Missionari
italiani in Cina nella prima metà del XX secolo
Cenni
storici del periodo e vicende di un gruppo di religiosi. Uno sguardo
dall’interno
di Elena
Pierotti
La
Cina di oggi, ancora in balia di molte contraddizioni sia sul piano
politico che culturale, è tuttavia considerata il Paese
emergente che aspira alla leadership
planetaria. Riflettere su che cosa fu il suo passaggio dal Celeste
Impero ai regimi nazionalista e comunista aiuta a porre
l’accento
sulle reali dinamiche cui da subito tutto l’Occidente
Cristiano
dovette confrontarsi, a seguito delle trasformazioni politiche che la
videro protagonista nel corso del XX secolo.
Ritengo rilevante prendere atto delle
difficili
situazioni vissute in quel periodo così particolare dai
missionari di ogni colore, autentici testimoni dei cambiamenti epocali
che visse quel Paese. Ho, per tale motivo, illustrato, partendo
dall’esperienza di un padre missionario lucchese e dei suoi
compagni di viaggio in Oriente, il coinvolgente percorso di alcuni di
loro, quasi tutti di nazionalità italiana, che furono
testimoni
dall’interno di quegli avvenimenti. Le situazioni che li
videro
coinvolti riguardarono in specifico i territori dell’Hoi Fung
e
di Hong Kong, terre queste che più di altre si trovarono in
prima linea in momenti successivi della storia cinese del XX secolo,
fino all’avvento al potere dei comunisti, nel 1949. Si tratta
unicamente di una fedele testimonianza, prescindendo da ogni
osservazione politica in senso stretto, che richiederebbe una disamina
approfondita dei controversi rapporti tra i vari regimi succedutisi in
Cina ed il ruolo che le Missioni di ogni credo religioso ivi
ricoprirono.
Uno dei missionari presenti nelle carte
del PIME1
è padre Raffaele Della Nina, figlio di Annibale e Rosalia
Quartaroli, che nacque il 28 settembre 1904 a Rughi, nelle vicinanze di
Porcari, in provincia di Lucca. Accostandomi alle sue vicende ho potuto
prendere visione dell’intero contesto missionario in cui egli
operò. Della Nina infatti, dopo la scuola elementare,
entrò nel Seminario della sua città. Qui attese
alla sua
formazione spirituale e compì gli studi ecclesiastici, fino
al
1928 quando, sentendosi chiamato alla vita missionaria,
entrò
nell’Istituto del PIME a Milano. Al momento in cui il giovane
Della Nina fece domanda per essere accettato tra i membri del PIME, i
superiori dell’Istituto chiesero, come era loro abitudine,
informazioni di lui presso il Seminario di Lucca.
In data 24 settembre 1928 fu risposto:
«Il
seminarista Raffaele Della Nina è un ottimo elemento, e
umanamente parlando ci dispiace della sua partenza. La sua condotta
è irreprensibile, il carattere serio, soave, socievole, la
sua
pietà non lascia niente a desiderare… la sua
volontà è quella dei superiori e quella di
Dio…».2
Egli così, «entrato
in Istituto, si
preparò al sacerdozio e fu ordinato a Milano dal Cardinale
Idelfonso Schuster il 19 aprile 1930; nel novembre dello stesso anno
partì per la missione cinese per lavorare nella non facile
terra
di Hong Kong».3
Già qualche anno prima,
precisamente
«verso la metà del 1922, il quadro cinese si
presentava
deprimente. La Cina sembrava condannata a restare preda in perpetuo
della rapacità dei “Signori della
Guerra”, le cui
avide mire erano incoraggiate dalle macchinazioni delle potenze
straniere. La rivoluzione di Sun Yatsen nel 1911, con le sue speranze
di rigenerazione nazionale, era servita solo a far precipitare il Paese
in una situazione più miserevole».4
Gli storici non si sono risparmiati
nella
descrizione delle miserrime condizioni dell’ex Celeste Impero
in
quel periodo: «Le campagne cinesi erano percorse da orde di
soldati, vagabondi in uniforme, senza disciplina o paga, che si
arricchivano alle spalle della gente. Essi erano autorizzati a
razziare, a rubare il frumento, ad uccidere senza incorrere in alcuna
punizione. I proprietari terrieri si rifugiavano nelle città
per
sfuggire a questi disordini, lasciando sul posto amministratori
incaricati di continuare a riscuotere i loro tributi. La rivoluzione
cinese era diventata una confusione incredibile. La fuga delle
ricchezze dalla campagna ed il prevalere di un banditismo ben poco
diverso dalle estorsioni dei militari distrussero
l’equilibrio
delle campagne, portarono rapidamente alla miseria dei contadini e
lasciarono nell’incuria le grandi opere di irrigazione e di
drenaggio.
Inondazioni disastrose, una carestia
senza rimedio,
tranne i soccorsi dall’estero, la fine del commercio con
l’interno del Paese, la disorganizzazione delle
comunicazioni,
tutto contribuiva alla rovina del vecchio ordine della
società”.5
Il gruppo di religiosi
dell’Hoi Fung, cui si
unì padre Raffaele nel 1931 era guidato da padre Lorenzo
Bianchi, futuro Vescovo di Hong Kong. Un quadro storico di riferimento
si rende perciò necessario per comprendere
l’esperienza
missionaria di padre Raffaele e dei religiosi che con lui la
condivisero.
Sin dal 1922 padre Bianchi fu
responsabile della
Missione di San Giuseppe, nel remoto distretto montano dello Hoi Fung,
nel Guandong e svolse qui la sua missione religiosa. Nel medesimo
periodo un altro straniero giunse in Cina, esattamente
nell’ottobre del 1923, e collaborò ad alto livello
al
rafforzamento della rivoluzione nazionalista cinese, preparando la
strada alla vittoria di un’altra rivoluzione, quella
comunista.
Mikhail Borodin, questo il suo nome,
inviato dal
Cremlino presso il governo di Sun Yatsen a Canton; egli si
presentò al Presidente Sun con queste frasi: «Sono
venuto
per mettermi a disposizione della rivoluzione nazionale cinese. Il
vostro scopo è uguale al nostro: combattere
l’imperialismo
straniero. Quanto al comunismo in Cina, almeno per il momento non ne
vedo l’opportunità».6
Tali affermazioni rassicurarono Sun
Yatsen. La
Russia non appoggiava il piccolo nucleo di comunisti cinesi, e Sun
accettava aiuti militari e consiglieri sovietici.
Scrive in proposito Piero Gheddo:
«Borodin non
perse tempo: riorganizzò l’esercito nazionalista
che,
galvanizzato dal nuovo verbo rivoluzionario, rivelò subito
una
forza e una compattezza nuove, conseguendo vittorie folgoranti sui
Signori della Guerra e sul debole governo di Pechino. Nel gennaio 1924
si votò l’annessione del Guomindang al Partito
Comunista
Cinese, fondato a Shanghai il 1° luglio 1921 da dodici
rivoluzionari, fra i quali il ventottenne Mao Tze Tung.
Ebbe allora inizio un periodo di
tolleranza verso i
comunisti e si realizzò quanto Borodin aveva programmato:
gli
agitatori sovietici ed i membri del Partito Comunista Cinese
precedettero e accompagnarono l’esercito nazionalista,
rafforzando la presa del Partito sullo stesso e sulla popolazione,
creando cellule di propaganda e di azione, organizzando processi e
uccisioni di proprietari terrieri, di autorità mandarinali
invise alla gente, campagne contro le religioni organizzate.
