L’olocausto
armeno 1914-1918
Storia
di un genocidio dimenticato che, tra la fine del XIX e
l’inizio
del XX secolo, provocò la morte di più di due
milioni di
persone, colpevoli soltanto di appartenere ad un’etnia e ad
una
cultura diverse e di professare un culto di minoranza
di Alberto
Rosselli
La
persecuzione scatenata, tra il 1915 e il 1918, dai Turchi nei confronti
del popolo armeno residente in Anatolia e nel resto
dell’Impero
Ottomano rappresenta forse il primo esempio dell’epoca
moderna di
sistematica soppressione di una minoranza etnico-religiosa. Una
campagna di eliminazione che non scaturì soltanto
dall’ideologia, scopertamente razzista, del sedicente Partito
«modernista e progressista» dei «Giovani
Turchi», ma trasse le sue origini più profonde
anche
dall’innata, anche se inconfessabile, insofferenza che i
musulmani ottomani e curdi di Anatolia hanno sempre manifestato nei
confronti di una minoranza cristiana, quella armena, portatrice di
valori religiosi e culturali semplicemente diversi.
Ma andiamo per ordine e cerchiamo di
capire le
motivazioni e la genesi di uno dei più orribili e meno
pubblicizzati fenomeni di intolleranza etnico-religiosa del XX secolo.
Lo sterminio degli Armeni, verificatosi tra il 1915 e il 1918, in
realtà non rappresenta che il completamento di una
lunghissima
campagna di persecuzioni e di discriminazioni che ebbe inizio a partire
dalla seconda metà dell’Ottocento
all’interno dei
confini del decadente Impero Ottomano. Tra il 1894 e il 1896 Abd
ul-Hamid, l’ultimo sovrano, o meglio despota, della
«Sacra
Porta», diede il via ad un programma di sterminio che, sotto
molti aspetti è possibile paragonare a quello nazista nei
confronti del popolo ebraico1. Fu proprio in
questo periodo,
infatti, che il governo turco iniziò ad applicare nei
confronti
degli Armeni – già discriminati in molti settori
della
vita civile ma ancora in grado di sopravvivere più o meno
decorosamente – una serie di leggi volte non soltanto a
perfezionare l’isolamento civile della minoranza, ma a
decretarne
e a renderne possibile, in buona sostanza, lo sterminio legale: una
manovra che in buona misura venne attuata anche per scaricare sugli
Armeni – popolo, o meglio nazione, tradizionalmente molto
attiva
e mediamente colta – la responsabilità dei
fallimenti di
una politica di governo, quella dei Sultani, assolutamente deficitaria
ed arretrata. La persecuzione contro gli Armeni, infatti, va anche
vista come il risultato di quei complessi e traumatici processi storici
che tra la seconda metà del XIX secolo e i primi tredici
anni
del XX determinarono lo sgretolamento dell’Impero Ottomano.
Dopo avere dovuto rinunciare (in seguito
alla guerra
con l’Italia del 1911-12 e alla Prima Guerra Balcanica del
1913)
a gran parte dei suoi possedimenti (Libia, Albania, Macedonia e parte
delle isole dell’Egeo), il governo di Costantinopoli,
entrò in una fase di crisi molto acuta. Temendo la completa
dissoluzione dell’Impero, prima la Sacra Porta e poi il
Partito
dei Giovani Turchi, iniziarono ad assumere un atteggiamento sempre
più sospettoso nei confronti delle minoranze (come quella
greca,
bulgara, ebraica, beduina e armena), colpevoli – secondo i
vertici di Costantinopoli – di tramare nei confronti
dell’Impero, minandone le fondamenta. E complice
quest’ottica distorta ed inesatta, fu proprio la minoranza
armena
quella a destare le maggiori attenzioni. Ma la ragione di tanta
diffidenza da parte dei Turchi nel confronti degli Armeni scaturiva
anche da precise considerazioni e timori di carattere politico
internazionale. La Sacra Porta, infatti, vedeva in questa minoranza,
che in gran parte abitava l’area anatolica Nord-Orientale,
una
possibile se non sicura alleata dell’Impero Russo
Cristiano-Ortodosso, il più feroce e tradizionale nemico
della
Sacra Porta. Un Impero che, fino dai tempi di Pietro il Grande
(1682-1725) e di Nicola I (1825-1855), aveva sempre cercato di
sottrarre alla Turchia le regioni confinanti del Caucaso, guadagnandosi
la simpatia delle comunità armene ormai stanche di
sottostare al
dispotico dominio ottomano. Diverse furono le guerre che, tra il XVIII
e il XIX secolo, contrapposero i Turchi ai Russi. Nel 1876, le forze
zariste, che erano intervenute a sostegno della Bulgaria, costrinsero
Costantinopoli ad una resa umiliante, imponendo alla Sacra Porta il
Trattato di Santo Stefano. Un documento, quest’ultimo, che
sancì tra l’altro la cessione alla Russia di
alcune aree
dell’Anatolia Nord-Settentrionale, abitate da Armeni.
Tuttavia,
il Trattato, non divenne mai del tutto operativo, anche a causa delle
pressioni esercitate dal Primo Ministro inglese Benjamin Disraeli, da
sempre ostile ad una eccessiva espansione politica e militare russa,
soprattutto sui Balcani. E in seguito all’intromissione di
altre
potenze occidentali (come la Francia e la Prussia) avverse
anch’esse alla Russia, il documento venne così
parzialmente modificato, con l’eliminazione della clausola
relativa alla tutela della minoranza armena. In buona sostanza, nessuna
potenza occidentale volle spendere una parola in favore della
popolazione cristiana, preferendo orientarsi verso una real politik.
