La
cinematografia del Terzo Reich
Tra
produzione propagandistica ed intrattenimento popolare
di Alberto
Rosselli
Fino
dalla presa del potere in Germania (31 gennaio 1933), il Partito
Nazionalsocialista di Hitler dimostrò una notevole
attenzione
nei confronti di tutti i mezzi di informazione: editoria,
pubblicistica, radiofonia e, naturalmente, cinema. E
quest’ultimo
strumento venne ritenuto ben presto come il più penetrante
ed
efficace al servizio della prassi propagandistica del regime, anche se
con alcuni distinguo. «Il nazismo – spiega
Giovannella
Rendi – reputava il cinema non proprio alla stregua di
veicolo di
comunicazione del messaggio, ma come un sicuro meccanismo di adesione
collettiva che doveva affondare le sue radici
nell’irrazionale:
ragione questa che portò ad una radicale
“restaurazione” della stessa industria
cinematografica
tedesca».
Nominato, l’11 marzo 1933,
responsabile del
neonato Ministero per la Cultura e la Propaganda, Joseph Goebbels, che
già dal 1929 ricopriva un analogo incarico
all’interno del
Partito Nazionalsocialista, costituì la «Camera
cinematografica»: istituto deputato a realizzare
un’azione
di diffusione del pensiero nazionalsocialista attraverso svariate forme
espressive ed artistiche. In questo modo, Goebbels venne
così a
trovarsi nelle condizioni ideali per potere ristrutturare e controllare
l’apparato produttivo cinematografico a beneficio del regime,
prima attraverso l’esclusione di tutti i professionisti e
attori
«ideologicamente non compatibili» con il nuovo
corso, poi
mediante l’utilizzo e la gestione funzionale ed effettiva del
mezzo e l’introduzione della censura preventiva.
La Legge
sul Cinema
del 1934 (che soppiantò quella del 1920), oltre che a
prevedere
sussidi e finanziamenti per le produzioni tedesche, introdusse infatti
un nuovo regolamento sulla censura che andò ad estendersi a
tutte le fasi di costruzione del film, a partire dalla ricerca del
soggetto e dalla stesura della sceneggiatura. La speciale Commissione
della Censura si installò a Berlino dove ben presto vennero
trasferiti gli uffici direzionali di gran parte del nuovo apparato
cinematografico nazionale. Con il 1936, Goebbels accentuò
ulteriormente il suo intervento nel comparto, allontanando gli ultimi
soggetti ebraici ancora presenti e proibendo la pubblicazione di
riviste cinematografiche indipendenti. L’anno seguente, il
governo tedesco acquisirà il 72,6 per cento del capitale
della
più grande ed importante casa di produzione teutonica,
l’UFA (Universum-Film A.G), manovra che porterà
alla
nazionalizzazione de
facto
dell’industria tedesca. Nel 1938, con il preciso scopo di
progettare e produrre pellicole a sfondo propagandistico, Goebbels
istituì la Bavaria Filmkunst e a partire dal 1939, la
Germania
fu così in grado di scatenare anche attraverso lo schermo la
sua
grande offensiva militare e ideologica. Con l’intento di
tenere
sotto controllo la sua grande macchina produttiva, nel 1942, Goebbels
fece riunire tutte le aziende cinematografiche in un’unica
società, la Ufa-Film, guidata da Fritz Hippler che, in
qualità di direttore cinematografico di Stato, doveva
rispondere
del suo operato personalmente e senza intermediari allo stesso Ministro
della Propaganda. Va ricordato che, al di là delle sue mire
ideologiche, Goebbels (grande appassionato di cinema tedesco e
sovietico) prese sempre a cuore le sorti della produzione, esigendo la
cooptazione di artisti e di tecnici di sicura fede nazista, ma anche di
comprovata capacità. Una curiosità. Nella sua
abitazione
privata, egli si era fatto allestire una sala cinematografica dove
quasi ogni sera faceva proiettare i migliori film dell’epoca,
compresi quelli americani da lui stesso proibiti. Tra i suoi preferiti
figuravano Via col vento
e l’antimilitarista Niente
di nuovo sul fronte occidentale.