Così, mentre
l’esercito nazionalista
unificava la Cina attraverso l’azione militare e diplomatica,
al
suo interno i “Soviet” la bolscevizzavano. Sun
Yatsen non
fece in tempo ad accorgersi di questo pericolo: morì infatti
il
12 marzo 1925 a Pechino, dove era andato per trattare
un’intesa
col “governo del Nord”. Se ne accorse invece molto
bene il
“Generalissimo” Chiang Kai Shek, che era stato
educato a
Mosca e poi messo da Borodin a capo dell’Accademia Militare
di
Whampoa, creata dallo stesso a Canton nel luglio 1924 e finanziata dai
Sovietici, per formare i capi militari alla disciplina leninista del
centralismo democratico. Consigliere militare dell’Accademia
era
il Generale Sovietico Vassili Blucher, commissario politico il Cinese
Chu En Lai. Solo più tardi, nel 1927, Chiang Kai Shek, che
era
rimasto fervido nazionalista, per nulla comunista, e aveva nel
frattempo preso il posto di Sun Yatsen, ebbe la forza sufficiente per
assumere il controllo totale dell’esercito e del governo e
rompere col Partito Comunista che diventò il nemico numero
uno
del suo progetto, che prevedeva una Cina unificata sotto
l’insegna del nazionalismo, indipendente anche
ideologicamente da
ogni potenza straniera, URSS compresa.
L’ideologia del governo di
Chiang Kai Shek
conteneva i famosi Tre Principi (nazionalismo, democrazia, benessere
per il popolo) di Sun Yatsen, che in nessun modo vennero in accordo col
marxismo-leninismo d’obbedienza sovietica.
Il futuro Vescovo di Hong Kong e futuro
compagno di
missioni di padre Raffaele, ossia padre Lorenzo Bianchi, visse in quel
travagliato periodo in quel distretto di Hoi Fung, non molto lontano
dalla città rivoluzionaria di Canton, l’esperienza
della
bolscevizzazione delle campagne cinesi, sperimentata dapprima proprio
nell’Hoi Fung e nel vicino Luk Fung e poi estesa,
gradualmente, a
tutta la Cina.
La vita dei missionari ivi presenti
coincise con
l’inizio del movimento comunista nelle campagne, acquistando
importanza storica, anche da un punto di vista politico. […]
Possiamo così notare che l’impronta iniziale di
rivoluzione contadina, che avrebbe poi assunto il comunismo cinese
venne, più che da Mao o da altri capi universalmente
conosciuti,
proprio da un uomo dell’Hoi Fung e del vicino distretto di
Luk
Fung, quel P’eng P’ai fondatore
dell’Unione Contadini.
Verso la fine del 1923, P’eng
P’ai si
iscrisse al Partito Comunista e portò in esso la sua
organizzazione contadina, già ben diffusa nell’Hoi
Fung e
nel vicino distretto di Luk Fung,7 e
ciò proprio
quando, iniziando la collaborazione fra i nazionalisti del governo di
Canton e i comunisti, a questi ultimi si aprì la strada
dell’agitazione sociale in città e nelle campagne,
sotto
la protezione del Fronte Unito del Guomindang. Nel 1924 P’eng
P’ai diventò segretario del
“Dipartimento
Rurale” del Guomindang e dette inizio a Canton alla scuola
per
l’addestramento di propagandisti rurali, che nel 1926
sarà
Mao stesso a dirigere.
Nazionalisti e comunisti avevano lo
stesso interesse
nelle campagne: minare il potere dei latifondisti e dei grandi
proprietari, che sostenevano i Signori della Guerra e il governo di
Pechino, rappresentante l’ordine antico e la Cina Imperiale.
Così nelle campagne del Kwan Tung, e specialmente nei
distretti
di Hoi Fung e Luk Fung, i comunisti realizzarono in quegli anni
(1924-1927) cioè fino alla rottura dell’alleanza
fra il
Guomindong e il Partito Comunista Cinese, l’unico esperimento
di
agitazione politica dei contadini e le uniche Repubbliche Sovietiche
Rurali.
La missione che accolse in quegli anni
padre
Raffaele era stata investita poco tempo prima del suo arrivo da quelle
vicende rivoluzionarie dell’Hoi Fung alle quali possiamo far
risalire la prima esperienza di padre Lorenzo Bianchi con i
bolscevichi».
«Alla fine del 1925 ci furono
manifestazioni
anticristiane nei principali centri della regione […]. Le
prime
rivolte contadine e tentativi di creare dei
“soviet” nelle
campagne furono volti anche contro le religioni e le missioni, che
crearono violente reazioni nei grandi proprietari locali e nelle forze
militari e politiche del Guomindang.
L’estate 1925 vide una
campagna anticomunista
nell’Hoi Fung con terribili vendette contro i
“rossi”
che vennero presi. Il Generale Chung Ching T’ang assunse i
pieni
poteri per purgare i villaggi nello stile imperiale antico. Egli
proclamò che era meglio ammazzare mille comunisti per
sbaglio
che lasciarne uno solo in vita.
Padre Bianchi e i suoi collaboratori si
sentirono
solo spettatori; sembrò loro di ritornare dalla Russia
bolscevica all’antica Cina, e che il tempo non fosse ancora
maturo per l’accettazione del comunismo.8
Ma la
repressione anticomunista passò presto. Nel quadro della
collaborazione tra il Guomindang e il Partito Comunista Cinese, pur
condannandone gli eccessi, il governo di Canton fu costretto a lasciar
correre.
Nel 1926 i due distretti di Hoi Fung e
Luk Fung
conobbero un intenso movimento di politicizzazione, da parte
dell’Unione Contadini e del Partito Comunista Cinese: nei
villaggi nacquero ovunque gruppi di studenti, di donne, di pescatori,
di artigiani, mercanti, contadini. Si convocarono comizi, la gente si
abituò a parlare, a far valere i propri diritti.
L’Unione
Contadini riuscì a far ridurre gli affitti delle terre del
25 ed
anche del 40% […].
Nel settembre del 1926 lo stesso Mao
condusse gli
studenti della scuola di animazione rurale di Canton per quindici
giorni fra le montagne dell’Hoi Fung per
un’esperienza di
rivolta agraria, sotto la direzione di P’eng P’ai.
Nel
marzo 1927 su 850 villaggi ben 340 avevano una sede locale per il
Partito Comunista Cinese e in ogni villaggio c’era una
cellula
del Partito. Tutto questo lavoro sfociò poi nelle rivolte
contadine del 1927 e nella prima Repubblica Sovietica […].
Le missioni si sentirono escluse dalla
partecipazione a questo “nuovo ordine”, che fece
della
lotta contro le superstizioni religiose una bandiera. La Chiesa
Cattolica, diretta da missionari italiani, venne presa di mira nelle
manifestazioni contro gli stranieri e l’imperialismo delle
grandi
potenze.
Nel corso del 1926 cappelle e residenze
missionarie furono requisite, le scuole chiuse.
Padre Bianchi scrisse al Vescovo di Hong
Kong,
monsignor Enrico Valtorta, chiedendogli di intervenire presso il
governo di Canton per ottenere la restituzione del maltolto.
Interessare il governo si era già rivelata una buona mossa
in
passato, ma monsignor Valtorta era pessimista: egli pensava che le
autorità cinesi volessero stancare i preti cattolici e
costringerli ad andarsene, come già avevano fatto con i
protestanti. Nel 1927, due rivolte dirette dall’Unione
Contadini
e dal Partito Comunista Cinese locale dell’Hoiluk Fung
scoppiarono improvvise e non programmate: dal 20 aprile al 9 maggio e
dal 17 al 25 settembre. Sebbene soffocate nel sangue, esse indicarono
che i tempi stavano maturando per la conquista del potere da parte dei
comunisti.