Anche se, pochi anni dopo, nel 1878, l’articolo 61 del
successivo
Trattato di Berlino, sancì, almeno sulla carta, il diritto
alla
sopravvivenza di questa sfortunata comunità. Il sostanziale
disimpegno delle nazioni europee permise al dispotico Sultano Abdul
Hamid di sopprimere la fragile Costituzione concessa nel 1876, abolendo
tutte le libertà più elementari, istituendo
nuove, severe
leggi contro le minoranze religiose del Paese e costituendo nel
contempo un’efficientissima polizia segreta incaricata di
schiacciare il neonato Movimento Indipendentista Armeno. Non contento,
il Sultano incoraggiò inoltre le tribù curde
musulmane ad
emigrare verso le tradizionali zone rurali armene della Turchia
Orientale, aizzandole contro i Cristiani. Forti dell’appoggio
della polizia segreta e dell’esercito ottomano, i Curdi
iniziarono così ad insediarsi in territorio armeno,
scacciando
con la forza la locale popolazione. Costretti alla fuga, gli Armeni
furono quindi obbligati a trasferirsi sempre più a Nord-Est
in
direzione delle regioni caucasiche russe: una manovra che la Sacra
Porta, con notevole malafede, volle interpretare come un atto di
slealtà nei suoi confronti e di connivenza con il nemico
zarista. Fu a quel punto che il Movimento Indipendentista Armeno
iniziò a frantumarsi in diversi gruppi politici e
società
segrete, tra cui l’Armenakan (fondato nel 1885), il Partito
Socialdemocratico Hunchak (1887) e il più radicale
«movimento» Dashnak (1890), con lo scopo di
combattere i
Turchi. Ma la risposta del Sultano non si fece attendere. Il despota di
Costantinopoli organizzò i membri delle tribù
curde nei
cosiddetti reggimenti di cavalleria «Hamidye»:
autentiche
bande armate di predoni autorizzate dal governo a perseguitare e a
massacrare gli Armeni dell’Anatolia Orientale.
Ma se gli Armeni rimasti incapsulati in
territorio
ottomano se la passavano male, occorre dire che anche quelli che erano
riusciti a rifugiarsi nelle zone russo-caucasiche non poterono certo
considerarsi in salvo. Nel 1881, in seguito all’assassinio
dello
Zar Alessandro II, il Primo Ministro liberale di origine armena Loris
Melikov, dovette rassegnare le dimissioni, in quanto ritenuto incapace
di governare il sempre crescente malcontento dei nazionalisti georgiani
e armeni del Caucaso. Dopo l’uscita di Melikov, i successivi
governi di San Pietroburgo iniziarono quindi a manifestare una certa
diffidenza se non ostilità nei confronti degli Armeni, sia
quelli residenti in Turchia che quelli stanziati in territorio zarista2.
Nel 1903, lo Zar Nicola II tentò perfino di confiscare le
proprietà della Chiesa Nazionale Armena, ordinando la
chiusura
delle scuole e delle altre istituzioni della Transcaucasia russa.
Questo drastico cambiamento di rotta russo, consentì al
Sultano
Abd ul-Hamid di alzare il tiro contro l’odiata minoranza,
prendendo a pretesto, tra l’altro, alcuni gravi ed insensati
attentati compiuti, tra il 1890 e il 1894, dalle frange estremiste del
Movimento Indipendentista Armeno. La situazione stava precipitando. Nel
1894, un affiliato del Hunchak, un certo Murat, convinse le popolazioni
di montagna armene del distretto di Sassun a non pagare ai capi curdi
locali l’odioso «hafir», o contributo per
la
protezione. L’«hafir» era in
realtà una forma
di estorsione regolarizzata dal governo turco a tutto beneficio dei
Curdi che in questo modo potevano arricchirsi alle spalle dei contadini
e dei montanari armeni.
L’11 marzo 1895, Gran
Bretagna, Francia e
Russia, scandalizzate dall’inasprirsi delle misure
anti-armene,
cambiarono improvvisamente atteggiamento, intimando al Sultano di
concedere alla minoranza cristiana una forma di seppur limitata
autonomia. La richiesta venne respinta da Hamid che per contro
intensificò la sua politica repressiva, giungendo a compiere
vere e proprie stragi di Armeni, anche nelle principali
città
dell’Impero. Secondo precise testimonianze
dell’epoca,
riportate da diplomatici italiani, francesi, inglesi e americani, in
più di un’occasione, le truppe turche e curde
saccheggiarono villaggi, rubarono bestiame, violentarono donne e
bambini, costringendo non di rado i prelati armeni a riunirsi nelle
loro chiese alle quali appiccarono fuoco dopo averne inchiodato le
porte. Tra il 1894 e il 1896, le forze ottomane e curde eliminarono nei
modi più barbari dai duecento ai duecentocinquantamila
Armeni.
