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Le missioni scientifiche tedesche in Tibet

Tra scienza, esoterismo, politica ed obiettivi militari

 

di  Alberto Rosselli

 

 
Di tutti i progetti scientifici promossi e portati a compimento negli anni Trenta e Quaranta dalla Germania nazista, la spedizione scientifica in Tibet alla ricerca delle origini della razza ariana, appare come una delle più interessanti e curiose, anche per i suoi (meno noti) risvolti politici, diplomatici e militari. Nell’aprile 1938, cinque qualificati ed addestrati membri delle Waffen SS (l’Hauptsturmfuhrer SS Ernst Schaefer, biologo e zoologo; l’alpinista e capogruppo tecnico Edmund Geer; l’antropologo ed etnologo Bruno Berger, il geografo e geomagnetologo Karl Wienert e il fotografo e operatore cinematografico Ernst Krause) partirono, dietro ordine di Heinrich Himmler, alla volta del Tibet e della città sacra di Lhasa per effettuare ricerche antropologiche, etnologiche e mistico-religiose, ma anche per gettare le basi per una successiva penetrazione tedesca in Asia. Ufficialmente, il gruppo aveva come scopo non tanto la scoperta (come scrisse Orville Schell nel suo libro Virtual Tibet) della mitica Shangri-La, la sperduta terra in cui si presumeva esistesse una civiltà pacifica e perfetta, ma la scoperta di prove scientifiche su cui basare e giustificare l’idea di supremazia della razza ariana tanto cara ad Adolf Hitler. Alti esponenti del Partito Nazionalsocialista, primo fra tutti Himmler, credevano infatti che in Tibet vivessero gli ultimi discendenti di una «superiore» tribù ariana – leggendaria antenata della razza germanica – custode di poteri soprannaturali e di formule esoteriche in grado di dominare «tutte le altre stirpi inferiori». E come si sa, secondo i nazisti, l’acquisizione diretta di tali conoscenze avrebbe permesso alla Germania di conquistare il mondo e di affermarsi come Nazione guida dell’umanità: un progetto oltremodo ambizioso che abbisognava non soltanto della pura forza militare, ma di una motivazione e giustificazione trascendentali elevate ed inoppugnabili.
    Come si è detto, la missione, oltre a scopi diciamo scientifici, nascondeva una serie di non irrilevanti (e molto più realistici) obiettivi politici e militari. Prendendo per buone le ragioni ideologiche che stavano alla base del progetto di Himmler, alcune alte sfere della Wehrmacht contavano infatti di sfruttare l’occasione per allacciare più stretti rapporti con il movimento anti-inglese e indipendentista indiano e per instaurare una sorta di «protettorato» tedesco sul Tibet, trasformando questo Stato montagnoso in una potenziale base strategica dalla quale insidiare i vasti possedimenti coloniali britannici in Asia: obiettivo, quest’ultimo, che – a margine dell’ottenimento dei suoi interessanti risultati scientifici – la spedizione si trovò vicina a realizzare. Come è noto, la missione venne infatti bene accolta dal Reggente di Lhasa che dal 1933, cioè dalla morte del tredicesimo Dalai Lama, governava il Tibet. Il monaco di Reting, diventato Reggente nel 1934, non soltanto si dimostrò molto amichevole nei confronti dei Tedeschi, ma accettò addirittura di allacciare relazioni diplomatiche con la Germania di Hitler, lasciando presagire interessanti sviluppi sulla base di una più solida e continuativa cooperazione.
    Ma a questo punto occorre fare un passo indietro per mettere in luce le motivazioni profonde che ben prima della missione del 1939 avevano spinto diversi studiosi tedeschi a ricercare gli antichi e presunti legami culturali e le affinità elettive che a loro parere univano i destini di due popoli apparentemente tanto distanti come quello tibetano e germanico.