Anche se il 1927 fu l’anno
della rottura fra
Chiang Kai Shek e il Partito Comunista Cinese, e quindi
segnò
l’inizio della caccia al comunista, nell’Hoi Fung
fu
l’anno del trionfo dei comunisti e dell’Unione
Contadini.
Il 23 settembre il Comitato Centrale del Partito approvò un
piano per instaurare nell’Hoi Fung e nel Luk Fung un governo
comunista. Cambiò così la linea politica
generale, che
dava fiducia alla Cina rurale per la rivoluzione nazionale e la
conquista del potere. Il 18 novembre 1927 ad Hoi Fung si tenne il primo
congresso dei soviet
che
avevano occupato i distretti di Hoi Fung e di Luk Fung, creando
ufficialmente un governo sovietico della regione, posto sotto il
controllo del Comitato Speciale del Partito per il fiume
dell’Est, di cui P’eng P’ai fu il
segretario generale.
Il governo comunista
dell’Hoiluk Fung, che
durò dal 20 novembre 1927 al marzo 1928 si
caratterizzò per quello che gli storici chiamano terrore rosso.
Negli ultimi mesi del 1927 venne
occupato anche il
villaggio cristiano di San Giuseppe dove si trovavano i missionari
padre Lorenzo Bianchi, padre Robba ed il padre cinese Wong, mentre ad
Hong Kong, nel Natale del 1927, si era sparsa la voce della cattura di
tutti i religiosi della regione. Monsignor Valtorta al riguardo
interessò il governatore inglese che spedì un
cacciatorpediniere a Swabue, col Vescovo e un sacerdote cinese, padre
Chang, a bordo. Il governatore inglese aveva prima interessato del
fatto il governo rivoluzionario di Canton, il quale rispose che
considerava l’insurrezione comunista dell’Hoi Fung
come
semplice atto di brigantaggio.
Il 27 dicembre, al mattino, la nave da
guerra si
presentò all’ingresso del porto di Swabue, mentre
il
Vescovo, monsignor Valtorta, chiedeva di non bombardare la
città
[…]. Tre mesi dopo, nel marzo 1928, l’esercito
nazionalista aveva ripreso il potere nell’Hoi Fung ed allora
i
missionari italiani rientrarono in città […].
Nella regione il terrore rosso e la
repubblica dei soviet
finirono nel marzo 1928, con altrettanta rapidità di come
erano
nati. Dopo il marzo 1928, quando i tre sacerdoti che erano riparati ad
Hong Kong (padre Robba, padre Wong e padre Bianchi) ritornano alle loro
residenze, i rossi erano ormai stati cacciati sui monti. La situazione
nei centri principali si andava normalizzando, come scrisse del resto
padre Lorenzo Bianchi, ma tra le montagne era ancora viva la guerriglia
rossa e i pericoli non mancarono».9
Questa digressione
storica aiuta a comprendere la condizione generale delle missioni al
momento in cui padre Raffaele Della Nina fece il suo ingresso in Cina
nel 1931 da giovane missionario, raggiungendo padre Lorenzo ed i suoi
collaboratori.
«Per il sottoscritto fu
più che un
fratello», scrisse di lui il futuro Vescovo di Hong Kong,
padre
Lorenzo Bianchi. Monsignor Valtorta (allora vescovo di Hong Kong)
«ci chiamava – egli riferì –
“i due
inseparabili”».
Per dare un’idea delle fatiche
di un
missionario nell’Hoi Fung di quel tempo bastino queste poche
righe del diario di monsignor Bianchi, risalenti al 1929:
«Una
giornata campale: due estreme unzioni a Kong P’eng e a San
Giuseppe: andata e ritorno, sotto la pioggia, 120 chilometri in
bicicletta, con strade infami […]». Nel
1932 un
avvenimento tragico: l’assalto dei bolscevichi al villaggio
di
San Giuseppe il 12 luglio, in cui venne barbaramente torturato e ucciso
il servo di padre Bianchi. Ecco i fatti narrati dal futuro Vescovo:
«Una decina di bolscevichi cercarono di catturare alcune
donne
del paese mentre attendevano al lavoro dei campi, appena fuori le mura.
Si dette l’allarme, una trentina di giovanotti, armati alla
meglio corsero in aiuto alle donne. Ma ecco che mentre lottavano per
strapparle dalle mani dei predoni, già abbastanza distanti
dal
paese, 150 altri comunisti sbucarono alle loro spalle armati di tutto
punto…».
Il racconto di padre Bianchi
è drammatico,
con molti particolari: «Lotta furibonda, altri Cristiani
accorsero in aiuto. Finalmente tutti riuscirono a tornare a San
Giuseppe, con un morto ed un ferito; Paolo [il servo di padre Lorenzo],
cadde nelle mani dei rossi». Ed ancora: «Il piano
era stato
concertato per far entrare gli assalitori nel villaggio in pieno
giorno. Sarebbe stato un massacro di Cristiani ed il sottoscritto e
padre Della Nina sarebbero caduti nelle loro mani. Ma il piano
fallì per il coraggio disperato dei nostri giovani. Gli anni
scorsi non sarebbero state possibili queste imboscate,
perché
l’autorità era severissima nel punire il paese che
nascondeva i rossi. Così la situazione si fece davvero
critica
per un paese di contadini, che dovevano lavorare i campi per vivere. I
campi lontani dal villaggio rimasero incolti; fu una perdita di almeno
500 tam di
riso per un
villaggio già tanto povero. Molte famiglie dovettero presto
lasciare il paese, scacciate tanto dal bolscevismo, quanto dalla fame,
non avendo una difesa sufficiente per avventurarsi a coltivare i campi
vicini ai paesi che già dettero due volte rifugio ai
bolscevichi».10
«La fine del bolscevismo
nell’Hoi Fung
si dovette ad un Generale di divisione, quando ordinò di
setacciare i monti e le foreste, oltre che di dare a tutti i
“ribelli” l’indulgenza plenaria dei loro
crimini. Chi
si presentò prima del 10 luglio 1933 al Generale,
confessò i suoi misfatti, se ne dichiarò pentito
e
giurò odio al bolscevico, potette ottenere il perdono
scritto e
venne lasciato andare in pace […].
Gli anni dal 1934 allo scoppio della
Seconda Guerra
Mondiale furono i più tranquilli per la Cina del Sud,
nonostante
la guerra con i Giapponesi al Nord e al Centro. Si poteva viaggiare
anche da soli […]. Tornata la pace padre Bianchi ed i suoi
visitarono tutti i Cristiani della zona, specie quelli più
lontani da San Giuseppe, che non ricevevano la visita dei missionari da
cinque o più anni.
“Non tutti furono degli
eroi” –
scrisse padre Bianchi –. “Io non ho osato rivolgere
loro
parole di biasimo. L’autorità degli uomini ha
accordato
facilmente il perdono ai bolscevichi rei dei più gravi
delitti
[…]. Ho provato durante questa visita le consolazioni
più
care del mio ministero sacerdotale…”.
In quell’anno 1933, padre
Lorenzo ed i suoi
collaboratori ricevettero da Shanghai, da qualche organismo centrale
della Chiesa Cattolica di Cina, “un magnifico formulario, ma
per
loro quasi inutile”. Erano infatti richieste le statistiche
precise della missione dell’Hoi Fung: quante chiese, quante
cappelle, quante scuole, quanti dispensari. Padre Lorenzo si
accontentò di rimandare il formulario con le sole cifre dei
Cristiani e dei catecumeni, perché “non era
rimasto nulla
di tutto quel che c’era stato in precedenza”. Aveva
egli
due miserabili scuolette in tutto il distretto, una delle quali dovette
chiuderla perché gli mancarono le sovvenzioni. Eppure la
scuola
era importante, anzi necessaria, “lo capisco
anch’io”, – riferì il
religioso».11
Giunsero in quegli anni nuovi sacerdoti
nell’Hoi Fung. Tre Cinesi, padre Paolo Lau, padre Felix Shek
e
padre Joseph Cheung; e tre Italiani: padre Antonio Zago, padre Raffaele
Maglioni e padre Luciano Aletta, quest’ultimo a lungo attivo
in
Hong Kong.
