Cristianesimo
e Marxismo
Tra
Metafisica e Storia le ragioni di una convergenza impossibile
di Alberto
Rosselli
Prima
di affrontare lo spinoso, dibattuto e sempre attuale tema riguardante i
rapporti e le illusorie analogie tra Cristianesimo e marxismo, appare
indispensabile porre una premessa, o meglio chiarire un punto. Occorre
cioè distinguere l’essenza della cosiddetta
società
civile, quale espressione di una qualsivoglia struttura
politico-organizzativa umana, dall’essenza della Chiesa in
quanto
espressione del Cristianesimo, cioè di una fede religiosa.
La
prima entità, soggetta come è alle leggi
dell’evoluzione storica e sociale, tende giocoforza
– nel
divenire del tempo – a trasformarsi; mentre la seconda, nella
sua
sostanza, tende invece a rimanere immutabile nello spazio temporale in
quanto lo stesso concetto di tempo non le appartiene. Essa, infatti,
non abbisogna di divenire o trasformarsi in quanto
«è» e sussiste in Cristo e nella Sua
Parola. In
buona sostanza, la società civile si vede costretta per
forza di
cose a vivere in una dimensione prettamente terrena, contingente,
cioè nella Storia, mentre l’istituzione
ecclesiastica
può, al di là delle apparenze, eludere questa
costrizione
possedendo la dimensione dell’Eterno che è Dio.
Per questa
ragione essa quindi avanza nei secoli vivendo sempre una medesima,
immutabile realtà. Anche a dispetto di violente crisi, la
Chiesa
può fare conto su un suo secolo e su un suo tempo. Vive
cioè nel mondo, ma non si nutre affatto del mondo.
Agli albori del XXI secolo, allo
schiudersi di
questo nuovo millennio denso di incertezze esistenziali, il
Cristianesimo si trova ad affrontare un grave dilemma: adeguarsi alla
mentalità di un’epoca intrisa di materialismo e
mondanità, mettendo da parte tutto ciò che
caratterizza
il suo credo in quanto religione (magari per ottenere nuovi spazi, per
immergersi maggiormente nel sociale e per tentare di avvicinarsi di
più alla gente risolvendone più che altro le
ansie
economiche, cioè le problematiche terrene), oppure
può
continuare a mantenere salda la propria, insostituibile e
imprescindibile vocazione soprannaturale scontando con
l’incomprensione e perfino con la persecuzione la
fedeltà
ai propri eterni principi. Data la natura e le finalità
della
religione cristiana, appare subito evidente che con il perseguire di
eccessivi (seppure idealmente giusti) e arditi compromessi terreni i
generosi fautori del Cristianesimo Sociale rischiano con la loro azione
di sfigurare in realtà il vero volto della Chiesa,
cioè
quello di Cristo. Il Cristianesimo, piaccia o non piaccia, è
e
rimane, almeno per chi crede, una fede. Quindi, o lo si accetta in toto o lo si
rifiuta in toto.
In un’epoca tecnologica in cui tutto è possibile e
lecito,
tutto è in sostanza diritto, mentre il dovere (che sta alla
base
del diritto) viene concepito come un faticoso optional, sussistono
margini di discrezionalità o di capriccio assai vasti e
impropri
nell’affrontare e nel fare propria questa delicata scelta.
Da decenni, molti intellettuali
marxisti,
post-marxisti e cattolici di Sinistra sono infatti soliti proporre
un’ipotesi, forse affascinante, ma assolutamente infondata.
Se
Gesù – essi sostengono – tornasse fra
noi e
decidesse di buttarsi in politica, si assocerebbe al credo egualitario
marxista? Non sono infatti i marxisti una sorta di inconsapevoli
Cristiani in cerca di una nuova Chiesa più
«umana» e
più giusta che soddisfi appieno le loro aspirazioni di
eguaglianza? E in fin dei conti non sono sempre stati i seguaci di Marx
a schierarsi in prima fila dalla parte dei poveri e a predicare la
parità come in fondo fece Gesù? E ancora. Non
è
forse tempo che la Chiesa, che si è compromessa per lungo
tempo
con il Potere (almeno dall’ascesa al trono
dell’Imperatore
Costantino), avvii un’opera di purificazione
affinché
ritrovi il vero senso del Vangelo?
