Joseph
Roth
Sommo
cantore della decadenza asburgica
di Alberto
Rosselli
Lo
scrittore austriaco Joseph Roth deve molta della sua
notorietà ad un romanzo in particolare, la Marcia di Radetzky (Radetzkymarch)
apparso nel 1932. Un’opera emblematica attraverso la quale
l’autore, giunto ormai alla maturità, porta a
compimento
un realistico e commovente affresco del declino dell’Impero
Asburgico, condensando in esso tutta la sua esperienza artistica e le
tematiche a lui più care. In questo lavoro
l’autore
ripercorre, seppure non in senso strettamente storiografico, ma
psicologico, la lunga e lenta agonia dell’Impero che aveva
avuto
inizio nel 1859, con la sconfitta subita dagli Austriaci per opera
delle forze franco-piemontesi e che era proseguita attraverso
un’infausta sequenza di débacle
militari (vedi quella di Sadowa del 1866) fino a giungere con la morte
dell’Imperatore Francesco Giuseppe – stella polare
e punto
di riferimento cosmico dell’Impero – al definitivo
tracollo
della monarchia (1918) e la conseguente riduzione
dell’Austria a
rango di nazione di second’ordine: ricettacolo spento di
un’antica tradizione, di regalità e valori. La
fine
dell’Impero Austro-Ungarico significò per Roth,
come per
altri famosi scrittori austro-tedeschi degli anni Venti/Trenta (Karl
Kraus, Herman Broch, Robert Musil e Franz Werfel) qualcosa di ben
più grave e traumatico del termine di un periodo storico.
Essa
rappresentò, infatti, il tramonto di un singolare ideale di
vita
e di una particolare cultura. Pur criticando le sue strutture ed
evidenziando le molteplici contraddizioni socio-politiche ed economiche
che ormai da decenni minavano l’impalcatura del grande
mosaico
etnico-linguistico asburgico, Roth guardò sempre con
nostalgia a
questa realtà perduta nella quale era cresciuto,
rammaricandosi
di dovere adattare il suo spirito e la sua indole all’avvento
di
un’era contrassegnata da una sostanziale carenza di valori
spirituali ed eroici. Un’epoca, quella del primo dopoguerra,
caratterizzata dall’inarrestabile avanzata di una
«modernità» e di una sapienza
tecnologica e sociale
nuova, percepita dall’autore come inevitabile, ma a lui
sgradita,
vuoi per suoi intimi convincimenti ideologici, vuoi per le sue stesse
origini religiose. Con la fine dell’Impero, egli scrisse,
«noi tutti perdemmo un mondo, il nostro mondo».
E a questo proposito va sottolineato che
una delle
caratteristiche tipiche del pensiero di Roth è da ricercare
appunto nel rapporto ambiguo che questo scrittore – Ebreo e
proveniente dalle terre orientali dell’Impero –
mantenne
per quasi tutta la sua esistenza nei confronti della cosiddetta
«civilizzazione occidentale» di marca cristiana: un
rapporto di odio e amore facile da riscontrare nelle pagine di diverse
delle sue opere.
Joseph Roth era nato a Schwabendorf, in
Volyhnia, da
una famiglia di Ebrei osservanti (suo nonno era un rabbino). Il padre
abbandonò la famiglia prima che Joseph nascesse e
morì,
secondo quanto riporta lo stesso autore, in un manicomio di Amsterdam.
Riguardo la fine del genitore, alcuni biografi sostengono trattarsi
però di una mistificazione di Roth. Sembra, infatti, che il
padre sia scomparso in terra di Russia. Dopo l’abbandono, il
piccolo Joseph visse a lungo con i parenti, ma di questo periodo,
presumibilmente triste e difficile, ben poco si sa. Anche
perché
l’autore non ci ha lasciato che pochi accenni. Tra il 1901 e
il
1905, Roth frequentò la Baron-Hirsch-Schule, a Brody, e tra
il
1905 e il 1913 l’Imperiale Ginnasio del principe Rodolfo.
