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La costituzione francese del 1793

Un progetto di organizzazione dello Stato particolarmente avanzato che non ha trovato attuazione a causa dell’autoritarismo dei governi di quel tempo

 

di  Roberto Suggi Liverani

 

 
La proclamazione della Convenzione Nazionale il 20 settembre 1792 decretò la fine della monarchia in Francia e permise, al contempo, l’avvio di un nuovo regime di tipo repubblicano. Il nuovo regime seguiva quello degli Stati Generali del 1789, e quello successivo dell’Assemblea Nazionale (con un’unica camera che riuniva nobiltà, clero e terzo stato), e si caratterizzava per il forte disordine che si era diffuso nel Paese.
    La Convenzione Nazionale era composta di tre gruppi: nell’ala destra, sedevano i girondini (nome ripreso dalla Gironda, una regione della Francia), con circa duecento deputati; nell’ala sinistra, accanto ai giacobini tra cui si distinguevano Robespierre, Danton, Marat, Desmoulins, Saint-Just, Collot d’Herbois, vi erano i montagnardi (che acquisirono questo nome perché sedevano sull’ala più alta), forti di duecentosettanta deputati; infine, al centro, vi era il terzo raggruppamento, detto della «pianura», che si schierò di seguito con i girondini, lasciando a questi ultimi la maggioranza in seno alla Convenzione.
    I girondini godevano della presenza di accreditate figure politiche come Brissot, Vergniaud, Gaudet, Barbaroux e Roland.
    La prima decisione in seno alla Convenzione fu l’abolizione della monarchia che si realizzò il 21 settembre. L’indomani la Convenzione decretò la Repubblica Francese e, per frenare le tendenze federaliste dei girondini, stabilì con la ferma volontà dei montagnardi l’indivisibilità e l’unità della Repubblica (25 settembre).
    Tra le diverse commissioni affidate alla Convenzione, vi fu quella di redigere un testo costituzionale.
    La redazione della costituzione subì, però, i drammatici sconvolgimenti della scena politica francese a cavallo tra il 1792 e il 1793: la messa a morte di Luigi XVI, ghigliottinato il 21 gennaio 1793, il generale disordine politico con l’arresto di ventinove deputati girondini, il 21 giugno, la definitiva uscita della Destra francese dalla Convenzione Nazionale ed infine l’avvio del famigerato regno del Terrore (17 settembre 1793), determinarono il quadro politico-sociale durante il quale fu elaborata la prima costituzione repubblicana.
    La prima fase dei lavori ebbe inizio con la creazione di un Comitato Costituzionale, nominato dalla Convenzione l’11 ottobre 1792, nel quale prevalevano, in proporzione alla Convenzione, i girondini.
    Il 19 ottobre 1792, il Comitato Costituzionale estese un invito a «[…] tutti gli amici della Libertà e dell’Eguaglianza a presentare in qualsiasi lingua, i progetti, le opinioni, i mezzi che essi ritengono adeguati per dare alla Francia una buona costituzione».
    Molti accettarono l’invito e il Comitato raccolse più di trecento progetti, bozze e testi costituzionali. Uno dei deputati girondini fu incaricato di stendere un rapporto ed una sintesi del materiale pervenuto; il deputato in questione fu Jean-Marie Condorcet, una delle personalità più brillanti tra i girondini, che si avvalse dell’appoggio del noto amico inglese Thomas Paine, già deputato della Convenzione e fervente sostenitore dell’indipendenza delle tredici colonie, durante la Rivoluzione Americana.
    Il lavoro del Condorcet prese più tempo del dovuto e fu presentato soltanto il 15 febbraio 1793. Il progetto di costituzione era composto di quattrocentodue articoli, così numerosi da richiedere più di un presentatore per l’intera esposizione (poiché il primo non riuscì a finire di esporre i prolissi articoli).
    In breve, la costituzione del Condorcet, o, meglio, dei girondini, si basava essenzialmente su una netta linea antimonarchica, tradotta in precise e determinate limitazioni del potere esecutivo, a favore del Corpo legislativo. Il suffragio era universale e al popolo spettava il diritto di votare sia il Corpo legislativo, sia il Corpo esecutivo. Infine, la costituzione rafforzava palesemente i dipartimenti, rispondendo all’esigenza girondina di conquistare le principali leve del potere, con lo scopo di assicurarsi la carica nel tempo.
