San
Massimiliano Kolbe – al battesimo Raimondo – nacque
l’8 gennaio del 1894 a Zdunska Wola, non lontano da Lodz, in
Polonia, da Giulio Kolbe e Maria Dabrowska. Date le ristrettezze
economiche in cui versava la famiglia, non avrebbe potuto frequentare
la scuola. Tuttavia, casualmente, il farmacista del paese si rese conto
della vivace e pronta intelligenza del ragazzo, e si offrì
di
dargli lezioni private. Raimondo poté così
frequentare la
scuola con buoni risultati; amava molto lo studio: negli anni fra il
1907 e il 1910 ipotizzò la possibilità di
raggiungere la
luna e progettò un razzo che avrebbe potuto funzionare
davvero.
Casa di San Massimiliano a Zdunska Wola (Polonia) - Simone Valtorta, 2003
Un giorno, dopo che Raimondo ne aveva combinata
«una delle sue», come qualsiasi bambino, la madre
perse la
pazienza: «Monduccio, io non so che cosa sarà di
te!» In seguito, Raimondo le raccontò:
«Mamma,
quando mi dicesti: “Che cosa sarà di
te?”, io pregai
molto la Madonna che me lo dicesse; quando poi sono andato in chiesa,
di nuovo la pregai per questo motivo; allora, la Madre di Dio mi si
è mostrata con due corone in mano, una bianca e una rossa.
Mi
guardava con amore e mi chiedeva se volevo queste corone. La bianca
significa che vivrò nella purezza e la rossa che
sarò
martire. Risposi che le volevo... allora la Vergine mi ha guardato con
dolcezza e poi è scomparsa».
Durante l’adolescenza,
Raimondo si
sentì affascinato dalla figura di San Francesco
d’Assisi e
decise, insieme al fratello Francesco, di entrare nel seminario dei
Francescani Conventuali a Leopoli, in territorio russo.
Così,
travestiti da contadini, furono accompagnati dal padre Giulio fino al
confine e poi, nascosti sotto un mucchio di fieno, raggiunsero Leopoli.
Divenuto fra’ Massimiliano, fu
inviato a Roma
per completare gli studi ecclesiastici: qui si laureò in
filosofia e in teologia; il 28 aprile 1918 venne ordinato sacerdote.
Due fatti particolari si ricordano del
suo soggiorno
romano: un giorno, mentre giocava a palla in aperta campagna,
cominciò a perdere sangue dalla bocca; fu l’inizio
della
tubercolosi, malattia che con alti e bassi
l’accompagnò
per tutta la vita.
Il 17 febbraio 1917 assistette ad una
manifestazione
di massoni: si fermarono a lungo in piazza San Pietro sventolando sotto
le finestre del Papa un vessillo nero con l’effigie di San
Michele Arcangelo sotto i piedi di Lucifero; striscioni inneggiavano a
Satana ed una scritta diceva: «Satana governerà in
Vaticano e il Papa lo servirà come guardia
svizzera». Il
giovane ne rimase impressionato: perché, si chiese, la
Massoneria era così attiva, anche attraverso diverse
pubblicazioni, mentre i Cristiani restavano nell’ombra?
«Bisogna reagire!» si ripropose.
Fu così che pochi mesi dopo,
il 16 ottobre
1917, con il consenso dei suoi superiori, insieme a sei giovani
confratelli fondò la Milizia dell’Immacolata,
un’associazione religiosa il cui fine era la conversione e la
santificazione di tutti gli uomini attraverso l’offerta
incondizionata di sé alla Vergine Maria:
«L’Immacolata è la via più
breve per arrivare
fino a Dio» spiegò.
Laureato a pieni voti, Massimiliano
ritornò a
Cracovia, in Polonia ma, a causa della sua salute malferma, fu presto
esentato dall’insegnamento e dalla predicazione; si
dedicò
allora all’organizzazione e all’animazione del
movimento
della Milizia dell’Immacolata, raccogliendo numerose adesioni
sia
fra i religiosi del suo Ordine, sia fra i professori e gli studenti
dell’Università. Diceva che «la prima
condizione
essenziale per appartenere alla Milizia dell’Immacolata e per
agire in essa suona così: “Donarsi totalmente
all’Immacolata come strumenti nelle Sue mani
immacolate”».