Successivamente, tra il 1914 e il 1916, egli studiò
letteratura
e filosofia presso le università di Lemberg e di Vienna. Nel
1916, Roth venne arruolato nell’esercito austriaco e
prestò servizio in un reggimento fucilieri di stanza sul
fronte
orientale. E in quell’inferno egli conobbe fino in fondo
l’orrore della guerra di trincea, la disperazione e la
debolezza
degli uomini, e l’incubo della prigionia. Catturato dai
Russi,
Roth trascorse parecchi mesi in diversi campi di concentramento,
osservando e studiando la psicologia umana. Alla fine del conflitto
egli fece ritorno in Austria. All’inizio degli anni Venti,
Joseph
Roth iniziò ad occuparsi di giornalismo, a dire il vero
senza
eccessiva convinzione. «Un giorno, disperato
perché ogni
lavoro era del tutto incapace di soddisfarmi, divenni
giornalista… a quel tempo… il mio talento
letterario non
andava al di là di un diario nel quale scrivevo alcuni
circostanziati appunti» (da Le città bianche).
Poi si sposò con una donna che risultò poi malata
di
mente. Dopo il tragico epilogo del suo matrimonio (la moglie dovette
essere rinchiusa in un manicomio), tra il 1923 ed il 1932 Roth fu
corrispondente per il «Frankfurter-Zeitung», ed
ebbe modo
di viaggiare in largo e in lungo per l’Europa, visitando e
rimanendo, tra l’altro, colpito dalle città e
dalle
bellezze paesaggistiche della Francia Meridionale alle quali
dedicò numerosi reportage, raccolti in seguito ne Le città bianche.
Altri suoi approfonditi resoconti fornirono in seguito la traccia per
la stesura del noto Ebrei
Erranti (Juden
auf Wanderschaft) del 1927. Ma Roth aveva esordito come
romanziere ben prima delle sue brillanti cronache di viaggio, nel 1923
con il romanzo La tela
di ragno (Das
Spinnennetz), opera cui aveva fatto seguito
l’anno seguente Hotel
Savoy.
Nel 1926, Roth si recò in Unione Sovietica per indagare
circa i
risultati della rivoluzione leninista: esperienza che, tuttavia, lo
deluse profondamente. Durante il suo soggiorno nell’Est egli
registrò a più riprese le sue impressioni in una
serie di
eccellenti servizi che anch’essi servirono da traccia ad un
altro
suo significativo lavoro: Il
profeta muto (Der
stumme Propher)
che venne pubblicato dopo molti anni dalla sua morte, nel 1966. Quando
Hitler conquistò il potere in Germania, Roth decise di
trasferirsi a Vienna. E nell’ex-capitale
dell’Impero
Asburgico, egli continuò a scrivere sia articoli che
racconti,
intensificando la sua attitudine all’alcol e alle ore piccole
trascorse in piccoli locali e taverne. Tra il 1933 e 1937 Roth
visitò e soggiornò in Polonia dove venne invitato
per una
serie di conferenze. Dopo l’assassinio del cancelliere
austriaco
Dolfuss e la conseguente annessione del Paese da parte della Germania
nazista, Roth si trasferì a Parigi, dove continuò
a
produrre, ma anche a bere, precipitando in una profonda, ma lucida
solitudine. Morì improvvisamente il 27 maggio 1939,
all’uscita di un caffè.
Joseph Roth aveva iniziato la sua
carriera di
scrittore sotto l’influenza del realismo psicologico francese
e
russo di Balzac, Stendhal, Flaubert, Gogol, Tolstoj e Dostoievscky. In
seguito, tuttavia, i suoi lavori si avvicinarono sempre più
alla
corrente dell’impressionismo viennese di Hofmannstahl e
Schnitzler. Dopo l’esperienza di Hotel Savoy e Die Rebellion
(entrambi del 1924), ecco l’autore mettere le mani su uno dei
suoi più emblematici romanzi: Die Flucht ohne Ende
(Fuga senza Fine)
(1927), un’opera chiaramente autobiografica nella quale egli
rivive le esperienze di un soldato austriaco che, ritornando a casa
dopo un lungo periodo di prigionia trascorso in Russia, non riesce
più a trovare una sua collocazione sociale e psicologica nel
contesto di un mondo completamente cambiato dalla guerra. Qui, il
motivo – piuttosto ricorrente nell’opera di Roth
–
dell’impossibilità a sopravvivere in una
società
«moderna», frenetica e superficiale che nulla ha
ormai in
comune con quella precedente, regolata dai principi etici
dell’era monarchica e dal lento e naturale scandire del
tempo.
