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Il mito della società perfetta

Le grandi tragedie del Novecento alla luce delle ideologie

 

di  Luciano Atticciati

 

 
Nel nostro mondo abbiamo due modi di affrontare la questione politica, quella liberale (che comprende anche quella conservatrice e quella socialista democratica), pragmatica, che parte dallo studio della situazione sociale reale e fornisce una serie di scelte realizzabili per la soluzione di alcuni problemi della società, e il modo di affrontare ideologizzato o ancor meglio dogmatico, che parte da alcuni principi ritenuti a priori superiori e infallibili a cui la realtà si deve adattare.
    I riformatori liberali nel corso del tempo hanno realizzato una serie di cambiamenti di eccezionale portata che hanno portato al superamento di problemi secolari, quali l’analfabetismo, l’indigenza, l’estraneità delle masse verso lo Stato, senza il ricorso ai mezzi violenti. Diversamente i teorici dogmatici hanno ritenuto di plasmare l’essere umano a loro immagine e somiglianza, di realizzare una società perfetta dove tutti i problemi dell’essere umano fossero definitivamente eliminati. Questo modo di ragionare è stato tipico nel Novecento di due ideologie, il nazismo e il comunismo. Entrambe hanno ritenuto che per realizzare il loro progetto rivoluzionario si dovessero eliminare intere categorie umane ritenute «corrotte», quali Ebrei e Kulaki. Il costo umano di tale realizzazione, era considerato trascurabile rispetto alla grandiosità dei loro obiettivi, e gli esseri umani avrebbero dovuto soltanto rinunciare alla loro personalità e alle loro capacità critiche per affidarsi a dei profeti illuminati che li avrebbero condotti nella Terra Promessa.
    Caratteristica fondamentale di questi utopisti è quella di ritenere di dover fare tabula rasa della società in cui si vive, ritenuta totalmente marcia e impura, e di volere costruire un’altra su basi totalmente diverse. Le basi su cui viene costruita, sono considerate come rispondenti al bene comune a prescindere dalla reale volontà dei cittadini. In pratica gli utopisti non prevedono che gli individui intendano gestirsi la propria vita in autonomia, non prendono nemmeno in considerazione l’idea che una parte più o meno grande della gente potrebbe non condividere la nuova società, la loro personale idea del Bene è coattivamente il bene di tutti.
    Diversamente dal fascismo che sebbene totalitario, ragionava in termini strettamente pragmatici, e come sappiamo si tenne lontano da eccessive crudeltà, nazismo e comunismo condividevano la stessa base ideologica utopistica. Ritenevano che l’essere umano dovesse rinunciare alle sue caratteristiche per diventare un elemento anonimo della massa. La lettura del Mein Kampf non lascia molti dubbi a proposito, in diverse parti si parla della eliminazione della brama di denaro e della creazione di una umanità fortemente disciplinata. In diverse parti dei suoi scritti Marx parla non solo della fine dello sfruttamento del lavoro, ma anche della eliminazione della «divisione del lavoro», nel senso che tutti dovevano «fare tutto», abolendo qualsiasi distinzione di ruoli nella congregazione umana. In pratica guardando alla storia possiamo dire che tale caratteristica si realizzi in un solo tipo di società, quella tribale. I teorici del comunismo da Babeuf, al tempo della Rivoluzione Francese, a Lenin, passando per Marx, Fourier, Luxemburg, sono tutti sostenitori del regime totalitario e rigidamente centralizzato; coscienti che gli esseri umani tendono a gestire la loro vita in autonomia, ritengono che solo un’organizzazione di tal genere poteva garantire la realizzazione e la stabilità di una società rigidamente egualitaria.
