Karl
Marx, il reazionario
Il
pensatore tedesco riteneva di superare i mali del capitalismo
attraverso una società rigidamente egualitaria simile a
quella
dei leggendari periodi più antichi
di Luciano
Atticciati
Karl
Marx, uomo di vasta cultura, ci ha lasciato una grande
quantità
di opere di critica al capitalismo, nelle quali esamina questioni anche
dettagliate riguardanti tutti gli aspetti di quella organizzazione, ma
si espresse sulla società comunista in maniera estremamente
limitata, con definizioni piuttosto vaghe, oggetto di interpretazioni
anche molto diverse. Tutta la vasta produzione libraria di Marx
è incentrata sull’idea di un cambiamento radicale
della
società, attraverso l’abbattimento violento del
mondo
esistente e la realizzazione di un nuovo mondo dove gli uomini
sarebbero vissuti in maniera felice, senza problemi economici e in
perfetta armonia.
Altri autori comunisti, come Cabet e
Fourier ci
hanno lasciato descrizioni dettagliate dei loro progetti sociali, il
pensatore tedesco nei suoi scritti ha invece alternato trattazioni
scientifiche a polemiche caustiche non prive di forzature. Spesso il
tono assunto non è quello di chi vuole fornire un contributo
al
dibattito culturale, ma quello di un profeta che intende guidare il
popolo alla Terra Promessa. In un suo discorso del 1856, Marx
affermava: «Se veniva vista una croce rossa segnata su una
casa,
il popolo sapeva che il suo proprietario era stato giudicato dal Vehm
[una setta medievale]. Tutte le case d’Europa sono oggi
marcate
dalla misteriosa croce rossa. La storia è il giudice
– il
proletariato il suo boia». Tale visione apocalittica era
condivisa dall’amico Engels, secondo il quale una prossima
guerra
mondiale avrebbe prodotto l’eliminazione di «interi
popoli
reazionari» con grande beneficio
dell’umanità.
Per Marx il bene degli esseri umani non
consisteva
in scelte autonome, né tanto meno in aspirazioni
individuali.
Libertà e diritti erano semplici invenzioni borghesi che
rispondevano a comportamenti egoistici come scrisse sulla questione
ebraica: «Costatiamo il fatto che i cosiddetti diritti
dell’uomo, i droits
de l’homme, come distinti dai droits du citoyen
non sono altro che i diritti del membro della società
civile,
cioè dell’uomo egoista, dell’uomo
separato
dall’uomo e dalla comunità… Nessuno dei
cosiddetti
diritti dell’uomo oltrepassa dunque l’uomo egoista,
l’uomo in quanto è membro della società
civile,
cioè individuo ripiegato su se stesso, sul suo interesse
privato
e sul suo arbitrio privato». Anche abbastanza esplicito
è
quanto affermato nel Manifesto:
«Vi sono inoltre verità eterne, come la
libertà, la
giustizia, e così via, che sono comuni a tutti gli strati
della
società. Ma il comunismo abolisce le verità
eterne,
abolisce la religione, la morale, invece di trasformarle».
La visione economica di Marx non era
particolarmente
evoluta, gli sfuggivano completamente quei rapporti di interdipendenza
che esistono fra le varie componenti dell’economia. Secondo
il
pensatore tedesco le relazioni fra le diverse categorie economiche
erano date dalla lotta di classe, e il ricorso alla violenza, come
confermato in molti scritti, era una ovvia conseguenza. Che nella
società esistano interessi divergenti, è
evidente, ma che
questi possano essere risolti solo con metodi coercitivi appare
decisamente discutibile. Nel corso del Novecento si sono stabilite una
serie di leggi su diritti e obblighi reciproci fra le parti sociali che
hanno ridotto progressivamente i conflitti di lavoro, e hanno portato,
con grande disappunto dei marxisti, alla creazione di un vasto ceto
medio. L’operaio oggi non si sente più un non
integrato
nello Stato, non considera più quelli che hanno
responsabilità direttive come nemici del popolo, e le sue
aspirazioni sono quelle di un «piccolo borghese»
come si
diceva nella terminologia di Sinistra. Diversamente da quanto Marx ha
scritto nel Capitale,
la
ricchezza non si è progressivamente concentrata nelle mani
di
pochi uomini, creando una vasta moltitudine di diseredati, al contrario
proprio uomini di finanza di alto livello, come Henry Ford, hanno
intuito l’importanza di una buona retribuzione del lavoro per
un
corretto funzionamento del sistema economico complessivo.
Un tema molto caro al filosofo tedesco
era
l’alienazione del lavoratore, cioè quella
limitazione che
esso subiva dalla sua condizione. È del tutto ovvio che il
lavoratore dipendente non è «padrone»
della sua
attività ma la esercita sulla base delle indicazioni che gli
vengono fornite dal datore di lavoro. Del resto tutto il vivere sociale
comporta delle limitazioni, solo chi crede nell’utopia
può
pensare che l’essere umano possa stabilire una situazione di
perfetta armonia con i suoi simili. Il lavoratore dipendente sebbene
viva una situazione più difficile di quella del datore di
lavoro, ha comunque nelle democrazie degli strumenti per limitare il
potere della controparte, mentre uno Stato che accentri in
sé
l’attività politica e quella economica creerebbe
effettivamente un leviatano dal quale sarebbe impossibile difendersi.
