Il
mondo comunista e il problema dell’omosessualità
Considerati
personaggi non conformisti e insani, gli omosessuali furono oggetto di
drammatiche vicende
di Enrico
Oliari
Delle
vittime omosessuali nei lager
ormai hanno sentito parlare quasi tutti.
Meno nota è
l’avvenuta persecuzione
degli omosessuali in URSS durante il regime stalinista, e la feroce
omofobia del comunismo sovietico (e non solo). Ecco un breve resoconto
sulla vicenda e sull’Unione Sovietica in generale.
Se si pensa alle persecuzioni di cui
sono state
vittime migliaia di omosessuali, subito viene alla mente la terribile
figura di Adolf Hitler e magari, con qualche distinguo, quella di
Benito Mussolini.
Eppure l’odio per gli
omosessuali sembra
essere un fattore comune a tutte le dittature, sia militari che di
carattere religioso, ed ancora oggi si hanno notizie di giovani
lapidati o sepolti vivi nei Paesi dove impera la sharia (legge
islamica).
Le ragioni di tali persecuzioni sono
legate, a
seconda della situazione politica e sociale, ai più svariati
motivi: dalla «riduzione» del livello di
mascolinità
durante il fascismo (di cui sarebbero causa i pochi gay
dichiarati del Ventennio) all’incredibile accusa del mondo
nazista (che vede negli omosessuali i portatori di patologie
psichiatriche e di deformazioni genetiche, intollerabili macchie nere
per la razza ariana). Nei Paesi dove la religione è
istituzionalizzata al punto di essere divenuta legge dello Stato, i
«sodomiti» peccano contro Dio e contro la natura e
quindi
meritano vergogna e morte.
Tuttavia i gay
sono stati perseguitati a causa di un’altra ideologia, madre
di
dittature in diverse parti del mondo: il comunismo. Lo sgretolamento
dell’Unione Sovietica dei primi anni Novanta e con esso la
fine
della dittatura comunista nel Paese più esteso del mondo, ha
portato alla luce una realtà sconosciuta di omosessuali
perseguitati, condannati al carcere o ai lavori forzati in ambienti
dove la temperatura invernale raggiunge i quaranta gradi sottozero e
dove spesso hanno trovato la morte.
Fino all’epoca di Pietro il
Grande,
l’omosessualità in Russia era tollerata e
sanzionata dalla
Chiesa ortodossa con penitenze, ma nel 1706 venne introdotto il rogo
per chiunque fosse stato scoperto in un rapporto omosessuale.
Nel 1917 arrivò la
Rivoluzione
d’Ottobre e, grazie all’intervento dei cadetti (KD,
partito
dei costituzionalisti democratici),
l’omosessualità venne
finalmente decriminalizzata. I bolscevichi si dimostrarono contrari a
questa nuova forma di libertà, probabilmente
perché
avevano in generale un atteggiamento sessuofobo.
Dopo la sua decriminalizzazione,
l’omosessualità continuava comunque ad essere
vista come
una patologia, ma il concetto del rispetto della libertà
dell’individuo permise alla legislazione sovietica
sull’omosessualità d’essere indicata
come valido
esempio al congresso mondiale della Lega per le Riforme Sessuali,
tenutosi a Copenhagen nel 1928.
Nel 1930 Mark Serejskij, perito medico,
scrisse nella Grande
enciclopedia sovietica
che «la legislazione sovietica non riconosce reati cosiddetti
contro la morale. Le nostre leggi partono dal principio della difesa
della società, e quindi prevedono una punizione solo in quei
casi in cui l’oggetto dell’interesse omosessuale
sia un
bambino o un minorenne...».
Negli anni Trenta, sotto Stalin,
iniziò
però un periodo di repressione generale della
sessualità
(il «Termidoro sessuale») ed articoli contro
l’omosessualità furono introdotti in tutti i
codici penali
delle repubbliche sovietiche.
Nikolai Krylenko, commissario del popolo
(cioè ministro) per la giustizia, annunciò che
«l’omosessualità è il
prodotto di decadenza
delle classi sfruttatrici, che non hanno niente da fare» e
che
«in una società democratica fondata su sani
principi, per
tali persone non c’è posto».
L’omosessualità
venne così ad
essere considerata «controrivoluzionaria» e una
«manifestazione della decadenza della borghesia»,
tanto che
nel 1952 venne scritto nella Grande
enciclopedia sovietica:
«L’origine dell’omosessualismo
è collegata
alle circostanze sociali quotidiane; per la stragrande maggioranza
della gente che si dedica all’omosessualismo, tali
perversioni si
arrestano non appena la persona si trovi in un ambiente sociale
favorevole... Nella società sovietica con i suoi costumi
sani,
l’omosessualismo è visto come una perversione
sessuale ed
è considerato vergognoso e criminale. La legislazione penale
sovietica considera l’omosessualismo punibile, con
l’eccezione di quei casi in cui lo stesso sia manifestazione
di
profondo disordine psichico».
L’articolo 121 del codice
criminale prevedeva
in effetti la reclusione fino a cinque anni, con il possibile
aggravamento fino a otto in caso di coercizione della vittima, di
rapporto con minori o di violenza.