D’altra parte, tutti i protagonisti dei racconti di Roth
degli
anni Venti altro non sono che dei «sopravvissuti»,
dei
superstiti scampati ad un immane naufragio nel quale sono spariti
valori e certezze ritenuti sempiterni. Dramma intimo,
quest’ultimo, che trova la sua eco più profonda ed
acuta
ne La marcia di Radetzky
(Radetzkymarsch).
Vero e proprio inno alla nostalgia, traboccante di osservazioni
psicologiche e di rimandi culturali; disamina cruda circa
l’inutilità di antiche convinzioni, ma pervicace
attaccamento ai concetti di onore, lealtà nei confronti
della
vecchia istituzione imperiale e della sua macchina burocratica e
militare intesa come pilastro e giustificazione formale e sostanziale
di un potere terreno. Il romanzo trasuda di ineluttabilità
frammista a consapevolezza, di gusto pittorico e sensualità
edonistica e crepuscolare. Si tratta, in effetti, di un languido, ma
virile addio a tutto ciò che è perduto per
sempre: un
canto intonato da un uomo ormai in disparte, «inabile non
soltanto alla vita, ma anche alla morte». Due parole
sull’opera. Il libro parte dalle gesta eroiche di un
ufficiale
dell’esercito austriaco che, durante la battaglia di
Solferino
del 1859, salva la vita del giovane Imperatore Francesco Giuseppe.
Attraverso la memoria dei discendenti dell’eroe, Roth
imbastisce
una trama che riconduce nella sua essenza narrativa e filosofica ad una
visione splengleriana della cultura europea in fase di declino,
sopraffatta dall’incalzare del progresso (o del regresso)
industriale, politico e sociale. Gli eredi
dell’«Eroe di
Solferino» acquistano lustro e ricevono
dall’Imperatore
quale ricompensa un titolo nobiliare: premio simbolico e
«ideale» che viene trasmesso di generazione in
generazione
e che porta con sé l’obbligo di salvaguardare la
virtù con un’assoluta devozione verso la
monarchia. La
vita dell’ultimo erede della famiglia Trotta, Carl Joseph, le
cui
modeste vicende di carriera e d’amore occupano buona parte
del
romanzo, si svolge parallela a quella del longevo e malato Imperatore.
In seguito allo scoppio del Primo Conflitto, Carl – uomo
disilluso e depresso – viene inviato sul fronte orientale
dove
muore senza tanti clamori e ben lontano dall’aura di gloria
dell’avo. Il padre, uno zelante e devoto sottoprefetto,
precipita
in un profondo sconforto determinato sia dalla perdita del figlio che
dalla certezza della fine di un ciclo. E dopo aver atteso nel freddo
parco di Schönbrunn l’annuncio della morte
dell’ormai
vecchio e malato Imperatore Francesco Giuseppe, l’uomo,
derubato
del suo passato e del suo futuro, si lascia morire in un autunno che
preannuncia la finale catastrofe della nazione: epilogo tragico che
riconduce in sostanza a quell’incapacità di
«sopravvivere al dopo» che rimane uno dei temi cari
a Roth.
