e
sociale
tipico del Medioevo, erano il rifugio di una moltitudine di individui
che cercavano di affogare la monotonia e la miseria di ogni giorno in
piaceri volgari ma pieni di vivacità, in mezzo a mercanzia
giunta da terre lontane. Ma, mentre i mercanti e i banchieri erano
viaggiatori privilegiati, i saltimbanchi (così detti
perché si esibivano sopra i banchi delle fiere), gli
illusionisti, gli ammaestratori di animali
(«orsanti» e
«scimmiari») erano i «barboni»
di questi
periodici spostamenti: le fiere erano la loro ultima speranza, il loro
solo rifugio, il loro unico mezzo di sopravvivenza.
Il circo come lo intendiamo noi nacque
in
Inghilterra all’inizio del XVII secolo come spettacolo
itinerante
che si avvaleva di alcune attrazioni; ma fu solo nel 1770 che venne
fondato a Londra il primo circo stabile, dedicato soprattutto ad
esercizi di equitazione dai quali prese il nome, ancora in uso, di
circo equestre. Il suo creatore fu Philip Astley, un ex ufficiale dei
dragoni a cavallo che pensò di utilizzare a scopo
professionale
la sua abilità equestre ed acrobatica affinata durante la
guerra
dei Sette Anni: aveva capito che cavalcando in cerchio a gran
velocità, si riusciva a stare in piedi sulla sella grazie
alla
forza centrifuga (per questo la pista del circo
è…
circolare).
Philip Astley nacque l’8
gennaio 1742 a
Newcastle-under-Lyme, in Inghilterra, figlio di Edward Astley, un
ebanista. Il padre lo avviò alla sua professione
all’età di nove anni, ma il suo sogno era quello
di
lavorare con i cavalli. All’età di diciassette
anni,
Philip lasciò la casa dopo una delle molte controversie con
il
padre e si iscrisse nei dragoni, un reggimento di cavalleria di recente
formazione ad opera del colonnello Granville Elliott. Qui
mostrò
il suo talento equestre e la capacità di usare la spada.
Nel 1761, Astley e il suo reggimento si
imbarcarono
alla volta del continente americano per combattere a fianco del Re
Federico II di Prussia nella Guerra dei Sette Anni (1756-1763). Astley
combatté valorosamente, tra l’altro salvando il
duca di
Brunswick, che era caduto dietro le linee nemiche, e tornò
in
Inghilterra con il grado di Sergente Maggiore. Ottenne il congedo il 21
giugno 1766; in quell’occasione, Elliott, promosso generale,
gli
diede un bianco destriero, di nome Gibilterra. Si sposò ed
ebbe
un unico figlio, John Philip Astley Conway (1767-1821).
Le mostre di cavalli erano molto
popolari nella
seconda metà del XVIII secolo. L’Inghilterra era
diventata
una monarchia costituzionale nel 1688, e il potere d’acquisto
dei
nobili era stato frenato considerevolmente. I reggimenti privati
stavano scomparendo; i divertimenti di corte equestre (come i
caroselli), avevano cessato di essere accessibili; i maneggi privati
non se la cavavano molto meglio.
Dal 1768, Astley si era assicurato un
pezzo di terra
a Sud di Londra, tra il Blackfriars e il ponte di Westminster, dove
aveva aperto una scuola di equitazione all’aperto durante la
stagione estiva. Presentava le sue «prodezze
sull’equitazione» su Gibilterra, ed esponeva il
«Cavallino Militare», un piccolo cavallo che aveva
addestrato a sommare e sottrarre numeri (o, meglio, a fingere di
farlo), a simulare la morte al fuoco di una pistola, e ad eseguire la
«lettura della mente». Astley si esibiva in
un’arena
circolare: per il pubblico, era più facile guardare un
cavaliere
volteggiare in una ben definita zona, più che vederlo
precipitarsi avanti e indietro in un vasto spazio aperto
(contrariamente a quanto si dice spesso, però, Philip Astley
non
ha «inventato» la pista del circo).
