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La Rivoluzione d’Ottobre fra anarchismo e dispotismo

Nel giro di pochi mesi la Russia passò da una situazione di quasi anarchia ad un regime dittatoriale particolarmente repressivo anche sul piano economico

 

di  Luciano Atticciati

 

 
L’anarchia potrebbe essere considerata come un tipo di organizzazione della società diametralmente opposto alla tirannide, ma in diversi casi nel corso della storia abbiamo avuto una strana convivenza fra i due regimi. La Comune di Parigi e la Rivoluzione Culturale Cinese rappresentano due esempi significativi al riguardo, ad una mobilitazione delle masse, si accompagna o segue un potere dispotico e brutale. Anche gli eventi rivoluzionari russi seguono uno schema non molto diverso, in pratica il potere delle masse temporaneamente concesso aveva come fine la distruzione della classe borghese e dell’ordinamento dello Stato, ed una volta realizzati qualsiasi forma di potere proveniente dal basso venne rigorosamente eliminata.
    Per una comprensione della tragedia russa negli anni 1918-1921, il cosiddetto comunismo di guerra, può essere importante ricordare l’arretratezza di quel Paese, con una classe borghese colta molto limitata, e delle masse popolari urbane e contadine praticamente analfabete, una piccola testa su un grande corpo come è stato detto. Il proletariato incolto in Russia come in altri Paesi nel corso del Novecento si è dimostrato facilmente manipolabile, dopo avere duramente combattuto contro i cosiddetti «regimi borghesi» si è ritrovato privato dei suoi diritti e soggetto ad un trattamento economico notevolmente più duro di quello abbattuto. La Russia presentava poi una situazione culturale particolare. La cosiddetta intellighenzia, risultava costituita da un vasto gruppo di letterati dove prevalevano le idee più radicali ed estremiste; esaltazione della violenza, nichilismo, demonizzazione della società, appello agli strati inferiori della società, erano gli elementi caratteristici. In un tale sistema avevano senz’altro modo di prevalere i leader carismatici e violenti su coloro che avanzavano programmi politici equilibrati di riforme politiche.
    La conquista del potere da parte di Lenin, grazie soprattutto alla guarnigione della capitale e ai soviet di Pietrogrado e di Mosca fu un evento sul piano militare di scarsa rilevanza, le truppe non mostravano di avere particolare interesse a difendere il governo Kerensky che uscì di scena senza opporre resistenza. Seguì un periodo di alcuni mesi relativamente calmo, i comunisti non controllavano le regioni lontane dalle due capitali (dove risultavano in decisa minoranza), tuttavia gli scontri risultavano limitati. Le uniche proteste degne di nota furono quelle dei funzionari dello Stato e le manifestazioni popolari contro la chiusura dell’Assemblea Costituente, represse con durezza dal governo.
    I primi provvedimenti del governo furono la resa alla Germania, misura apprezzata dai soldati ma non dagli altri gruppi socialisti, e numerose iniziative politiche di ordine pubblico. Fra le più importanti abbiamo l’abolizione della magistratura, sostituita da tribunali rivoluzionari che giudicavano non sulla base della legalità ma sulla base della «coscienza proletaria», e l’istituzione della milizia e della Ceka, la polizia segreta incaricata di reprimere anarchici e controrivoluzionari. L’organizzazione acquisì molto potere sotto la direzione di Dzerzinskji, un personaggio particolarmente violento che oltre a perseguitare gli oppositori politici emanò direttive per la fucilazione di prostitute e ubriachi, nonché dei familiari di coloro che erano passati dalla parte dei «bianchi». Nello stesso periodo venne soppressa la pena di morte, ma il decreto come altre iniziative di quell’epoca non trovò alcuna attuazione e venne ben presto abrogato. Connessa alla finalità della realizzazione di uno Stato fortemente autoritario fu l’istituzione della obbligatorietà del lavoro. Nel corso del 1918 furono creati battaglioni di lavoro forzato reclutati arbitrariamente fra la popolazione per far fronte alle gravi necessità, ma anche al fine di umiliare gli ex-benestanti. Veniva infine introdotta nel Paese la censura, l’abolizione dei diritti anche civili e delle possibilità di accedere al razionamento per le categorie ritenute borghesi, impedite le funzioni di chiesa.