«La nostra vita in quegli anni
–
ricordò ancora monsignor Bianchi – era di grande
affiatamento con i Cristiani, tanto generosi e amanti dei loro padri.
Padre Della Nina ed il sottoscritto eravamo sempre in giro, a piedi o
in bicicletta, per le poche strade e sentieri […]».
I metodi
«apostolici» di padre Lorenzo e
di padre Della Nina non erano fatti per attirare la stima dei non
Cristiani. I due religiosi, missionari del loro tempo, erano inseriti
in una mentalità e metodologia missionaria che oggi
giudicheremmo inadeguata. In una corrispondenza del 1933, padre Bianchi
descrisse l’accoglienza di due villaggi che ricevettero il
battesimo: padre Lorenzo e padre Della Nina, con i loro
«zelanti» catechisti, demolirono a picconate i loro
«polverosi idoli» con la «cara immagine
della
Madonna».
La distruzione di pagodine buddhiste a
picconate non sarebbe certo un metodo missionario difendibile oggi.12
Ma comprenderne il contesto storico diventa indispensabile per capire
il comportamento dei due missionari.
«In tutta la mia vita
nell’interno della
Cina (1923-1952) – scrisse all’epoca padre Lorenzo
–
ho avuto solo cinque o sei anni di pace! E se aggiungiamo tifoni,
inondazioni, colera, questi anni di pace e di tranquillità
diminuiscono ancora…». A questo aggiungiamo che la
loro
formazione prevedeva una completa catechizzazione dei territori che si
apprestavano a convertire.
Nel 1937 poi il Giappone invase la Cina;
incominciò la guerra cino-giapponese, che
continuò fino
al 1945. I Giapponesi sbarcarono anzitutto a Shanghai, molto lontano
dall’Hoi Fung, ma tutti gli Italiani furono subito
sospettati,
specie dall’anno seguente, quando si firmò
l’«Asse Roma-Berlino-Tokyo», di cui i
missionari non
sapevano assolutamente nulla.
La politica li rese sospettati di essere
spie del
governo italiano e quindi in qualche modo d’accordo con i
«diavoli stranieri», i Giapponesi conquistatori e
colonizzatori.
Padre Zago, nel suo diario
dattiloscritto racconta
in proposito un episodio gustoso: «I soldati cinesi venivano
spesso da noi per appurare se eravamo spie della nostra patria. Un
giorno capitarono da padre Bianchi due ufficiali con l’ordine
di
ispezionare la sua casa. Io ero là, padre Bianchi aveva
fatto in
tempo a mettere in salvo sul tetto della casa la macchina fotografica e
il binocolo, che gli servivano per tenere d’occhio eventuali
movimenti di briganti verso la montagna, dietro la residenza. I
soldati, girando per la casa, trovarono una macchinetta per mettere i
tappi alle bottiglie, con treppiede. Si meravigliarono e chiesero
perché lì si trovasse questo strumento di guerra.
Padre
Bianchi sorrise e prese una bottiglia e un tappo per far vedere loro
come lo strumento funzionava. Ma essi non si accertarono della
verità. Per i soldati si trattava del treppiede di una
mitragliatrice; perciò lo requisirono e lo portarono
via».
L’8 dicembre 1941 il Giappone
invase anche
Hong Kong, non dalla parte del mare come già gli Inglesi si
attendevano e si erano preparati a contrattaccare, ma dalla parte della
terra. I missionari nei distretti cinesi rimasero completamente
tagliati fuori dal centro della diocesi. I Giapponesi infatti non si
preoccuparono di conquistare l’interno della Cina
Meridionale,
che lasciarono al governo nazionalista di Chiang Kai Shek. A loro
bastava avere le grandi città, i porti, le zone industriali.
I missionari dell’Hoi Fung,
visti come
«alleati» dei Giapponesi e
«nemici» dei Cinesi,
furono messi ancor più sotto stretto controllo. Radunati
tutti
assieme al villaggio di San Giuseppe «con un picchetto di
soldati
che vegliavano su di loro perché non scappassero»
–
scrisse all’epoca padre Bianchi.
Dopo un po’ diventarono amici
e quando
volevano recarsi a casa dei missionari, affidavano a questi i loro
fucili.
I sei missionari italiani (Bianchi,
Della Nina,
Robba, Maglioni, Aletta e Zago) rimasero totalmente isolati da Hong
Kong e senza aiuti, né dall’Italia né
dal loro
Vescovo. Dalla fine del 1941 all’aprile del 1943 essi fecero
vita
comunitaria al villaggio al San Giuseppe, ma nell’aprile del
1943, dato il pericolo che i Giapponesi si apprestassero a invadere
anche l’Hoi Fung, retroterra agricolo di Hong Kong, giunse
l’ordine del governo cinese di trasportare i padri verso
l’interno della Cina.
I sei missionari italiani partirono,
accompagnati da
un Americano, quattro ufficiali e sei soldati cinesi come scorta.
Camminarono sette giorni a piedi, una media di 40-45 chilometri al
giorno. Una notte si fermarono da un missionario americano di
Maryknoll, padre Murphy, che dette loro provviste per i giorni
seguenti. Finalmente giunsero alla città di Ka-in, ai
confini
col Fu Kien, dove il Vescovo Americano, monsignor Ford, morto in
carcere nel 1950, li attendeva.
Egli si fece garante presso
l’autorità
che i missionari italiani non sarebbero scappati, così
ottenne
di ospitarli presso il locale Seminario, evitando loro la caserma che,
come notò padre Zago, «era peggio di un carcere in
Italia».
In Seminario a Ka-in i sei missionari
rimasero
dall’aprile del 1943 fino alla fine della guerra,
cioè
più di due anni, rendendosi utili per
l’insegnamento.
Padre Bianchi insegnava teologia e filosofia, a padre Zago
toccò
insegnare il greco e il latino. Per il latino pazienza, qualcosa ancora
ricordava, ma del greco – disse egli stesso –
«ricordavo a mala pena l’alfabeto».
Il rettore del Seminario fu comunque
irremovibile:
«Per voi Europei è facile imparare e insegnare il
greco». «Così» –
raccontò ancora
padre Zago – «attaccai con l’alfabeto e
andai avanti.
Mi proposi d’insegnare in latino […]».
Nell’agosto 1945 la bella
notizia: la guerra
era finita, i missionari italiani vennero liberati! Il Vescovo li
chiamò dicendo loro di ritornare alla precedente missione e
li
ringraziò per quanto avevano fatto fino a quel momento.
Partirono, e in quattro giorni di viaggio avventuroso, a piedi, in
barca, in autobus, dormendo sul pullman o dove capitava, arrivarono
nell’Hoi Fung.
«I Cristiani ebbero molto a
soffrire negli
anni scorsi – scrisse per l’occasione padre Lorenzo
–
per la carestia e l’occupazione dei Giapponesi. La mia casa a
San
Giuseppe la trovai quasi distrutta; tutto era stato usato dai
Giapponesi come legna da ardere. Per un po’ rimasi senza
domestico: per mangiare andavo in casa di Cristiani, ero ormai abituato
alla loro brodaglia di patate».13
Nel gennaio 1946 padre Bianchi
andò ad Hong
Kong. Qui la popolazione era ridotta a mezzo milione, Inglesi e
Americani internati. Dopo la guerra Hong Kong risorse rapidamente dalle
distruzioni. In pochi anni passò da mezzo milione a due
milioni
nel 1949 ed a tre nel 1952, a causa anche dei molti profughi che
giunsero dalla Cina.
