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L’avvento delle masse al potere

Un evento notevole ma con tragiche conseguenze per lo Stato e la società

 

di  Luciano Atticciati

 

 
I primi fermenti di libertà, come quelli espressi dalle rivoluzioni inglese nel Seicento, e quella meno conosciuta olandese della fine del Cinquecento, prevedevano di fatto il rispetto dei diritti delle categorie emancipate. La massa dei contadini che costituiva oltre il 70% della popolazione, viveva in una condizione di analfabetismo e di isolamento che la rendeva in pratica estranea a tale innovazione. Una situazione diversa si ebbe in America, Paese dove le diseguaglianze sociali erano nettamente inferiori, e grazie all’opera dei protestanti, il livello di istruzione era decisamente più elevato. La successiva rivoluzione francese si espresse nella Carta dei Diritti dell’Uomo, che prevedeva il godimento dei diritti per tutti gli esseri umani, ma di fatto risultava anch’essa scarsamente efficace per la popolazione rurale. Tale situazione di arretratezza delle campagne emerse con chiarezza anche nelle vicende italiane, dove la massa contadina rimase sostanzialmente indifferente al grande moto risorgimentale, e i pochi tentativi di coinvolgimento (spedizione di Pisacane in Calabria) ebbero conseguenze tragiche. La stratificazione sociale allora esistente, faceva delle classi sociali dei mondi separati.
    I governi liberali si interessarono della situazione di questa larga parte della popolazione, eliminando le ultime vestigia della servitù della gleba, favorendo l’istruzione elementare e alcune innovazioni nel settore agricolo, ma la situazione non poteva che evolvere in maniera lenta. Tali governi, sebbene espressione delle sole classi superiori, riuscirono a conseguire alcuni importanti risultati. Avviarono lo sviluppo economico dei rispettivi Paesi, introdussero dei precisi criteri di legalità, e in confronto ai terribili eventi del Novecento, realizzarono un sistema di convivenza pacifica delle Nazioni. Contemporaneamente a queste vicende si ebbe la crescita demografica e l’inurbamento che favorì un certo avvicinamento delle classi popolari al resto della Nazione, ma a parte l’America, dove l’integrazione delle masse nello Stato fu precoce e lineare, nel resto del mondo si ebbe uno scontro sociale tragico e spaventoso. Molti studiosi, come Emil Lederer, hanno giustamente visto nelle masse mobilitate da grandi apparati di propaganda, e nella eliminazione o sottomissione delle classi colte, una delle cause delle grandi tragedie che si sono abbattute nel Novecento. Come ha scritto Hannah Arendt: «I movimenti totalitari sono organizzazioni di massa di individui atomizzati e isolati, da cui, in confronto degli altri partiti e movimenti, esigono una dedizione e “fedeltà” incondizionata e illimitata». Storici e sociologi si sono chiesti come le masse si siano lasciate facilmente addomesticare e siano diventate strumento di regimi spietati che le hanno successivamente ridotte in uno stato di quasi schiavitù. Una possibile risposta è data dalla stessa Arendt: «L’efficacia di tale tipo di propaganda [quella dei regimi totalitari] mette in luce una delle caratteristiche delle masse moderne. Esse non credono nella realtà del mondo visibile, della propria esperienza; non si fidano dei loro occhi e dei loro orecchi, ma soltanto della loro immaginazione». Un’opinione simile è stata espressa anche dal sociologo spagnolo Ortega y Gasset che vedeva nell’avvento delle masse il prevalere degli istinti e della violenza. Molti hanno ritenuto che una parte notevole della società, quella con minori capacità critiche, si affidava più ai miti e alle promesse roboanti dei capi popolo, anziché alla realtà. Ad uno sguardo complessivo potremmo dire che mentre le rivoluzioni liberali e borghesi abolivano i privilegi delle classi elevate (aristocrazia e clero) senza comunque scatenare contro di queste una persecuzione, l’avvento delle masse al potere avvenne in maniera drammatica con l’instaurazione di dittature che diedero origine ad un potere repressivo senza precedenti.
