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1919: la nascita del comunismo

I due congressi di fondazione della Internazionale Comunista contestavano la «democrazia borghese» in nome di una dittatura delle masse diretta da un partito gestito con «disciplina di ferro»

 

di  Luciano Atticciati

 

 
La Seconda Internazionale sorta nel 1889 era stata caratterizzata dalla prevalenza dei riformisti che credevano nel progresso sociale realizzato principalmente attraverso l’attività parlamentare. Non ebbe vita lunga e si concluse nel 1914 con lo scoppio della guerra che spinse i partiti socialisti a separarsi per sostenere i rispettivi governi impegnati nella guerra. La rivoluzione bolscevica del ’17 ebbe un’immensa risonanza mondiale e molti iniziarono a guardare ad essa come ad una strada da seguire ovunque. Due anni dopo venne quindi lanciata da Lenin la nuova associazione mondiale attraverso un congresso dove i rappresentanti stranieri costituivano tuttavia una netta minoranza. Sui trentacinque delegati solo cinque erano stranieri e uno solo, il Tedesco, aveva un mandato rappresentativo del partito a cui apparteneva. Il secondo congresso nel 1920 vide la partecipazione dei partiti socialisti francese, italiano, austriaco, norvegese, del partito socialista tedesco nato dalla scissione dell’SPD, e quelli minori di altre nazioni. I Russi mantennero comunque un certo predominio all’interno dell’organo esecutivo, disponendo di un numero di componenti superiore a quello degli altri partiti. La creazione della Terza Internazionale portò ad una spaccatura profonda fra moderati ed estremisti che da allora assunsero la denominazione definitiva di comunisti.
    La Terza Internazionale venne a capitare negli anni difficili del primo dopoguerra. In quegli anni gli operai avevano ottenuto diversi riconoscimenti, alla fine del secolo precedente erano state istituite le leggi di previdenza sociale, negli anni successivi il diritto di voto era stato esteso a tutti i cittadini maschi, e proprio in quegli anni si aveva l’introduzione della giornata lavorativa di otto ore, esisteva però un diffuso malessere che portava a dei contrasti violenti all’interno della società. Il mondo sembrava gestito da una ristretta élite, e a parte l’America, il benessere e le possibilità di istruzione apparivano molto limitate. I partiti comunisti (o in procinto di definirsi tali) contestavano il capitalismo mondiale che aveva prodotto la terribile guerra, il disordine economico, il sistema coloniale, e le difficoltà degli operai e dei ceti più poveri in genere ad accedere a quei diritti previsti dalle carte costituzionali, ma le critiche si estendevano anche ai socialdemocratici. I «social-traditori» erano considerati come alleati del sistema borghese che andava non cambiato ma distrutto, utilizzando anche i metodi della lotta violenta, la clandestinità, e il ricorso alle armi.
    Il programma politico della conferenza presentava una critica molto dura alla società del tempo. In molte parti contestava i principi di democrazia «borghese» in nome di una generica volontà delle masse, ma non indicava in pratica nessuno strumento in base al quale la volontà reale dei cittadini potesse emergere. Si affermava che «nel sistema dei Soviet governano le organizzazioni delle masse e, tramite loro, le masse stesse, giacché i Soviet chiamano all’amministrazione dello Stato una schiera sempre crescente di operai», ma non si vedevano le caratteristiche di una democrazia più ampia, al contrario si affermava: «Lo Stato proletario è – come ogni Stato – un apparato di costrizione, volto, però, contro i nemici della classe operaia». In nessuna parte degli atti congressuali si parlava di diritti né di libertà, e la dittatura del proletariato proposta dava l’impressione non di una istituzione temporanea dovuta ad esigenze particolari, ma come qualcosa di definitivo o comunque di lunga durata. Risultava evidente infine una contraddizione, veniva abolita la grande proprietà privata fonte di sfruttamento, ma si continuava a mantenere in piedi la dittatura in nome dell’esigenza di colpire gli sfruttatori.
    Fra i documenti più importanti approvati dalla Terza Internazionale vi furono sicuramente le cosiddette ventuno condizioni d’adesione, le quali prevedevano un accentramento dei poteri nelle mani dei vertici dei partiti, con pochi esempi nella storia. I socialriformisti dovevano essere allontanati dal partito, che doveva dotarsi di una ideologia monolitica, di «un’organizzazione clandestina parallela», ed implicitamente i partiti comunisti dovevano accettare le direttive del partito comunista russo. I punti undici, dodici, tredici e quattordici ben sintetizzano la nuova organizzazione che i partiti comunisti dovevano darsi: «11. I partiti che vogliono aderire all’Internazionale Comunista sono tenuti a sottoporre a revisione i componenti dei propri gruppi parlamentari e a destituire tutti gli elementi infidi, a far sì che tali gruppi siano subordinati al praesidium del partito non soltanto a parole ma nei fatti, esigendo che ogni singolo parlamentare comunista subordini tutta la sua attività agli interessi di una propaganda e di un’agitazione autenticamente rivoluzionarie. 12. I partiti appartenenti all’Internazionale Comunista debbono basarsi sul principio del centralismo democratico. Nell’attuale momento di aspra guerra civile, il partito comunista potrà assolvere al proprio compito soltanto se la sua organizzazione sarà il più possibile centralizzata, se si imporrà una disciplina ferrea, vicina a quella militare, e se la centrale del partito, sorretta dalla fiducia degli iscritti, avrà forza ed autorità e sarà dotata dei più vasti poteri. 13. I partiti comunisti dei Paesi in cui i comunisti operano nella legalità ogni tanto debbono intraprendere un’opera di epurazione (reiscrizione) tra i membri del partito per sbarazzarsi di tutti gli elementi piccolo-borghesi che vi siano infiltrati. 14. Ogni partito che voglia aderire all’Internazionale Comunista è tenuto ad appoggiare incondizionatamente tutte le repubbliche sovietiche».
    L’organizzazione autoritaria dei partiti comunisti e la loro forte dipendenza da Mosca non rimase sulla carta, negli anni successivi furono molte le interferenze del vertice russo sulla vita politica degli altri partiti. In Italia il leader del partito socialista Serrati che si era opposto all’espulsione del riformista Turati, venne allontanato dall’Internazionale. In Germania molti membri del partito socialista che aveva partecipato al congresso si opposero all’adesione alle ventuno condizioni, e l’illustre leader Paul Levi che aveva sconsigliato i Sovietici dal sostenere un tentativo di colpo di Stato nel proprio Paese scarsamente gradito anche dai lavoratori, venne espulso. Secondo la testimonianza dell’Angelica Balabanov, che fu dirigente del Comintern, il successo dell’organizzazione fu dovuto ai pesanti provvedimenti e alle calunnie contro i leader moderati, oltre che dai forti finanziamenti che la Russia destinò ai gruppi ritenuti più disciplinati.
(anno 2001)