    Già a partire dai primi anni Trenta, i nazisti avevano iniziato a mutuare dalla antica civiltà indiana – per i loro cerimoniali – simboli e linguaggi di particolare significato, appropriandosene e adoperandoli per giustificare e motivare la loro oscura e in qualche modo bizzarra filosofia politica ed esoterica pangermanica a sfondo razziale. Non a caso, Hitler, fino dai suoi primi scritti, aveva innalzato il termine «ariano» (parola derivante dal sanscrito arya, che significa «nobile») ad attributo unico ed intangibile di una stirpe e di una cultura germanica pagana antecedente per contenuti, gloria e meriti a tutte le altre. Nei Veda, le antiche scritture indù, il termine «ariano» si riferisce infatti ad una razza dalla pelle chiara proveniente dall’Asia Centrale che in epoche molto remote riuscì a soggiogare le popolazioni dalla pelle più scura (i Dravidiani) abitanti il vasto subcontinente indiano. Ma ben prima dell’avvento del nazismo, alcuni studiosi tedeschi ed europei avevano sostenuto diverse ipotesi al riguardo. Tra il 2000 e il 1500 avanti Cristo una migrazione multi direzionale di un popolo indoeuropeo dell’Asia Centrale si sarebbe mossa verso l’India e l’Europa portando con sé i germi di una cultura superiore: supposizione destinata, successivamente, ad infiammare le menti degli studiosi nazisti che, tuttavia, non riuscirono mai a dimostrare che queste tribù indoeuropee fossero in realtà gli «ariani» già citati dai famosi Veda.
    Tra l’Ottocento e i primi del Novecento noti personaggi, fra cui Joseph de Maistre e Joseph Arthur de Gobineau, cercarono (seppure attraverso teorie e tesi diverse), di manipolare il mito di una pura razza ariana dalla pelle chiara, vantandone la superiorità e trasferendone i requisiti in quella nordica e tedesca. Non a caso fu proprio l’identificazione tra gli ariani del secondo millennio avanti Cristo e il popolo tedesco a conferire agli alfieri del nazionalismo tedesco la convinzione che la Germania fosse l’unica Nazione al mondo ad avere diritto ad affermarsi con la forza sugli altri popoli. Le teorie circa la supremazia della razza ariana contribuirono di conseguenza a fomentare tra i Tedeschi non soltanto l’antisemitismo (inteso come avversione al «diverso» non soltanto sotto l’aspetto religioso, ma anche nel contesto di una contrapposizione discriminante etnico-biologica), ma anche ogni altra sorta di reazione xenofoba, intesa come la repulsione contro altre «razze etnicamente e moralmente inferiori» – vale a dire quella slava – per non parlare delle cosiddette minoranze nomadi (gli zingari), fino ad arrivare a temere uno sconveniente «contagio di sangue» anche da parte dei popoli latino-mediterranei.
    Nel 1890, E. B. Lytton, un appartenente al movimento Rosacroce, scrisse un libro, che ebbe notevole diffusione, circa l’ipotesi dell’esistenza di un’energia cosmica (particolarmente spiccata negli individui di sesso femminile) chiamata Vril. Lytton parlò anche di una misteriosa società Vril: un’aggregazione razziale fantastica formata da super-esseri umani che un giorno sarebbero emersi dai loro nascondigli sotterranei per governare il mondo. L’immaginazione dello scrittore coincideva con il diffuso interesse per l’occulto che in quell’epoca caratterizzava la vita culturale di certa aristocrazia europea. Non a caso, sia in Germania che in altre Nazioni europee erano fiorite molte società segrete il cui scopo era appunto quello di aprire la strada, attraverso l’ideologia dell’occulto e la propaganda pagana, alla riscoperta di una fantomatica razza superiore prossima ad esercitare, legittimamente, il suo sacro ed assoluto potere su tutta la terra. Si andava dalle sette devote al Santo Graal a quelle che predicavano curiosi rituali infarciti di sessualità pagana, di misticismo e di dedizione alle droghe, sull’onda di un diffuso revival delle credenze di derivazione buddista e indù. Insomma, il misticismo esoterico nazista