L’anno seguente, nel 1769,
Astley firmò
un contratto di locazione su un terreno limitrofo ai piedi del ponte di
Westminster, all’angolo di Stangate Street e Westminster
Bridge
Road. Anche se senza tetto, la Casa
di Equitazione di Astley era una struttura permanente in
legno, e il pubblico era protetto dalle intemperie. L’arena
della Casa di
Equitazione
(chiamata sia il «cerchio» che il
«circo»)
aveva inizialmente un diametro di circa diciannove metri e mezzo. Qui,
al suono di pifferi e tamburi, Astley e alcuni dei suoi allievi
offrivano prestazioni di carattere esclusivamente equestre.
Le sue prime due stagioni a Londra
ebbero molto
successo. Eppure Astley sapeva che se avesse voluto creare un luogo
permanente per poter attirare il pubblico anche da fuori Londra,
avrebbe dovuto cambiare il formato del suo spettacolo.
In seguito alla scomparsa dei
divertimenti di corte,
Londra aveva visto lo sviluppo di un teatro puramente commerciale, non
sovvenzionato dalla nobiltà, ma dalla vendita dei biglietti.
I
teatri non potevano però sopravvivere contando solo su una
manciata di appassionati, dovevano attirare il più vasto
pubblico possibile: pertanto, dovevano soddisfare una
diversità
di gusti. Con questo in mente, Astley osservò i teatri di
successo di Londra per scoprire ciò che attirava il loro
pubblico. Tutti loro, scoprì, si basavano su esibizioni di
giocolieri e acrobati, seguiti da pantomime (spettacoli umoristici con
colpi di scena ed effetti speciali).
Pertanto, lo spettacolo offerto da
Philip Astley nella sua Scuola
di Equitazione
per la sua stagione 1770 era un misto di numeri equestri e acrobatici,
seguiti da una pantomima. La sua nuova formula godette di un successo
immediato.
Dopo aver costruito il primo maneggio
che fece
accorrere l’aristocrazia inglese (negli spettacoli, Astley
era
l’unica attrazione e il suo numero consisteva
nell’alzarsi
su un cavallo in corsa con un piede sulla sella e l’altro
sulla
testa dell’animale, brandendo una spada al vento), egli volle
rendere il suo spettacolo sempre più popolare: eresse
pertanto
un circo stabile, lo Astley’s
Royal Amphitheatre of Arts,
comprendente una pista circolare e un piccolo palcoscenico (in
realtà, un soppalco) sul quale avevano luogo le esibizioni
di
funamboli, giocolieri e le pantomime dei pagliacci inseriti insieme a
dei musicisti, un uomo forte, dei cani ammaestrati, degli acrobati in
piramide e dei pezzi comici; c’erano inoltre orchestra,
palchi e
galleria.
Gli intermezzi comici servivano (e
servono ancor
oggi) ad intrattenere il pubblico tra un numero equestre e
l’altro, allentando la tensione dello spettacolo ed offrendo
ai
cavallerizzi adeguati tempi di recupero. Protagonisti degli intermezzi
comici erano artisti di strada abituati ad esibirsi nelle fiere di
paese, personaggi certo buffi e rozzi, ma anche, il più
delle
volte, dotati di abilità tecniche notevoli: a queste figure
venne dato nel mondo anglosassone il nome di clown (termine che
in inglese significa «contadino rozzo», dal latino colonus,
«colono») e in Francia quello di grotesque.
I tratti caratteristici della comicità del clown, che
associa
virtuosismo tecnico a gesti goffi e rozzi, sono riconoscibili
già in alcune figure del teatro più antico, come
i
buffoni e gli attori nomadi della Grecia, i menestrelli del Medioevo e
i commedianti dell’arte del Rinascimento.
