Il
cambio di fronte ignorato
La
storiografia del Novecento ha sentenziato senza attenuanti la sconfitta
dell’Italia nel Secondo Conflitto Mondiale, tuttavia il
grande
contributo del nostro Paese nella lotta al nazional-socialismo, tramite
il coraggio di militari e civili ci mostra la superficialità
di
tale visione. E nuove interpretazioni di quegli avvenimenti ci aiutano
a capire la realtà del biennio ’43-’45
di Angelo
Fazio
L’8
settembre del 1943 è una data importante e drammatica per la
storia d’Italia. Infatti, come tutti ricordano, quella fu la
data
che vide la firma dell’armistizio di Cassibile da parte del
generale italiano Giuseppe Castellano e della controparte alleata
rappresentata dal generale Maxwell Taylor. La firma di quel trattato,
molto simile ad una resa nei confronti delle truppe delle cinquanta
nazioni alleate, ma che giuridicamente era un armistizio, fu seguita
dalla fuga del Re Vittorio Emanuele III e del suo Stato Maggiore,
compreso il maresciallo Badoglio, verso il Meridione
d’Italia,
imbarcandosi sulla corvetta Baionetta ad Ortona, verso Brindisi in
vista della proclamazione del regno del Sud. Alle sette e cinquanta di
quella data le truppe del Terzo Reich, che avevano pianificato tutto in
previsione di un’uscita dell’alleato dalle
ostilità,
diedero vita all’Operazione Achse, ovvero
all’occupazione
dei punti nevralgici del territorio italiano. Quei giorni i numerosi
uomini della Wermacht e delle SS, già presenti in Italia in
esecuzione delle direttive dell’Operazione Alarico,
iniziarono a
disarmare e a catturare le truppe italiane. In varie parti del teatro
bellico italiano ed europeo i militari italiani rifiutano la consegna
delle armi, dando vita a manifestazioni di grande eroismo nella difesa
di Porta San Paolo, a Cefalonia e altrove. Tale coraggio è
manifestato da parte di truppe lasciate allo sbando e senza precise
disposizioni da parte dei comandi: molti pagheranno con la vita. Da qui
cominciano le dure giornate dell’occupazione tedesca e del
confronto interno fra Alleati e truppe del Reich, ma anche fra brigate
partigiane e Camicie Nere del fascismo, decise a rimanere al servizio
di Benito Mussolini, dopo la liberazione del Duce con una brillante e
audace operazione da parte di un commando tedesco comandato dal
capitano Otto Schorzenning e la proclamazione da parte di Mussolini
della Repubblica Sociale a Salò, uno Stato satellite della
Germania di Hitler. Ernesto Galli della Loggia nel 1996
parlerà
di «morte della patria», mentre il Presidente della
Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nel 2003, ribalterà tale
interpretazione sostenendo al contrario la rinascita di
quest’ultima, lodando il grande coraggio dimostrato dai
nostri
militari, ma anche da parte dei numerosi civili che, mossi da grande
senso di responsabilità e coscienza, contribuirono alla
liberazione del Paese. Secondo Ciampi, «gli Italiani seppero
sentirsi patria».
Tale contesto storico, ben lungi dal
concludersi in
quella data, dura tragicamente fino al 25 aprile del 1945, data
quest’ultima che vedrà le truppe tedesche
ritirarsi dal
territorio italiano in vista di un’ormai imminente disfatta
del
Terzo Reich e quindi dell’ideologia del nazional-socialismo.
Dopodiché l’Italia prende parte ai negoziati di
pace come
nazione sconfitta. Va però fatto notare che da circa 19 mesi
la
nazione italiana, il cui governo legittimo era quello proclamato dal
sovrano a Brindisi e non quello fascista di Salò, era
chiaramente schierata non più con le truppe naziste, ma con
l’esercito alleato. È piuttosto significativo che
il
comando alleato diede all’Italia lo status di Paese
cobelligerante. Al di là di un’impressione
sommaria,
abbiamo delle significative cifre che ci dimostrano come pur essendo un
fatto difficilmente realizzabile in guerra, il cambio di fronte era
realmente avvenuto e il paradigma dell’Italia sconfitta non
è del tutto in linea con gli avvenimenti della storia del
conflitto e neppure con la morale umana.
Innanzitutto abbiamo dei documenti
ufficiali che ci
dimostrano chiaramente la posizione dell’Italia nel biennio
’43-’45, a cominciare dalla dichiarazione di guerra
alla
Germania, da parte del governo del Sud, avvenuta il 13 ottobre 1943
(seguirà addirittura un’altra dichiarazione
bellica nei
confronti dell’Impero Giapponese!). Di fatto già
da
diversi giorni l’esercito italiano era in lotta con
l’ormai
ex-alleato tedesco, ma la dichiarazione ebbe comunque grossi
significati per diversi motivi, ovvero l’invio di truppe
regolari
al fronte al fianco degli Angloamericani (quindi truppe belligeranti a
tutti gli effetti e non milizie irregolari come le formazioni GAP e SAP
partigiane), nonché di reparti della Marina rifugiata a
Malta e
dell’Aeronautica. L’importanza di tale atto fu
anche
l’aspetto umanitario, visto che oramai anche i 700.000
soldati
italiani finiti nei lager
nei
giorni precedenti, per aver rifiutato la consegna delle armi, da
traditori diventavano prigionieri, e quindi (relativamente) protetti
dalla convenzione di Ginevra (furono comunque diverse migliaia i
militari italiani morti nei lager).