    I primi moti popolari della storia contemporanea si ebbero poco dopo l’inizio della Rivoluzione Francese, i contadini diedero l’assalto alle residenze dei nobili in una di quelle ribellioni violente e anarchiche non diverse da quelle del passato. Contemporaneamente nella grande città di Parigi si ebbe invece la predicazione di Marat rivolta ai «sains coulottes» (sanculotti), i popolani che si distinguevano dai ceti superiori perché non portavano letteralmente i mutandoni. L’incitamento alla violenza e all’odio verso i ricchi da parte del rivoluzionario francese ebbe conseguenze negative e contribuì alla nascita del regime del Terrore. Il regime di Robespierre fu il primo dei regimi totalitari moderni, e costituì il modello di successivi sistemi politici. Tale governo emanò dei provvedimenti in materia economica che pur non arrivando al comunismo, stabilivano un certo controllo dello Stato sull’economia e limitavano i diritti delle classi borghesi. Interessante notare che il governo Robespierre, come i regimi totalitari comunisti del Novecento, puntava non solo a dei cambiamenti politici ma a cambiare la stessa natura umana. Tale politica venne portata avanti attraverso il culto dell’Ente Supremo, che era stato preceduto dal cosiddetto programma di scristianizzazione. La creazione di una religione ex novo avrebbe contribuito ad eliminare le radici culturali della società e il suo senso di identità. Un’altra analogia con i sistemi comunisti moderni è data dalla legislazione repressiva talmente estesa, che di fatto non si limitava a colpire gli avversari del governo ma tendeva alla eliminazione di una parte delle classi superiori.
    Le masse popolari non fecero esperienza dei tragici eventi e nel corso dei decenni successivi continuarono a prestare fede a leader politici fanatici e violenti che crearono una situazione di pesante scontro nella società. In Francia emerse la figura di Blanqui, organizzatore di società segrete e grande cospiratore apprezzato da Karl Marx, che nei suoi proclami rivoluzionari esplicitamente invitava allo sterminio dei nemici di classe. Nel 1848 il governo democratico socialista di Parigi sotto la spinta di continue dimostrazioni di piazza prese provvedimenti demagogici che provocarono il crollo dell’economia del Paese. Alcuni mesi dopo il proletariato parigino diede l’assalto alla Camera dei Deputati (eletta con suffragio universale) in quanto le elezioni erano state vinte dai partiti moderati. Quando il governo cercò di rendere meno oneroso il sostentamento della massa dei disoccupati impiegati nei cosiddetti atelier nationaux, si arrivò ad uno scontro nelle piazze di grandi proporzioni.
    Nello stesso periodo in Inghilterra si aveva il movimento cartista che presentava richieste democratiche e decisamente più realistiche. In Italia la questione sociale presentava due aspetti, nel Nord si avevano gruppi politici e sindacali di tipo moderno, mentre nel Sud le masse contadine che vivevano ancora in una situazione di analfabetismo e di totale isolamento culturale, si davano al brigantaggio come nei secoli passati.
    La costituzione della Prima Internazionale nel 1864, rappresentò una nuova degenerazione del movimento operaio. Vennero emarginati Proudhon e Mazzini che sostenevano l’idea di cooperative e di un allargamento dei diritti democratici, ed emersero i sostenitori della violenza, come l’anarchico Bakunin, e della dittatura del proletariato, come Marx. Pochi anni dopo la sua costituzione si ebbe l’ultimo grande evento rivoluzionario del secolo, la Comune di Parigi. Il moto rivoluzionario ebbe come sempre epicentro nella capitale francese, e vide i popolani lanciarsi contro i grandi monumenti della città e distruggere col fuoco i grandi palazzi della città. La Comune secondo l’opinione di Engels non fu abbastanza violenta, la sua organizzazione fu comunque abbastanza confusa e decisamente antidemocratica.
    Negli anni successivi sembrò che i socialisti moderati, quelli che intendevano promuovere riforme a favore delle classi popolari senza eliminare le istituzioni democratiche, avessero preso saldamente la guida del movimento operaio, ma la realtà si presentava diversa. Nel 1914 Mussolini, leader del socialismo rivoluzionario, con la sua oratoria infiammata spinse le popolazioni del Centro-Nord del Paese a quei grandi moti di piazza che costituirono la cosiddetta settimana rossa. Ma il grande evento galvanizzatore dei movimenti di massa fu la Prima Guerra Mondiale. In Russia si organizzarono i soviet, dove gli operai sperimentarono le prime forme di autogestione, portando le aziende verso la totale inattività e il collasso. L’esperimento durò molto poco, non appena i bolscevichi sentirono di aver liquidato la debole classe borghese del Paese, eliminarono qualsiasi forma di potere proveniente dal basso. Negli anni successivi