    Il pensiero comunista e utopista è decisamente lontano dal mondo moderno, nel passato si tendeva a pensare che fosse in qualche modo progressista, ma l’idea di una società chiusa e autoritaria ovviamente non si accorda con qualsiasi forma di progresso, né di libero dibattito che ne costituisce la base fondamentale. Queste dottrine hanno origini storiche decisamente remote, un accenno lo troviamo negli scritti di Esiodo che parla di una età dell’oro (concezione ripresa da diversi autori anche in seguito) in cui gli esseri umani non conoscevano il «vergognoso desiderio di guadagno». Un passo ulteriore venne da Platone che parlò espressamente dell’abolizione della proprietà privata, ma il maggiore impulso si ebbe nel periodo successivo ad opera dei gruppi religiosi più radicali e integralisti. Violenza ed estremismo religioso sono stati spesso legati fra loro. Ai tempi di Costantino si affermarono nella parte africana dell’Impero Romano i donatisti, che intendevano costituire una grande comunità di «puri» da realizzarsi attraverso la soppressione di Cattolici e proprietari terrieri, ritenuti ovviamente corrotti dalle loro ricchezze. Convinti della imminente fine del mondo, praticavano il martirio e il suicidio di massa, da realizzarsi anche in forme inconsuete, come ad esempio minacciando un estraneo di morte se non avesse provveduto alla sua uccisione. L’idea di realizzare una società di perfetti si ritrova anche nelle eresie successive, come quella di Priscilliano in Spagna, un teologo convinto come i manichei che il corpo fosse peccato, e di Pelagio in Italia, rigoroso moralista, contrario all’idea di ricchezza e di possesso dei beni materiali. Abbastanza interessante che la celebre massima di Marx, «a ciascuno secondo il suo bisogno», venne in realtà enunciata da San Benedetto nella sua Regola, nella quale si afferma inoltre che per i monaci «tutto sia comune a tutti». L’idea che il mondo fosse inesorabilmente corrotto, e si dovesse realizzare il Regno dei Santi dei Mille Anni (la Quarta Monarchia), fu caratteristico anche di alcuni movimenti in parte precedenti a quelli che abbiamo descritto, i gruppi gnostici. Tali gruppi si rifacevano all’Apocalisse di San Giovanni e ad altri scritti tutti ovviamente di tipo millenarista, al loro interno non mancavano quelli che teorizzavano una forma di comunismo, come Carpocrate di Alessandria, ed Epifanio che ampliava l’idea di messa in comune dei beni, includendovi anche le donne.
    La crisi politica e demografica dei secoli successivi sembrò ridurre i fermenti religiosi estremisti, ma intorno all’anno Mille ripresero, e successivamente al Trecento si ebbero un gran numero di rivolte contadine animate da gruppi religiosi integralisti. Nel 1381 si ebbe la rivolta dei lollardi in Inghilterra e nel 1419 quella dei taboriti (un gruppo di protestanti violenti, convinti della imminente fine del mondo) che diedero vita ad una società comunista in Boemia. La gestione comune delle terre spinse la gente a disinteressarsi del lavoro dei campi, e in pratica le nuove comunità vissero depredando e uccidendo gli abitanti dei villaggi vicini. Una parte del movimento taborita si orientò verso un movimento ancora più estremista, quello adamita. Gli aderenti a tale setta ritenevano di essere in totale stato di grazia e perciò adottarono comportamenti decisamente inconsueti come quello di girare nudi come Adamo. La principale delle rivolte contadine a sfondo religioso fu comunque quella di Müntzer del 1525. «Omnia sunt communia» fu il grido di battaglia dei contadini che diedero vita ad una vera orgia di sangue al loro passaggio in Germania. Insieme al programma comunista venne stabilita la poligamia oltre a delle restrizioni di comportamento molto severe. La rivolta era stata promossa dalla Lega degli Eletti, un movimento che considerava la cultura un abominio, e il cui capo, Thomas Müntzer incitava apertamente allo sterminio di tutti coloro che potevano essere considerati peccatori. Più tardi l’acceso teologo tedesco venne ricordato da molti esponenti comunisti moderni come uno dei precursori del loro pensiero. Nel 1534 si ebbe una nuova teocrazia comunista, quella degli anabattisti di Münster. Guidati da Giovanni di Leyda (Jan Bockelson), che si era proclamato Re della Novella Sion, imposero delle norme severissime sui costumi simili a quelle che oggi noi vediamo nei Paesi Islamici, e una forma particolarmente dura di poligamia che prevedeva la morte e la tortura per le donne che volevano sottrarvisi.
    Nuovi movimenti comunisti si ebbero all’interno del mondo puritano inglese. A metà del Seicento si ebbero i diggers (zappatori), movimento legato a quello dei livellatori, che si impadronirono di alcune terre da destinare ad uso collettivo, che si astennero comunque dagli eccessi e dalla violenza di altri gruppi.