Questa ondata di violenza raggiunse livelli tali da indurre
l’Inghilterra, la Francia e gli Stati Uniti, ad invocare la
destituzione del Sultano. Dal canto suo, sia lo Zar che il Kaiser
Guglielmo II, che nel 1889 aveva già effettuato una visita
di
Stato nella capitale del Bosforo, decisero invece di mantenere un
atteggiamento neutrale nei confronti del Sultano.
L’atteggiamento
del Kaiser scaturiva da ben precise considerazioni di carattere
politico ed economico. Guglielmo II era infatti desideroso di portare a
termine la costruzione della linea ferroviaria Berlino-Baghdad:
un’arteria che, una volta ultimata, avrebbe consentito alla
Germania di intensificare i suoi scambi commerciali con la Turchia e,
soprattutto, di consentire all’Impero Tedesco di allargare la
sua
sfera di influenza verso il Medio Oriente, la Mesopotamia e il Golfo
Persico.
L’ultimo decennio del regno di
Abd ul-Hamid fu
caratterizzato da una situazione politica, economica e sociale interna
molto incerta e densa di difficoltà, destinata a sfociare in
gravi sommosse. Verso la fine dell’ ’800, in alcuni
circoli
di Salonicco, un gruppo di giovani ufficiali dell’esercito, i
Liberi Massoni, assieme ad alcuni esiliati politici turchi confluiti
nella società segreta di Unione e Progresso, iniziarono a
tramare contro il vecchio potere centrale assolutista. In seguito, il
cosiddetto Movimento dei Giovani Turchi andò però
ben
oltre, auspicando l’eliminazione del Sultano e avviando un
ambizioso, rapido e radicale processo di modernizzazione
socio-politica, economica e culturale dell’Impero. La
rivolta,
capeggiata da un gruppo di giovani ufficiali favorevoli ad una sorta di
«occidentalizzazione» dell’Impero,
scoppiò nel
1908, a Monastir. Il 23 luglio dello stesso anno, il Comitato Centrale
di Unione e Progresso intimò al Sultano di ripristinare
immediatamente la costituzione del 1876 (da lui soppressa nel 1878),
intimando di marciare con l’esercito su Costantinopoli. Il
Sultano questa volta cedette e la costituzione venne ripristinata
ufficialmente il 24 luglio 1908. Seguì un breve periodo di
euforia con grandi festeggiamenti a Costantinopoli, Damasco, Baghdad e
nelle città e regioni popolate dalle minoranze etniche e
religiose armene, ebraiche, slave e arabe che vedevano nella rivolta
militare contro il Sultano l’inizio di un nuovo periodo
caratterizzato da maggiori libertà. Effettivamente, in un
primo
tempo, i giovani ufficiali turchi proclamarono che musulmani, Cristiani
ed Ebrei non sarebbero più stati divisi e avrebbero
contribuito,
tutti insieme e su uno stato di completa parità, alla
gloriosa
rinascita economica e sociale della nazione ottomana.
Nel 1909, dopo un fallito tentativo
contro-rivoluzionario condotto dai sostenitori del regime assolutista
di Hamid, gli ufficiali «modernisti» guidati da
Taalat
Pascià deposero definitivamente Hamid, costringendolo a
lasciare
il posto a suo fratello Muhammad (Mehemet) V3. E
quest’ultimo, non volendo seccature, accettò di
buon grado
le direttive degli ufficiali rivoluzionari che, nel frattempo, avevano
però cominciato ad elaborare programmi a forte contenuto
nazionalista e razzista, rimangiandosi tutte le promesse di
libertà (subito dopo la caduta di Hamid, i Giovani Turchi
avevano dato vita ad un regime parlamentare, concedendo ad elementi
cristiani, ebrei e arabi di entrare nella pubblica amministrazione e di
prestare servizio nell’esercito). Tuttavia, dopo la sconfitta
subita ad opera dell’Italia nel 1912 e i rovesci subiti
nell’ambito della Prima Guerra Balcanica, il 26 gennaio 1913
si
verificò a Costantinopoli un nuovo colpo di Stato. Enver
Pascià, Taalat Pascià e Ahmed Jemal presero con
la forza
il potere dando vita ad una sorta di triumvirato. Abbandonati ben
presto gli ideali liberali e parlamentari, i Giovani Turchi avviarono
un capillare processo di «turchizzazione»
dell’Impero
Ottomano (una strategia politica che faceva perno sui principi del
«pan-turanismo», una corrente ideologica della
«rinascita ottomana» sostenuta da Ziya Gok Alp,
discepolo
del sociologo francese Emile Durkheim). Imbevuti di questa dottrina,
che magnificava le virtù degli antichi statisti, guerrieri e
condottieri turchi, il mai completamente sopito e sostanziale
atteggiamento di intolleranza dei Giovani Turchi nei confronti delle
minoranze dell’Impero, soprattutto quella armena cristiana,
iniziò ad emergere con estremo vigore. E verso la primavera
del
1914, proprio alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra Mondiale,
la giunta dei Giovani Turchi, iniziò a pianificare
scientificamente quello che si sarebbe ben presto rivelato il primo
«genocidio» programmato dell’era moderna.