venne eliminata la legge sulla giornata lavorativa di otto ore e venne imposto un nuovo codice del lavoro passato alla storia come militarizzazione del lavoro. La vittoriosa agitazione operaia produsse uno dei regimi più spietati nei confronti dei lavoratori, di gran lunga peggiore di quei regimi che aveva combattuto. Tuttavia tale esperienza influì scarsamente sui movimenti operai in Occidente, nonostante che molto di ciò che avveniva in quel Paese fosse conosciuto, il mito della Rivoluzione prevaleva sulla sua tragica realtà. Per decenni i grandi dittatori del comunismo, con le loro manie di grandezza e i loro metodi di potere spietati continuarono ad affascinare le folle. Una parte importante della società dimostrava di non avere capacità critiche né senso della realtà, il bisogno di appagarsi di fantasie e miti prevaleva su qualsiasi altra considerazione. Tale situazione si aveva non solo nella più arretrata Europa Orientale, ma anche in Germania. Rosa Luxemburg così si esprimeva in uno dei suoi ultimi scritti nel 1918: «Occorrerà spazzare via questa opposizione [borghese], passo dopo passo, con pugno di ferro e spietata energia… Quando i milioni di teste che compongono la massa operaia afferreranno nel loro calloso pugno tutti i poteri dello Stato – così come il dio Thor il suo martello – per scagliarli sul capo delle classi dominanti, solo allora ci sarà democrazia e non inganno». Anche fanatici leader di opposto schieramento compresero le possibilità offerte dalla mobilitazione delle masse. Adolf Hitler scrisse nel Mein Kampf: «Potei io stesso sentire e comprendere con quanta facilità il popolano si sottometta all’incanto affascinante di una potente messinscena».
    Contemporaneamente a tali eventi si ebbe in Asia la conquista del potere da parte di dittatori che avevano organizzato grandi eserciti di contadini analfabeti. In Cina, e nell’Indocina i nuovi regimi imposero un tipo di governo ancora più brutale con la eliminazione e l’internamento della classe colta nei campi di concentramento. Qualsiasi essere umano che presentava caratteristiche diverse dalla massa, o che disponesse di un certo livello di istruzione, venne visto come un nemico del popolo. Vennero distrutte opere d’arte, bruciata l’intera produzione libraria, ed eliminata qualsiasi cosa che apparisse straniera. I grandiosi progetti del Grande Timoniere alla fine degli anni Cinquanta portarono alla più grande carestia del secolo. Una parte della società e del mondo culturale occidentale, accecata dal fideismo, vide in questi tristi eventi la nascita di un comunismo autenticamente popolare e l’affermarsi di un nuovo mondo.
    Nel corso del Novecento gli operai delle grandi industrie risultarono i più combattivi, nel dopoguerra in Italia gli agglomerati attorno la città di Milano divennero la «cintura rossa», una realtà quasi a sé stante rispetto al resto del Paese. Con forte senso di disciplina i lavoratori si assoggettavano alle direttive del partito, e arrivavano a bloccare il Paese ogni volta che il partito o il sindacato ne facesse richiesta. Il Partito Comunista promosse in quegli anni un’ondata di duri scioperi contro il Piano Marshall che per la parte più povera del Paese rappresentavano un suicidio. Nel ’68-’69 infine lanciarono la loro sfida al «potere». Fu l’ultima fiammata del movimento operaio, progressivamente gli operai attraverso il miglioramento economico e l’istruzione, incominciarono a sviluppare il senso di integrazione nello Stato e a vedere il problema economico con maggiore senso di equilibrio. Compresero che il management aziendale e la classe borghese in generale, non erano «nemici del popolo», ma uomini che svolgevano un ruolo di notevole interesse per la società e quindi anche a beneficio della loro categoria. Oggi la società europea appare più evoluta e si è messa definitivamente alle spalle lo scontro sociale cruento. Le forme peggiori di agitazione delle masse le vediamo nei Paesi Islamici, dove capipopolo e religiosi esaltati gestiscono i diseredati delle grandi periferie urbane in maniera non troppo diversa da quella fatta dai bolscevichi nel secolo scorso. Odio per tutto ciò che è straniero e sessuofobia sono le uniche conquiste di questi movimenti. La storia degli ultimi secoli mette in luce che la parte incolta della società è spesso facilmente manipolabile, e che un ruolo del mondo della cultura è essenziale nella vita politica di un Paese e nella formazione di una democrazia.
(febbraio 2013)