Il
comunismo nella recente storiografia
Non
una rivoluzione sfortunata, ma un movimento contrario
all’idea di
progresso che ebbe successo a causa della difficile situazione sociale
del nostro continente, risulta dagli scritti di Nolte, Furet, Conquest,
Pipes. Il comunismo potrebbe essere definito come l’idea di
gestire i problemi sociali attraverso un sistema autoritario
di Luciano
Atticciati
Per
lungo tempo si è ritenuto anche da parte degli storici che
il
comunismo fosse un movimento progressista e appartenente
all’area
della democrazia, sia pure di una concezione molto particolare della
stessa, diversa dalla concezione liberale. Tale visione contrasta
apertamente con i risultati dei regimi comunisti. I regimi comunisti
furono fortemente autoritari, contrari a qualsiasi forma di dibattito
anche all’interno del mondo non borghese, i regimi comunisti
erano nazionalisti e hanno combattuto numerose guerre fra di loro, i
regimi comunisti non valorizzavano la cultura, non solo nel senso che
impedivano la libertà di pensiero, ma proponevano opere
letterarie e artistiche a contenuto sostanzialmente propagandistico non
diverse da quelle di altri regimi autoritari. I regimi comunisti
realizzarono non una società aperta, non una maggiore
giustizia
sociale, ma un sistema dominato da una burocrazia corrotta e
privilegiata.
Tutto ciò non ha potuto
lasciare indifferenti
gli storici che ritengono inaccettabile l’idea di un
movimento
democratico-progressista divenuto successivamente
conservatore-autoritario per cause contingenti. In realtà il
fideismo a lungo presente in una parte della politica e della cultura
ha impedito una corretta valutazione del comunismo, oggi sempre
più lontano da Marx. Il filosofo tedesco aveva tentato di
dare
una facciata moderna ad una dottrina che proponeva una
società
perfetta, dove gli uomini lavoravano e producevano per una
organizzazione centrale, e il governo, un governo investito di
grandissima autorità morale, provvedeva al bene del
cittadino.
Ovviamente il bene del cittadino veniva deciso
d’autorità,
e nessuno si poneva il problema che gli individui avessero esigenze
diverse e intendessero gestirsi autonomamente la propria vita. Si
trattava quindi di un sistema assolutamente immobilista, dove nessuno
si preoccupava dei miglioramenti e dei cambiamenti, una specie di
teocrazia laica. Richard Pipes condivide l’idea che gli
aspetti
moderni del comunismo siano sostanzialmente fittizi, il comunismo con
la sua sfiducia nelle capacità dell’individuo, ha
creato
una società centralizzata dove una potente casta, quella dei
burocrati, ha realizzato un sistema di privilegi ben superiori a quelli
contestati dei capitalisti. «Non meno fallace» ha
scritto
lo storico inglese «è la nozione marxista che la
natura
umana sia infinitamente malleabile e quindi che una combinazione di
istruzione e coercizione possa produrre esseri liberi
dall’avidità e desiderosi di dissolversi nel corpo
sociale
in cui, come aveva immaginato Platone, il privato e
l’individuale
fossero completamente banditi». E conclude: «Il
comunismo
non è stato una buona idea che ha avuto un cattivo esito;
è stato una cattiva idea». In Il regime bolscevico,
Pipes arriva alla conclusione che il regime di Lenin fosse
sostanzialmente la continuazione di quello zarista. Autocrazia, assenza
di proprietà privata (introdotta in forma piena solo negli
ultimi anni dello zarismo), assenza di diritti individuali e controllo
dell’informazione da parte dello Stato, costituiscono gli
elementi in comune dei due regimi. Le conclusioni di Pipes coincidono
con quelle di molti pensatori (fra i quali Mazzini) per i quali era
evidente che la grande autorità prevista dai comunisti nella
direzione dello Stato non avrebbe lavorato per il bene
dell’umanità e delle classi disagiate, ma
piuttosto, come
tutte le autorità sciolte da vincoli, esclusivamente per il
proprio interesse.
Tuttavia il comunismo ha avuto un enorme
successo,
non in Paesi come quelli anglosassoni ben avviati alla democrazia, ma
in quelli dove maggiore era la miseria, l’ignoranza,
l’incapacità di utilizzare i propri diritti per il
raggiungimento dei propri fini. Il successo di leader violenti e privi
di scrupoli morali non si sarebbe potuto realizzare se non in
società dove la disperazione spingeva gli uomini a tutelare
i
propri interessi nel disprezzo dei diritti di coloro che appartenevano
ad altri gruppi e ad altre classi sociali. Quando sorse la Rivoluzione
Bolscevica in Russia, nei Paesi avanzati molti uomini della Sinistra e
del sindacato ritenevano che gli operai avrebbero ottenuto maggiori
benefici dall’utilizzo dei normali strumenti della democrazia
che
non dalla lotta violenta per l’instaurazione di una dittatura
di
classe, ma il fideismo ha spinto molti a scelte diverse.
Lo storico tedesco Ernst Nolte insiste
molto sul
concetto di una grande guerra civile europea combattuta successivamente
alla Rivoluzione del 1917, e sull’idea del Novecento come
secolo
violento in cui hanno prosperato le ideologie più brutali.