Con la politica Goebbels, votata a
trasformare
l’opera d’arte in propaganda e viceversa,
«lo stesso
concetto di critica cinematografica – sostiene la Rendi
–
venne sostituito dal “racconto del fenomeno
artistico”
[…] Oltre a ciò il regime istituì la
cosiddetta
“attribuzione di predicato”, una sorta di
preselezione
delle opere tesa a valutare l’attendibilità e la
conformità artistica e ideologica delle stesse al
regime».
Va comunque notato che durante l’era hitleriana,
l’istituto
della censura non svolse soltanto un semplice ruolo di «ente
per
la difesa dei principi ideologici», ma si adoperò
anche
per fornire cospicue sovvenzioni e agevolazioni di natura fiscale a
tutte le produzioni in linea con le direttive del Ministero della
Propaganda. Goebbels si sforzò con successo di trasformare
rapidamente il mezzo cinematografico in uno «strumento di
educazione popolare», o meglio di «erudizione
ideologica» delle masse: scopo che viene raggiunto, anche se
non
completamente, grazie alla scoperta e al contributo fornito da valenti
registi, sceneggiatori, fotografi, attori e tecnici.
Ben conscio del fatto che il popolo
tedesco vantava
mediamente un livello di istruzione tra i più elevati
d’Europa e forse del mondo, Goebbels applicò
– salvo
alcune eccezioni – severi criteri per quanto riguardava il
vaglio
tecnico e contenutistico delle opere cinematografiche da immettere sul
mercato, pur escludendo, ovviamente, prodotti che si rifacevano a forme
precedentemente respinte dal nazismo, quali l’espressionismo
e la
cosiddetta «nuova oggettività»
narrativa, e puntando
su una sorta di naturalismo descrittivo che stava a mezza via tra lo
stilizzato e l’illustrativo e che spesso trovava il suo
corrispettivo pittorico nei modelli accademici del XIX secolo. Secondo
la Rendi, il risultato di questa operazione avrebbe portato
«ad
una semplificazione al massimo grado del tessuto narrativo a favore
della cosiddetta Schwarzweißdramaturgie,
ovvero la “drammaturgia in bianco e nero”,
esasperatamente
manichea, attraverso la quale il prototipo ideale dell’uomo e
dell’eroe tedesco dalle fattezze ariane si contrappone
più
o meno simbolicamente all’altrettanto stereotipato
“nemico
del popolo o al parassita sociale” (l’ebreo, il
nero, il
capitalista anglosassone e il bolscevico) sullo sfondo di una Germania
idilliaca e fuori del tempo, di guglielmina memoria».
Ma a questo punto, occorre una
precisazione. Va
infatti ricordato che per quanto concerneva il concetto di propaganda
più o meno diretta, le visioni e gli auspici di Goebbels
contrastavano con quelli di Hitler per il quale – esigenze di
regime o meno – doveva continuare a sussistere una netta
dicotomia tra i fattori «arte» e
«propaganda».
In buona sostanza, Hitler respingeva, almeno in linea di principio,
un’eccessiva manipolazione del prodotto cinematografico in
funzione ideologica, diffidando perfino della pratica della
«persuasione occulta del messaggio»: sistema che ai
giorni
nostri viene ampiamente utilizzato e che, proprio per la sua presunta
natura «maligna», diviene spesso oggetto di
frequenti
discussioni e polemiche che coinvolgono massmediologi, sociologi ed
esperti di psicologia comportamentale. Questo apparentemente
contraddittorio atteggiamento di Hitler – leader politico che
proprio della propaganda fece uno dei suoi cavalli di battaglia
–
va forse ricercato nella passione che il Führer nutriva per
ogni
espressione artistica e dell’ingegno umano o, più
realisticamente, in una visione strategica differenziata
dell’utilizzo della propaganda. Sta di fatto che, alla fine,
prevalse non il punto di vista dell’uomo più
potente e
temuto di Germania, ma la «visione prettamente strumentale
del
mezzo cinematografico» predicata dal volitivo Goebbels. Anche
se,
a conti fatti, tra il 1933 e il 1945, il totale delle cosiddette
pellicole di propaganda «diretta» equivalse ad
appena il
20/25 per cento dell’intera produzione cinematografica
tedesca:
molto poco se si considera che, nello stesso periodo, in Unione
Sovietica questa percentuale, a detta degli studiosi, sfiorò
il
95 per cento. Secondo il sociologo Gerd Albrecht (autore di Nationalsozialistische
Filmpolitik,
Hanser Verlag, 1969) «tra il 1933 e il 1945 in Germania si
produssero soltanto 153 film dichiaratamente
“politici”, o
di propaganda “diretta”, su un totale di
1.094».