Dopo
l’entrata in guerra dell’Impero Ottomano (29
ottobre 1914)
a fianco degli Imperi Centrali, la comunità armena, allo
scuro
delle manovre segrete dei Giovani Turchi, volle dimostrare a
Costantinopoli la sua fedeltà alla nazione ottomana. E
nell’estate del 1914, ad Erzerum, in occasione
dell’ottavo
congresso del partito Dashnak, i leader del più forte
movimento
indipendentista armeno invitarono tutti gli iscritti ad assolvere ai
loro doveri di fedeli sudditi e soldati dell’Impero. Nel giro
di
poche settimane ben 250.000 Armeni si arruolarono nelle forze armate
turche, dimostrando, già a partire dalla sfortunata
campagna,
scatenata nel successivo mese di dicembre da Enver nel Caucaso contro i
Russi, una assoluta lealtà nei confronti del governo che,
nel
frattempo, stava ultimando i preparativi per scatenare contro di essi
un vero e proprio massacro a sorpresa.
All’inizio del 1915, nel corso
di una riunione
segreta del comitato di Unione e Progresso, il segretario esecutivo
Nazim concluse testualmente i lavori: «Siamo in guerra; e non
potrebbe verificarsi un’occasione migliore per sterminare
tutta
la popolazione armena. In un momento come questo è
estremamente
improbabile che vi siano interventi da parte delle grandi potenze e
proteste da parte della stampa; e se anche ciò accadesse
tutti
si troverebbero di fronte ad un fatto compiuto». Un altro dei
presenti, Hassan Fehmin, aggiunse poi: «Siamo nelle
condizioni
ideali per spedire sul fronte caucasico tutti i giovani armeni ancora
in grado di imbracciare un fucile. E una volta là, possiamo
intrappolarli e annientarli con facilità, chiusi come
saranno
tra le forze russe che si troveranno davanti e le forze speciali che
piazzeremo alle loro spalle». In quella data il comitato
decise
che «lo sterminio degli Armeni» sarebbe stato
affidato ad
una speciale commissione a tre, comprendente lo stesso segretario
esecutivo Nazim, Behaettin Shakir e il Ministro della Pubblica
Istruzione, Shoukri, sotto il diretto controllo di Taalat
Pascià. La commissione istituì a sua volta la
cosiddetta
«Organizzazione Speciale» (Teshkilate Makhsusa)
nella quale entrò a fare parte una folta schiera di
ex-detenuti
e di delinquenti ai quali venne promessa la libertà in
cambio di
loschi servigi.
All’inizio della primavera
1915, i capi turchi
scatenarono l’esercito e le solite bande curde contro gli
indifesi villaggi armeni che vennero depredati. Successivamente, bande
armate curde e reparti dell’esercito e della polizia,
incominciarono ad arrestare – accusandoli di connivenza con
il
nemico russo – tutti gli esponenti dei vari partiti armeni.
Nel
giro di poche settimane, decine di migliaia di Cristiani vennero
imprigionati e sottoposti a spaventose e documentate torture. I Curdi
musulmani si accanirono in modo particolare contro i sacerdoti ai quali
vennero strappati gli occhi, le unghie e i denti con punteruoli roventi
e tenaglie. Gevdet Bey, vali
della città di Van e cognato del Ministro della Difesa Enver
Pascià, fu visto dare ordine ai suoi uomini di inchiodare
ferri
di cavallo ai piedi delle vittime, costringendo poi quei disgraziati ad
effettuare improbabili danze mortali. Il 24 aprile 1915, a
Costantinopoli, nel corso di una gigantesca retata, circa cinquecento
esponenti del Movimento Armeno vennero incarcerati e poi strangolati
con filo di ferro nel profondo di sordide segrete4.
Stando
ad un rapporto ufficiale del console statunitense ad Ankara, nel luglio
1915, 2.000 soldati di etnia armena, reduci dalla campagna del Caucaso,
vennero improvvisamente disarmati dai Turchi e spediti in catene nella
regione della città di Kharput con il pretesto di
utilizzarli
nella costruzione di una strada. Ma giunti in una vallata, i militari
armeni vennero circondati da un battaglione della polizia turca e
massacrati a colpi di moschetto. Tutti i cadaveri vennero poi
scaraventati in una profonda grotta. Identico destino toccò
ad
altri 2.500 militari armeni, anch’essi condotti nei pressi di
una
cava di pietra, in località Diyarbakir, e lì
trucidati da
un grosso reparto misto formato da soldati e miliziani curdi. Sempre
secondo i resoconti dei diplomatici statunitensi, i corpi delle vittime
vennero seviziati, spogliati e lasciati a marcire nella cava. Nel
giugno 1916, dopo avere eliminato circa 150.000 militari di origine
armena, i Turchi decisero di fare fuori anche un terzo degli operai
armeni impiegati nella costruzione e manutenzione
dell’importante
linea ferroviaria Berlino-Costantinopoli-Baghdad. Ma a questo punto,
gli alleati tedeschi e austriaci, che da tempo avevano palesato il loro
disappunto per le orrende carneficine, denunciarono finalmente, e in
maniera ufficiale, le atrocità turche.
L’ambasciatore
tedesco a Costantinopoli, il conte von Wolff-Metternich, si
precipitò alla Sublime Porta, accusando direttamente Taalat
Pascià e il Ministro degli Esteri Halil Pascià
«di
inutili crudeltà e persino di atti di sabotaggio».
Tuttavia, le vibranti proteste dell’ambasciatore lasciarono
impassibili i capi ottomani.