Padre Lorenzo, quando tornò
nell’Hoi
Fung, vi trovò ancora una situazione stagnante, di
povertà, d’insicurezza. La Cina stava nuovamente
precipitando nel caos e nella miseria. Mentre nella colonia inglese di
Hong Kong e in quella portoghese di Macao iniziava un periodo di vera
pace e di rapido progresso economico-sociale, il grande corpo
continentale della Cina non riuscì ad esprimere un governo
stabile; anzi, con sempre maggior chiarezza si andò
accendendo
una nuova guerra civile. Questa volta non più contro i
«Signori della Guerra» o il «debole
governo dei
Generali di Pechino», ma fra nazionalisti e comunisti,
cioè le due forze che avevano fatto, assieme, la Cina
moderna e
repubblicana.
Ma andiamo per gradi. La situazione
politica, del
resto, sempre rimasta incandescente, richiede un’analisi
accurata
delle questioni che si posero sul tappeto, sin dalla lunga guerra
contro il Giappone (1937-1945), combattuta dal governo nazionalista di
Chiang Kai Shek, alleato di Inglesi e Americani. Il Generale aveva
posto la sua base nell’interno della Cina, nello Sic Huan.
I comunisti di Mao si erano attestati
più a
Nord, a Yanan, nello Shaanxi ed i due governi e regimi cinesi,
nazionalista e comunista, furono uniti in qualche modo contro
l’occupante giapponese, ma divisi su tutto il resto. I
comunisti
accettarono di partecipare ad alcune battaglie in prossimità
della loro sede centrale, sotto la guida di Generali nazionalisti, per
ricevere aiuti dagli Americani durante tutta la guerra ed anche dopo,
ma per il resto agirono liberamente, infiltrandosi con
l’agitazione e la propaganda (agitprop)
nelle zone occupate dai Giapponesi e anche dai nazionalisti, per creare
i loro gruppi, punire i collaborazionisti con l’invasore,
suscitare l’attesa della rivoluzione sociale e della riforma
agraria che cambieranno il volto della Cina.
Durante la lunga guerra cino-giapponese,
mentre il
governo e l’esercito di Chiang Kai Shek, riconosciuti sul
piano
internazionale come legittimi rappresentanti del Paese, si accollarono
il peso della guerra e dell’amministrazione delle regioni non
raggiunte dai Giapponesi, i comunisti di Mao, che erano ritenuti in
America «rivoluzionari della riforma agraria»,
ebbero campo
libero per l’infiltrazione ideologica.
Sin da «dopo la conquista
dello Shanxi da parte dei Giapponesi – scrive lo storico Melis14
– nel novembre 1937, i reparti comunisti, invece di essersi
schierati sulla linea arretrata del fronte, lungo il confine
Shanxi-Shaanxi, si erano infiltrati nelle zone sguarnite delle retrovie
degli invasori giapponesi, dando l’avvio alla formazione di
nuove
basi rivoluzionarie.
L’invasione giapponese era
divenuta da subito
l’occasione per il rilancio della rivoluzione in termini di
controllo territoriale. Negli anni seguenti le basi avevano conosciuto
una crescita esponenziale, fino a diventare una quindicina nel 1944. Il
Partito Comunista Cinese nelle stesse aveva esteso in quel periodo il
proprio controllo, anche a spese delle “basi
bianche”,
mantenute dal governo nazionalista di Chiang Kai Shek alle spalle
dell’esercito giapponese. Le truppe di Mao le attaccarono e
le
eliminarono. I reparti comunisti guadagnarono così terreno
anche
ai margini del fronte, fra le truppe nazionaliste e i Giapponesi.
Il governo di Chiang Kai Shek,
rifugiatosi a
Chongqing, era riuscito a prendere qualche contromisura. Ne nacquero
innumerevoli incidenti».15
Terminata la guerra col Giappone dunque,
si
presentò il problema di stabilire chi comandava in Cina. Il
governo nazionalista di Chiang Kai Shek affermò subito la
sua
autorità su tutto il Paese, cercando di ripristinare ovunque
le
normali forme amministrative. Ma durante il decennio
d’invasione
giapponese parte del territorio cinese era passata sotto il controllo
dell’Armata Rossa e dei guerriglieri del Partito Comunista
Cinese, che aveva guadagnato molto peso e simpatia in tutta la Cina e
reclamava il riconoscimento di un ruolo paritario accanto a quello del
Guomindang.
Già a Natale del 1945 giunse
a Chongqing il
Generale Georges Marshall, inviato del Presidente Americano Truman per
tentare una mediazione fra nazionalisti e comunisti. Il 10 gennaio 1946
giunsero in effetti alla firma di un accordo di tregua fra il
Guomindang ed il Partito Comunista Cinese, che aveva tenuto solo
qualche mese. In pratica, a partire dal 1946 si era scatenata in tutta
la Cina la guerra civile fra i due governi e regimi, che
cessò
solo il 1° ottobre 1949 con la proclamazione della Repubblica
Popolare Cinese a Pechino e l’occupazione di Taiwan da parte
del
governo nazionalista, autoproclamatasi rappresentante di tutta la Cina.16
Padre Lorenzo Bianchi con i suoi
missionari, quando
all’inizio del 1946 era ritornato nell’Hoi Fung,
dopo la
sua visita ad Hong Kong, con gli aiuti ricevuti e che avevano
cominciato a giungere dall’Italia e dalla Santa Sede, aveva
ripreso la sua normale esistenza, cioè come in tempo di
pace.
Intanto anche nell’Hoi Fung erano ricomparse le
«milizie
rosse», ma questa volta in modo ben diverso dagli anni Venti.
Non
si era trattato più di un movimento comunista
rivoluzionario,
sanguinario, antireligioso; ma di un movimento che si diceva rispettoso
delle proprietà private, delle religioni, delle
autorità
locali e delle tradizioni. Fu una tattica usata in questi anni dai
comunisti in tutta la Cina per darsi un’immagine di ordine,
di
disciplina, di moderazione, di fronte a tutto il mondo.
La Cina, invasa da giornalisti,
consiglieri tecnici
e militari, soprattutto americani, giunti per aiutare questo immenso
Paese a ritrovare l’unità di governo, la pace
interna, un
cammino ordinato di progresso, nel momento in cui i comunisti di Mao si
presentavano, negli anni 1946-1949, come riformisti che volevano una
riforma agraria, non come rivoluzionari. È noto che
l’URSS
dell’immediato dopoguerra, e fino alla fine della guerra
civile,
ebbe relazioni amichevoli col governo nazionalista di Chiang Kai Shek
e, anche se aiutava i comunisti di Mao, non mostrò mai di
contare unicamente su di essi. Gli Americani avrebbero invece voluto un
compromesso, un governo di coalizione; tentarono all’inizio
questa soluzione, aiutando ambedue le parti in causa, ma visto il
fallimento della loro mediazione, il 29 gennaio 1947, tornato in patria
il mediatore George Marshall, si disinteressarono della Cina e non
inviarono più alcun aiuto.