Si può quindi affermare che
la politica
cinematografica nazista, nonostante avesse la forza e i mezzi per
farlo, non puntò mai (come quella fascista) su una totale
cannibalizzazione ideologica dei film, almeno per quelli di
intrattenimento, preferendo invece utilizzare per la propaganda
«diretta» il documentario e il cinegiornale (i Wochenschau) e per
quella, diciamo, «indiretta» le pellicole
storico-rievocative o celebrative della tradizione germanica.
Per quanto concerne i cinegiornali
– che
naturalmente vanno distinti dai documentari – occorre dire
che
questa tipologia di prodotto venne sempre curata con la massima
scrupolosità, al punto da sovrastare per qualità
ed
impatto le omologhe realizzazioni alleate. «Ogni settimana,
mille
copie, editate in ventinove lingue diverse, venivano distribuite alle
sale cinematografiche tedesche e in quelle di altre trentaquattro
Nazioni attraverso un sistema di corrieri aerei […] ed
è
stato calcolato che sempre settimanalmente gli operatori e in montatori
tedeschi erano in grado di approntare oltre 40.000 metri di
pellicole». Nei lungometraggi e nei documentari direttamente
propagandistici, lo sforzo profuso fu più o meno eguale e
tale
da consentire la messa a punto di lavori decisamente superiori alla
media europea, grazie al contributo di eccellenti professionisti. A
tale proposito, un posto di rilievo spetta sicuramente alla regista
Leni Riefenstahl, autrice di Triumph
des Willens (Il
Trionfo della Volontà, del 1934) e del
celeberrimo Olympia
(Olympia,
del 1936), produzione destinata a segnare una svolta nella storia della
tecnica documentaristica mondiale.
Il primo approccio del regime nazista
alla
cinematografia non fu però dei più brillanti. Nel
1933,
anno della Machtergreifung
(«la presa del potere da parte di Hitler»)
– racconta
la Rende – l’evento venne celebrato attraverso la
produzione della cosiddetta «trilogia delle SA» (o Sturm-Abteilungen).
Delle tre pellicole S.A.-Mann
Brand di Franz Seitz, Hans
Westmar di Franz Wenzler e Hitlerjunge Quex
di Hans Steinhoff (destinato in seguito a divenire uno dei
più
famosi registi dell’epoca), soltanto l’ultima
riscosse un
moderato successo, grazie soprattutto all’interpretazione di
Heinrich Gorge, che si era già messo in luce con Metropolis e Berliner Alexanderplatz,
e alle influenze stilistiche della «nuova
oggettività» di cui l’opera era
caratterizzata.
Effettivamente, in questa fase di transizione la cinematografia
nazionalsocialista stentava ancora a decollare, situazione che indusse
Goebbels a chiamare a raccolta i migliori professionisti del settore
per rimediare alle pecche e agli scompensi presenti nelle prime
pellicole.
Per quanto concerne il cinema di
intrattenimento, il
Ministro della Propaganda era dell’idea che i prodotti
tedeschi,
soprattutto quelli storici e biografici, avrebbero dovuto essere
caratterizzati da un severo senso dell’etica prussiana e da
un
forte intento didattico-educativo. Il cinema nazionalsocialista
avrebbe, dunque, dovuto poi abbandonare «la
vacuità e la
promiscuità culturale, sociale e addirittura antropologica
tipiche delle produzioni anglosassoni e francesi» di
importazione
e non. Il Ministro arrivò infatti a bocciare un innocuo film
statunitense su Tarzan in quanto l’eroe della giungla era
solito,
come si sa, presentarsi al pubblico in mutande leopardate e peggio
ancora dialogare amichevolmente e fraternizzare con negri e
scimpanzé.