    I montagnardi mossero numerose critiche al progetto di Condorcet, accusando i girondini di aver elaborato una costituzione per i propri fini, ignorando interessi ben più importanti, quali quelli della Repubblica Francese.
    I montagnardi, in risposta all’insolenza girondina e disposti a seguire i propri ideali, decisero di imprimere una violenta svolta politica, che si rese concreta, dapprima con la creazione del Comitato della Salute Pubblica (6 aprile), futuro motore del potere esecutivo durante il regno del Terrore, e poi con le giornate del 31 maggio e del 2 giugno.
    I montagnardi riuscirono così ad ottenere la maggioranza in seno alla Convenzione e decisero di accelerare e di terminare il processo di redazione costituzionale.
    La costituzione girondina cadde nell’oblio insieme a Jean-Marie Condorcet, che si tolse la vita in carcere il 2 giugno.
    Il montagnardo Berère affidò la redazione della costituzione al Comitato della Salute Pubblica, integrato da altri quattro-cinque membri della Convenzione e presieduto da Herault de Séchelles. I lavori iniziarono il 3 giugno e la costituzione fu pronta il 9 e presentata il 10 dallo stesso Herault, che così si espresse: «Da ogni parte della Repubblica, una voce imperiosa vuole la costituzione. Mai una più grande necessità ha tormentato un popolo».
    Seguirono due settimane di discussioni, durante le quali intervennero numerosi montagnardi, che espressero il loro consenso nei confronti del progetto di Herault; anche Robespierre si espresse positivamente a riguardo: «La semplice lettura del progetto di costituzione rianimerà gli amici della patria e spaventerà i suoi nemici. L’Europa intera sarà costretta ad ammirare questo bel monumento elevato alla ragione umana e alla sovranità di un grande popolo».
    Il 24 giugno la Convenzione approvò la costituzione repubblicana, detta anche costituzione dell’anno primo. Essa era stata approvata assieme ad una nuova Dichiarazione dei diritti umani, che ricalcava quella del 1789 e che si presentava come preambolo di trentacinque articoli alla medesima costituzione.
    Per quanto riguardava l’influenza del pensiero filosofico e delle dottrine politiche, la costituzione si ispirava fortemente alla corrente del diritto naturale e al filosofo Rousseau. Tale influenza era rintracciabile negli articoli 2 e 122, che stabilivano che i diritti dell’eguaglianza, della libertà, della sicurezza e della proprietà, erano naturali ed imprescrittibili. L’ordine in cui tali diritti erano presentati, aveva un determinato significato, poiché l’uguaglianza, che si trovava al primo posto, era uno dei valori alla base del pensiero rousseauniano; diversamente, seguendo una scala di valore decrescente, appariva in ultima posizione il diritto della proprietà, contestato aspramente dai giacobini ed in particolare da Robespierre.
    L’importanza radicale impressa nel valore dell’eguaglianza era ribadita all’articolo 3, che rimarcava l’eguaglianza di tutti gli uomini sia in rapporto alla natura, sia davanti alla legge. In questo caso, il concetto di uguaglianza rousseauniano era stato estremizzato, poiché il filosofo francese lo improntava soltanto in rapporto alla sfera dei diritti, e più in generale a quella della legge, senza però identificarlo con quello di natura.
    A titolo d’esempio, nell’articolo 5, il concetto di eguaglianza degli uomini in rapporto ai diritti si traduceva nella possibilità per tutti i Francesi di diventare funzionari dello Stato e quindi di occupare posti nell’amministrazione che prima erano soltanto cooptati o acquistati e accessibili a determinate classi della popolazione.