Nell’Hoi Fung i missionari
videro proprio
allora giungere le avanguardie dell’Armata Rossa e le
trovarono
«non più anticristiane». Anzi, si
mostrarono
gentilissimi con loro, non dettero fastidio e una volta che
requisirono, ad esempio, la chiesa di San Giuseppe per sistemarvi
duecento soldati rossi, il mattino dopo la restituirono a padre Bianchi
pulitissima. Non avevano i missionari mai visto tanta educazione in
militari e in comunisti. Ma si trattava in verità di una
tattica
per la conquista del potere; tattica comunque che permise ai missionari
di vivere in discreta tranquillità per qualche anno.
«I maggiori capi comunisti
della regione
andavano spesso da padre Lorenzo Bianchi a bere il tè e
richiedevano i loro servizi come infermieri. Con i pochi medicinali che
riuscirono ad avere a disposizione, ricevuti da Hong Kong o acquistati
al mercato, i missionari curarono non pochi comunisti feriti,
salvandone alcuni anche dalla cancrena, o ammalati e malarici. Il
comandante supremo dell’esercito rosso della regione diede a
padre Lorenzo una sua lettera di ringraziamento e di riconoscimento,
con ampie promesse che, quando avessero conquistato il potere, egli
sarebbe stato onorato: nessuna di queste promesse fu in seguito
mantenuta».17
Dal 1° ottobre 1949 la Cina
diventò
ufficialmente la Repubblica Popolare Cinese. In quel giorno Mao Tze
Tung proclamò a Pechino, dalla loggia della Tienanmen, la
nascita della Cina Popolare, mentre i nazionalisti ancora resistevano a
Canton, che cadrà il 15 ottobre, poi a Chongqing, il 29
novembre
e a Chengtu il 9 dicembre. Chiang Kai Shek, in rotta di fronte
all’Armata Rossa, fuggì a Taiwan, portandosi
dietro due
milioni di profughi, tra cui gli alti quadri del Guomindang, che
assunsero nell’isola i pieni poteri in nome di tutto il
popolo
cinese, di cui si ritenevano gli unici legittimi rappresentanti.
A Pechino la Repubblica Popolare Cinese
fu guidata dalla Costituzione
Provvisoria
varata pochi giorni prima dalla conferenza politico-consultiva del
popolo cinese, che definì la Repubblica Popolare Cinese
«uno Stato socialista di dittatura proletaria, diretto dalla
classe operaia e basato sull’alleanza
operaio-contadina».
Nella Cina popolare, anche se la libertà di culto era
formalmente garantita, le religioni entrano presto in rotta di
collisione con lo Stato totalitario e di rigida impostazione
ideologica. Nell’estate 1948 il Vescovo di Hong Kong,
monsignor
Enrico Valtorta, accompagnato da padre Riccardo Brooks (missionario
italiano del PIME), visitò i Nuovi Territori di Hong Kong e
i
distretti che dipendevano dalla diocesi nell’interno della
Cina.
Qui fu accolto con grandi manifestazioni di gioia, dopo sedici anni in
cui non aveva potuto recarvisi, a motivo delle difficili situazioni
politiche. In quel viaggio, monsignor Valtorta si rese conto che doveva
nominare un suo Vescovo coadiutore con diritto di successione, in
previsione anche di non poter più in seguito recarsi nelle
regioni cinesi, che stavano cadendo una dopo l’altra sotto il
dominio dei comunisti. Visitando i vari sacerdoti cinesi e missionari
italiani, chiese a tutti una terna di nomi fra i quali scegliere il suo
coadiutore. Venne scelto unanimemente padre Lorenzo Bianchi.
Quest’ultimo non prevedeva certo la sua nomina a Vescovo.
Egli
riteneva che un Vescovo della scintillante e cosmopolita metropoli di
Hong Kong avrebbe dovuto essere qualcuno della città,
più
brillante di lui, più inserito nel mondo inglese, con titoli
maggiori dei suoi. Fu lui il successore designato da monsignor Enrico
Valtorta. Prima però di divenire Vescovo subì,
con i suoi
compagni missionari, la prigionia.
In quegli anni padre Raffaele Della Nina
si era
recato in Italia per curarsi, ma il suo pensiero rimase sempre rivolto
alla Cina. Egli dichiarò infatti apertamente: «I
comunisti
e la loro ondata rossa che stanno invadendo il territorio cinese non mi
fanno paura e sono disposto a tutto pur di fare il missionario di
Cristo. Cercherò di non lasciarmi acciuffare e
lavorerò
per neutralizzare l’azione sovversiva dei nemici, con la
speranza
di far conoscere loro l’amore di Cristo» e
ripartì
per Hong Kong dove incontrò tante difficoltà e
contraddizioni.18
Le
difficili dinamiche della prigionia del gruppo missionario di
riferimento. La Cina di ieri e la Cina di oggi
Una volta giunto nuovamente in Cina, nel 1951, padre Raffaele venne
imprigionato, assieme allo stesso valoroso gruppo di missionari, ancora
capeggiato da padre Lorenzo Bianchi. Del gruppo di prigionia fecero
parte, oltre lui, monsignor Bianchi, padre Aletta, padre Pagani ed il
sacerdote cinese Giovanni Wong. Dopo l’arresto subirono
lunghi
interrogatori, furono costretti ad alloggiare, sotto stretta vigilanza,
in un hotel. Le spese del vitto ed alloggio erano a carico dei
missionari. Non era permesso ai prigionieri di celebrare Messa, di
comunicare con l’esterno sia per scritto che per telefono,
erano
invitati a staccarsi da Roma ed aderire al clero nazionale cinese.
Dagli scritti del padre Della Nina risulta che nessuno si arrese e
tutti rimasero fedeli al Vangelo.
Gli incidenti avvennero quando i Giapponesi invasero Hong Kong.
La rivista del PIME «Le
Missioni
Cattoliche» riferì che in quell’epoca
furono
imprigionati molti missionari di quell’Istituto. La conferma
ai
contenuti di un articolo della rivista missionaria la troviamo nei
diari che padre Della Nina scrisse, ricordando che tra gli arrestati
c’erano appunto anche monsignor Bianchi, padre Robba, padre
Maglioni, padre Aletta, padre Zago, padre Wong, oltre ad altri
catechisti e Cristiani Cinesi. Alcuni di questi testimoni della fede
furono messi in carcere, altri invece furono obbligati a vivere in un
accerchiato albergo isolati da tutti.19
La prigionia dei missionari
durò fino al 1952.20
La descrizione tratta dal diario di
prigionia dei
padri Della Nina, Aletta e Pagani del PIME di Hong Kong del 10 giugno
1952 fu pubblicata nella rivista missionaria del PIME
«Cronache
di vita missionaria».
Essa bene illustrò la
complessità del
momento storico. I suoi contenuti, da soli, sono testimonianza di una
vicenda sia storica che umana davvero rilevante: «Trascorsi
appena otto giorni dalla consacrazione episcopale, monsignor Bianchi,
con i padri Aletta, Pagani ed il sacerdote cinese padre Giovanni Wong
si imbarcò a Stanley su di una giunca cinese a vela, la sera
del
giorno 17 ottobre 1949, diretta a Swabue, nell’Hoi Fung. Il
viaggio, durato ben otto giorni, fu veramente avventuroso. In
condizioni ordinarie e con vento favorevole, sarebbero potuti giungere
in un sol giorno. La sera del 24 giunsero sani e salvi nella piccola
baia di Ma Kiong, a tre ore di distanza da Swabue. Giulivi per gli
scampati pericoli, prima di toccar terra, seppero che tutta la zona era
ormai nelle mani dei rossi. Furono momenti di terribile trepidazione,
data l’incertezza dell’accoglienza che avrebbero
ricevuto.
Grazie a Dio, tutto andò bene. Si sentirono incoraggiati e,
da
Ma Kiong, su due barchette a remi si diressero a Swabue, ove giunsero
prima della mezzanotte.