non era nato dal nulla, ma affondava le sue radici più profonde in una tradizione culturale europea piuttosto consolidata che trovò nei circoli politici e militari tedeschi molti adepti e promotori. Basti pensare al generale Karl Haushofer (che sarebbe diventato uno dei sostenitori di Hitler) e alla sua setta esoterica Vril. Lo scopo principale della società fondata da Haushofer (chiamata Vril in onore di Lytton) era quello di approfondire gli studi sulle origini della razza ariana attraverso complicati lavori di interpretazione dottrinale e curiosi cerimoniali ed iniziazioni a sfondo magico. I membri della setta, che praticavano la meditazione per risvegliare negli adepti l’energia cosmica femminile di Vril, pretendevano di avere diretti collegamenti con i lontani maestri tibetani, e di potere attingere a distanza il loro sapere occulto attraverso dei medium, come la celebre Madame Blavatsky (la Russa Helena Petrovna Han), una teosofista che assicurava di essere in perenne contatto telepatico con non specificati sacerdoti himalayani. Nel 1919, dalla società Vril ne scaturì una seconda, la Thule, che venne fondata a Monaco dal barone Rudolf von Sebottendorf, un seguace della Blavatsky. La società di Thule conservava il credo e le tradizioni di vari e differenti ordini e credo religiosi, tra cui i Gesuiti, i Templari, l’Ordine dell’Alba d’Oro, e il sufismo. La setta promosse il mito di Thule, un’isola leggendaria (di essa ne avevano già parlato esploratori greci, come Pitea di Massilia, l’antica Marsiglia) ubicata nel profondo Nord e un tempo popolata dalla razza padrona degli «ariani». Come nella leggenda di Atlantide (con la quale taluni studiosi hanno talvolta ricercato comuni identità), in epoche remotissime gli abitanti di Thule erano stati costretti a fuggire in seguito ad una spaventosa catastrofe sismica. Tuttavia, alcuni sopravvissuti, rifugiatisi nelle viscere dei monti himalayani, erano riusciti a conservare e a tramandare ai posteri i loro magici poteri. Da qui l’idea, coltivata da von Sebottendorf e dai suoi seguaci, di cercare un contatto, diretto o medianico, con questa straordinaria razza. Con il passare del tempo, la società di Thule aggiunse una forte carica ideologica e politica ai suoi intendimenti esoterici, sfociando in un vero e proprio movimento di opinione che negli anni Trenta si sarebbe poi fuso coll’ideologia nazista. Insieme con il pugnale e le foglie di quercia, gli associati alla Thule vollero adottare come insegna guida la svastica, simbolo di origine indiana che era stato adoperato anche dai primi gruppi neo-pagani tedeschi. Gli associati credevano che la svastica fosse un «segno» riconducibile all’arianesimo, sebbene nel corso dei secoli esso fosse stato usato da svariate culture e religioni. Nel corso delle sue ricerche, il generale Haushofer (che fece anch’egli parte della società di Thule) visitò più volte l’Estremo Oriente. E il suo ardore nello studio indusse i vertici di Berlino a nominarlo addetto militare a Tokyo per consentirgli un più lungo e stabile soggiorno in Asia. È verosimile che in Oriente il generale abbia potuto acquisire nozioni del buddismo zen, molto diffuso nella casta militare giapponese, e altre conoscenze di tipo religioso, etnico e antropologico. Va ricordato che i primi studi tedeschi sul buddismo ipotizzavano l’idea di un puro, originale credo buddista perduto, mettendo in guardia gli ariani dal cosiddetto «buddismo degenerato» e contaminato da credenze spurie che continuava a sopravvivere all’originale. Tuttavia, sembra che il fattore «buddismo» rivestisse nel programma studi della società Thule un ruolo di semplice elemento esotico ornamentale, almeno se rapportato al credo della mitologia tibetana, la cui conoscenza rappresentava l’obiettivo ultimo di una setta impaziente di dimostrare al mondo la reale esistenza di un «mondo sotterraneo» himalaiano e quella dei sopravvissuti della mitica razza di Thule.