    È rilevante a riguardo, questo passaggio tratto da un’opera di Hippolite Hayne, Le régime moderne: «I decreti dell’Assemblea Costituente spalancano a tutti le strade più elevate, o meglio ancora tutte le strade. Tutto il personale autorevole, direttivo, influente, sia esso politico oppure amministrativo, provinciale, municipale, ecclesiastico, giudiziario o finanziario, viene immediatamente a perdere le proprie posizioni; e a rimpiazzarlo viene chiamato chiunque aspiri a quello e abbia una buona opinione di se stesso. Tutte le qualifiche precedenti vengono dichiarate irrilevanti, che si tratti di nascita, censo, istruzione, anzianità, addestramento, moralità o maniere, in quanto richiedere questo potrebbe rallentare o limitare l’arrembaggio. A nessuno si chiede di dare cauzioni o presentare mallevadori: tutti i Francesi hanno diritto a tutti gli impieghi… Di conseguenza, in tutti i rami del governo, in tutte le posizioni d’autorità, in tutti gli enti, si fa avanti un personale nuovo».
    Da questo tratto emerse una visione quasi sprezzante nei confronti delle nuove aperture che il concetto di uguaglianza impose in modo dirompente, con tutta la sua forza interiore.
    Sulla scia del pensiero rousseauniano si poneva anche l’articolo 4 con l’espressione «volonté générale», assai cara a Rousseau, che la utilizzò nella sua opera Le contrat sociale. La legge era espressione della volontà generale, cioè del popolo; per attuarla bisognava provvedere all’implementazione di un sistema elettorale equo e libero, che favorisse una maggiore partecipazione del popolo al processo di formazione legislativa (articolo 29), con la disposizione di marcate limitazioni e controlli al potere esecutivo (articolo 9).
    In particolare, l’articolo trentacinque legittimava il principio della resistenza, o meglio dell’insurrezione popolare, qualora il governo avesse abusato dei propri poteri contro i cittadini; l’insurrezione doveva considerarsi alla stregua di un diritto-dovere sacro ed indispensabile.
    Questa impostazione anti-governativa derivava dall’odio e dalla paura che l’assolutismo monarchico aveva suscitato e diffuso in Francia. Gli abusi, di cui era stato partecipe il potere esecutivo, non potevano né dovevano essere trascurati (o peggio ancora dimenticati). L’odio nei confronti del potere esecutivo si riversò anche nei confronti del potere giudiziario, poiché la magistratura pre-rivoluzionaria si era macchiata di abusi così pesanti che anche Montesquieu non poté fare a meno di riportare tra i propri scritti, proponendo in soluzione di tale problema, una rigida separazione dei poteri, cioè una alternativa al più diffuso e famoso modello Westminster britannico, legato alla logica dei «checks and balances».
    A freno del potere giudiziario, vi erano gli articoli 10, 11, 14, 15; il primo, l’articolo 10, stabiliva la supremazia della legge sul potere giudiziario. La legge era l’unica fonte alla quale il giudice doveva appellarsi per giudicare il caso per cui era stato adito. Il giudice diveniva così un semplice esecutore meccanico, che doveva rispettare in linea generale un iter di questo genere: a) analisi della fattispecie, b) consultazione della legge e c) ricerca della norma più idonea al caso, e, soltanto se necessaria, c1) interpretazione limitata e controllata della norma ed infine d) applicazione della legge.
    L’articolo 11 stabiliva il caso d’abuso del potere giudiziario, disciplinando la resistenza come un diritto-dovere per le vittime della magistratura.
    Oltre a questo, il giudice aveva l’obbligo, sia di emanare le proprie sentenze ad alta voce, sia di spiegare le motivazioni che lo avevano indotto ad emanare la sentenza (articolo 94).
    L’articolo 95 statuiva il mandato di un anno per ogni giudice e pubblico ministero, con lo scopo di impedire la possibilità di maggiori abusi. Inoltre, gli stessi giudici e i pubblici ministeri erano eletti dai cittadini e/o dal Corpo legislativo.
    Infine, era stato stabilito un sistema giurisdizionale a due livelli, con un primo livello composto dai giudici di pace e dai tribunali, e con un secondo ed ultimo livello, costituito dal Tribunale di Cassazione (articoli 98-100). Esso era da considerarsi uno degli elementi fondamentali per contrastare gli abusi della magistratura di primo livello. Difatti, il verbo francese «casser», in italiano significa «rompere», in altre parole, nel contesto in esame, si può tradurre in «cassare le sentenze» che erano emanate dai giudici di primo livello. Dunque, il Tribunale di Cassazione si poneva come un’ulteriore garanzia per i cittadini, che avevano il diritto di ricorso contro gli abusi subiti dalla giurisdizione di primo livello. Se inizialmente il Tribunale di Cassazione aveva solo il potere di cassare le decisioni, divenne, in seguito, uno degli organi giudiziari più importanti, in grado di imporre alla giurisdizione inferiore la corretta interpretazione delle norme.