Questa origine paramilitare del circo
determina
alcune connotazioni dei costumi dei domatori, dell’orchestra
e
degli inservienti di pista, tutti ancora oggi in uniforme con alamari.
Partendo da Parigi nel 1772, Astley
diffuse il circo
in tutte le maggiori città europee, fondando anche sedi
stabili;
costruì anfiteatri di legno in tutto il Regno Unito: il
primo fu
eretto nel 1773 a Dublino, in Irlanda.
Già nel 1772,
l’impresario Charles
Hughes ideò uno spettacolo che era praticamente una copia
carbone di quello di Astley, e la concorrenza divenne presto feroce,
generando interesse e, di conseguenza, buoni affari. Catturò
anche l’attenzione dei magistrati del Surrey County, che
chiusero
entrambi gli spettacoli nel luglio dell’anno successivo,
perché nessuno dei due aveva la licenza corretta.
Nel 1774, Philip Astley
eseguì le sue
«gesta di equitazione» per la prima volta a Parigi,
all’Hotel de Manège Razade, rue des Tuileries
Vieilles.
L’evento è di una certa importanza, dal momento
che negli
anni a venire Parigi sarebbe diventata una seconda casa per lui e una
prima casa per il figlio.
All’età di
trentotto anni, Astley si
ritirò dagli spettacoli, rimanendo solo come Direttore
Equestre.
Nel 1781, Charles Hughes, tornato a
Londra dopo otto anni di tour
in Europa, insieme a Charles Dibdin (un prolifico compositore e
librettista) e con l’aiuto di un sindacato di sostenitori,
cominciò a costruire un nuovo anfiteatro, questa volta in
pietra, su un pezzo di terreno situato all’incrocio delle tre
strade che conducono ai tre ponti che servono Londra (Westminster,
Blackfriars e London Bridge). Il luogo, noto come Circo di San Giorgio,
aveva al centro un obelisco che era un noto punto di riferimento.
Ancora una volta, Hughes aveva trasferito la sua opera in
prossimità dell’Astley’s Royal
Amphitheatre of Arts.
Il Circo
Reale Equestre e Accademia Filarmonica, come fu
pomposamente chiamato (sarebbe stato poi conosciuto semplicemente come Hughes Royal Circus)
fu aperto il 4 novembre del 1782. Era il primo anfiteatro moderno a
portare il titolo «circus»: si trattava di una
struttura
elegante, che includeva un palcoscenico completamente attrezzato e una
pista di undici metri e quindici centimetri. Il palco e la struttura ad
anello divennero lo standard per quasi tutti gli edifici del circo fino
alla seconda metà del XIX secolo.
Astley aveva perso il suo monopolio,
dovendo anche
fare i conti con una seria concorrenza. Fortunatamente per lui,
né Dibdin né Hughes erano fiscalmente competenti,
e il
loro gruppo si rivelò incredibilmente disfunzionale. Hughes
morì alla fine del 1797: il suo circo, afflitto da problemi
di
licenze e quasi fallimenti, gradualmente cadde in uno stato di
abbandono; nel 1804, un incendio danneggiò gravemente
l’edificio. Dopo una lunga ristrutturazione, il Royal Circus si
focalizzava principalmente sulle offerte teatrali. Nel 1810, fu
trasformato in un teatro vero e proprio.
Durante questo periodo, Astley non ebbe
difficoltà a mantenere la sua supremazia nel nascente circo.
Il
5 luglio 1782, aprì la Anglais
Manège,
un recinto a cielo aperto sul Boulevard du Temple a Parigi.
Lasciò la capitale francese alla fine di agosto, dopo aver
incontrato un notevole successo grazie in gran parte a suo figlio,
John, che era diventato il vero protagonista dello spettacolo.