Fu allora che molti ufficiali e
sottufficiali
armeni, scampati ai massacri, tentarono di organizzare sui monti la
resistenza. Nell’aprile 1915, nella città di Van,
alcune
migliaia di civili armeni riuscirono a disarmare la locale guarnigione
turca, barricandosi nel nucleo urbano dove resistettero per molti
giorni alla controffensiva ottomana e curda; fino all’arrivo,
provvidenziale, di una divisione di cavalleria russa che nel mese di
maggio liberò dall’assedio quei disperati. Eguale
successo
ebbe poi la storica e ormai famosa resistenza del massiccio montuoso
del Musa Dagh, nei pressi di Antiochia (Golfo di Alessandretta). Su
questo acrocoro non meno di 4.000 Armeni si trincerarono decisi a
vendere cara la pelle. Resistettero per ben quaranta giorni agli
attacchi dei reparti regolari dell’esercito ottomano e dei
«volontari» civili turchi, segnando una delle
pagine
più eroiche della storia del popolo armeno. Alla fine,
proprio
quando la resistenza sembrava dovere cedere di fronte alle
preponderanza dell’avversario, i reduci vennero salvati dal
provvidenziale arrivo nel Golfo di Alessandretta di una squadra navale
francese che riuscì in gran parte a trarli in salvo
(l’epopea del Musa Dagh venne in seguito narrata da Franz
Werfel
nel suo celebre romanzo storico I
quaranta giorni di Musa Dagh).
Purtroppo, altri tentativi di resistenza non ebbero la medesima
fortuna, come accadde ad Urfa. Qui, tutta la guarnigione armena,
composta di ex-militari e civili, dovette soccombere alle soverchianti
forze ottomane che, a battaglia conclusa, massacrarono tutti i
difensori ancora in vita, compresi i feriti.
Verso l’autunno del 1915, una
volta eliminata
la parte più giovane e combattiva della nazione armena, il
Ministero degli Interni ottomano iniziò a pianificare lo
sterminio di tutti gli adulti di età superiore ai
quarantacinque
anni, che fino ad allora erano stati risparmiati perché
ritenuti
necessari al lavoro delle campagne, e degli ultimi prelati. Come
testimonia questo brano tratto da un dispaccio inviato dal ministro
Taalat Pascià al governatore turco di Aleppo il 15 settembre
1915: «Siete già stato informato del fatto che il
governo
ha deciso di sterminare l’intera popolazione
armena…
Occorre la vostra massima collaborazione… Non sia usata
pietà per nessuno, tanto meno per le donne, i bambini, gli
invalidi… Per quanto tragici possano sembrare i metodi di
questo
sterminio, occorre agire senza alcuno scrupolo di coscienza e con la
massima celerità ed efficienza». Per risparmiare
denaro e
per razionalizzare al massimo l’operazione, la giunta dei
Giovani
Turchi avviò una deportazione di massa (dalla quale talvolta
vennero però risparmiati i medici o i tecnici utili al
governo,
come accadde nella città di Kayseri) in modo da concentrare
in
pochi siti isolati tutti gli Armeni ancora in vita. Una delle
destinazioni prescelte fu la desolata e poverissima regione siriana di
Deir al-Zor, dove, dopo una marcia a piedi di centinaia di chilometri,
intere famiglie armene vennero ammassate e trucidate nei modi
più raccapriccianti, tanto da sollevare le inutili proteste
di
un gruppo di ufficiali tedeschi e austriaci che assistette a quei
tragici eventi. Queste deportazioni vennero architettate anche per
facilitare l’esproprio dei beni immobili armeni. Abbandonata
la
precedente prassi della distruzione dei villaggi, molti dirigenti del
partito dei Giovani Turchi e moltissimi funzionari di polizia e
comandanti delle famigerate bande a cavallo curde ebbero modo di
arricchirsi proprio in virtù di questi lasciti forzati.
Nell’inverno del ’15
il rappresentante
tedesco a Costantinopoli, conte Wolff-Metternich – che, come
si
è già detto, non aveva mai mancato di
stigmatizzare
«il crudele e controproducente comportamento degli Ottomani
nei
confronti delle minoranze cristiane» –
denunciò, in
una missiva inviata a Berlino, questa «orribile
prassi»,
accusando nuovamente i Giovani Turchi di «tradimento nei
confronti della comune causa tedesco-ottomana».
L’ambasciatore tedesco agì in maniera talmente
diretta da
indurre Enver Pascià e Taalat Pascià a chiederne
a
Berlino la sostituzione, cosa che in effetti avvenne nel 1916. A
testimonianza delle dimensioni del fenomeno
«espropriazioni», dopo la fine della guerra, nel
1919, lo
scrittore e storico tedesco J. Lepsius nel suo Deutschland und Armenien
stimò che nel 1916 «i profitti derivati
all’oligarchia dei Giovani Turchi e ai suoi lacchè
dai
beni rapinati agli Armeni fossero arrivati a toccare la cifra
astronomica di un miliardo di marchi». Per onestà
va
comunque detto che, in certi casi, alcuni governatori (i vali)
turchi (come quello di Angora, città nella quale vivevano
20.000
Armeni), mostrarono indubbia pietà nei confronti degli
Armeni,
arrivando anche a disubbidire alle direttive del governo. Tanto che,
nel luglio del ’15, il governatore di Ankara – che
si era
opposto agli stermini – venne subito rimosso e sostituito con
un
funzionario più zelante. Come il vali
Gevdet che, nell’estate del ’15, a Siirt, a Sud di
Bitlis,
«fece massacrare – come testimonia Rafael de
Nogales, un
mercenario venezuelano che nel 1915 si era arruolato
nell’esercito turco – oltre 10.000 tra Armeni,
Cristiani
nestoriani e giacobiti, lasciando i loro corpi ignudi in pasto agli
avvoltoi e ai cani randagi». Identici resoconti possono
riscontrarsi anche nei documenti e nelle memorie di numerosi addetti
diplomatici tedeschi, americani, svedesi e anche italiani.