I padri cinesi rimasti sul luogo e i
Cristiani che
già avevano saputo della loro partenza da Hong Kong, erano
in
grande apprensione per il misterioso ritardo e già temevano
che
fossero “andati ai pesci” o che fossero stati
trattenuti
dai rossi. A Swabue poterono sbarcare e recarsi alla loro residenza
senza alcun inconveniente. Il giorno dopo si presentarono alla nuova
autorità, ed il capo locale, ben conosciuto e beneficato in
altri tempi – per lui tristi – da monsignor
Bianchi, li
assicurò che, in forza del principio comunista della
libertà di religione, avrebbero potuto continuare
indisturbati
il loro apostolato come prima della liberazione. Ripresero
perciò la loro vita ordinaria, ma nel contempo iniziarono
subito
ad intensificare il lavoro di organizzazione in ogni villaggio fra i
Cristiani, in previsione di future lotte, che in realtà si
aspettavano dietro l’angolo.
Lavorarono indisturbati nel loro lavoro
apostolico
fino alla festa dell’Immacolata del 1950. Durante
quell’anno l’unico fatto degno di nota fu il
ritorno di
padre Della Nina che, dopo diciotto anni di lavoro nell’Hoi
Fung,
per ragioni di salute – nel 1948 – era stato
rimpatriato.
Tornato in Hong Kong nel dicembre del 1949, aveva trovato la situazione
completamente cambiata. Nessun Europeo poteva entrare in Cina; a
nessuno straniero era permesso varcare la “cortina di
ferro”. Ciononostante, e contro ogni speranza sia del
Vescovo,
monsignor Valtorta, sia dei confratelli di Hong Kong, padre Della Nina
tentò di raggiungere il suo antico distretto, ed il 23
gennaio
1950 potette sbarcare a Swabue, senza inconvenienti.
Immensa la gioia di monsignor Bianchi e
dell’intero gruppo nel vederlo. Ma con la festa
dell’Immacolata cominciarono le dolenti note. Si trovarono
tutti
nel villaggio cristiano di San Giuseppe, ove venne celebrata la grande
festa con Pontificale ed uno straordinario concorso di Cristiani,
convenuti dai villaggi dei vari distretti. I religiosi erano, in quel
momento, veramente soddisfatti. Ma purtroppo già in
quell’occasione dovettero accorgersi che
l’autorità
comunista cominciava ormai a manifestare apertamente sentimenti ostili
verso di loro.
Fu il padre Aletta a subire il primo
sentore del
nuovo atteggiamento delle autorità. All’indomani
della
festa, egli si recò a visitare la cristianità di
Sao-Kang, ove già era atteso per una gara catechistica.
Giunto
sul luogo si presentò a lui il capo comunista locale con
l’intimazione di non muoversi senza previo ordine.
L’indomani fu costretto in questura da un poliziotto e di
là accompagnato all’ufficio centrale di polizia.
Tutto
questo motivato dal pretesto che padre Aletta era uscito abusivamente
dalla propria residenza, senza i dovuti permessi.
Quantunque manifestamente innocente,
egli fu
obbligato a firmare una carta ove si riconosceva colpevole. Liberato,
ritornò alla sua residenza; ma appena giuntovi, un altro
poliziotto lo condusse alla questura locale in attesa, per molte ore,
di ulteriori spiegazioni. Subì alla sera un terzo minuzioso
interrogatorio, e fu costretto a firmare una ulteriore carta che ne
sanciva la reclusione nella propria residenza.
Il 6 febbraio 1951 fu la volta del padre
Pagani. Si
era recato, con i dovuti permessi, al villaggio di San Giuseppe ove
risiedeva monsignor Bianchi; tornando, fu fermato a metà
strada
dai poliziotti con la scusa che il di lui permesso non era in regola.
Dopo un breve interrogatorio della polizia sul luogo di cattura, fu
condotto alla polizia centrale, distante venticinque chilometri,
costretto a viaggiare a piedi, così che giunse con i piedi
gonfi
e sanguinanti. Fu tenuto in prigione due giorni, ammanettato,
finché, dopo un interrogatorio di cinque ore, costretto a
riconoscere per iscritto il proprio torto, fu accompagnato da un
poliziotto alla propria residenza. Per istrada, previa disposizione
della polizia, fu assalito da guardie locali, percosso gravemente ed
insultato. Giunto poi in residenza malconcio, lui pure ricevette
l’intimazione di non uscire dai limiti del villaggio. Nel
frattempo anche il Vescovo e padre Della Nina, nonché i
padri
cinesi, ricevettero il medesimo ordine di non muoversi dal proprio
posto.
Senza altri inconvenienti, giunsero al
giovedì santo, 23 marzo 1951. In questo giorno, Vescovo e
padri
ricevettero ordine di presentarsi l’indomani alla polizia
centrale dell’Hoi Fung per una semplice registrazione. La
mattina
del 23 ognuno, ignaro che il medesimo ordine fosse stato comunicato
agli altri, partì per Hoi Fung, e così nel
pomeriggio si
ritrovarono nelle aule della polizia. Furono mandati allora in una
misera stamberga cinese con l’ordine di non muoversi, e
rimasero
ivi due giorni, all’oscuro di ogni cosa, in attesa di
disposizioni. Fortunatamente, avendo ognuno di loro portato un
po’ di vino da Messa e ostie, in previsione di possibili
sorprese, il giorno di Pasqua, nottetempo, poterono avere la
consolazione di celebrare la Santa Messa, naturalmente senza paramenti
ed usando una tazzetta da tè, per calice. La sera dello
stesso
giorno un poliziotto li avvisò di preparare il denaro per il
viaggio fino a Wai-Chou, località distante da Hoi Fung 180
chilometri e poi fino a Hong Kong. Ricevuto quest’ordine si
convinsero che sarebbero stati espulsi dal territorio cinese. La
mattina del 26 un poliziotto li accompagnò alla stazione
degli
autoservizi e fece loro prendere posto su una vettura, piena zeppa di
giovani comunisti che durante tutto il percorso intonarono canti
patriottici. Il viaggio fu orribile, sia per la pessima strada,
rovinata dalle piogge, sia per i posti ove sedevano. Il poliziotto di
guardia aveva loro ordinato di non muoversi senza previo permesso,
altrimenti minacciava di aprire il fuoco. Sul far della sera arrivarono
a Wai-Chow e furono condotti alla polizia. Qui, dopo aver dato a
ciascuno quattro fogli da riempire, i poliziotti permisero loro di
raggiungere la chiesa di quel loro distretto, dove arrivarono come
ospiti inattesi, accolti festosamente da due padri cinesi, padre Mae e
padre Chou e da padre Cantore. Dopo cena, con l’aiuto dei
padri
cinesi, lavorarono fin verso mezzanotte per riempire i moduli che
dovevano essere presentati l’indomani mattina. Il giorno 27,
cambiamento inaspettato di scena: mentre cenavano, un poliziotto
ordinò loro di seguirli e li condusse tutti e quattro in una
piccola stanza con due letti, nelle vicinanze della polizia. Questo
luogo fu la loro abitazione per quattro giorni, durante i quali ognuno
di loro subì un lungo e dettagliato interrogatorio.
Richieste
specifiche furono fatte ai padri su come pensavano il loro futuro,
essendosi ormai convinti, dopo quanto appreso nell’Hoi Fung,
di
essere sulla strada dell’espulsione.
Monsignor Bianchi, a nome di tutti,
chiese le
modalità per ottenere l’immediato rimpatrio.
