L’Ottocento
Il
secolo delle grandi rivoluzioni
di Simone
Valtorta
Durante
tutto il Settecento, il razionalismo illuminista conduce alla graduale
presa di coscienza della libertà naturale
dell’uomo: se
tutti gli uomini sono dotati della ragione, se la ragione permette di
«capire», facendo «luce» su
tutto ciò
che si è voluto lasciare in ombra per tenere sottomessi, ne
consegue che tutti «gli uomini nascono e vivono liberi e
uguali
nei diritti», come sancisce solennemente la Dichiarazione dei diritti
dell’uomo e del cittadino approvata
dall’Assemblea Nazionale francese pochi giorni dopo
l’inizio della Rivoluzione.
Per il raggiungimento della
libertà occorre
combattere e, se la massa non è ancora in grado di farlo,
dovrà esserci qualcuno, anche uno solo, che assuma su se
stesso
quest’onere, conducendo fino in fondo la battaglia, pronto a
pagare ogni prezzo. Nasce il mito dell’eroe, l’uomo
leggendario che, da solo, salva l’umanità:
«L’armi, qua l’armi: io solo /
combatterò,
procomberò sol io» griderà, non senza
una certa
enfasi, Giacomo Leopardi (canzone All’Italia,
1818). È il magnanimo eroe delle tragedie alfieriane,
è
l’uomo beethoveniano, vincitore, solo per forza
d’animo, di
tutte le avversità.
Questo eroe, che non è
possibile riconoscere
accanto a noi nella piattezza meschina della realtà
quotidiana,
appare, agli occhi degli intellettuali dell’epoca, essere
esistito nell’antichità, così come ci
è
stato tramandato dagli storici classici: non a caso sono molti i
lettori delle Vite
parallele
di Plutarco. Quanto più ci si avvicina alla Rivoluzione
Francese, ossia all’azione liberatoria dalla tirannia, tanto
più si vedrà il modello eroico in una Roma
repubblicana
più leggendaria che storica. Le clamorose scoperte
archeologiche
di Ercolano (1719) e di Pompei (1748), e la straordinaria abbondanza di
oggetti recuperati durante gli scavi, fanno nascere negli artisti la
ricerca del bello ideale, da ricercarsi
nell’antichità
greco-romana. Quando poi il generale francese Napoleone Bonaparte, con
l’impeto delle sue campagne militari, travolgerà
le
monarchie europee, sembrerà di vedere in lui
l’uomo
destinato a portare ovunque le idee e le conquiste della Rivoluzione.
Egli sconfigge l’Austria, la Russia e la Prussia e arriva a
controllare gran parte d’Italia, Germania e Spagna. Per
questo
molti intellettuali hanno creduto in Napoleone; per questo molti altri
sono rimasti delusi dalla sua successiva conquista del potere assoluto.
È emblematico l’atto di Beethoven, che, avuta
notizia
della proclamazione di Napoleone a Imperatore, esclamando:
«Anche
lui dunque è un uomo come tutti gli altri»,
strappa la
copertina della Sinfonia
numero 3, scritta in suo onore, intitolandola Eroica
e dedicandola «al sovvenire di un grande uomo». La
resistenza dell’Inghilterra, che mantiene il controllo dei
mari,
e la disastrosa campagna contro la Russia, portano alla caduta di
Napoleone, il cui Impero termina nel 1815 con la sconfitta di Waterloo.
Fra la fine dell’Impero
Napoleonico e la
metà dell’Ottocento, si sviluppa in Europa il
«romanticismo»: esso, che esalta il sentimento, il
«genio» e la «sregolatezza»
(caricaturale ma
emblematica l’immagine del pianista sofferente, che suona
sputando sangue sul suo strumento), coincide con le tendenze liberali
che conducono ai frequenti moti insurrezionali, culminanti in quelli
del 1848 che vedono quasi tutta l’Europa in lotta contro i
propri
sovrani e che, in Italia, si concretizzano nella Prima Guerra
d’Indipendenza.