Sull’edizione del quotidiano «Il
Messaggero» di Roma
(25 agosto 1915) venne pubblicata la denuncia del console generale a
Trebisonda, Giovanni Gorrini. Costui affermò che
«degli
oltre 14.000 Armeni legalmente residenti a Trebisonda
all’inizio
del 1915 (dal punto di vista religioso la comunità era
composta
da Cristiani gregoriani, Cattolici e protestanti, nota
dell’autore) il 23 luglio dello stesso anno non ne rimanevano
in
vita che 90. Tutti gli altri, dopo essere stati spogliati di ogni
avere, erano stati infatti deportati dalla polizia e
dall’esercito ottomani in lande desolate o in vallate
dell’entroterra e massacrati». E intanto proseguiva
senza
soste la deportazione degli Armeni destinati ai famigerati campi di
raccolta (e di sterminio) della città di Deir al-Azor.
Questi,
privi di baracche, servizi igienici, iniziarono ad accogliere
all’interno dei loro perimetri cintati da fitti sbarramenti
di
filo spinato sorvegliato da guardie armate, decine di migliaia di
profughi. «Ben presto – come narra lo scrittore
David
Marshall Lang nel suo eccellente e ben documentato Armeni, un popolo in esilio
– in questi recinti, rigurgitanti in gran parte di vecchi,
donne
e bambini, scoppiarono terribili epidemie di tifo e vaiolo che si
allargarono a gran parte della popolazione siriana… Solo ad
Aleppo, tra l’agosto 1916 e l’agosto 1917, circa
35.000
persone morirono di tifo». Epidemie che si rivelarono
talmente
devastanti da mettere in allarme lo stesso generale Otto Liman von
Sanders, comandante delle forze turco-tedesche in Medio Oriente.
Questi, nel 1916, cercò di attivare, attraverso il suo
servizio
sanitario, una qualche forma di assistenza, sempre contrastato dalle
autorità ottomane che, accecate dall’odio verso
gli
Armeni, non si rendevano conto dell’immane disastro che
avevano
provocato. In terra siriana, qualche centinaio di ragazzine e di
bambini armeni riuscì però a scampare alla morte
per
fame, malattia o alle fucilate degli aguzzini turchi. Le ragazze,
soprattutto le più giovani e graziose, vennero infatti
vendute
per poche piastre ad alcuni possidenti arabi che le rinchiusero nei
bordelli, non prima di averle fatte convertire forzatamente
all’Islam. Nell’autunno del 1918, quando le forze
inglesi
del generale Edmund Allenby dopo avere sconfitto i Turco-Tedeschi a
Megiddo, occuparono la Palestina e la Siria, trovarono ancora in vita
alcune decine di queste derelitte, tutte marchiate a fuoco dagli stenti
e dalle malattie veneree. Sorte ancora peggiore toccò ai
bambini
armeni rinchiusi nei campi siriani. Gran parte di questi vennero
infatti sottratti alle madri e inviati anch’essi in bordelli
per
omosessuali o in speciali orfanotrofi per essere rieducati come Turchi
musulmani da Halidé Edib Adivart, una mostruosa virago alla
quale il governatore della Siria aveva affidato il compito di
«raddrizzare la schiena alla ribelle gioventù
armena».
Nonostante tutto, il governo ottomano
non si
reputava ancora soddisfatto della risoluzione del «problema
armeno». Nei campi, «i Cristiani infedeli morivano
troppo
lentamente». Nel 1916, Enver Pascià, Taalat
Pascià
e Ahmed Gemal diedero quindi un ulteriore giro di vite alla loro
politica di sterminio, intimando ai loro governatori e capi di polizia
di «eliminare con le armi, ma se possibile, con mezzi
più
economici, tutti i sopravvissuti dei campi siriani e
anatolici».
In questa seconda fase del massacro ebbe modo di distinguersi proprio
il governatore del distretto di Deir al-Azor, certo Zekki, che ogni
mattina era solito «cavalcare nei campi tra i profughi,
tirare su
un bambino, farlo roteare in aria, e scagliarlo contro le
rocce».
Zekki – secondo quanto scrive J. Bryce (autore di The Treatment of Armenians),
«rinchiuse 500 Armeni all’interno di una stretta
palizzata,
costruita su una piana desertica, e li fece morire di fame e di
sete». E a dimostrazione dello zelo di questo governatore,
basti
pensare che, durante l’estate del 1916, i suoi uomini
eliminarono
oltre 20.000 Armeni. Taalat Pascià, divenuto Gran Visir,
arrivò addirittura a vantarsi dell’efficienza del
suo
governatore con l’esterrefatto ambasciatore americano
Morgenthau,
al quale egli ebbe anche l’ardire di chiedere
«l’elenco delle assicurazioni sulla vita che gli
Armeni
più ricchi (deceduti nei campi di sterminio) avevano
precedentemente stipulato con compagnie americane, in modo da
consentire al governo di incassare gli utili delle polizze».