    La costituzione del 1793 disciplinava che vi doveva essere un solo Tribunale di Cassazione per l’intera Repubblica e che i suoi membri dovevano essere votati dalle assemblee elettorali.
    L’articolo 15, sempre in materia giudiziaria, risentiva di tutta la filosofia illuminista ed in particolare dell’opera di Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, nella quale era enunciato il principio di proporzionalità tra pene e delitti, così spiegato: «Non solamente è interesse comune che non si commettano delitti, ma che siano più rari a proporzione del male che arrecano alla società. Dunque più forti debbono essere gli ostacoli che risospingono gli uomini dai delitti a misura che sono contrari al ben pubblico, ed a misura delle spinte che gli portano ai delitti. Dunque vi deve essere una proporzione fra i delitti e le pene».
    Quest’ultima espressione era anche rintracciabile nell’opera di Montesquieu, L’esprit des loix, (De la juste proportion des peines avec le crime). Infine, è da osservare che il tema della giustizia era stato ripreso nell’articolo 85, che principiava l’uniformità ed il rispetto delle leggi civili e penali su tutto il territorio della Repubblica, così da configurare anche una sorta di principio di proporzionalità tra giurisdizione e territorio.
    Tuttavia, la costituzione del 1793 prese le distanze ed arrivò a contrastare il pensiero di Montesquieu, che preferiva, tra le forme di Stato che aveva delineato (repubblica, monarchia, dispotismo), la monarchia, essendo la migliore tra le altre, in fatto di organizzazione, indipendenza e grandezza, e considerando la repubblica adatta soltanto ad un piccolo Paese. Per giunta, il contrasto non si esaurì sulla forma di Stato, ma toccò la questione inerente alla separazione dei poteri. Il filosofo francese distinse i tre poteri (potere legislativo, esecutivo e giudiziario), ipotizzando tra essi una indipendenza, ma nel contempo anche uno scambio; diversamente, nella costituzione in esame, si ravvisava un totale annientamento del potere esecutivo e del potere giudiziario, a favore del potere legislativo, identificato con la volontà generale.
    Per quanto riguardava i diritti sociali, la costituzione si poneva all’avanguardia con gli articoli 21 e 22; il primo assicurava il diritto alla salute e alla sanità per tutti coloro malati o che richiedevano cure; il secondo stabiliva l’importanza dell’istruzione, definita come uno dei bisogni più importanti per ogni cittadino della Repubblica.
    La serie di articoli 23-27, affrontavano il tema della sovranità, ed appariva in tale ambito particolarmente radicale l’articolo 27, che stabiliva la pena di morte per chi avesse usurpato la sovranità del popolo. In tal senso, la sovranità acquisiva un valore sacro, indivisibile, imprescrittibile ed inalienabile (articolo 25).
    La costituzione francese non era completamente rigida: l’istituto della revisione costituzionale era contemplato nell’articolo 28, secondo il quale, al popolo spettava il diritto di rivedere, riformare e cambiare la costituzione. La procedura formale era spiegata nei dettagli agli articoli 115-117, sotto il titolo Des conventions nationales, lasciando trasparire una certa facilità dell’iter di revisione costituzionale.
    Per quanto concerneva il resto, gli articoli seguenti introducevano la forma di Stato francese, stabilendo l’unità e l’indivisibilità della Repubblica (articolo 1).
    Il popolo francese per esercitare la sovranità era diviso in assemblee primarie per ogni cantone (articolo 2). Diversamente, dal punto di vista amministrativo, il territorio era diviso in dipartimenti, distretti e municipi (articolo 3), che a loro volta si suddividevano in enti dotati di proprie funzioni (articoli 78-82).