Con lo scopo di perseguire una profonda
«rivoluzione morale, culturale e ideologica» del
cinema
nazionale, il regime diede il via ad una profonda opera di
ristrutturazione e di bonifica culturale del ganglio vitale della
cinematografia tedesca, e cioè l’UFA o
Universum-Film,
casa fondata il 18 dicembre 1917 dietro indicazione del Generale Erich
von Ludendorff, intenzionato ad accorpare le imprese di produzione
guglielmine impegnate nello sforzo bellico. Dopo la fine del Primo
Conflitto e durante la Repubblica di Weimar, la ditta crebbe di
dimensioni, acquisendo notorietà e immettendo sul mercato
nazionale ed internazionale molti film, tra cui i capolavori di Fritz
Lang e Friedrich Wilhelm Murnau. Nell’ambito della
trasformazione
tecnica e ideologica dell’UFA, il trio composto dai registi
Veit
Harlan, Karl Ritter e Hans Steinhoff ebbe il compito di sostituire i
colleghi fuggiti all’estero e di proporre nuovi soggetti
consoni
alle direttive e alle necessità del regime. Ma nonostante
questa
rivoluzione, buona parte della cinematografica tedesca non si
avventurerà quasi mai (se si eccettuano le produzioni
prettamente documentaristiche della Riefenstahl e quelle di fiction
di Harlan e di J. von Baky) nell’innovazione, preferendo
proseguire la sua attività creativa lungo i binari di
collaudate
formule di genere, come il già citato film storico
rievocativo
di ispirazione rigorosamente prussiana, il film di guerra, la commedia
e il giallo.
Ma veniamo alle principali produzioni.
Nel 1936 uscì Fridericus
di Johannes Meyer, pellicola attraverso la quale il regista
tentò, in maniera abbastanza plateale, di tracciare
un’ideale, ma assai improbabile continuità tra la
figura
di Federico II di Prussia e quella di Hitler (il 3 marzo 1942, Veit
Harlan proporrà un remake
Der große
König – Il grande Re).
Seguirono nel 1940 due robuste, ma pesanti produzioni biografiche: Bismarck, di
Wolfgang Liebeneiner e Friedrich
Schiller, di Herbert Maisch. E sempre nel 1940 comparve
invece sugli schermi una pellicola del tutto diversa,
l’interessante Unser
Fräulein Doktor
di Erich Engel, prodotta da Klagemann-Film. Il film narra le avventure
galanti ed eroiche della affascinante ed algida spia tedesca Elisabeth
Schragmüller che, durante il Primo Conflitto Mondiale, con il
suo
abile operato era riuscita a mettere in crisi i servizi segreti
anglo-francesi. Questo film (remake
di quello prodotto nel 1937 da Georg W. Pabst) verrà poi
rimaneggiato e riproposto, non senza meriti e gusto estetico, nel 1969
da Alberto Lattuada.
Nonostante lo sforzo
«storicista», buona
parte delle pellicole prodotte in Germania nella seconda
metà
degli anni Trenta appartengono al genere Unterhaltungproduktion,
cioè al cinema di intrattenimento: esattamente come accadde
in
Italia. Non pochi registi tedeschi preferirono inseguire la commedia
brillante o sentimentale o cimentarsi in film-operetta (molto graditi
al Führer) o negli altri generi precedentemente citati. Circa
il
proliferare e il successo dei film di intrattenimento (commedia,
dramma, melodramma, film comico e giallo) non vi è da
registrare
nulla di strano. Nonostante la rigidità ideologica del
nazismo e
gli intendimenti di Goebbels, il regime concesse volentieri ai registi
di sbizzarrirsi in lavori disimpegnati, soprattutto allorquando la
Germania si trovò ad affrontare le prime asperità
del
Secondo Conflitto Mondiale. «Mantenere il nostro popolo di
buon
umore – annotò nel 1942 Goebbels –
può
risultare decisivo per le sorti del conflitto». Sotto questo
aspetto la politica cinematografica tedesca non differì
molto da
quella coeva italiana. Tra le opere del filone drammatico sentimentale,
un posto di rilievo spetta forse a Die
große Liebe (Il
grande amore)
del 1939, di Rolf Hansen, interpretato dalla bella attrice svedese
Zarah Leander, che, secondo la produzione, avrebbe dovuto sostituire
nell’immaginario collettivo l’ormai espatriata
Marlene
Dietrich.