E, anzi, in contrasto con
l’universalismo
imperiale e con la sostanziale identità di vedute fra le
varie
monarchie che non tengono conto delle differenti realtà
storiche, si viene sempre più affermando
l’esigenza di
riconoscere a ciascun popolo il diritto di gestirsi autonomamente entro
i confini della terra in cui vive da sempre e in cui affonda le sue
radici, la terra consegnatagli dai padri, la
«patria».
I temi romantici sono tratti dal
Medioevo: se la
civiltà moderna vuole ritrovare e cantare le proprie
origini,
dovrà cercarle nel momento in cui essa si è
venuta
lentamente formando, il momento medievale, quando credeva, fermamente e
con purezza d’intenti, in una nuove fede, quella cristiana.
Ciò spiega perché,
più che in
Italia, il cui passato è indissolubilmente legato alla
civiltà romana, queste idee sono sostenute in Germania, in
Inghilterra, in Francia. E spiega anche l’origine della
parola: romantic
in Inghilterra, fin dal XVII secolo, significa ciò che
è
«romanzesco» e, nel secolo successivo, diviene
sinonimo di
medievale o gotico.
Guida spirituale dell’Europa
è la
Francia, o meglio Parigi (e lo sarà almeno per tutto
l’Ottocento e per i primi anni del Novecento),
perché gli
straordinari eventi politici che essa ha vissuto, la Rivoluzione e
l’Impero, ne hanno fatto il principale polo
d’attrazione.
A partire dalla prima metà
del secolo
l’Europa è attraversata da una rivoluzione
«pacifica», che dopo secoli di sostanziale
immobilismo
genera una profonda trasformazione dell’economia europea: da
agricola e artigianale in industriale. La Rivoluzione Industriale, con
l’invenzione delle macchine e la concentrazione del lavoro
nelle
officine (dettata dalla necessità di una diversa e
più
razionale organizzazione del lavoro produttivo),
l’ampliamento
dei mercati, la crescente richiesta di beni di consumo, il
miglioramento delle vie di comunicazione determina la crescita del
capitale da parte della borghesia imprenditoriale e lo sfruttamento e
il livellamento della classe operaia, i cui salari, bassi, sono
comunque più alti di quelli dei braccianti agricoli, anche
perché altrimenti non si spiegherebbe l’esodo
dalle
campagne verso le città (la questione è tuttora
oggetto
di dibattito politico).
Il grande protagonista di
quest’epoca è
il vapore. Il motore a vapore trova utilizzi in molti campi, dalle
fabbriche alle miniere sotterranee fino alle navi. Nelle fabbriche, il
concetto di prodotti standard con parti intercambiabili consente una
produzione più economica e più efficiente. Le
armi da
fuoco sono fra i primi prodotti a beneficiare di tali metodi di
produzione di massa. Diverse modifiche al progetto migliorano
ulteriormente la qualità delle armi da fuoco: il
retrocaricamento, le canne rigate e le pallottole sparate a percussione
divengono degli standard in questo periodo.
L’elettricità, in
precedenza una
curiosità scientifica, trova le sue prime applicazioni
pratiche:
dopo l’invenzione delle batterie e dei generatori elettrici,
l’energia elettrica diviene disponibile per lo svolgimento di
quasi qualsiasi tipo di lavoro. Il motore elettrico converte
l’energia elettrica in energia meccanica. Il telegrafo,
seguito a
breve dal telefono, rivoluziona le comunicazioni. E le lampadine
rimpiazzano le lampade a gas per l’illuminazione notturna.
Il fenomeno
dell’industrializzazione,
più sensibile in Inghilterra che altrove, porta con
sé
quello dell’urbanesimo, ossia dell’afflusso delle
famiglie
operaie nei maggiori centri urbani, sedi delle industrie nascenti. Ma
le città non sono adeguate a ricevere questi nuovi abitanti,
costretti a vivere in alloggi periferici e squallidi, sovraffollati e
antigenici. Il problema, che in parte non è stato risolto
neppure oggi, viene affrontato da teorici che cercano di studiare e
progettare abitazioni destinate a creare una vita socialmente e
qualitativamente migliore, per lo più in campagna (intesa
come
lavoro, non come svago). I più noti sono l’Inglese
Robert
Owen (Newtown, 1771 – ivi, 1858) e il Francese
François-Charles Fourier (Besançon, 1772
– Parigi,
1837).