Verso il Natale del 1921 ebbe
l’idea di
iniziare la pubblicazione de «Il Cavaliere
dell’Immacolata», un giornale di poche pagine, come
strumento di collegamento tra gli aderenti del movimento e per
alimentare lo spirito e la diffusione della Milizia. Uomo di ampie
vedute, aveva capito che per diffondere il Vangelo ci si deve servire
di tutti i più moderni mezzi di comunicazione di massa, in
primo
luogo della stampa e della radio.
Primo numero de «Il Cavaliere dell'Immacolata» in lingua polacca, Zdunska Wola (Polonia) - Simone Valtorta, 2003
Nel 1927, grazie alla donazione di un terreno da
parte del principe Drucki-Lubecki e stimolato dal crescente numero di
appartenenti alla Milizia dell’Immacolata,
trasferì il
centro editoriale a Niepokalanow, o «Città
dell’Immacolata», presso Varsavia: in pochi anni
dalle
prime capanne si passò ad edifici in mattoni e dalla vecchia
stampatrice alle moderne tecniche di stampa e composizione; sempre
più persone si dedicarono all’utilizzo dei mezzi
di
comunicazione sociale per evangelizzare il mondo. Lo scopo era condurre
tutti gli uomini alla fonte della vera felicità:
«Ma verso
dove ti incammini nel corso della tua vita? Ogni giorno, ogni ora tu
fai, pensi, dici sempre qualcosa. A quale scopo? La verità
è che tu aspiri a qualcosa, più vicina o
più
lontana; e tu tendi lì, perché speri che quella
cosa ti
porti un briciolo di felicità. Non è forse vero
che
finora hai cercato la tua felicità in qualsiasi luogo e in
qualsiasi cosa su questa terra? Mettiti calmo e rifletti: quando potrai
veramente essere felice? Lascia che la tua fantasia costruisca
liberamente la felicità che sogni. E se ce ne fosse ancora
di
più? E se durasse più a lungo? Questo significa
che tu
desideri una felicità senza limiti infinita ed eterna. Ma
questa
felicità è soltanto Dio!»
Tre anni dopo, con altri quattro frati
partì
per il Giappone, dove fondò Mugenzai No Sono o
«Giardino
dell’Immacolata», alla periferia di Nagasaki; al
centro
della «città» fece porre una statua
della Vergine
Maria. Sebbene al momento della partenza non conoscesse nulla della
lingua, degli usi e dei costumi del popolo presso cui si recava, dopo
appena un mese poteva diffondere e spedire le prime 10.000 copie del
«Cavaliere» in lingua giapponese. Collaborando con
Ebrei,
protestanti, buddisti, Massimiliano era alla ricerca del fondo di
verità che esiste in ogni religione; si recò
anche ad
Ernakulam, sulla costa occidentale dell’India, con il
desiderio
di poter un giorno fondare anche là una
«Città
dell’Immacolata».
Nel 1936 venne richiamato in Polonia,
sollecitato
dalla crescita della comunità religiosa e
dall’espansione
dell’attività editoriale: Niepokalanow era
diventata una
vera e propria cittadina, nella quale 762 religiosi e 127 seminaristi
operavano alla pubblicazione di undici riviste, tutte di elevata
tiratura, tra cui un quotidiano di grande diffusione nella classe
popolare con 228.560 copie e il «Cavaliere» con un
milione
di copie. Scriveva che «l’odio divide, separa,
distrugge,
mentre al contrario l’amore unisce, dà pace ed
edifica.
Nulla di strano, quindi, che solo l’amore riesca a rendere
sempre
gli uomini autentici». «Solo l’Amore
crea»
diventò il motto di tutta la sua vita.
San Massimiliano Kolbe, Niepokalanow (Polonia) - Simone Valtorta, 2003
Il 1° settembre del 1939, i
nazisti invasero la
Polonia; Niepokalanow fu bombardata e saccheggiata, e gli invasori ne
ordinarono lo scioglimento; ai religiosi che lasciavano il convento,
Massimiliano raccomandava: «Non dimenticate
l’amore».
Rimasero solo una quarantina di frati, che trasformarono gli edifici in
luoghi di prima accoglienza per feriti, ammalati e profughi. In
dicembre vi trovavano ospitalità circa 3.500 rifugiati, di
cui
1.500 erano Ebrei.