Per quanto concerne la vigorosa
produzione
«storica», come da copione, tra la fine degli anni
Trenta e
il 1944, essa farà sempre riferimento, diretto o indiretto,
alle
sole gloriose vicissitudini e alla grandezza della stirpe tedesca (vedi
Kolberg,
film sul quale
ritorneremo) o alle nefandezze compiute nel corso dei secoli dalle
potenze avversarie della Germania, come la Russia e
l’Inghilterra. Agli inizi degli anni Quaranta, con il preciso
obiettivo di danneggiare l’immagine della Gran Bretagna, i
Tedeschi produssero film incentrati sulla resistenza in Sudafrica dei
coloni boeri (vedi Ohm
Kruger, L’eroe dei Boeri,
girato nel 1941 da Hans Steinhoff, Herbert Maisch e Karl Anton) e su
quella del popolo irlandese (da citare due melodrammi pseudo-storici
ambientati in Irlanda, diretti entrambi da Max W. Kimmich: Der Fuchs von Glenarvon
– Le volpi
del Glenarvon, del 1940 e Mein Leben für Irland
– Il mio
amore per l’Irlanda del 1941). Senza contare le
pellicole dichiaratamente antisovietiche (come Ghepeu di Karl
Ritter, del 1942, interpretato dalla brava attrice triestina Laura
Camaur) e particolari lungometraggi, come Rund um die Freiheitsstatue
e Roosevelt Plaudert,
rispettivamente del 1941 e del 1943, con i quali venivano attaccati la
cultura e il sistema economico statunitensi.
Accanto a questo genere, a partire dal
1938 se ne
sviluppò un altro, ben più aggressivo e
ideologizzato,
mirato a diffondere un’immagine del tutto negativa del
giudaismo,
vedi il già citato Jud
Suss (Suss
l’Ebreo) di Veit Harlan (1940), Die Rothschild (I Rothschild) di
Erik Washenek, e il documentario antisemita di Fritz Hippler, Der ewige Jude (L’eterno Giudeo),
dello stesso anno.
A conti fatti, però, la
produzione
cinematografica propagandistica hitleriana non raggiunse gli obiettivi
che si era prefissata. Il predominio della retorica,
dell’eroismo
e l’oggettiva violenza dei messaggi contenuti in certe
pellicole
annullarono difatti buona parte degli effetti studiati a tavolino. A
tal punto che, verso la fine della guerra, lo stesso Goebbels,
visionando le analoghe pellicole anglo-americane, si accorse della loro
evidente superiorità ed impatto rispetto a quelle fatte in
Germania. La produzione di propaganda anglosassone (non certo quella
sovietica, dominata da un’esondante retorica ideologica),
ebbe
spesso l’accortezza di narrare le gesta non di eroi o martiri
della patria, ma di semplici cittadini costretti a partecipare senza
enfasi, ma con solido spirito di sacrificio, ad una guerra comunque
necessaria, poiché ingaggiata in nome della
libertà e
della democrazia. Messaggio, questo, che venne perfettamente recepito,
e condiviso, dal vasto pubblico statunitense e britannico.
D’altra parte, lo stesso Goebbels ebbe modo di comprendere
appieno la superiorità dei film propagandistici degli
Alleati
visionando un film americano, La
signora Miniver (Mrs.
Miniver,
1942) di William Wyler. La pellicola narra la storia di una signora
inglese che, rimasta sola nel suo Paese, dimostrava di saper sopportare
con assoluta nonchalance
le
ristrettezze economiche e i bombardamenti tedeschi, trovando persino il
tempo per partecipare a concorsi floreali e a festicciole di
beneficenza. Rispetto all’immediatezza del messaggio
contenuto in
Mrs. Miniver,
le produzioni
naziste, caratterizzate da tematiche eccessivamente ossessive e
monocordi, come i ricorrenti motivi del mito ariano e
dell’antisemitismo, apparivano non soltanto pesanti, ma anche
inutili.
Detto questo, è indubbio che
taluni film
– e quasi tutti i documentari – tedeschi siano
riusciti,
non sempre attraverso la razionale comunicazione di un messaggio, ma
più frequentemente mediante la pura suggestione, a
consolidare
in molti cittadini la fedeltà al regime. Si
trattò di
prodotti la cui forza di persuasione derivava da una perfetta
commistione di ottima tecnica e di grande creatività fatta
di
immagini, contrasti e suoni: un «insieme
sensoriale» tale
da fare trasfigurare la realtà (e trascinare gli spettatori)
in
un universo mistico ed irrazionale (vedi Il Trionfo della
Volontà).