Intanto, nelle regioni Orientali e
Settentrionali
dell’Impero Ottomano, la situazione delle comunità
armene
che erano riuscite a trovare rifugio nelle valli del Caucaso si fece
improvvisamente drammatica. In seguito alla rivoluzione bolscevica del
1917, l’esercito russo aveva infatti iniziato a ritirarsi
dall’Anatolia Orientale e dalla Ciscaucasia, abbandonando gli
Armeni al loro destino. Rioccupata l’importante
città-fortezza di Kars, le forze ottomane, ormai libere di
agire, iniziarono una meticolosa caccia all’uomo, arrivando a
sopprimere circa 19.000 persone in poche settimane. Identica sorte che
toccò a quei profughi cristiani che, rifugiatisi
preventivamente
in Transcaucasia, soprattutto in Georgia e nella regione caspica di
Baku, vennero massacrati dalle locali minoranze musulmane tartare e
cecene. Nel settembre del ’18, nella sola area di Baku furono
eliminati 30.000 Armeni.
Ma la guerra stava volgendo ormai al
termine e
nell’imminenza del crollo della Sublime Porta, i responsabili
turchi delle stragi iniziarono a sparire nell’ombra, onde
evitare
il peggio. Quando, nell’ottobre 1918, la Turchia si arrese
alle
forze dell’Intesa, i principali dirigenti e responsabili del
partito dei Giovani Turchi e del comitato di Unione e Progresso vennero
arrestati dagli Inglesi e internati per un breve periodo a Malta.
Successivamente, un tribunale militare turco condannò a
morte,
in contumacia, Enver Pascià, Ahmed Gemal e Nazim, accusati
di
avere architettato e portato a compimento, tra il 1914 e il 1918,
l’olocausto armeno. Ormai espatriati, nessuno dei condannati
finì però nelle mani della giustizia regolare. Ci
pensò il destino e, come spesso accade, lo spirito
vendicativo
dell’uomo a colpire chi si era macchiato di tanti efferati
crimini. Il 15 marzo 1921, Taalat Pascià, forse il
più
crudele dei tre triumviri di Costantinopoli, venne assassinato a
Berlino da uno studente armeno, tale Soghomon Tehlirian (che venne
processato da un tribunale tedesco e successivamente assolto); sorte
che toccò il 21 luglio 1922 anche ad Ahmed Gemal, ucciso da
un
altro giovane armeno a Tbilisi, in Georgia. «Strana e sotto
molti
aspetti decisamente consona al personaggio fu invece la fine di Enver
Pascià, il più intelligente e
“idealista” dei
tre: il “Piccolo Napoleone” dell’Impero,
il
propugnatore fanatico e determinato del Pan-Turanismo» (D. M.
Lang). Rifugiatosi tra le tribù turche della remota regione
asiatica centrale di Bukhara, dove pensava di portare a compimento la
realizzazione del suo sogno, cioè la creazione di una Grande
Nazione Turca, agli inizi degli anni Venti Enver si mise a capo di una
rivolta turco-musulmana contro il potere sovietico. Ma il 4 luglio
1922, egli venne circondato con il suo piccolo esercito da un grosso
reparto bolscevico (per combinazione guidato da un ufficiale armeno) e
ucciso. Con la morte di Enver tramontava per sempre il progetto
«revanchista», di chiara matrice nazionalista e
razzista,
che non soltanto aveva trascinato la Turchia nel disastro del Primo
Conflitto, ma che aveva contribuito a riaccendere l’atavico e
mai
sopito odio della popolazione turca nei confronti della minoranza
armena cristiana. Oggi, a distanza di tanti anni,
quell’impetuoso
rigurgito di intolleranza etnico-religiosa che scatenò la
persecuzione contro gli Armeni, sta – paradossalmente
–
interessando un’altra minoranza, quella curda, che da
colpevole
fiancheggiatrice di una strage si è trasformata a sua volta
in
vittima di una logica di persecuzione assurda e spietata.
Note
1 La storia del popolo armeno ha radici
profonde. Gli
Armeni, intesi come etnia, derivano da una commistione, avvenuta in
tempi remoti, tra elementi indoeuropei (gli
«Armenoi» che
sia Erodoto che Eudossio collegano ai Frigi) ed elementi asianici o
anatolici, cioè quelle popolazioni che in
antichità
abitavano la parte Orientale della penisola anatolica, e che non
appartengono né al ceppo semita né a quello
indoeuropeo.
La prima apparizione degli Armeni sul palcoscenico della storia
avviene, molto probabilmente, nel VII secolo avanti Cristo quando gli
attacchi e le migrazioni dei Cimmeri, degli Sciti e dei Medi da un lato
e le pressioni degli Assiri dall’altro, contribuirono alla
caduta
del regno di Urartù (Ararat, secondo gli scritti biblici).