Di fronte a questi interrogativi sorge
però
spontanea una contro-domanda. Può in realtà
sussistere la
condizione di conciliazione reale tra Cristianesimo e marxismo? Da
un’attenta e non polemica analisi razionale sembrerebbe
proprio
di no, e con buona pace di quei Cattolici
«storicisti» che
sono adusi ad interpretare il Verbo evangelico in chiave esclusivamente
sociale e terrena, tentando di depurarne la reale essenza
trascendentale e metastorica.
Ma vediamo i motivi di tale
incompatibilità
di fondo. Tanto per cominciare la decisa negazione del concetto di
«aldilà», caratteristica del credo
marxista,
annullerebbe di fatto uno dei pilastri della fede e rischierebbe di
incidere, lentamente ma inesorabilmente, nei comportamenti
intellettuali e fattuali del militante cattolico, soprattutto quello
«impegnato nel sociale», allontanandolo dal
concetto di
dogma e quindi di fede. Anche se, come è noto, dalla caduta
del
Muro di Berlino e dalla fine del sogno comunista, i neo-marxisti, ormai
orfani di una chiesa materialista estinta, sono passati dal rifiuto a
priori dell’«oppio» della religione ad un
atteggiamento di graduale assimilazione dello stesso Credo cristiano,
facilitati in questa manovra proprio dalla ingenuità (in
certi
casi dalla palese apostasia comportamentale) di molti Cattolici
impegnati nell’azione esclusivamente sociale e materiale.
Comunque sia, partendo dal presupposto (ovviamente teorico)
dell’esattezza delle analisi socio-economiche marxiste, i
teologi
della «liberazione» non farebbero altro che
accettare
presupposti ideologici e che li condizionerebbero, cosicché
quella che in ultima analisi dovrebbe essere una semplice integrazione
o rivalutazione del pensiero cristiano tenderebbe, invece, a
trasformarsi in una palese conversione dal Cristianesimo al marxismo o
a qualcosa di simile. Senza considerare che parlare oggi di marxismo
è un po’ come parlare dell’esperanto e
della sua
utilità come verbo di comunicazione universale; significa
cioè discutere circa l’utilità di una
lingua in
effetti reale, ma la cui applicazione pratica non risulta affatto tale.
Posto il valore ideale supremo di una
rivoluzione
sociale (ci riferiamo sempre a quella marxista in senso storico) che
nel suo slancio emotivo ha preteso di attuarsi attraverso la lotta di
classe e mediante il sovvertimento o la modifica di una scala sociale,
l’idea di una contestuale attribuzione trascendentale nella
quale
immergersi (quella legata al Credo cristiano), perderebbe
inevitabilmente il suo significato; anche perché nella
prassi e
nell’azione ideologica, la stessa Verità piuttosto
che
«essere» (cioè come è intesa
nel Vangelo)
tenderebbe ad «attuarsi», proprio nel contesto di
un
divenire puramente «storico». Più
precisamente, il
primato esclusivo del «divenire» materiale
sull’«essere» metastorico
relativizzerebbe e
vanificherebbe tutti i Valori metafisici del Cristianesimo. Scompenso
che si riscontrerebbe anche nella disamina del carattere trascendente
della distinzione tra Bene e Male, laddove, secondo il materialismo,
l’etica viene obbligatoriamente dissolta
nell’azione
sovvertitrice delle gerarchie e delle prassi socio-economiche. E con
questo, il passaggio all’immanentismo storicistico diventa
quindi
inevitabile. Dio inizia, erroneamente, ad essere identificato con la
Storia intesa come travagliato processo di auto-redenzione
dell’uomo tramite la lotta di classe. L’uomo e le
sue idee
prendono il posto di Dio e del Suo progetto trascendente e salvifico.
Anche se, come è noto, il Cristianesimo non trova mai nella
Storia il criterio della sua Verità, ma al contrario lo
ricerca
nella Rivelazione: prassi quest’ultima che –
è bene
ricordarlo – ha tra l’altro garantito a questa fede
oltre
duemila anni di vita.