Anche se, molto probabilmente, è verosimile ipotizzare che
le
ultime produzioni del periodo bellico non abbiano più potuto
incidere o giocare alcun ruolo decisivo sul morale e soprattutto sul
destino di una Nazione che – pur essendo ormai condannata da
un
conflitto dagli esiti infausti – solo in virtù di
una
sorta di pregressa acquisita lealtà e robustezza ideologica
nei
confronti del Führer si dimostrò capace di reggere,
oltre
ogni limite, a molteplici, tremendi sacrifici.
Comunque sia, durante la Seconda Guerra
Mondiale,
molte furono le pellicole, in parte di taglio documentaristico,
destinate a pubblicizzare con successo il valore dei soldati, dei
marinai e degli aviatori del Terzo Reich. Tra il 1939 e il 1941, Walter
Ruttmann produsse Felzug
in Polen (film sulla campagna di Polonia, 1939), Combat a l’Ovest
(sulla campagna di Francia, 1940) e Deutche Panzer
(sulla campagna di Russia, 1941). Mentre il prolifico Karl Ritter, che
già nel 1937-1938 aveva prodotto diversi film bellici,
firmò Legionen
Kondor (1939), Uber
Alles in der Welt (1940), Stukas (1941), il
già citato Ghepeu
(1942) e Besatzung Dora
del 1943. Seguirono le orme di Ritter, Fritz Peter Buch con Jakko (1941), Federsdorff (film
del 1941 sulla campagna di Norvegia), Menschen in Sturm (Uomini nella tempesta)
sempre del 1941; Gunther Rittau con U-Boote westwarts (Arditi dell’Oceano)
del 1941: Hans Bertram, con Feurtaufe
e Kampfgeschwander
Lutzow (La
Squadriglia Lutzow) rispettivamente del 1940 e del 1941;
Victor Tourjansky con Feinde
(sulle atrocità compiute dai Polacchi contro i Tedeschi), e
Alfred Weidemmann con Soldaten
von morgen del 1941, Hande
hoch del 1942 e Junge
Adler del 1944.
Nel 1943, la casa di produzione UFA
decise
però di festeggiare i suoi venticinque anni di vita non con
una
pellicola bellica, ma con una produzione decisamente diversa e
scacciapensieri: il famoso e costoso (6,5 milioni di marchi) film a
colori Barone di
Münchhausen (o Le avventure del barone di
Munchhausen,
regia di J. Von Baky, con Hans Albers), considerato dalla critica
internazionale il capostipite del genere
«fantastico».
Sempre del 1943, fu la volta di Titanic
(incentrato sull’affondamento del celebre transatlantico
inglese)
diretto da Herbert Selpin e Werner Klinger. Il 30 aprile del 1943, dopo
avere visionato la copia della pellicola, Goebbels trovò le
scene del naufragio così terrificanti da provocare un
effetto
negativo sul morale della popolazione tedesca, già
sottoposta a
continui bombardamenti aerei nemici, e quindi decise di non fare
distribuire il film sul territorio del Reich, ma solo in Italia e in
Francia.
La cinematografia nazionalsocialista
chiuderà
i battenti alla fine di agosto del 1944 con un’ultima
costosissima ed emblematica pellicola prodotta dalla Ufa-Filmkunst: Kolberg (La cittadella degli eroi)
di Veit Harlan e Wolfgang Liebeneiner, film ambientato durante le
guerre napoleoniche. Nonostante l’avvicinarsi della sconfitta
e
la Germania ormai ridotta ad un cumulo di macerie, Goebbels volle
fornire comunque alla produzione un notevole sostegno finanziario (nove
milioni di marchi) e qualcosa come 100.000 e più soldati e
6.000
cavalli distolti per l’occasione dal fronte ed utilizzati
come
comparse. Curiosamente, la prima del film si terrà il 30
gennaio
1945, in contemporanea, a Berlino e nella isolata piazzaforte atlantica
di La Rochelle, accerchiata da mesi dalle forze angloamericane, dove
una copia verrà paracadutata da un aereo nero crociato.
Bibliografia
A. Rosselli, B. Pampaloni, Il
Ventennio in celluloide, Ed. Settimo Sigillo, Roma, 2006.
Pubblicato
su «Storia Verità».
www.storiaverita.org
(agosto 2012)