    Alla confraternita Thule aderirono noti personaggi politici nazisti, tra cui Rudolf Hess, Heinrich Himmler e quasi certamente lo stesso Hitler. Himmler abbracciò fin da subito il credo neopagano della Thule, promuovendo nuove cerimonie mistiche ed arrivando a credere (secondo tradizione indiana) di essere addirittura la reincarnazione di un Re Germanico del decimo secolo: nota era infatti la sua venerazione nei confronti di Enrico I l’Uccellatore nel quale si identificava. Sembra che il Reichsfuhrer SS fosse praticamente certo che nel sottosuolo del Tibet potessero essere ritrovate tracce degli antichi ariani dotati di poteri sovrumani e paranormali. D’altra parte, al tempo in cui Hitler scrisse il Mein Kampf, in Germania il mito della razza ariana era già fortemente radicato. In un capitolo della sua opera (l’undicesimo, «Razza e Popolo») il futuro dittatore espresse molta preoccupazione per la continua contaminazione etnica alla quale era sottoposto il popolo tedesco. Secondo Hitler, la pura razza ariana tedesca era stata corrotta dal prolungato contatto con il popolo ebraico. Per Hitler, l’unica difesa contro questa commistione forzata era quella di trovare una «fonte perenne di sangue ariano». Alla luce di questa sua ossessiva apprensione, l’idea o meglio il progetto di avviare un contatto con le popolazioni tibetane appariva anche a Hitler come una vera e propria necessità. È da notare che, proprio per sostenere una politica di sviluppo delle ipotesi «ariane», il 1° luglio 1935 lo stesso Himmler (illuminato dalla lettura dell’opera del filologo e studioso olandese di simbolismi protostorici Herman Wirth) decise di fondare – in collaborazione con lo stesso Wirth e con Richard Walter Darré – la Deutsches Ahnenerbe – Studiengesellschaft fur Geistesurgeschichte (Eredità tedesca degli antenati – Società di Studi per la Preistoria dello Spirito) a capo della quale mise l’Obersturmbannfuhrer SS Wolfram Sievers, che dopo la Seconda Guerra Mondiale verrà processato a Norimberga. Una curiosità. È da notare che una delle cinquantadue sezioni «scientifiche» della Società si occupava degli studi esoterici e aveva tra i suoi consulenti eminenti personaggi come Ernst Junger ed altri, completamente estranei, anzi avversi, alla cultura nazista, tra cui il filosofo ebreo Martin Buber esperto in metafisica pura. Ciò non deve stupire più di tanto poiché oltre alle ricerche sulla perduta Thule, sulla proto-cultura ariana e indiana, la Ahnenerbe si occupava anche di analisi e rielaborazioni di miti, ordini e ordinamenti religiosi e culturali di varia natura e origine, tra cui il simbolismo nordico dell’Arpa Irlandese e le credenze dei Veri Rosacroce (ovvero dei gruppi iniziatici ancora in possesso della tradizione integrale dei Templari). Perfino gli insegnamenti della Bibbia e della Kabala ebraica vennero setacciati per coglierne il senso nascosto… e nella speranza (vana) di trovare giustificazioni ai concetti di razza eletta e di eredità di razza. A tutti i membri dell’Associazione era richiesta una profonda erudizione in campo linguistico, antropologico, geografico, archeologico e cosmologico ed anche una buona conoscenza delle metodologie Yoga e Zen considerate essenziali per penetrare determinati misteri meta-politici e metafisici. «Ma oltre agli studi teorici – riporta André Brissaud nel suo Hitler et l’Odre Noir – l’Associazione di Himmler fu molto attiva nel campo delle tradizionali spedizioni scientifiche: tra il 1935 e il 1939 ne organizzò più di cento, soprattutto in Asia, ma anche in Europa Orientale e America del Sud, per effettuare ricerche archeologiche e studiare usi e costumi di sperdute tribù o di gruppi etnici presumibilmente eredi di antichissime culture ormai estinte».
    Nel 1938, la Ahnenerbe organizzò la prima, grande missione in Tibet, affidandone il comando al Hauptsturmfuhrer SS Ernst Schaefer che, tra il 1930 e il 1932 e tra il 1934 e il 1936, aveva partecipato a diverse spedizioni esplorative sia in territorio tibetano che cinese. Scopo ufficiale e in parte autentico della spedizione era lo studio della regione e della popolazione tibetana, anche se in realtà i nazisti avevano in mente di venire a contatto diretto con il monaco di Reting diventato Reggente un anno dopo la morte del tredicesimo Dalai Lama (il quattordicesimo Dalai Lama, quello attuale, nel 1938 aveva appena tre anni e sarebbe stato insediato sul trono soltanto nel 1940).
    La spedizione nazista partì per nave nel maggio 1938 dal porto di Genova e circa un mese più tardi giunse a Colombo (ex Ceylon), per poi proseguire per Calcutta, dove trovò ad accoglierla una diffamante campagna stampa orchestrata dal governatore britannico, preventivamente istruito da Londra (da tempo al corrente dei piani di Himmler) per creare ostacoli alla missione scientifica tedesca. È da notare che nel 1935, a Calcutta, era comparsa dal nulla una rivista «culturale», «The New Mercury», pubblicata da Sri Asit Krishna Mukherji e Sri Vinaya Datta, che sposava in qualche modo le teorie naziste propagandate dalla Ahnenerbe. Come annota Savitri Devi nel suo L’India e il Nazismo, la suddetta testata pubblicava ricerche su tutto ciò che poteva servire a mettere in luce una connessione profonda, non necessariamente politica, tra la civiltà indù e quella germanica «esistita ben prima del Cristianesimo». Gli imbarazzanti e pericolosi contenuti del periodico (sostenuto sottobanco dai Tedeschi tramite il console generale a Calcutta Herr von Selzam) avevano destato non poche apprensioni tra le alte sfere britanniche che, nel 1937, avevano provveduto a sequestrare e a chiudere il «The New Mercury», considerandolo uno strumento propagandistico filo-nazista. Senza considerare che proprio in quegli anni, il Governatorato britannico iniziava ad affrontare la politica secessionista e filo-tedesca e filo-giapponese del carismatico leader nazionalista indiano Shubas Chandra Bose intenzionato – al contrario di Gandhi, indipendentista anch’egli, ma avverso all’Asse – a fomentare una grande rivolta per cacciare gli Inglesi dal suo Paese.