A differenza del marxismo (ma anche del
liberismo)
il Cristianesimo non vive nel tempo che scorre poiché questa
fede nel suo profondo custodisce già una Verità
trascendente che si sottrae al ciclo morfologico delle culture e delle
società: soggetti terreni che hanno per loro natura un
inizio e
una fine. Tutto infatti scorre, rimane soltanto la Verità di
Cristo. L’assolutizzazione della rivoluzione classista
corrisponde ad una assolutizzazione della politica, dove ogni
affermazione della fede e della teologia viene subordinata ad un
criterio politico. In sintonia con l’opposizione marxista
della
«filosofia della prassi» a quella
«speculativa», i teologi della liberazione sono
soliti
sostituire l’ortoprassi all’ortodossia, con lo
scopo di
elevare il metodo rivoluzionario a criterio supremo della
verità
teologica. Di conseguenza, e non a caso, alla nozione di povero delle
Sacre Scritture si è tentato (e si tenta ancora, anche se in
maniera surrettizia) di sostituire quella marxista di proletario.
Effettivamente, di primo acchito le due nozioni non si differenziano
affatto, ma la miseria del proletariato viene comunque intesa dai
marxisti come una vera forza rivoluzionaria capace di creare una nuova
società dopo averne distrutta un’altra, adoperando
in
questo contesto finalità e metodi assolutamente distanti e
contrastanti dal pensiero di Cristo. La vagheggiata «Chiesa
del
Popolo» altro non è che una «Chiesa di
Classe», mentre, al contrario, la Chiesa è di
tutti,
poiché tutti gli uomini, poveri e ricchi, sono
«figli di
un unico riscatto». La ragione di fondo che spinge ad una
socializzazione della Chiesa sta nel fatto che il marxismo e certo
Cattolicesimo sociale considerano ancora la Chiesa universale e la
teologia tradizionale come espressione di un organismo sostanzialmente
reazionario e oppressivo. E sulla base di questa considerazione le
cosiddette teologie della «liberazione» sono solite
formulare risposte, ovviamente sbagliate, ad un problema che a tutti
gli effetti è invece reale, cioè quello della
povertà e dell’ingiustizia. Questione,
quest’ultima,
che, soprattutto in certe nazioni come quelle del Terzo Mondo,
economicamente depresse o sfruttate da regimi militari (di Destra e di
Sinistra) o da dittature capitaliste o comunque fondanti su quei
concetti di modernità e produttività riferibili
sia al
liberismo che allo stesso marxismo, appare dolorosamente reale.
D’altro canto, laddove i Valori dello spiritualismo cristiano
hanno ceduto il passo a quelli dello storicismo e del materialismo
l’uomo ha cessato di fatto di essere persona ed unico
irripetibile imboccando, in cambio di una ciotola di riso o di una
bicicletta, il tunnel dell’incertezza esistenziale. Allo
stesso
modo in cui un benestante cittadino europeo è solito
barattare
per un «cellulare» alla moda i profondi ed eterni
valori di
Dovere, di Diritto, di Amore e di Sacro legati alla cultura
ebraico-cristiana e al Trascendente. Ciò che i marxisti e i
Cattolici della «liberazione» non sembrano
comprendere
è che il Cristianesimo non ha nulla da imparare da alcuno o
da
chicchessia, se non dal Verbo. E questo vale anche sotto il profilo
della condotta sociale. I Cristiani possono infatti contare su una
propria, completa e soddisfacente «dottrina
sociale»
convalidata da un’esperienza secolare, a cominciare da San
Tommaso, passando poi per la Rerum
Novarum
e le varie encicliche. Purtroppo, le Sacre Scritture vengono lette
spesso con superficialità e soprattutto con
l’erronea
mentalità del «proprio tempo» e
attraverso categorie
interpretative della «propria epoca», per cercarvi
una
soluzione ad uno dei tanti drammatici problemi del momento. Ma
ciò viene fatto troppo di frequente per scopi puramente
politici, cioè terreni. Storicizzando totalmente la portata
del
messaggio cristiano, molti tendono infatti ad eliminare dal Vangelo
qualsiasi autenticità ed eternità. La parola di
Dio, in
realtà, si rivolge agli uomini di ogni epoca e contesto
sociale.