Permisero
loro di ritornare alla chiesa, coll’obbligo di non muoversi e
fatta assicurazione che non avrebbero posto in essere contro di essa le
pratiche necessarie. Passarono settimane e mesi nel silenzio assoluto,
senza alcuna risoluzione, e finalmente, a seguito di ripetute loro
istanze, fu comunicato che dovevano ritornare a Hoi Fung, ove
l’autorità competente avrebbe provveduto al loro
rimpatrio».21
Il giorno 26 agosto fecero ritorno ad
Hoi Fung,
sperando di essere giunti alla fase definitiva della loro odissea, che
durò invece altri nove mesi, i quali furono nove mesi di
reclusione.
Sulle vicende successive ai nove mesi di
reclusione
di padre Della Nina, che conosco personalmente, posso documentare che
egli venne espulso immediatamente dalla Cina dopo questa difficile
esperienza e, ritornato in Italia per riacquistare un po’ di
salute, accettò l’incarico di padre spirituale
degli
aspiranti missionari per l’Istituto del PIME, situato a
Treviso.
Mantenne quella mansione per dieci anni ma, una volta peggiorate le sue
condizioni di salute, fu mandato a Genova dove il clima gli era
più propizio e qui destinato alla casa apostolica di
Sant’Ilario Ligure.
Ivi rimase fino alla morte, esplicando
il suo
mandato. Sull’editoriale lucchese «Esare»
e sul
quotidiano fiorentino «La Nazione» apparve il 25
maggio
1965 un breve ed edificante suo testamento spirituale, che trascrivo
per intero: «Sono nato e vissuto povero. Non ho beni di
famiglia
di cui disporre. Ho depositato presso il padre Rettore di questa Casa
(Genova) una piccola somma di denaro che vorrei fosse usato per
celebrazioni di Sante Messe a mio suffragio e per riparare ad
intenzione di Messe che avessi tralasciato. Se qualche parente
chiedesse un ricordo delle mie cose personali, vedete se è
possibile soddisfarli. Chiedo perdono dei cattivi esempi che ho
dato» (Fr. P. Raffaele Della Nina). Inutile dire che la bella
figura sacerdotale e missionaria di padre Della Nina è
rimasta
impressa nella mente di molti sacerdoti e laici lucchesi.22
Le vicende di padre Bianchi, ormai
Vescovo di Hong
Kong, e ciò sino al 1969, quando venne incaricato un
religioso
locale di sostituirlo, sono piuttosto note. Non altrettanto quelle dei
restanti padri, che almeno personalmente non conosco. Ma ad unirli
certamente l’immensa passione per i contatti umani e la
pietà religiosa che li pervase.
L’Asia di oggi è
stata indicata dal Santo Padre nell’enciclica Redemptoris Missio
come il continente verso cui dovrebbero orientarsi principalmente le
missioni. Infatti in Asia vive il 60% dell’umanità
e
l’85% di tutti i non Cristiani, mentre i Cattolici sono
appena
105 milioni, di cui la metà è concentrata nelle
Filippine
e sedici milioni in India. Le sfide delle missioni sono grandi e di
varia natura: politiche, ideologiche, culturali e naturalmente
religiose, non ultimo economiche e sociali. In ogni caso si tratta di
questioni e rapporti irrisolti e rilevanti.
In Cina, a partire dal 1957, il governo
costituì l’«Associazione Patriottica
Cattolica
Cinese», creata con l’appoggio
dell’Ufficio degli
Affari Religiosi della Repubblica Popolare Cinese, con lo scopo di
controllare le attività dei Cattolici in Cina. Questa viene
indicata come «Chiesa ufficiale» in
contrapposizione alla
«Chiesa sotterranea» costituita dal clero e dai
fedeli.
L’«Associazione Patriottica Cattolica
Cinese» non ha
rapporti ufficiali con la Chiesa Cattolica. La Cina e il Vaticano non
hanno relazioni diplomatiche dal 1951, da quando la Santa Sede ha
riconosciuto Taiwan. In Cina le istituzioni governative eleggono dunque
propri Vescovi. A partire da Papa Pio XII, che con
l’enciclica Ad
Apostolorum Principis
condannò tale pratica, tutto è rimasto
com’era ed a
tutt’oggi la situazione non è affatto cambiata.
Periodicamente viene richiesto, da parte cattolica, il rispetto della
libertà religiosa, unito ad una autentica regolamentazione
giuridica dei reciproci rapporti. Ma, come avviene in ogni settore
della vita politica cinese, una deregolamentazione generalizzata sta
alla base della sua stessa immensa crescita, soprattutto produttiva.
È evidente che gli inascoltati richiami della Chiesa
avrebbero
dovuto essere accompagnati da una più incisiva spinta di
tutto
l’Occidente industrializzato ad un progressivo inserimento
del
continente cinese in un’ottica di reciprocità,
quasi
sempre assente. La disamina del fallimento di tale prospettiva riguarda
dunque laici e religiosi, credenti e non credenti. E si tratta di un
difficile capitolo del nostro odierno percorso politico.
Note
1 PIME – Si tratta
dell’Istituto Missionario per le Missioni Estere.
2 «Il Vincolo del PIME»,
Roma, numero 550.
3 Remo Baronti, Lucca Missionaria,
Lucca, 1999, pubblicazione realizzata in Curia a Lucca in occasione
dell’anno giubilare del 2000, pagina 213.
4 H. Mc Aleavy, Storia della Cina moderna,
Milano, Rizzoli, 1969, pagine 268-269.
5 F. Schurmann e O. Shell, Cina tremila anni,
Roma, edizioni Casini, pagine 302-303.
6 Borodin, eccezionale personalità di
organizzatore e di rivoluzionario, vedere Piero Gheddo, Lorenzo Bianchi di Hong Kong,
Novara, De Agostini Editore, 1988, pagina 64.
7 Dei due distretti di Hoi Fung e di Luk Fung
viene
denominata la prima «Repubblica Sovietica» in Cina:
Hoiluk
Fung (in lingua cantonese) e Ha-Lu-Feng (in lingua mandarina).
8 Frasi di padre Lorenzo Bianchi in
«Le Missioni Cattoliche», 1° dicembre 1925.
9 Piero Gheddo, citato, pagine 71-87.
10 Lorenzo Bianchi, Un nuovo tentativo contro il
villaggio di San Giuseppe, in «Le Missioni
Cattoliche», 23 ottobre 1932.
11 Piero Gheddo, citato, pagine 88-93.
12 Ibidem, pagina 95.
13 Ivi, pagine 99-103.
14 G. Melis, F. De Marchi, La Cina contemporanea,
edizioni Paoline, 1979, pagina 1069.
15 Ibidem.
16 Descrizione delle tattiche che vennero usate
dai
comunisti cinesi per la conquista del potere ed il controllo delle
popolazioni si trova nel volume Nella
terra di Mao Tse Tung
(L’Arnia editore, Roma, 1951) scritto dal missionario del
PIME
padre Carlo Suigo, testimone oculare nella regione centrale
dell’Honan. Si veda anche la biografia di padre Suigo, Nel cuore della Cina
(Bologna, EMI editore, 1985) di Livio Mondini.
17 Piero Gheddo, citato, pagina 110.
18 Missionari
del PIME, padre Della Nina, Milano, febbraio 1996, in Lucca Missionaria,
di Remo Baronti, citato, pagina 213.
19 «Le Missioni
Cattoliche», Milano, PIME, pagine 231-232,
settembre 1952.
20 Remo Baronti, citato, pagina 214.
21 Remo Baronti, citato, pagina 214.
22 Da «Le Missioni
Cattoliche», quindicinale del
Pontificio Istituto Missioni Estere, anno 81, numero 17, 1°
settembre 1952, pagine 231-235.
(novembre 2012)