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Le origini del comunismo

Diversamente dal passato molti oggi ritengono che il comunismo non nasca con Marx ma abbia origini diverse e più antiche

 

di  Luciano Atticciati

 

 
I marxisti hanno sempre messo in risalto il carattere materialista e progressista del comunismo, ma il comunismo presentava in realtà un’origine profondamente diversa. Le idee comuniste sono state spesso collegate nel passato a quelle di gruppi religiosi o mistici, e anche nei decenni immediatamente precedenti a Karl Marx a un’idea di società perfetta, vicina ad una mitica età dell’oro, un mondo dominato dalla pace, dalla sicurezza, dallo spirito fraterno, dove un’autorità centrale provvedeva a dispensare beni e concessioni. Molti comunisti erano antiprogressisti: Saint Simon, un autore in realtà di difficile collocazione, aveva fiducia nella scienza e nell’industria, ma non così Fourier, Morelly e Mably. Il mondo dipinto da due precursori della società comunista, Tommaso Moro e Campanella, come di molti successori, appariva come un mondo immutabile, retto da regole certe, dove ognuno riceveva il giusto, ma dove nessuno si preoccupava dei cambiamenti e del miglioramento della società. Una certa insensibilità all’idea di libertà la si ritrova in molti autori ad eccezione di Proudhon, che in realtà era più vicino alle idee anarchiche che a quelle comuniste.
    Marx rompe decisamente con questa tradizione, il suo è un socialismo calato nella realtà, frutto della storia, e quindi un prodotto del progresso. Marx non è un utopista, e la società socialista si realizza per tappe graduali, partendo dalla realtà in cui vive, il suo socialismo non si realizza in una strana isola come quello di Tommaso Moro, ma nel mondo. Tuttavia anche Marx idealizza un traguardo, la società senza classi e l’abolizione dello Stato, dove ognuno senza imposizioni dà il suo contributo alla società attraverso il lavoro, e riceve il giusto compenso, e in cui non avrà altri bisogni o altre ambizioni da soddisfare. Anche Marx non sembra avere molto interesse alla libertà, e ipotizza una dittatura del proletariato, senza entrare nel dettaglio su quello che si deve intendere con questa espressione (mai sufficientemente spiegata), comunque lui come l’amico Engels guardava con interesse alla Comune di Parigi nonostante le violenze e l’arbitrarietà di cui essa fu responsabile. Una certa insensibilità dei comunisti riguardo all’idea di libertà la vediamo confermata negli incontri del 1864 della Prima Internazionale dove Proudhon e Mazzini vennero fortemente contestati.
    Mazzini scriveva nel 1860 con chiarezza che socialisti e comunisti erano nemici della libertà: «Il disegno di quei che, limitandosi alla questione economica, chiedono l’abolizione della proprietà individuale e l’ordinamento del comunismo, tocca l’estremo opposto, nega l’individuo, nega la libertà, chiude la via del progresso e impietra, per così dire, la società». Nel Novecento un altro autore italiano, Benedetto Croce, mise in risalto il carattere autoritario del comunismo di Marx e degli autori precedenti, nonché il disprezzo in nome dell’egualitarismo di tutto ciò che dava forma alla personalità degli individui.
    I marxisti convinti che il socialismo fosse il superamento della democrazia borghese, e che come annunciato da Marx il proletariato fosse il prodotto dell’economia capitalista, hanno sempre sottovalutato i pensatori comunisti precedenti al filosofo tedesco. L’idea di un socialismo che sorge precocemente rispetto al proletariato e addirittura alla rivoluzione industriale, sembrava qualcosa di incoerente. Tuttavia appare difficile contestare la tradizione comunista del periodo illuminista.
    Negli anni della Rivoluzione Francese si hanno due importanti innovazioni nel pensiero socialista, si fa strada l’idea che la messa in comune dei beni non debba avvenire a livello di piccola comunità, ma a livello di Stato, e si cerca di proporre la nuova ideologia come strumento e realizzazione delle rivendicazioni di contadini e popolani urbani. I pensatori comunisti isolati fino allora, conobbero un notevole successo quando proposero le loro teorie come strumento per il miglioramento delle condizioni di vita delle classi disagiate che avevano avuto solo un parziale progresso nello Stato libero creato dalla Rivoluzione, e che trovavano difficoltà a beneficiare dei diritti umani previsti dai rivoluzionari liberali. Da questo punto di vista appare interessante il Manifeste des Egaux del 1796, il programma politico scritto da Sylvain Maréchal, affermava che per limitare le prevaricazioni dei ricchi e dei potenti non fosse sufficiente la sola uguaglianza giuridica prevista dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, occorreva abolire la proprietà privata e creare una grande proprietà comune dei beni e delle terre. In un’opera simile scritta da Babeuf e da altri esponenti a lui vicini, si sosteneva l’obbligo del lavoro per tutti i membri della collettività e si affermava che «i ricchi che non vogliono rinunciare al superfluo a favore dei poveri sono i nemici del popolo… Coloro che hanno violato la costituzione del 1793 sono colpevoli di lesa maestà popolare». Babeuf, come molti altri esponenti comunisti dell’epoca si richiamava ad un diritto naturale dove gli uomini vivevano senza conflitti grazie all’assenza della proprietà privata. La nuova società fondata su questi principi, prevedeva un periodo di dittatura degli «illuminati» in quanto il popolo non era sufficientemente preparato a darsi una valida amministrazione, il pensatore francese infine, si esprimeva a favore del regime del Terrore che riteneva un buon metodo di governo.
