La
rivoluzione a Parigi non amata dalla Francia
Nel
1848 un Governo rivoluzionario impose delle scelte economiche non
gradite dalla maggioranza della popolazione e si concluse con una
repentina fine
di Luciano
Atticciati
Gli
anni fra il 1830 e il 1848 sono considerati gli anni della
«monarchia alto borghese» sulla base di una
definizione
adoperata da molti storici. La Francia iniziava il decollo industriale,
e i Governi di allora si mostravano favorevoli a queste innovazioni
economiche che apportarono molti benefici alla società e
insieme
nuovi problemi come normalmente avviene nel corso della storia in
seguito a grandi cambiamenti. Tutto il periodo fu caratterizzato da due
grandi figure, Adolphe Thiers e Francois Guizot, entrambi liberali,
furono contrari alla politica autoritaria di Carlo X, approvarono delle
riforme sociali (legge sull’istruzione popolare nel 1833,
legge
sul lavoro dei minori nel 1841), ma intervennero con una certa energia
contro i moti popolari avvenuti in varie parti della Francia negli anni
Trenta, alcuni dei quali sorti contro l’introduzione di nuove
tecnologie e il libero mercato. Il Paese non poteva considerarsi
pienamente pacificato sia a causa di tentativi insurrezionali
bonapartisti, sia a causa dei sei attentati contro la persona del Re,
avvenuti fra il 1832 e il 1846. I Governi di quel periodo dovettero
sembrare comunque non soddisfacenti a coloro che amavano gli
sconvolgimenti, e il futuro ministro del Governo rivoluzionario, il
poeta Alphonse Lamartine, adoperò la celebre espressione
«la Francia s’annoia» per descrivere la
situazione
politica di quel periodo.
Molti hanno espresso un giudizio negativo su Guizot, ma il personaggio
presentava numerosi lati positivi, uomo di grande cultura, fu un
liberale contrario agli estremisti, ma rigorosamente coerente, che
seppe impostare una politica estera conciliante, più vicina
a
quella britannica che a quella della Santa Alleanza, nonostante i
diversi interessi coloniali. Ottenne un ottimo risultato elettorale nel
1846, ma la crisi economica a livello europeo scoppiata in
quell’anno ne fece la vittima designata. Alla crisi economica
e
finanziaria si aggiunse un calo dei raccolti, il forte aumento del
prezzo del pane innescò le maggiori tensioni.
All’interno del Parlamento, la
Sinistra
chiedeva l’allargamento del suffragio, già
ampliato nel
1830, ma ancora molto ristretto. Tale richiesta divenne
l’oggetto
anche di molte manifestazioni popolari (conosciute anche come
«banchetti»), e proprio una improvvisata
manifestazione di
queste il 22 febbraio si trasformò spontaneamente in
insurrezione a carattere generale. Dappertutto sorsero barricate,
vennero assaltate le armerie, mentre la Guardia Nazionale per ragioni
non conosciute decise di passare gradualmente dalla parte dei
dimostranti. Di fronte ai tumulti, il Parlamento rinnovò la
fiducia al Governo con il voto anche delle opposizioni, ma poco dopo
Guizot preferì dare le dimissioni. La folla tentò
anche
di assalire la sua residenza, e nel corso dell’assalto
perirono
una ventina di persone. Thiers venne nominato capo del Governo, ma la
sua richiesta di abbandonare la città venne respinta dagli
altri
ministri e preferì, dopo un solo giorno in cui aveva
ricoperto
l’incarico, dimettersi. Poco dopo, riconosciuto per strada
dalla
folla rischiò il linciaggio. Il sovrano, nonostante non
avesse
alcuna responsabilità nella situazione, decise di abdicare
nel
tentativo di calmare la situazione, e abbandonò
precipitosamente
il palazzo reale che venne assaltato e saccheggiato. I popolani, che
inizialmente inneggiavano alla «Riforma», passarono
a
inneggiare alla «Repubblica» con bandiere rosse e
bandiere
nere anarchiche. Scrisse il filosofo liberale Alexis De Toqueville, che
di quei giorni fu testimone diretto: «Solo il popolo portava
le
armi… il terrore di tutte le altre classi sociali
fu
profondo». I popolani assaltarono infine la Camera dei
Deputati,
e il poeta Lamartine proclamò in modo molto informale
nell’aula invasa, la Repubblica e la costituzione di un
Governo
provvisorio. Il nuovo Governo era costituito da dieci repubblicani e
tre socialisti, vi furono richieste da parte della folla di adottare la
bandiera rossa come simbolo della Francia, ma Lamartine
riuscì a
opporvisi, così come poté resistere alle
richieste della
Sinistra di adottare una politica estera più aggressiva,
capace
di sostenere i movimenti rivoluzionari in tutto il continente. Si
ebbero comunque due tentativi di gruppi rivoluzionari di passare in
armi i confini con il Belgio e la Savoia, entrambi presto rientrati. Il
nuovo Governo adottò diverse iniziative nel campo del lavoro
e
in quello economico e politico, libertà totale di riunione e
di
stampa, l’abolizione della pena di morte per reati politici e
la
schiavitù nelle colonie, la riduzione della giornata
lavorativa
a 10 ore, la soppressione del lavoro a cottimo, e soprattutto la
creazione di ateliers
nationaux,
dove avrebbero potuto trovare lavoro i disoccupati in
attività
finanziate dallo Stato. Nonostante tali provvedimenti, le proteste
minacciose dell’estrema Sinistra continuavano, ma
limitatamente a
Parigi, il resto del Paese risultava non solo tranquillo ma ostile alla
nuova politica, tanto che la Sinistra cercò di opporsi alle
nuove elezioni.