Cristo, come sosteneva Kierkegaard, è il
«contemporaneo di
ogni epoca» in quanto non coincide con nessuna epoca. Tentare
di
rendere «contemporaneo» il Vangelo,
cercare di storicizzarlo a tutti i costi, non significa santificarlo,
ma al contrario attualizzarlo ed annullarlo. Senza considerare che
Gesù, nelle sue predicazioni, non ha mai inteso distruggere
o
sovvertire alcun sistema sociale. Egli proclamò la sua
fedeltà alla Legge di Dio che non voleva certo abolire, ma
al
contrario completare ed osservare (lo testimoniano gli scritti di
Matteo e Luca). Il non ben compreso episodio del
«tributo»
e la snobbata (poiché non politicamente corretta) parabola
dei
«talenti» forniscono l’immagine di un
Cristo
egualmente lontano sia dai «collaborazionisti»
Sadducei e
dagli «ambigui» Farisei che dai
«rivoluzionari»
Zeloti. Anche se in più occasioni Gesù lancia
pesanti
strali contro l’iniquità
dell’ingiustizia sociale
(«Guai ai ricchi…»). Ma pur tuttavia
questa sua
condanna non viene compiuta da un punto di vista sociale, ma religioso
in quanto Egli non pensa affatto ad una rivoluzione sociale e quindi
«storica», bensì interiore, anche se da
essa si
auspicano positive conseguenze sociali. Come insegnano le Scritture,
Cristo non è venuto sulla terra per sconvolgere un
determinato
ordinamento politico-sociale; Egli vi è giunto –
gesto
unico e metafisico – per redimere i peccatori e liberare
l’uomo dalle catene del male. Ciò che
Gesù condanna
non è un ordine socio-politico come quello imperiale romano,
ma
«l’attaccamento ai beni di questo mondo».
In
quest’ottica, il Cristianesimo è una vera
rivoluzione,
epocale, ma soltanto nel senso che allontana i cuori degli uomini dal
mondo, cioè dalla materia, per chiamarli a Dio. E in questo
senso, forse, trattasi più di una Conversione che di una
Rivoluzione. Gesù, infatti, raccomanda agli uomini la fede
nella
Provvidenza e li esorta ad accontentarsi del minimo indispensabile.
Egli ammonisce – è vero – i ricchi ed
esalta i
poveri, in spirito. Ma attenzione, i poveri evangelici non sono affatto
i «non ricchi» desiderosi di diventarlo. Non si
tratta
quindi di poveri in senso sociologico, ma in senso religioso. Si tratta
di coloro i quali hanno scelto liberamente la povertà in
maniera
solare, come San Francesco. La povertà annunciata da
Gesù
è sempre gioiosa e volontaria e agli uomini illuminati che
l’hanno scelta la lotta di classe non si addice affatto.
In questo contesto, in Cristo si colgono
alcune
anticipazioni pre-cristiane socratiche e platoniche. Ma anche a tal
riguardo gli equivoci da parte dei teorici marxisti non mancano. Essi
hanno intravisto infatti in alcuni testi contenuti nella Repubblica
di Platone una traccia di comunismo, dimenticando che
l’eguaglianza marxista ha uno scopo prettamente economico,
mentre
quella platonica si fonda, similmente a quella evangelica, alla
rinuncia spontanea ai beni terreni. Trattasi di una prescrizione per
saggi o per uomini spiritualmente superiori alla media, cioè
migliori nella loro singolarità. In altre parole,
l’eguaglianza platonica non ha alcun fondamento
materialistico,
bensì spiritualistico e morale. Il filosofo greco,
ispiratore,
per certi versi, della teologia cristiana, guarda in sostanza alle
Idee, mentre i marxisti, ma anche i capitalisti, i globalizzatori e gli
antiglobalizzatori guardano soltanto alla Terra. Osservare il Cielo
è diventata un’inutile fatica o meglio una
possibilità come tante altre. E ciò che
più
incuriosisce è che a sostenere questa tesi sono i Cattolici
progressisti più degli stessi marxisti che, in quanto atei,
sono
in qualche modo giustificati ad assumere questa posizione.
Ma torniamo a Gesù. Egli,
è vero,
amò frequentare i poveri e gli emarginati, ma anche i
ricchi, i
gabellieri e i soldati. E quando Maria di Betania, colta
nell’ungere i capelli di Cristo con olio prezioso, venne
accusata
da un gruppo di seguaci di avere sperperato «trecento
denari» che si sarebbero potuti donare ai poveri,
Gesù
così rispose: «I poveri li avrete sempre, me,
invece, non
mi avrete sempre» (Matteo, Marco, Giovanni).
Insomma, trovare identità di
vedute tra il Vangelo,
il dogma marxista o l’escamotage cattolico-sociale appare
impresa
ardua. Basti pensare al concetto di «amore per i
nemici»,
presente in tutti i Vangeli.