    Robespierre e Saint Just non erano comunisti in senso stretto, condannavano l’ineguaglianza, sostenevano strumenti per il miglioramento delle condizioni di vita delle classi più povere, ma non sostenevano apertamente l’eliminazione della proprietà privata, e la gestione dell’economia da parte dello Stato, tuttavia sono stati considerati importanti punti di riferimento dai pensatori comunisti successivi. Secondo alcuni il loro governo fondato sul terrore e l’abolizione di qualsiasi garanzia per gli imputati, poteva trovare giustificazione nell’eccezionalità del momento che attraversava la Francia, ma uno sguardo ai discorsi dei due leader facilmente mette in luce che tutti i loro avversari erano considerati nemici della patria e del popolo, e che le loro affermazioni sulla difesa della «virtù» attraverso il «terrore» erano il tentativo di costruire una nuova società fondata sulla negazione della libertà. Una spiegazione del significato di virtù ci è data dallo stesso Robespierre: «Colui che non è per il popolo è contro il popolo, colui che ha delle culottes dorate [abbigliamento tipico dei nobili] è il nemico di tutti i sanculotti [i popolani di Parigi]. Esistono solo due partiti, quello degli uomini corrotti e quello degli uomini virtuosi».
    Vicino alle posizioni dei due era il Marat, secondo il quale occorreva combattere l’ingiustizia sociale con tutti i metodi a disposizione, e libertà e diritti umani potevano essere messi in sordina o esplicitamente negati, se ciò doveva servire alla eliminazione delle prevaricazioni sociali. Nel breve periodo del Terrore non vennero nazionalizzate le terre e le aziende, tuttavia attraverso le requisizioni dei beni dei cittadini «sospetti», e il controllo dell’attività economica attraverso l’istituzione del calmiere, si procedette alla creazione di un nuovo ordine economico, mentre dal punto di vista politico si ebbe un nuovo accentramento dei poteri a scapito delle province. Si ritiene che circa quarantamila furono le vittime dei Tribunali Rivoluzionari (oltre ai centoventimila in Vandea ad opera delle cosiddette «colonne infernali»), fra i quali uomini celebri come il chimico Lavoisier, che in anni precedenti aveva rivestito incarichi pubblici. In un celebre discorso Robespierre sostenne: «Il governo rivoluzionario deve dare ai buoni cittadini tutta la protezione nazionale, deve dare ai nemici del popolo soltanto la morte. Queste nozioni bastano a spiegare l’origine e la natura delle leggi che chiamiamo rivoluzionarie. Coloro che le dicono arbitrarie o tiranniche sono sofisti stupidi e perversi che cercano di confondere i contrari; essi vogliono sottomettere allo stesso regime la pace e la guerra, la salute e la malattia, o piuttosto vogliono soltanto la resurrezione della tirannia e la morte della patria».
    Negli anni successivi alla Rivoluzione si ebbe la nascita di alcune società segrete finalizzate alla creazione di uno Stato egualitario e comunista. La principale di queste è la società dei «Sublimi  Maestri Perfetti» fondata dall’Italofrancese Filippo Buonarroti. Tale associazione prevedeva che solo i massimi dirigenti conoscessero il reale programma che stabiliva: «Dalla stolta divisione delle terre sono nate le sventure, i vizi, i delitti. Scomparve allora la pacifica eguaglianza e subentrò la brama dell’oro e del comando… Si riconducano tutti i beni in un unico patrimonio comune e la patria, unica signora, madre dolcissima per tutti, somministri in misura eguale ai diletti e liberi suoi figli, il vitto, l’educazione e il lavoro. Questa è la redenzione invocata dai saggi, questa è la vera ricostruzione del Tempio di Gerusalemme».
    Intorno al 1830 i seguaci di Saint Simon accentuarono il carattere comunista del pensiero del loro predecessore, e si costituirono come una Chiesa di cui furono massime autorità Enfantin e Bazard. La Chiesa si ispirava ad un Cristianesimo primitivo, e presentava caratteristiche singolari e visioni mistiche. Non molto tempo dopo, nel 1840, apparve l’opera di Etienne Cabet Viaggio in Icaria. Nella sua terra fantastica, lo scrittore francese immaginava l’esistenza di una grande comunità tutta intenta ad un lavoro «piacevole e poco faticoso» finalizzato a produrre ciò che è necessario, e dove avevano scarso posto il lusso e i beni superflui. La vita è rigorosamente regolata dallo Stato, che prescrive i tempi per la sveglia mattutina, il ritmo del lavoro, il pasto e il tempo per dormire. Nel Paese immaginario non vi è moneta perché tutti i bisogni umani sono soddisfatti dallo Stato, la gente veste allo stesso modo, ed è bandito anche il nudo e l’oscenità. «Lavoriamo tutti in egual misura per la repubblica o la comunità. È lei che raccoglie tutti i prodotti della terra e dell’industria e che li divide tra di noi in parti uguali; è lei che ci nutre, ci veste, ci istruisce, ci dà l’alloggio e ci fornisce, in egual modo, tutto ciò che ci è necessario. Ricordatevi ancora che lo scopo di tutte le nostre leggi è di rendere il popolo il più felice possibile, cominciando col necessario, poi coll’utile e finendo con il gradevole». Una società senza molti problemi, ma anche chiusa, contraria alle innovazioni, e che poteva risultare per alcuni limitativa della personalità dell’essere umano.
(anno 2001)