    La sovranità del popolo si traduceva con il diritto di eleggere direttamente i deputati, i giudici (articolo 88), i pubblici ministeri (articolo 91) e gli amministratori (articolo 9) ed infine, nel deliberare sulle leggi (articolo 10).
    L’assemblea primaria era costituita da un minimo di duecento deputati fino ad un massimo di seicento, eletti a maggioranza assoluta. Ogni deputato era eletto da circa quarantamila cittadini francesi (articolo 23) ed ogni cittadino francese godeva del diritto di eleggibilità (articolo 28).
    I cittadini, riuniti nelle assemblee primarie avevano il diritto di votare i deputati per le assemblee elettorali, per le quali valevano le medesime disposizioni costituzionali delle assemblee primarie.
    Il corpo legislativo era unico ed indivisibile e la propria sessione aveva la durata di un anno. Esso svolgeva la funzione di votare le leggi e i decreti. In particolare, la funzione di votazione consisteva nella «proposta» di legge: difatti, secondo gli articoli 59-60, la legge non sarebbe entrata in vigore che se, trascorso un periodo di quaranta giorni, nella metà dei dipartimenti più uno, il decimo delle assemblee primarie non si fosse opposto, con la convocazione dell’insieme dell’elettorato al fine di deliberare sulla legge stessa.
    Per quanto concerneva l’esecutivo, il governo era soltanto composto di ventiquattro membri (articolo 62). Il suo compito principale era quello di controllare l’amministrazione pubblica, di nominare gli agenti e i direttori amministrativi. Le sue responsabilità riguardavano l’inosservanza delle leggi, dei decreti e degli abusi non denunciati. La metà del corpo del governo era rinnovata ad ogni legislatura.
    Infine, di notevole interesse era il titolo Des rapports de la République Française avec les nations étrangères che, con l’articolo 118 («Il popolo francese è l’amico e l’alleato naturale dei popoli liberi») e l’articolo 120 («Esso dà asilo agli stranieri banditi dalla loro patria per la causa della libertà. Lo rifiuta ai tiranni»), assorbiva in modo perfetto lo spirito e l’ideologia della Rivoluzione, elementi portanti della politica estera francese, coinvolta in quel periodo in una guerra contro le grandi potenze europee.
    Non bastò l’esito favorevole di un plebiscito sulla costituzione, tenutosi durante il mese di luglio, con un milione e ottocentomila voti favorevoli (ma con ben quattro milioni di astenuti) a far entrare in vigore il testo costituzionale.
    Paradossalmente, la costituzione del 1793 rimase soltanto sulla carta, poiché la Francia era in guerra e lo stato di emergenza nazionale imponeva la presenza di un governo provvisorio. Difatti, quest’ultimo dovette affrontare una situazione assai grave, che interessava e preoccupava gran parte del territorio francese, con l’occupazione da parte delle forze anglo-olandesi della città di Dunkerque, con l’assedio della città di Valenciennes da parte delle forze austriache, con la penetrazione nella regione dell’Alsazia da parte della Prussia, con l’avanzamento delle forze spagnole oltre i Pirenei, ed infine, con la rivolta di Pasquale Paoli in Corsica.
    Allorché, due anni dopo, nel 1795, i termidoriani decisero di adottare un altro testo costituzionale, la costituzione dell’anno primo perse qualsiasi valore e qualsiasi possibilità di essere ripresa in considerazione. Anzi, la nuova costituzione termidoriana non comprendeva molti dei diritti sociali presenti nella costituzione dell’anno primo, anche se appariva meno radicale ed anarchica, sposando in pieno i principi del conservatorismo borghese-rivoluzionario.
 
Bibliografia

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F. Bluche, S. Rials, J. Tulard, La Rivoluzione Francese, Tascabili Economici Newton, Roma, 1994
J. L. Fischer, La crisi della democrazia, Einaudi, Torino, 1977
G. Poggi, Lo Stato, Il Mulino, Bologna, 1992
G. M. Bravo, C. Malandrino, Profilo di storia del pensiero politico, La nuova Italia Scientifica, Roma, 1994
C. Beccaria, Dei delitti e delle pene, BUR, Milano, 1997.
(anno 2003)