Un simile Stato inoltre creerebbe una burocrazia potentissima, una
classe in grado di disporre di enormi privilegi come è
avvenuto
in tutti gli Stati dove si è affermato il comunismo nel
secolo
scorso. Il rendere gli esseri umani comproprietari di beni e
attività non aiuta assolutamente a superare tali problemi,
al
contrario proprio tale situazione spinge gli esseri umani a vivere
maggiori disagi e conflitti come è facilmente documentato
nelle
normali sedi giudiziarie. I numerosi tentativi da parte di teorici
socialisti di creare comunità collettiviste
nell’Ottocento
sono tutti naufragati per le stesse ragioni, disinteresse verso la
proprietà collettiva e il senso di ingiustizia di un uguale
trattamento fra individui che danno contributi lavorativi diversi.
In realtà Marx non era mosso
da un sentimento
di compassione verso le classi popolari (come quello di un Victor Hugo
o Charles Dickens), al contrario ha sempre considerato con disprezzo
quei socialisti umanitaristi che si prodigavano per alleviare i mali di
quella gente. L’obiettivo di Marx, come quello dei dittatori
comunisti del Novecento, è stato il desiderio di
annientamento
della classe borghese, di quegli uomini che avevano valorizzato gli
studi, le attività economiche, l’innovazione e un
certo
spirito di indipendenza. Non solo sul piano economico, ma anche su
quello morale tale classe costituiva un’infamia, nel Manifesto
scrisse che la borghesia aveva «ridotto i rapporti familiari
a un
semplice rapporto di denaro… I borghesi non contenti di
avere a
disposizione le mogli e le figlie dei loro proletari, per non parlare
della prostituzione ufficiale, considerano uno dei loro principali
divertimenti sedurre scambievolmente le loro mogli». Nei Manoscritti economico-filosofici
pubblicati postumi nel 1932, la borghesia è addirittura
considerata alla stregua degli oziosi nobili dell’ancien regime:
«Si viene ad affermare, da parte di colui che non produce,
una
forma di padronanza sui prodotti e sulla produzione».
Molti ritengono che Marx ritenesse
ingiusto il
capitalismo perché offriva ai capitalisti (sarebbe
più
corretto dire agli imprenditori) degli strumenti potenti nei confronti
della controparte sociale. In realtà Marx era contrario a
qualcosa molto più a monte del sistema economico fondato sul
libero mercato, voleva il ritorno ad una società non fondata
sulla divisione del lavoro, situazione che in pratica si era realizzata
solo all’epoca tribale. Nel Capitale
Marx ha scritto: «La divisione sociale del lavoro contrappone
gli
uni agli altri produttori indipendenti di merci, i quali non
riconoscono altra autorità che quella della
concorrenza» e
in un’opera precedente, i Manoscritti economico-filosofici:
«Mentre la divisione del lavoro aumenta la forza produttiva
del
lavoro e la ricchezza e lo sviluppo della società, nello
stesso
tempo impoverisce il lavoratore». Nel meraviglioso mondo
comunista gli uomini sarebbero vissuti indifferenziati e non avrebbero
conosciuto specializzazioni economiche, nella Ideologia tedesca
Marx scrive che nella società comunista sarà
possibile
«fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la
mattina
andare a caccia, il pomeriggio a pescare, la sera allevare il bestiame,
dopo pranzo criticare, e così, come mi viene voglia; senza
diventare né cacciatore, né pescatore,
né pastore,
né critico». Un certo grado di specializzazione
nell’attività economica non solo risulta utile al
buon
andamento economico della società, ma sicuramente risulta
anche
gratificante per l’essere umano, non tutti gradirebbero ad
esempio di essere dei buoni calciatori e dei buoni letterati insieme.
Non solo la differenziazione del lavoro
frutto della
moderna società viene contestata, ma anche lo scambio e il
denaro. Il denaro («il Dio degli Ebrei», scrisse in
altra
opera) «rovescia la fedeltà in
infedeltà,
l’amore in odio… turba e sconvolge ogni cosa,
è
universale confusione… ciò che io non sono in
grado di
fare in quanto uomo, e quindi quello che le mie forze essenziali,
individuali non possono fare, io lo posso fare col denaro».
Marx
infine conclude con un’affermazione che forse se
più
conosciuta avrebbe turbato le menti di molti esponenti della Sinistra:
«La proprietà privata ci ha resi ottusi e
unilaterali… L’essenza umana dovrà
essere
ricondotta a un’assoluta povertà per comprendere e
trarre
da sé la sua ricchezza interna, intima».
(agosto 2006)