Ben difficilmente tale sovrumano concetto potrebbe accordarsi a quello
di lotta di classe (professato apertamente anche da taluni preti del
«dissenso»), ma anche di liberalismo economico.
Teorie
queste ultime che come è ovvio si basano su un sottinteso
concetto di «supremazia» che non ha nulla a che
vedere con
la parola di Cristo. L’inconciliabilità appare
indiscutibile, sia sul piano dottrinale che pratico. Ritornando alla
inesatta interpretazione del Vangelo
compiuta dai marxisti ricordiamo che le Sacre Scritture vanno sempre
assunte in toto
e sine glossa;
cioè non vanno interpretate attraverso la lente deformante
del
contingentismo storico. Interpretare il Cristianesimo come una sorta di
semplice messaggio sociale e rivoluzionario risulta infatti un puro e
semplice non senso, anche perché il Cristianesimo, sic et simpliciter,
non si interpreta. Esso non è un credo sociale o
antisociale,
non fa riferimento ad un semplice condottiero o sindacalista, ma
addirittura ad un Redentore. L’idolatria del sociale si
rivela,
in ultima analisi, come una conseguenza del travisamento della figura
del Cristo, della sua riduzione sociologica, dimenticando che
Gesù considerò sempre il potere politico alla
stregua di
una tentazione diabolica (Matteo e Luca). Al Messia interessa, insomma,
la Rivoluzione Interiore, ossia la Conversione. Egli propugna una
salvezza escatologica. Ed è soltanto questo carattere di
genuina, innovativa Rivoluzione Interiore che interessa il singolo
nella sua unicità che potrà in futuro preservare
il
Cristianesimo dalla fallimentare sorte toccata ad ogni rivoluzione
sociale: quella di degenerare inevitabilmente nella violenta
repressione e nell’inganno, suscitando reazioni altrettanto
violente e portatrici di altrettanto falsi valori. «Ogni
rivoluzione – scrisse Camus – per essere creatrice
non
può fare a meno di una norma morale e metafisica che ne
equilibri il delirio storico».
Nell’ambito di questa breve
analisi, un altro
punto risulta fondamentale. L’atteggiamento del Cristianesimo
nei
confronti dell’impegno socio-politico è
necessariamente
critico in quanto Gesù non accetta la società, ma
non la
condanna neppure («Date a Cesare ciò che
è di
Cesare e a Dio ciò che è di Dio»).
Mentre, al
contrario, l’accettazione totale della politica e
dell’ideologia rientra in una prassi acritica. Ma come si
è accennato non sono le dispute terrene ad interessare a
Gesù il cui compito è quello di aprire la strada
ad un
regno futuro, metafisico. E d’altra parte agli occhi del
Salvatore tutte le istituzioni mondane sono per loro natura intrinseca
provvisorie e caduche e non suscettibili di fondamentali miglioramenti,
anche perché sostituibili con altre istituzioni egualmente
negative e provvisorie. Tentare quindi di ridurre il Vangelo
ad un semplice messaggio sociale significa distorcerne il suo
significato più profondo e interpretarlo attraverso un
sistema
di categorie anticristiane. La Chiesa non può quindi essere
marxista ma nemmeno capitalista, poiché entrambi questi
sistemi
storici non sono stati capaci di assicurare a tutti gli uomini i
diritti fondamentali professati da Cristo. Ma l’Occidente
sembra
essersi fatto sordo alla Parola del Salvatore: non a caso la deforma,
la adultera, la scompone, la tradisce, ne fa «oro per gli
sciocchi», secolarizzandone il contenuto. «In
seguito alla
morte di Dio, tutti i falsi profeti si considerano eredi di
Dio».
Di qui le nuove, fragili escatologie proiettate in un futuro
esclusivamente mondano; di qui i nuovi Paradisi Terrestri Sociali e le
Mode antiglobalizzatrici, frutto anch’esse della
storicizzazione
radicale del Cristianesimo; di qui la corsa folle verso
l’Utopia
della Tecnologia e del Profitto, nell’illusione collettiva di
avere imboccato una facile scorciatoia in nome di una sorta di
«antropocentrismo miscredente, ma illuminato»,
utile forse
a tutelare gli investimenti, i salari, le pensioni, i derelitti e i
panda cinesi, ma a mantenere comunque l’uomo nella sua
permanente
e sostanziale incertezza esistenziale. E probabilmente –
almeno
per chi ha fede – nel peccato.
Bibliografia
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(anno 2003)