    Oltre che movimenti popolari si ebbero pensatori utopisti e comunisti, come Gioacchino da Fiore, ispiratore dell’ala intransigente del movimento francescano, che riteneva prossimo l’avvento di un’età dello Spirito Santo, e Tommaso Campanella, l’autore della Città del Sole. Il filosofo italiano aveva previsto una forma di organizzazione della società particolarmente rigida, dove anche gli accoppiamenti erano regolati dall’alto e dovevano essere finalizzati al miglioramento della razza. Tommaso Moro, autore di Utopia, si sforzò di realizzare invece una versione più moderata di società comunista dove fosse lasciato un certo margine di autonomia all’individuo. Successivamente si ebbero pensatori comunisti nel periodo illuminista, come Morelly e l’abate Mably, tutti comunque lontani dall’influenzare le vicende politiche del loro tempo. Per secoli i movimenti utopistici comunisti rimasero ai margini della società finché ai tempi della Rivoluzione Francese prevalse l’idea di fare del comunismo qualcosa di più terreno, ovvero una forma di riscatto sociale, mettendo da parte gli aspetti sovrannaturali. Tale nuova politica consentì la formazione di un regime vicino agli ideali comunisti e che venne successivamente preso da Marx come modello, il Regime del Terrore di Robespierre. Alla base di tale regime vi era l’idea di stabilire un governo della Virtù attraverso il Terrore, e di istituire un nuovo culto, quello della Dea Ragione. I comunisti moderni non rinunciarono comunque all’idea di fondare società segrete, una di queste fu la Società dei Sublimi Maestri Perfetti creata da Filippo Buonarroti. Tale associazione prevedeva che solo i massimi dirigenti conoscessero il reale programma che stabiliva: «Dalla stolta divisione delle terre sono nate le sventure, i vizi, i delitti. Scomparve allora la pacifica eguaglianza e subentrò la brama dell’oro e del comando… Si riconducano tutti i beni in un unico patrimonio comune e la patria, unica signora, madre dolcissima per tutti, somministri in misura eguale ai diletti e liberi suoi figli, il vitto, l’educazione e il lavoro. Questa è la redenzione invocata dai saggi, questa è la vera ricostruzione del Tempio di Gerusalemme». Nello stesso periodo abbiamo in Francia Etienne Cabet e Charles Fourier, l’ideatore dei falansteri, entrambi ritennero di creare delle comunità dove ogni aspetto della vita, dal cibo all’abbigliamento, era rigorosamente prescritto. La finalità di tali organizzazioni era la massima felicità degli individui, ma tale obiettivo era raggiunto sacrificando molto della loro libertà e personalità.
    Marx rivendicava di aver ideato un comunismo non utopistico, ma molti aspetti delle sue teorie risentono di tale impostazione e di una certa visione messianica. Nel 1856 scrisse: «Se veniva vista una croce rossa segnata su una casa, il popolo sapeva che il suo proprietario era stato giudicato dal Vehm [un’organizzazione segreta medievale]. Tutte le case d’Europa sono oggi marcate dalla misteriosa croce rossa. La storia è il giudice – il proletariato il suo boia». La società comunista avrebbe realizzato un mondo dove tutti i bisogni umani sarebbero stati appagati, dove non sarebbero esistite né classi né Stato. Per realizzare questo stato di fratellanza si sarebbe dovuti passare non attraverso una democrazia (libertà e diritti umani erano considerati una invenzione borghese), ma attraverso la cosiddetta «dittatura rivoluzionaria del proletariato». Tale sistema come specificò Engels sarebbe stato un regime duraturo e caratterizzato da una notevole dose di coercizione. Gli uomini si sarebbero dedicati a tutte le attività lavorative, non sarebbe esistita né divisione del lavoro né specializzazione, nonostante tale premessa, la nuova società sarebbe stata caratterizzata da una notevole abbondanza di beni.
    Nell’Ottocento si crearono diverse comunità che praticavano il comunismo a sfondo religioso o laicista; ebbero tutte una fine infelice, l’esperienza storica ha messo costantemente in luce la degenerazione dei tentativi di realizzare simili progetti utopistici.
(dicembre 2012)