    Ma ritorniamo alla spedizione. Dopo avere ottenuto, fra mille difficoltà, il visto dalle autorità anglo-indiane per potere soggiornare sei mesi nel Sikkim (il piccolo Stato himalayano porta di accesso naturale al Tibet), ai primi di luglio Schaefer e i suoi compagni radunarono una colonna composta da cinquanta muli e da una decina di portatori, e con circa due tonnellate e mezzo di materiali e attrezzature da campo partirono alla volta della grande e quasi inesplorata catena montuosa. Da Gangtok, capitale del Sikkim (il cui Maharaja accolse molto amichevolmente la spedizione. Atteggiamento verosimile in un’epoca in cui molte tribù indù vedevano nell’ateo e «ariano» Hitler un avatara – cioè un «protetto o iniziato» – di Vishnu), la colonna proseguì faticosamente per due settimane in direzione Nord, lungo stretti e ripidi sentieri frequentemente interrotti da frane e dalle piene dei fiumi e dei torrenti ingrossati dai monsoni, fino a raggiungere la località di Thanggu a quota 4.500 metri. Nei pressi di Gayokang, i Tedeschi installarono il loro primo campo in altura, proprio alle pendici del massiccio del Kangchenjunga, la cui cima raggiunge gli 8.585 metri. Dopo alcune settimane trascorse a studiare il territorio e le popolazioni della zona, ai primi di agosto Schaefer e i suoi uomini vennero contattati dal principe tibetano di Doptra che li ospitò nella sua residenza estiva assicurando ai Tedeschi una scorta per raggiungere la città santa di Lhasa. Prima di partire la spedizione effettuò però alcune ricerche zoologiche e antropologiche nella regione montuosa del Sikkim, raccogliendo molto materiale, scattando centinaia di fotografie e filmando centinaia di pellicole. Il 1° dicembre, infine, Schafer e i suoi compagni vennero a sapere che il Reggente del Tibet aveva loro concesso di trascorrere due settimane a Lhasa, località che la colonna tedesca (di cui faceva parte anche un alto ufficiale Sikkim) guadagnò dopo una lunga e faticosa marcia il 19 gennaio 1939. Qui Schafer venne ricevuto dalle massime autorità tibetane e dal maestro spirituale del Dalai Lama. Quest’ultimo, infatti, non era presente alla cerimonia in quanto, data la sua giovanissima età (appena quattro anni) si trovava ancora nel suo villaggio situato nella zona di Amdo. Lo storico incontro tra i membri della spedizione della Ahnenerbe e i dignitari locali venne accuratamente documentato da una serie di fotografie e da alcune decine di metri di pellicola. Era il momento che Schafer, Wienert, Berger, Krause e Geer attendevano da tempo. Per loro si schiudeva infatti l’opportunità di stabilire con i Tibetani un rapporto di amicizia e di interscambio culturale onde verificare la validità delle ipotesi antropologiche elaborate in Germania dai sostenitori delle teorie «ariane». Senza considerare che prima di loro soltanto pochissimi esploratori stranieri avevano avuto accesso alla «città proibita» himalayana. Come era accaduto a Gangtok, dove avevano assistito alla «Danza di guerra degli Dèi», ai Tedeschi venne offerta l’occasione, assai rara, di partecipare alle celebrazioni del Capodanno lamaista, di effettuare visite a tutti i templi della zona (tra cui quello di Potala) e di svolgere approfonditi studi sulle caratteristiche etniche ed antropologiche della popolazione locale. I Tibetani consentirono anche di effettuare indagini sui minerali, sulla flora e sulla fauna della regione, a condizione però che per l’abbattimento di alcune specie di uccelli non venissero usate armi da fuoco: divieto che Schafer aggirò costruendo una grossa fionda con la quale abbatté alcuni esemplari. Sembra che tra gli scopi scientifici della spedizione vi fosse anche la ricerca dell’Abominevole Uomo delle Nevi (ovvero lo Yeti): misterioso quadrumane di montagna che tuttavia non venne mai avvistato o catturato. Durante le due settimane di