Il 17 febbraio 1941, Padre Kolbe fu
arrestato dalla
Gestapo e incarcerato nel Pawiak di Varsavia. Maltrattato e percosso
perché rifiutava di abbandonare il Crocifisso che portava al
collo, costretto ad indossare un abito civile perché il saio
francescano adirava i suoi carcerieri, il 28 maggio Massimiliano fu
deportato nel campo di sterminio di Auschwitz; fu messo insieme agli
Ebrei perché sacerdote, con il numero 16.670, e costretto ai
lavori più umilianti – come il trasporto dei
cadaveri al
crematorio.
Torturato, privato del nome e del titolo
di uomo,
Padre Kolbe non perse mai il senso della propria dignità.
Quando
l’avevano arrestato, aveva esclamato: «Ringraziamo
l’Immacolata che ci ha aperto le porte di questa nuova
missione,
perché se avessimo voluto venire qui non ce
l’avrebbero
permesso!». Nel campo si sottoponeva alle più
pesanti
fatiche, cercando di aiutare tutti e di portare conforto a chi aveva
perso ogni speranza; nonostante la sua malferma salute, spesso donava
agli altri le sue già scarse razioni di cibo.
Alla fine di luglio fu trasferito al
Blocco 14, dove
i prigionieri erano addetti alla mietitura dei campi; uno di loro
riuscì a fuggire e, come rappresaglia, il comandante Fritsch
decise di condannare dieci prigionieri dello stesso blocco a morire di
fame e di sete nel sotterraneo della morte.
Alcuni di quei condannati dimostrarono
notevole
coraggio, gridarono «Viva la Polonia»; ma uno di
loro, il
giovane sergente polacco Francesco Gajowniczek, cadde in ginocchio.
«Mia moglie! I miei figli!» piangeva.
A questo punto, Padre Kolbe
capì che era
venuto il momento di cingere la corona rossa del martirio: lentamente,
con umiltà, uscì dalle file dei prigionieri, si
presentò al comandante Fritsch e, togliendosi il cappello,
disse: «Vorrei prendere il posto di
quell’uomo!».
Il comandante rimase sconcertato e
turbato di fronte
a quel gesto per lui incomprensibile: «Ma tu... chi
sei?»
«Un prete cattolico».
«Sta bene. Accetto!»
Così, Padre Kolbe scese con
gli altri nove
nel sotterraneo della morte, consolandoli, assistendoli e
benedicendoli. Li invitava a cantare, a lodare Dio. Un po’
alla
volta, tutti si rassegnarono alla loro sorte e morirono ad uno ad uno,
pregando, mentre le loro voci oranti si riducevano sempre
più.
Dopo quattordici giorni solo quattro erano ancora in vita, fra cui
Padre Kolbe.
Giacché la cosa stava andando
troppo per le
lunghe, le SS decisero di finirlo con un’iniezione di acido
fenico. Il frate francescano tese volontariamente il braccio,
mormorando: «Ave Maria»; furono le ultime sue
parole. Era
il 14 agosto 1941, vigilia dell’Assunta. Il giorno
successivo, il
suo corpo fu bruciato nel forno crematorio e le sue ceneri sparse al
vento.
Il 10 ottobre 1982, in piazza San Pietro
a Roma, il
suo concittadino e Papa, Giovanni Paolo II, lo proclamò
Santo
come martire della carità, dichiarando che «San
Massimiliano non morì, ma diede la vita...».
Il Movimento della Milizia
dell’Immacolata da
lui fondato, è oggi diffuso in tutto il mondo, e nel 1997 ha
ricevuto il più alto riconoscimento della Chiesa, come
«Associazione pubblica di fedeli universale e
internazionale».
Bibliografia
San Massimiliano Kolbe,
Edizioni dell’Immacolata
Ladislao Kluz, Kolbe e
il comandante, Edizioni dell’Immacolata
Luigi M. Faccenda, A tu
per tu con Padre Kolbe, Edizioni dell’Immacolata
Patricia Treece, Massimiliano
Kolbe – Il Santo di Auschwitz, Edizioni
dell’Immacolata
Severino Ragazzini, San
Massimiliano Kolbe, Edizioni dell’Immacolata
Una raccolta completa degli scritti di San Massimiliano Kolbe si trova
sul sito internet www.kolbemission.org.