Spesso l’imprigionamento
veniva tramutato in condanna ai lavori forzati presso uno dei molti gulag, dove gli
omosessuali subivano umiliazioni e pestaggi anche ad opera degli altri
condannati.
Nei gulag
finirono milioni di persone per i più svariati motivi,
impiegate
spesso in opere faraoniche rilevatesi poi inutilizzabili, come il
canale del Mar Baltico-Mar Bianco. Morivano di stenti, di freddo, di
malattie, di botte o di fame, scavando nelle miniere o disboscando le
zone sperdute della Siberia.
Anche se per la condanna degli
omosessuali era
previsto un internamento di pochi anni, di molti di essi non si ebbe
più notizia.
Dal 1934 ai primi anni Ottanta vennero
condannati,
in base all’articolo 121, circa 50.000 maschi omosessuali. La
cifra dei gay
incriminati
cominciò a calare gradualmente solo negli anni Novanta.
Ancora
nel 1992 si ebbero, nel primo semestre, le ultime 227 condanne in base
alle leggi sovietiche.
Il Kgb, il temibile servizio segreto
sovietico,
utilizzava la minaccia di rendere nota
l’omosessualità
(vera o falsa) per spaventare l’intellighenzia russa. Vi
furono
architetti, artisti e dirigenti pubblici o di partito che persero il
lavoro o vennero incriminati. Questo provocò fra i gay un vero e
proprio clima di terrore che, tra l’altro, impedì
lo sviluppo dell’autocoscienza o di una cultura gay in generale.
L’omosessualità era
vista, oltre che
come un reato penale e controrivoluzionario, soprattutto come una
patologia psichiatrica: l’individuo era visto come soggetto a
una
vera e propria perversione, con infantilismo psichico, difetto organico
e disordine ormonale.
Le prime repubbliche ad abolire gli
articoli contro
l’omosessualità furono, dopo la disgregazione
dell’Unione Sovietica, la Lituania, la Lettonia,
l’Estonia
e l’Ucraina, ma la necessità di ottenere un posto
nel
Consiglio d’Europa e quindi di mostrare una Russia nuova e
liberale, indusse Boris Yeltsin ad abolire nel 1993
l’articolo
121, pur mantenendo la punizione per i reati legati alla violenza ed
alla coercizione.
Ma non era ancora finita. Nel 1993
l’omosessualità, dopo la riforma generale del
codice
penale, era ancora contemplata nell’articolo 132, intitolato
«omosessualità o la soddisfazione di passione
sessuale in
altre forme pervertite».
L’amore fra soggetti adulti
venne quindi ad
essere legale, ma l’omosessualità continuava ad
essere
vista come una patologia psichiatrica e come una perversione. I
legislatori poi fecero una grande confusione, tanto che
l’articolo 144 prevedeva che il rapporto sessuale
rappresentasse
comunque una forma di «coercizione autorizzata».
Nel 1995
la Duma approvò la riforma, ma il presidente Yeltsin ed il
Consiglio della federazione la respinsero.
Si tentò quindi un
miglioramento e nel 1997
si arrivò finalmente a elaborare il capitolo 18, sui Delitti nella sfera dei rapporti
sessuali.
Per la prima volta comparve nel codice
penale il
lesbismo, autorizzato fra donne adulte consenzienti, ma condannato in
presenza di atti di violenza. L’articolo 132 dello stesso
capitolo condannava, al comma 3/b, il «danneggiamento pesante
alla salute, infezione da Hiv o altre conseguenze gravi». E
infatti tuttora la permanenza in Russia di uno straniero oltre i tre
mesi prevede, per il visto, una certificazione di
sieronegatività da parte di una clinica pubblica.
In compenso, con la stesura del nuovo
articolo si
parlò, per la prima volta, di uguaglianza di genere di
fronte al
reato sessuale, e l’età del consenso venne
stabilita
infine per tutti, donne e uomini, gay
ed etero, alla medesima età, quattordici anni.
Il clima culturale vieta
tutt’oggi ai politici di affrontare la tematica dei diritti
dei gay
e delle lesbiche, in quanto temono di calpestare il concetto della
«difesa della famiglia tradizionale russa» e quindi
di
perdere consensi.
Ci ha provato a farlo, paradossalmente,
il
reazionario Vladimir Zhirinovsky, forse per mostrare un atteggiamento
liberale ma, pensando che la sua fosse solo una provocazione, non venne
preso sul serio.
A tutt’oggi il mondo politico
e quello gay
sembrano in Russia essere ancora due cose separate, e ancora nel luglio
del 2001 il radicale transnazionale Nikolaj Kharamov informava
l’opinione pubblica del «niet»
dell’amministrazione della capitale russa allo svolgimento
del Gay Pride...
Fonti
Sito: Gay Russia,
http://www.gay.ru
Igor S. Kon, Historical
prelude, www.gay.ru
Igor S. Kon, Repeal of
Article 121, www.gay.ru
Igor S. Kon, The sexual
revolution in Russia, Free Press, 1995
Courtois, Wert, Pannè, Paczkowski, Bartosek, Margolin, Il libro nero del comunismo,
Le Scie, 1998
Certificazione di
sieronegatività, Documentazione del Consolato
Russo a Milano
Guida Spartacus,
2003/2004
Partito Radicale, Dichiarazione
di Nikolaj Khramanov, 28 luglio 2001.
(anno 2002)