    Sul piano economico si ebbe la nazionalizzazione delle banche, la confisca dei depositi, il potere dei soviet nelle industrie, la confisca delle terre, di fatto già attuata dai contadini nei mesi precedenti, e un provvedimento che ebbe conseguenze particolarmente negative, la stampa di cartamoneta in misura tale da azzerare il valore del rublo.
    Già dai primi tempi della rivoluzione i bolscevichi manifestarono la tendenza a gestire con arbitrio i beni di cui si erano impossessati, i dirigenti bolscevichi utilizzavano le residenze nobiliari come abitazioni private, e si attribuivano privilegi di vario tipo. La Angelica Balabanov, segretaria dell’Internazionale, parlava dei treni svuotati dei passeggeri per fare posto ai nuovi leader e di altre forme di prevaricazione sulla gente. Lo scrittore comunista Maksim Gorkij scrisse nel 1919: «Di questi tempi se la passano bene solo i commissari, rubando quanto possono alla gente normale per pagarsi le loro cortigiane e i loro lussi poco socialisti».
    Il potere dei soviet ebbe conseguenze notevoli sul collasso economico del Paese. Gli operai non avevano le capacità per gestire le aziende e ben presto si esaurirono le scorte, sia a causa del disordine economico generale, sia per la sottrazione da parte degli operai stessi dei beni aziendali. La principale attività dei soviet secondo le testimonianze raccolte dallo storico Orlando Figes furono provvedimenti vessatori nei confronti degli ex-proprietari, nonché provvedimenti ovviamente fittizi, di aumenti salariali. L’inflazione spinse al ritorno del baratto, gli operai nelle fabbriche quasi ferme cercavano di realizzare dei prodotti da scambiare con i contadini, la disoccupazione divenne dilagante, così come l’assenteismo dovuto in larga parte proprio all’esigenza di procurarsi del cibo. Interessante è la descrizione fatta da Figes: «Il decreto sul controllo operaio… avrebbe conferito agli operai il diritto di spartirsi il prodotto delle loro fatiche… Quasi tutti gli operai erano dediti, chi più chi meno, al fagottamento. Molti si portavano dietro, nei viaggi in campagna, attrezzi, combustibile e rottami ferrosi sottratti alle proprie fabbriche, mentre altri fabbricavano in stabilimento, durante l’orario di lavoro, oggetti rudimentali da scambiare con i contadini… Tra il 1918 e il 1920, infatti, Pietrogrado perdette quasi tre quarti della popolazione, mentre quella di Mosca si era ridotta di oltre la metà».
    La grave situazione alimentare delle grandi città era dovuta sia al degrado delle ferrovie e del sistema dei trasporti in generale, e sia all’inflazione che rendeva sconveniente ai contadini la vendita delle derrate agricole. Di fronte a tale problema il governo scelse la via autoritaria. In pratica dal maggio 1918 iniziò un cambiamento totale della politica del governo, che se in precedenza aveva favorito lo spontaneismo e il disordine economico adesso imponeva un regime economico centralizzato ed estremamente severo. Nelle campagne venne imposta la requisizione totale del grano e il divieto di vendita dello stesso fra privati. A tal fine vennero creati comitati di contadini poveri (kombedy) che dovevano combattere gli agricoltori benestanti e imporsi nei villaggi, nonché reparti di operai armati incaricati di sequestrare i raccolti. I kombedy risultavano formati da operai legati al Partito Comunista ritornati nelle campagne, oppure come affermavano gli agricoltori, da gruppi di sbandati, in ogni caso si dimostrarono poco efficienti e vennero ben presto soppressi. I secondi portarono a termine i loro compiti con sequestri arbitrari e violenze di ogni tipo. Tali prevaricazioni non erano iniziative di singoli gruppi, Lenin stesso nei suoi proclami incitava all’odio verso i kulaki, e in una sua direttiva ai comunisti di Penza scrisse di «impiccare (impiccare senza esitazioni, e in modo che tutti vedano) non meno di un centinaio di uomini conosciuti come kulaki». I dirigenti bolscevichi accusarono della pesante situazione gli speculatori, altra categoria minacciata di fucilazione sul posto, che altro non erano che poveri cittadini che andavano nelle campagne per scambiare qualche loro bene di uso personale per un sacco di grano. I contadini reagirono alle incursioni «proletarie» con rivolte, destinate a fallire in quanto strettamente locali e disorganizzate, ma anche con un comportamento destinato a peggiorare ulteriormente la situazione, ridussero il numero dei terreni destinati alla coltivazione e oltre a nascondere il raccolto, distillarono il grano per farne alcolici.