permanenza i rapporti tra Tedeschi e Tibetani si strinsero al punto da indurre i dignitari a prorogare il rientro della spedizione di Schafer fino al 19 marzo: opportunità che consentì agli uomini della Ahnenerbe di approfondire ulteriormente le proprie conoscenze sulla città di Lhasa e sul territorio circostante. La pattuglia, guidata da un dignitario, lasciò la «città proibita», ridiscese a valle e raggiunse l’avamposto inglese di Gyangtse, dopodiché Schafer esplorò le rovine dell’antica capitale Jalung Phodrang (ormai disabitata da mille anni) e il 25 aprile, dopo una marcia di seicento chilometri, arrivò a Shingatse, laddove risiede il nono Panchen Lama. Anche in questa località, nei cui pressi si trova il monastero di Tashi Lhunpo, i Tedeschi vennero accolti molto bene, al punto che il Panchen Lama Chkyi Nyima accettò di firmare un trattato di amicizia con la Germania. Ma ormai per il gruppo di Schafer era giunta l’ora del rientro in patria. E il 19 maggio 1939, la pattuglia fece ritorno a Gyangtse, carica di diari e quaderni zeppi di informazioni ed appunti e casse contenenti un numero incredibile di fotografie (circa ventimila), più sedicimila metri di pellicola cinematografica in bianco e nero, duemila a colori, un gran quantitativo di materiali agricoli, attrezzature e vestiario del luogo e ben 108 volumi di scritture buddhiste donate dal Reggente di Lasha alla Germania di Hitler. Oltre a ciò, la missione portò con sé circa quattromila uccelli impagliati, cinquecento teschi di animali (taluni dei quali molto rari), alcuni esemplari di quadrupedi di montagna vivi, piante e semi di ogni genere. Dopo avere superato i meticolosi controlli inglesi, la colonna, composta da decine e decine di muli e portatori, ridiscese la catena himalayana e raggiunse Calcutta da dove si imbarcò alla volta di Atene. Il 4 agosto 1939, la spedizione – giunta a Monaco di Baviera dalla Grecia in aereo – venne accolta all’aeroporto da Himmler e da una folta delegazione di Partito. Nonostante le notevoli scoperte scientifiche compiute dal gruppo, il risultato della missione lasciò però abbastanza insoddisfatto l’entourage del capo delle SS che si aspettava risultati più interessanti, soprattutto sotto il profilo dell’indagine «misterica». Nessuno dei reperti e delle prove raccolte e catalogate con rigore e precisione dalla spedizione poté infatti confermare l’esattezza delle ipotesi «razziali» che negli anni precedenti avevano galvanizzato la mente di così tanti (e qualificati) studiosi tedeschi, accecati dal credo «ariano» e da quello nazista.
    Contestualmente all’impresa di Schafer, va ricordato che, nel maggio del 1939, una seconda più piccola spedizione tedesca condotta in Himalaya, in direzione del Nanga Parhat (metri 8.114), non ebbe la medesima fortuna di quella di Schafer. Il 3 settembre di quell’anno, una colonna, guidata da Peter Aufschneiter e dal campione dei giochi invernali olimpici del 1926, Heinrich Harrer, venne sorpresa dallo scoppio della guerra spalancando ai due esploratori tedeschi i cancelli di un campo di concentramento inglese in India Settentrionale. Evasi nel 1944, dopo una rocambolesca fuga in direzione dell’Himalaya, Aufschneiter e Harrer riuscirono però a raggiungere il Tibet e la città di Lasha dove ottennero asilo. Nel 1951, dopo l’invasione del Tibet da parte delle armate cinesi comuniste di Mao Tse Tung, Harrer fece ritorno a Vienna, sua città natale, mentre il suo compagno, che nel frattempo si era sposato con un’indigena, preferì fermarsi nella remota regione asiatica. Come è noto, qualche anno fa la vicenda di Aufschneiter e di Harrer è tornata agli onori della cronaca attraverso la trasposizione romanzata del film Sette anni in Tibet del regista francese Jean-Jacques Annaud.

 
Bibliografia

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(luglio 2012)