Tornò l’estate successiva, per esibirsi alla corte
della
Regina Maria Antonietta a Versailles (il successo portò
all’emissione di un privilegio reale che gli permise di
aprire un
anfiteatro permanente). L’Anfiteatro
des Anglais Sieurs Astley, père et fils
aprì le sue porte il 16 ottobre del 1783; poiché
la
normativa vietava di esibire prodezze e acrobazie su un palco
(consentendole solo sui cavalli), l’astuto inglese
montò
una grande piattaforma sopra alcuni cavalli per presentare ugualmente i
propri spettacoli.
Gli anni successivi gli portarono gioie
come dolori.
Il lavoro svolto in precedenza cominciava a dare i suoi frutti (oltre
ai circhi in Inghilterra e Francia, ne stava per costruire uno in
Irlanda), purtroppo funestati da guerre e rivoluzioni. Il suo circo
parigino fu rilevato nel 1791 dall’Italiano Antonio Franconi,
il
«padre» del circo francese. Scoppiata la guerra tra
il
Regno Unito e la Francia rivoluzionaria nel 1793, Philip Astley, che
aveva cinquantun anni, si riarruolò tra i dragoni. Il 16
agosto
1794 (anno in cui ricevette per la sua popolarità il
patronato
del principe di Galles e del duca di York), mentre era in servizio, a
Londra il suo anfiteatro venne raso al suolo. Era stato ristrutturato
nel 1786, e battezzato Grove
Royal Astley.
Astley ottenne rapidamente il congedo
dall’esercito e tornò a Londra per ricostruirlo.
Ciò fu fatto a tempo di record: il Nuovo Anfiteatro Astley delle
Arti era pronto per la stagione del 1795, iniziata, come
di consueto, il Lunedì di Pasqua.
Nel 1802, dopo la pace di Amiens, Astley
tornò a Parigi e riprese possesso del suo anfiteatro in rue
du
Faubourg du Temple.
L’anno seguente, il suo nuovo
anfiteatro di
Londra fu ancora una volta consumato da un incendio, che
causò
anche la morte di alcuni suoi familiari. L’anfiteatro fu
ricostruito l’anno stesso, questa volta seguendo
l’ormai
classico modello del Royal
Circus. Philip Astley fu anche incaricato di progettare i
fuochi d’artificio sul Tamigi per il compleanno di Re Giorgio
III.
Nel 1805, ottenne una licenza per
costruire un altro
circo, a Londra, all’angolo tra Newcastle e Street Wych,
sullo
Strand. Il Padiglione
Olimpico
fu inaugurato il 18 settembre 1806. Era dotato di una pista equestre
più ampia delle precedenti e di un palcoscenico teatrale
completo. Ma non ebbe fortuna; Astley, che aveva perso una notevole
quantità di denaro in quest’ultima impresa, lo
vendette
nel 1813.
Philip Astley morì per
disturbi di stomaco
nella sua casa di Parigi il 20 ottobre 1814. Aveva settantadue anni. Fu
sepolto al cimitero di Père Lachaise, a Parigi, dove la sua
tomba, purtroppo, non è più visibile. Chiese che
tutte le
sue proprietà di Parigi fossero vendute e il ricavato
andasse a
suo figlio John, che ereditò anche l’anfiteatro a
Stangate
Street. John Philip Astley Conway sopravvivrà al padre solo
sette anni.
La fine del XVIII secolo aveva dunque
visto la
nascita, nelle principali capitali europee, di molti circhi permanenti
che presentavano spettacoli equestri. Fiorirono inoltre circhi
più piccoli, itineranti, i cui artisti vivevano in
carrozzoni al
seguito della carovana. Gli spettacoli erano semplici: un giocoliere,
qualche funambolo, alcuni acrobati, i clown. Nel 1792 il circo venne
introdotto negli Stati Uniti da John Bill Ricketts (allievo di Charles
Hughes), un cavallerizzo inglese che, dopo aver debuttato a
Philadelphia, tenne spettacoli a New York e a Boston.
Questa nuova formula ha goduto di
successo
immediato: era stata creata una nuova forma di intrattenimento
–
il circo come lo conosciamo oggi.
(marzo 2012)