    I risultati della requisizione del grano non furono incoraggianti, il governo decise allora un provvedimento drastico per cambiare la situazione, ma anche per dare attuazione al programma comunista più rigoroso. Fra la fine del 1918 e l’inizio del 1919 si decise l’acquisizione di tutte le terre allo Stato e la costituzione delle prime fattorie collettive di Stato dove i contadini rinunciavano di fatto a tutti i loro diritti e perdevano i pochi beni di cui disponevano, riportando in vigore sotto certi punti di vista la servitù della gleba. L’iniziativa fu graduale, ma non contribuì a risolvere i problemi dell’agricoltura.
    Alcuni storici marxisti hanno cercato di spiegare i drastici provvedimenti di Lenin dei mesi successivi alla Rivoluzione, con la grave situazione economica esistente. Tale interpretazione non appare convincente per almeno due motivi, è difficile immaginare il dittatore e il suo movimento come un partito dell’ordine teso a porre freno al disordine dilagante (al quale aveva contribuito), inoltre le dure misure contro i contadini erano accompagnate da una campagna di incitamento all’odio verso quella categoria di persone che difficilmente poteva avere altra motivazione che una finalità strettamente rivoluzionaria e ideologica.
    Contemporaneamente ai gravi provvedimenti contro i contadini, nel giugno vennero decisi dei grandi cambiamenti nel mondo industriale. Le aziende vennero nazionalizzate, i soviet soggetti a controllo e a nomine politiche dall’alto, infine venne deciso il ritorno dei vecchi «specialisti borghesi» per far fronte alla situazione di anarchia che si era prodotta. La riammissione dei tecnici e dei dirigenti comportò il sacrificio di un importante principio economico enunciato in precedenza da Lenin con clamore, che nessuno potesse percepire una retribuzione superiore a quella di un normale operaio. Per la massa degli operai venne progressivamente introdotta la paga a cottimo con retribuzione in natura o quote di produzione. I nuovi provvedimenti non migliorarono di molto la situazione, terminata l’anarchia nelle fabbriche subentrò una burocratizzazione ritenuta poco efficiente dagli stessi bolscevichi. Nel corso della primavera e dell’estate si ebbe un’ondata di agitazioni operaie che avevano come finalità la protesta per la scarsità di cibo in generale e contro il divieto di recarsi in campagna per l’acquisto di alimenti. Il governo aveva infatti provveduto a imporre dei posti di blocco per impedire tali spostamenti. Lo storico Nicolas Werth ricorda uno dei maggiori eccidi di operai del Novecento, avvenuto nella città di Astrakhan, nella regione del Volga, nel marzo i bolscevichi fucilarono o uccisero gettando nel fiume quattromila operai a cui si aggiunsero centinaia di «borghesi» uccisi per aver manifestato simpatia con gli scioperanti.
    La situazione economica nel Paese rimaneva grave a causa della sempre maggiore destinazione di uomini e risorse per l’esercito, ma anche per l’aumento smisurato della burocrazia. Nel mese di giugno vennero istituiti i primi campi di concentramento, e nel mese di luglio si ebbe un tentativo insurrezionale promosso dai social-rivoluzionari. Verso la fine dell’anno il governo decise un altro pesantissimo provvedimento, l’abolizione di ogni forma di commercio privato che aveva garantito la sopravvivenza a tanti cittadini. La guerra contro i contadini vide impegnate forze sempre più ingenti, con l’impiego di reparti della Ceka e dell’Armata Rossa, e vide la distruzione di interi villaggi, nonché la deportazione delle popolazioni, e la cattura di ostaggi, in genere familiari dei ribelli, passati per le armi in caso di mancata resa. In tutto si calcolano in oltre duecentomila i contadini fucilati in quegli anni, oltre alle centinaia di migliaia morti durante i combattimenti.