Oltre al poeta Lamartine, altro
personaggio di
spicco del Governo era il socialista Louis Blanc, il teorico degli ateliers nationaux.
Egli riteneva che il libero mercato sfavorisse i poveri e pertanto si
dovesse realizzare uno Stato maggiormente autoritario, capace di
gestire l’economia e il benessere sociale. Negli ateliers
da lui teorizzati i membri avrebbero dovuto partecipare in uno stato di
assoluta uguaglianza alla gestione degli stessi e alla divisione dei
guadagni. La sua idea di socialismo rimaneva comunque lontana da quella
di Auguste Blanquì, che durante il periodo rivoluzionario
promosse numerose manifestazioni di protesta. Questi credeva
nell’azione violenta per la realizzazione di una dittatura
rigidamente egualitaria. Nella Procedura di Iniziazione alla
Società delle Stagioni da lui fondata, si affermava che gli
aristocratici dovessero essere sterminati in quanto «essi
sono
nella società ciò che è un cancro nel
corpo
umano». In un suo successivo proclama del 1839 scrisse:
«Insorgi, popolo, e i tuoi nemici, scompariranno come la
polvere
davanti a un uragano! Colpisci, stermina senza pietà i vili
scagnozzi, complici volontari dei tiranni».
La situazione economica a seguito della
pesante
situazione politica, peggiorò decisamente. Si ebbe la
chiusura
di molte fabbriche e il ritiro dei depositi bancari nel timore di
provvedimenti di confisca da parte del Governo. La misura economica
ritenuta più odiosa, fu l’imposizione di una
durissima
tassazione che colpiva non solo chi disponeva di alti redditi ma anche
i contadini. Lo stesso Marx scrisse: «Da questo momento la
Repubblica fu per il contadino francese l’imposta dei 45
centesimi [per ogni franco], e nel proletariato parigino egli vide lo
scialacquatore che se la spassava a sue spese». In tale clima
si
tennero le elezioni (23 aprile), le prime a suffragio universale, con
una vittoria netta dei moderati, nonostante le pressioni del ministero
degli interni e dei nuovi commissari della Repubblica nominati in
sostituzione dei prefetti. Dei 900 seggi parlamentari, la Sinistra ne
ottenne 150, la Destra legittimista 250, e i repubblicani moderati 500,
subito venne formato un nuovo Governo con l’esclusione dei
socialisti. La Sinistra, ed in particolare i club rivoluzionari, di
fronte alla pesante sconfitta organizzarono il 15 maggio un nuovo
assalto al Parlamento. I capi della rivolta presero la parola e
chiesero una guerra a sostegno della Polonia, e la messa fuori legge
dei «traditori della patria».
L’occupazione del
palazzo durò solo alcune ore a causa
dell’intervento della
Guardia Nazionale, in questo caso contrario agli estremisti. Alcune
centinaia di rivoltosi tentarono nello stesso giorno di instaurare un
nuovo Governo rivoluzionario ma senza successo.
Nei giorni successivi venne affrontato
il problema degli ateliers
nationaux,
ritenuti (anche da molti della Sinistra) imprese improduttive e
ricettacolo di pericolosi estremisti. Il numero dei lavoratori
impegnati era cresciuto a dismisura anche per l’arrivo di una
gran massa di disoccupati da tutte le province francesi. Il nuovo
Governo un mese dopo le elezioni decretò che i lavoratori
fossero inquadrati nell’esercito oppure inviati in terre da
bonificare lontano dalla capitale, senza comunque chiudere ad una
possibile mediazione. Un paio di giorni dopo il decreto del Governo,
molte migliaia di cittadini eressero nuovamente le barricate nei
quartieri popolari. Gli stessi capi della Sinistra si dissociarono da
tale iniziativa, repubblicani e conservatori ritennero di affidare
prima il ministero della Guerra poi il Governo al generale Cavaignac,
uomo della Sinistra moderata, ma conosciuto anche come uomo
d’ordine. Venne dato l’ordine di abbattere le
barricate a
cannonate, ma i combattimenti risultarono molto più duri del
previsto. Lo storico Mike Rapport calcola in 1.500 le vittime fra gli
operai e 900 nello schieramento governativo.
L’ottimo risultato elettorale
dei partiti
dell’ordine venne confermato alle elezioni presidenziali
tenutesi
otto mesi dopo, con la netta affermazione di Luigi Napoleone Bonaparte.
(dicembre 2010)