Il primo tenta una riforma sociale che
prevede la
costituzione di piccole comunità agrarie autogestite,
villaggi
organizzati al di fuori dei grandi agglomerati urbani, secondo una
concezione che avrà largo séguito in futuro
sfociando
nelle città-giardino inglesi.
Il Fourier, convinto
dell’uguaglianza sociale
di tutti gli uomini e della necessità di una loro armonica
convivenza collettiva, pensa invece alla costruzione di grandi edifici
autosufficienti (piccole città dotate, oltre che degli
alloggi,
di luoghi di riunione e di strade-galleria coperte per evitare le
intemperie), in ciascuno dei quali abiterebbe una
collettività
di 1.620 persone, detta «falange». Progetto, questo
come
quello di Owen, che mostra una preoccupazione non da architetto ma da
sociologo, teso a dare un volto umano ai centri abitati.
Un altro fenomeno che riveste
un’importanza
notevole in questo secolo è lo sviluppo scientifico e la
dottrina positivista. Se le basi della scienza moderna risalgono al
’600, è soprattutto a partire
dall’Illuminismo che
si genera una sorta di culto di essa come frutto della ragione:
c’è una maggiore fiducia sul fatto che la scienza
possa
ottenere qualunque cosa. In modo particolare intorno alla
metà
dell’Ottocento, di fronte ai progressi della tecnica, di
fronte
all’invenzione di nuovi macchinari, di fronte infine ai
«miracoli» delle scienze, si assiste alla nascita
del
«positivismo» e all’indagine della
realtà
attraverso il «metodo» scientifico.
Diverse scoperte scientifiche producono
effetti
determinanti sulla civiltà, come ad esempio la teoria dei
germi
delle malattie in campo medico. La pastorizzazione e gli antisettici,
che uccidono i micro-organismi, contribuiscono quasi a raddoppiare la
speranza di vita nei successivi 150 anni. La teoria
dell’evoluzione di Darwin, unitamente al lavoro di Gregor
Mendel
sull’eredità e la genetica, rende possibile una
maggiore
comprensione delle forme di vita sulla Terra.
La scienza ha inventato la macchina
fotografica, un
nuovo mezzo documentaristico. Di qui a pochi decenni il cinematografo
aggiungerà alla fedeltà dell’immagine
il movimento.
Il 1848 è l’anno
delle rivoluzioni
europee. In Francia, in Germania, in Austria, in Italia scoppiano, nei
primi mesi dell’anno, moti insurrezionali che non sono altro
che
il momento appariscente di conflitti politici e sociali lungamente
maturati nei decenni precedenti.
Le grandi idee della Rivoluzione
Francese
(«libertà, uguaglianza,
fraternità»), portate
in tutta Europa durante l’avventura napoleonica, sono state
soffocate dalla restaurazione. Anche la Francia, che nel 1830
è
insorta contro il regno di Carlo X portando al trono Luigi Filippo, ha
visto deluse le proprie aspettative liberali da un regime che ha
subíto un’involuzione progressiva verso forme
sempre
più conservatrici e reazionarie.
Il proletariato ha acquistato coscienza
della
propria importanza come forza-lavoro indispensabile alla vita
collettiva e del proprio peso storico come classe lavoratrice: proprio
nel 1848 Marx pubblica, insieme a Engels, il Manifesto del Partito Comunista,
cui seguirà nel 1867 il primo volume del Capitale,
due scritti fondamentali per la codificazione e la diffusione delle
idee comuniste (le cui nefaste conseguenze sono oggi ben note a tutti).
La rivoluzione parigina del febbraio 1848, durante la quale gli operai
salgono sulle barricate e la stessa Guardia Nazionale fraternizza con
loro, è dunque una rivoluzione prima di tutto sociale, dalla
quale esce la Seconda Repubblica francese.
Ma ancora una volta, dopo appena pochi
mesi, la
reazione borghese riesce a portare al potere il cosiddetto
«partito dell’ordine», nominando il
principe Luigi
Napoleone Bonaparte (nipote di Napoleone il Grande), dapprima
Presidente della Repubblica (10 dicembre 1848) e, quattro anni dopo,
Imperatore dei Francesi con il nome di Napoleone III (2 dicembre 1852).