Da
quel periodo, gli Armeni, la cui lingua era di origine indoeuropea, si
stabilirono nella regione del lago Van (Anatolia Orientale), assumendo
con rapidità una netta ed autonoma fisionomia culturale. Gli
Armeni, che si autodefiniscono «haik» (dal nome di
un loro
leggendario eroe nazionale) sono soliti chiamare la propria terra
Hayastan. Inizialmente vassalli dei Medi e dei Persiani, gli Armeni
cercarono di rendersi indipendenti sotto Tigrane il Grande (I secolo
avanti Cristo) entrando a fare parte prima dell’Impero Romano
(e
successivamente di quello Bizantino) e Sassanide. Verso la fine del III
secolo, gli Armeni si convertirono al Cristianesimo che ancora oggi
rappresenta l’elemento fondamentale della loro autocoscienza
etnica: peculiarità che ha assicurato a questo popolo
l’odio di tutte le popolazioni anatoliche musulmane. Dal 639
dopo
Cristo gli Armeni furono dominati dagli Arabi. Prima dal Califfo Uthman
(645) e poi dalla dinastia degli Omayyadi, la cui dominazione fu
più volte spezzata da violente rivolte. Dopo la pesante
sconfitta subita dai Bizantini ad opera dei Turchi Selgiuchidi a
Manzikerk o Manazgherd (1071), la regione armena cadde sotto il dominio
dell’Impero Selgiuchide. Sudditi dell’Impero
Ottomano a
partire dalla fine del XIV secolo, gli Armeni furono costretti ad
adottare la lingua turca, pur conservando la propria compattezza
etnico-culturale grazie alla specificità religiosa. Dopo la
conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi (1453), Maometto II il
Conquistatore chiamò a sé nella capitale il
Vescovo
armeno di Brussa (Bursa), elevandolo alla dignità di
patriarca,
con prerogative pari a quelle del patriarca greco-ortodosso. Nasceva
così ufficialmente il «millet», o
nazione degli
Armeni, che assunse presto grande importanza, soprattutto economica e
culturale, in seno all’Impero. La comunità armena
forniva
infatti ai Sultani banchieri, imprenditori, mercanti, funzionari,
ministri, contribuendo molto alla rinascita economica di un Impero
sostanzialmente incapace, attraverso la classe di potere musulmana, di
badare al suo ammodernamento interno. Fino dal XII secolo diversi
missionari cattolici inviati in Anatolia dal Papa cercarono di
convincere gli Armeni ad abbandonare la Chiesa Ortodossa e questa
politica (mal tollerata dagli Ottomani) venne intensificata dopo il
Concilio di Firenze (1438-1445) e sotto Sisto V, fino a raggiungere un
significativo successo con la conversione, ad opera dei gesuiti, di
Mechitar (Sivas 1675-Venezia 1749), fondatore dell’Ordine da
cui
prende il nome e che ha sede nell’isola veneziana di San
Lazzaro.
Gli Armeno-Cattolici, perseguitati a più riprese dalle
autorità ottomane e criticati dagli Armeno-Ortodossi,
cercarono
e spesso ottennero l’appoggio di potenze occidentali, prima
fra
tutte la Francia che nel 1866 ottenne che questa minoranza armena
venisse inquadrata e tutelata sotto un’organizzazione
ecclesiastica separata: il Patriarcato Armeno-Cattolico di Cilicia. In
ogni caso, fino verso la metà del XIX secolo, la nazione
armena,
nel suo complesso, fu considerata dagli Ottomani alla stregua di una
minoranza «leale» nei confronti del potere centrale
di
Costantinopoli, anche se, nell’ultimo scorcio
dell’Ottocento, l’intensificarsi della
contrapposizione
diplomatico-militare tra l’Impero Ottomano e quello Russo e i
sempre più frequenti attacchi delle minoranze curde e
circasse
di recente immigrazione (appoggiate più o meno apertamente
da
Costantinopoli) convinsero i Sultani a comprimere sempre di
più
i diritti elementari dell’intera etnia armena.
2 Secondo fonti ufficiali armene fino agli inizi
del XX secolo in Russia non vi furono sommosse da parte di nazionalisti
armeni.
3 Sempre secondo fonti armene, durante i torbidi
della
«contro-rivoluzione» del 1909 in Cilicia circa
30.000
Armeni vennero massacrati. Sembra che la responsabilità di
questo eccidio, attribuita in un primo momento ai circoli vicini al
Sultano, sia invece da addossare al partito dei Giovani Turchi.
4 I maggiorenti di Costantinopoli, arrestati il
24 aprile
1915, furono divisi in due gruppi e deportati in Anatolia dove molti di
essi vennero uccisi. Tra questi vi erano intellettuali e scrittori
(come Daniel Varujan, la cui opera poetica, recentemente tradotta anche
in italiano, ha riscosso notevoli consensi), giornalisti e sacerdoti.
Tra gli uomini di Chiesa il monaco Komitas, padre della etnomusicologia
armena. Komitas sopravvisse alla prigionia e alla guerra, ma in seguito
agli orrori patiti impazzì, finendo i suoi giorni in un
manicomio di Parigi.
Bibliografia
David Marshall Lang, Armeni,
un popolo in esilio, Edizioni Calderini, Bologna
1989
E. Bauer, Arménie.
Son histoire et son présent, Lausanne and
Paris, 1977
M. S. Anderson, The
Eastern Question, 1774-1923, London, 1966
Henry Morgenthau, Ambassador
Morgenthau’s Story, New York, 1919
Rafael de Nogales, Four
Years beneath the Crescent, London, 1926
Ulrich Trumpener, Germany
and the Ottoman Empire, 1914-1918, Princeton, 1968
Franz Werfel, The Forty
days of Musa Dagh, trans. G. Dunlop, London, 1934.
(anno 2005)