    Nel corso del 1919 il governo russo fu impegnato contemporaneamente in numerosi conflitti: la guerra contro le cosiddette armate bianche, quella contro i cosacchi che chiedevano l’autonomia amministrativa, decimati dalle deportazioni e dalle fucilazioni di massa, ed infine le guerre contro le ex-province dell’Impero che si erano proclamate indipendenti. Nello stesso periodo la situazione economica non dava alcun segno di miglioramento, il salario degli operai si dimezzò nel corso del 1918 e si ridusse a meno di un terzo nel periodo successivo.
    Nei primi mesi del 1920 si ebbe un nuovo provvedimento durissimo nei confronti del mondo del lavoro, il codice di militarizzazione del lavoro. Sulla base delle nuove leggi volute espressamente da Trotzky, le infrazioni alla disciplina o la scarsa produttività vennero punite con l’arresto e dure sanzioni penali, che prevedevano anche la fucilazione. Ad essa si accompagnò il divieto di licenziamento da parte del lavoratore e l’abolizione della giornata lavorativa di otto ore, gli operai si trovarono obbligati ad orari di lavoro di dieci-undici ore, notevolmente più gravosi di quelli degli altri lavoratori europei. Venne esteso il lavoro obbligatorio senza retribuzione, operai e studenti erano adoperati per le pulizie delle strade, i contadini venivano reclutati in squadre di lavoro per grandi lavori nelle campagne che in genere non avevano alcuna utilità pratica. Nello stesso anno Trotzky propose che anche i funzionari del sindacato fossero nominati dall’alto, proposta che incontrò una certa opposizione all’interno del Partito.
    Particolarmente interessante riguardo la nuova situazione è il programma della rivolta dei marinai di Kronstadt: «Dando vita alla Rivoluzione d’Ottobre, la classe operaia aveva sperato di realizzare la propria emancipazione. Ma il risultato è stato un asservimento ancor più grave degli esseri umani… Grazie al controllo statale sui sindacati hanno incatenato gli operai alle macchine, perciò il lavoro non è più fonte di gioia ma una nuova schiavitù. Alle proteste dei contadini che si esprimono in sommosse spontanee e a quelle degli operai che l’aggravamento delle condizioni di vita ha costretto allo sciopero, i comunisti hanno risposto con le fucilazioni in massa e con spargimenti di sangue al cui confronto quelli perpetrati dai generali zaristi impallidiscono».
    Contemporaneamente alle dure restrizioni si ebbe una nuova ondata di agitazioni sia fra gli operai delle città che fra i contadini. Nel 1920 quella di maggiori dimensioni fu quella di Tambov, una vasta regione a Sud di Mosca che si concluse con un alto numero di fucilazioni e di deportazioni. Tale rivolta come quella successiva di Kronstadt preoccupò notevolmente il governo perché si trattava di insurrezioni che avvenivano non in località sperdute della Russia ma ben vicine ai centri vitali della nazione, e rispetto ad altre sommosse presentavano un alto grado di organizzazione con chiari programmi politici. In seguito a tali eventi il governo decise di consentire un minimo di liberalizzazione economica, la cosiddetta NEP, che non si accompagnò comunque a nessun provvedimento di libertà politiche. Le terribili misure contro i contadini degli anni precedenti furono la causa della scarsità dei raccolti che provocò una delle maggiori carestie della storia del nostro continente, che nel 1921-1922 determinò la morte di cinque milioni di persone. Il terribile evento mise fine al comunismo di guerra, alle continue rivolte, ma il superamento della crisi non significò un miglioramento della situazione politica del Paese.
(aprile 2008)