Anche gli altri moti europei, dopo i
successi iniziali, sono tutti repressi.
In Italia, in cui non esiste ancora uno
Stato
unitario e in cui la trasformazione industriale è arretrata,
l’insurrezione del ’48 ha un diverso significato:
è
l’inizio del movimento di indipendenza nazionale che, dopo
moti
spontanei (il più importante dei quali è la
rivolta delle
«Cinque Giornate di Milano»), si coagula nella
Prima Guerra
d’Indipendenza combattuta dal Piemonte contro
l’Austria e
terminata con la sconfitta di Novara (23 marzo 1849), «la
fatal
Novara» del Carducci, l’abdicazione e
l’esilio del Re
Carlo Alberto, la restaurazione dei regimi precedenti e la reazione
repressiva contro i patrioti.
Dal punto di vista sociale e politico,
dunque, le
rivoluzioni del ’48 sembrano cadere nel nulla, anche se, in
realtà, i semi gettati saranno destinati a portare i loro
frutti, determinando un processo inarrestabile, benché
spesso
contraddittorio, tortuoso e deludente, di nuove conquiste sociali.
Fra il 1848, l’anno della
prima sfortunata
Guerra d’Indipendenza, e il 1870, data della conquista di
Roma,
si compie, attraverso tre guerre e l’avventurosa
«impresa
dei Mille», l’aspirazione dei patrioti italiani
all’unità nazionale e il disegno dei Savoia della
conquista del Regno d’Italia. Gli eventi risorgimentali,
dalle
prime insurrezioni alle campagne belliche, l’esaltazione
patriottica, le repressioni, le condanne, gli esili, la vittoria
finale, hanno profondamente inciso sugli intellettuali italiani, molti
dei quali hanno preso parte attiva a questi fatti, qualcuno restando
ferito o mutilato, qualcuno morendo in séguito ai
combattimenti,
tutti comunque sentendo l’importanza del momento storico
vissuto.
Ma gli anni di passaggio
dall’Ottocento al Novecento sono segnati da una profonda
crisi.
Da un lato prosegue
l’ottimistica fede nel
progresso scientifico, che appare inarrestabile e tale da portare a
soluzione ogni problema umano, una fede che non è sentita
soltanto negli ambienti cólti ma in ogni strato sociale,
tanto
da trovare esplicazione visiva popolare in quel ballo Excelsior
(del coreografo Luigi Manzotti e del musicista Romualdo Marenco) che,
incentrato sulla lotta fra oscurantismo e civiltà con la
luminosa vittoria finale di questa, conosce, dopo la trionfale
«prima» alla Scala di Milano nel 1881, successi
strepitosi
in tutto il mondo, fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale
(1914). E del resto, prima che quest’ultima spazzasse via,
con la
brutalità della violenza e della morte, tutte le illusorie
speranze di pace e di civiltà, sembrava che
l’Europa
avesse finalmente trovato un’era di prosperità
economica e
di stabilità politica.
Dall’altro lato
però ci si rende conto
che questa «felicità» universale
è solo
apparente. Se la borghesia al potere è ricca, lo
è
sfruttando il lavoro delle classi subalterne, costrette a lottare per
conquistare una migliore qualità di vita. E il progresso
tecnico
non è necessariamente legato al progresso
dell’umanità, anzi rischia di meccanicizzare
l’uomo
uccidendone la spiritualità, cosicché
sarà
necessario cercare (lo afferma il filosofo francese Henri Bergson) un
«supplemento d’anima».
È questa una delle
aspirazioni di quella
corrente culturale, che si manifesta dapprima e soprattutto in Francia,
detta «decadentismo», la quale, per evadere dalla
materialità volgare della realtà, si rifugia in
un mondo
intimo e raffinato, in un mondo fatto di sogni e di immaginazione,
libero come la musica, un mondo intellettuale, quale sembra essere
stato non quello delle età classiche ma delle epoche
détte di «decadenza».
(settembre 2010)