Per
Nolte la Rivoluzione Bolscevica, con la sua violenza e il suo
dispotismo esasperato ha creato una situazione di sgomento in Europa,
non solo negli ambienti conservatori, ma anche fra intellettuali e
leader politici moderati e della Sinistra. Non solo
l’establishment, ma anche quei ceti medi che per un certo
periodo
guardavano alla Sinistra moderata per ottenere un sistema politico
diverso e maggiore spazio nella società, si orientarono
successivamente verso la Destra. Significativo al riguardo è
che
in Germania, il Paese maggiormente esposto alla rivoluzione, la
repressione del movimento comunista avvenne ad opera di un governo
socialista, quello di Ebert, cosciente della fine che i socialisti
avevano fatto nella vicina Russia. Il nazismo e il fascismo sarebbero
quindi per lo studioso tedesco una reazione delle classi medie e
superiori al mondo della violenza comunista, e Auschwitz la reazione al
Gulag, in
un progetto che
prevedeva l’uso degli stessi strumenti degli avversari:
«Chi rigetta da un punto di vista morale l’una
menzogna e
l’un assassinio e passa sotto silenzio l’altra
menzogna e
l’altro assassinio agisce in maniera nettamente
immorale»
scrive Nolte a conclusione di Nazionalsocialismo
e Bolscevismo.
Sebbene fascisti e comunisti abbiano militato su fronti opposti, uno
schierato a fianco della classe operaia e l’altro a fianco di
quella borghese, non mancavano elementi in comune.
All’interno
del partito nazionalsocialista si aveva una componente estremista
vicina idealmente a quella comunista, e molti gruppi animati da forte
fanatismo passarono dal partito di Hitler a quello comunista e
viceversa. In Gli anni
della violenza,
Nolte riporta le contestazioni di molti uomini della Sinistra nei
confronti del comunismo e del leninismo in particolare. Così
per
Kautsky il bolscevismo era il «socialismo dei
Tartari»,
mentre per Turati «l’ubriacatura bolscevica delle
masse» favorì il sorgere del fascismo. Anche per
due
importanti leader italiani, Sturzo e Nitti, il comunismo e il fascismo
avevano in comune il disprezzo per l’idea di
libertà.
Per lo storico inglese Robert Conquest
fascismo e
comunismo avevano molti elementi in comune ed erano figli della stessa
situazione di disperazione sociale che aveva spinto molti a
scelte inconsulte. Nel comunismo era presente poi una certa
tendenza al messianesimo. «Idee che pretendevano di risolvere
tutti i problemi e che invece si sono rivelate fallaci o deludenti
hanno sconvolto innumerevoli menti», ha scritto lo storico
inglese nell’introduzione de Il secolo delle idee assassine.
Le rivoluzioni o le semplici innovazioni liberali non hanno eliminato
tutte le situazioni difficili della nostra società,
però
Conquest ricorda che in oltre un secolo in Inghilterra si ebbero poco
più di un centinaio di morti in disordini sociali, e che
perfino
sotto l’oppressiva monarchia zarista si ebbero non
più di
alcune migliaia di morti per motivi politici, le vittime del comunismo
solo in Unione Sovietica furono invece dell’ordine di
milioni, e
il massacro di alcuni gruppi umani non aveva alcuna logica nemmeno dal
punto di vista del comunismo. Nella stessa opera si riporta il pensiero
di molti esponenti marxisti. Secondo il leader comunista ungherese
Kadar: «Il compito del leader non consiste nel realizzare i
desideri e i voleri delle masse. Il compito del leader è
tradurre in realtà gli interessi delle masse». Si
tratta
di un punto sicuramente essenziale della dottrina, il governo doveva
realizzare non la volontà generale della popolazione, ma
ciò che riteneva fosse il bene della stessa, implicitamente
ammettendo che i cittadini fossero incapaci di sapersi gestire. La
medesima idea di una società non capace di evolvere
autonomamente rappresenta una delle idee cardine di Lenin. Secondo il
leader russo la classe operaia doveva accettare la guida del partito
comunista, partito che doveva essere diretto con «disciplina
di
ferro» da un pugno di «rivoluzionari di
professione».
Conquest contesta anche l’idea che Stalin fosse responsabile
di
gravi crimini mentre Lenin avesse utilizzato metodi di governo diversi.
Citando varie fonti fra le quali il ministro russo Molotov, appare che
Lenin (e Trotzsky) non erano meno crudeli del despota georgiano, e la
costituzione della polizia segreta e dei lager
furono realizzate già nei primi anni di governo bolscevico.
Infine secondo Conquest anche i comunisti dei Paesi Occidentali, come
Togliatti o Sartre ammettevano il ricorso alla violenza e alla
menzogna, in un celebre colloquio con Camus, il filosofo francese
sostenne la necessità di tacere sulle violenze commesse dai
regimi marxisti, perché ciò avrebbe avvantaggiato
gli
avversari politici.
Lo storico francese Furet che da giovane
aveva
simpatizzato per il comunismo, mette in luce alcuni aspetti
interessanti di quel movimento. «Nati dalla guerra,
bolscevismo e
fascismo prendono dalla guerra quello che hanno di elementare.
Trasferiscono nella politica l’insegnamento ricevuto in
trincea:
l’abitudine alla violenza, la semplicità delle
passioni
profonde, la sottomissione dell’individuo al collettivo,
infine
l’amarezza dei sacrifici inutili o traditi».
Diversamente
da Nolte, Furet ritiene che solo in parte si può spiegare il
fascismo come reazione al comunismo, in quanto il movimento totalitario
di Destra presentava dei caratteri innovativi e rivoluzionari e non una
semplice forma di difesa della classe sociale minacciata.
L’utopia rivoluzionaria non nasce comunque da un ambiente
culturale fecondo, e il comunismo «ha smesso di essere
l’avvenire della democrazia; la democrazia è
diventata
l’avvenire del comunismo».
(anno 2003)