Il denso pathos nostalgico nel quale l’autore inzuppa la
penna lo
ritroviamo poi in altri successivi lavori, primo fra tutti La cripta dei Cappuccini
(Die Kapuzinergruf)
(1938), la cui trama ripercorre anch’essa le fasi del declino
dell’Impero attraverso le vicissitudini di
un’intera
famiglia. Storicizzando l’intento narrativo e concettuale di
Roth
si può forse affermare che l’autore utilizza la
sua
sincera nostalgia nei confronti della regale epoca asburgica quasi a
volere esorcizzare il presente con il passato: un presente che, a
partire dal 1933, vede in Europa Centrale l’ascesa e il
conclamarsi dell’ideologia hitleriana, e in Russia il
contestuale
consolidamento dell’assolutismo stalinista. In questo senso,
l’anelito dello scrittore (che pur essendo Ebreo si dichiara
apertamente «conservatore e Cattolico» in quanto
non crede
affatto all’utopia opprimente e statica del comunismo, ma
neanche
alla mobilità della società capitalista) sembra
rivolgersi senza indugio ad una Tradizione, quella cristiana
mitteleuropea, intesa come coacervo di valori aristocratici, atemporali
ed eterni che giganteggiano nell’avvilente confronto con la
semplice, pedestre, e talvolta ingannevole, contrapposizione
politico-ideologica tra Destra e Sinistra, intesa in senso
politologico. Concetto, quest’ultimo, che viene ripreso da
altri
lavori quale, appunto, Destra
e Sinistra (Rechts
und Links) (1929) e Giobbe,
la storia di un uomo semplice (Hiob)
del 1930. In quest’ultimo libro, che si rifà
chiaramente
al suo pregresso culturale e religioso, Roth offre al lettore una
chiave interpretativa del presente e delle sue angosce esistenziali
attraverso l’esperienza della paziente, ma non rassegnata
santità ebraica. Va notato che buona parte delle opere del
«Cattolico» Roth contengono sempre frequenti
digressioni
sulla realtà ebraica mitteleuropea. Negli Ebrei Erranti
del 1927, l’autore si sofferma con affetto, ma freddezza
indagatrice sulla realtà delle migrazioni dei nuclei semiti
dall’Europa Orientale a quella Occidentale nel periodo
immediatamente successivo al Primo Conflitto e alla Rivoluzione Russa.
Simpatie per la civiltà cattolica a parte, uno dei motivi
centrali dell’opera narrativa di Roth è, come si
è
detto, la tragica vicenda degli Ebrei dell’Europa Centrale,
costretti dal crollo della monarchia austro-ungarica ad emigrare verso
l’Occidente europeo e gli Stati Uniti.
Un’emigrazione in
qualche modo forzata che rinnova l’antica diaspora,
costringendo
questo eterno popolo di esuli, indissolubilmente legati ad un credo
religioso e culturale antico ed unico, a fronteggiare la
«contaminazione» di una civiltà
occidentale che li
avvince e respinge al tempo stesso.
Roth presta poi molta attenzione ai
concetti di
verità, di contraffazione, di santità e di
debolezza che
caratterizzano la confusa esistenza dell’uomo moderno.
Concetti
che emergono tra le righe de Il
peso falso (Das
falsche Gewicht) incentrato sulla vita di un ispettore di
pesi e misure e nel celebre, breve (e drammaticamente premonitore)
racconto La leggenda
del santo bevitore (Die
Legende vom heilgen Trinker) del 1939. Nel suo ultimo
lavoro, La milleduesima
notte (Die
Geschichte von der 1002),
anch’esso del 1939, Roth esamina invece il tema
dell’auto-inganno, cioè
dell’obliterazione della
verità e, in ultima analisi, della fuga, non tanto da una
realtà sgradita, ma da se stessi. E con questo il cerchio
narrativo di Roth si chiude, purtroppo definitivamente, lasciando nel
lettore il rimpianto di non potere usufruire di una successiva
occasione d’incontro con uno dei più importanti
autori del
Novecento il cui pieno riconoscimento da parte della critica
internazionale tardò però a venire. Come
d’altra
parte è accaduto ad altri grandi maestri capaci di esprimere
eterne verità attraverso il filtro di una propria, esclusiva
esperienza di vita ed interpretazione concettuale e stilistica
dell’essere.
Bibliografia
Joseph Roth
di Rainer-Joachim Siegel (1995)
Joseph Roths Fluch und
Ende di Soma Morgenstern (1994)
Joseph Roth
di Wolfgang Müller-Funk (1989)
Ambivalence and Irony in
the Works of Joseph Roth di C. Mathew (1984)
Joseph Roth und die
Tradition, Edizioni D. Bronsen (1975)
Lontano da dove
di Claudio Magris (1971)
Joseph Roth: Leben und
Werke di H. Linden (1949).
(anno 2003)