Il regno del Sud fu dunque a tutti gli effetti un nemico della Germania
nazista (benché si tratti fondamentalmente di uno Stato
fantoccio). A dimostrarcelo ci sono anche delle cifre: quattro gruppi
di combattimento Cremona, Friuli, Legnano e Folgore, mandati a
fiancheggiare l’esercito alleato nel teatro bellico saranno
poi
riuniti nel Corpo italiano di Liberazione Nazionale (CLN), che a
seguito dell’iniziativa di Palmiro Togliatti nota come
«la
svolta di Salerno» (aprile 1944) riuniva tutte le forze
anti-fasciste della realtà politica italiana e che fu
presieduto
da Ivanoe Bonomi prima, e dal vice-comandante del corpo Volontari della
Libertà, Ferruccio Parri dopo. Questi particolari da sempre
conosciuti si arricchiscono di nuove interpretazioni.
Infatti, il paradigma molto noto agli
storici
praticamente da sempre è la cosiddetta «guerra
civile», che metteva di fronte membri delle formazioni
partigiane
contro i combattenti della Repubblica di Salò. Abbiamo
dunque
due Italie contro che si fronteggiano in questi due anni. Non
è
sbagliato dire che a fronteggiarsi ufficialmente erano due Stati
fantoccio: la Repubblica di Salò da una parte, sorvegliata
dai
nazisti e il Regno del Sud dall’altra, sotto il controllo
alleato. Dunque il nostro riferimento va necessariamente a riguardare
il comportamento del popolo e non delle autorità. Ebbene due
grandi luminari contemporanei, ovvero il professor Sabbatucci e il
già citato professor della Loggia hanno mostrato come sia
ben
poco valido il paradigma della guerra civile italiana, visto che tale
teoria mostra più di una lacuna. A cominciare dalla scarsa
consistenza sia numerica che operativa da parte dei cosiddetti
«ragazzi di Salò» i cui effettivi non
constavano
più di quattro divisioni, impiegate per altro per compiti di
rastrellamenti e non per operazioni belliche vere e proprie. Vi erano
fra gli altri, anche uomini addestrati in Germania e inquadrati nelle
Waffen SS con la supervisione di Heinrich Himmler e al comando del
feldmaresciallo Karl Wolff.
Si ricordi che italiane erano le 32
vittime
dell’attentato di Via Rasella compiuto da parte del
partigiano
Franco Calamandrei (figlio del costituzionalista Pietro Calamandrei)
che costò la rappresaglia delle fosse Ardeatine e la
fucilazione
di 335 persone come risposta della Wermacht all’attentato,
per
ordine di Albrecht Kesselring. Si trattava di Italiani di lingua
tedesca, ovvero Altoatesini di Trento, Belluno e Bolzano, arruolati in
un reggimento di Polizia Territoriale, detto «Bozen Polizei
Regiment», inquadrato nella Wermacht e composto,
rispettivamente,
dalla 9° Compagnia, la quale ebbe compiti di vigilanza dei
Palazzi
del Vaticano, dalla 10° Compagnia il cui compito fu la
vigilanza di
depositi e di fortificazioni a Sud di Roma, e
dall’11°
Compagnia che alloggiava nel Ministero degli Interni di cui era
incaricata della sorveglianza. È dunque da ritenere errato
il
riferimento ancora molto diffuso che ci parla di reparto SS colpito in
Via Rasella.
Furono circa 588.000 (secondo i
rilevamenti
dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore
dell’Esercito
Italiano, ma la cifra è suscettibile di numerose
diminuzioni)
gli effettivi che formarono i ranghi delle nuove forze armate fasciste
di Salò nel biennio ’43-’45, il nuovo
esercito
ricostituito da Mussolini e dal Ministro della Difesa della Repubblica
Sociale Italiana generale Rodolfo Graziani. I ragazzi di
Salò
erano divisi in quattro divisioni regolari, contrariamente ai progetti
iniziali del Führer, il quale voleva far istituire 10-15
divisioni. Si trattava della divisione Italia, della 2°
divisione
Littorio, della 3° divisione San Marco e della 4°
divisione
Monte Rosa. Le ultime due furono mandate in Germania con compiti di
ausiliari della Flak, per poi tornare in Italia nel settembre
’44. Circa 12.000 furono i militari della Repubblica Sociale
Italiana caduti. Il loro compito, come si è già
detto,
era prevalentemente quello di effettuare rastrellamenti e di tener
testa al movimento partigiano italiano e jugoslavo, vista la diffidenza
dei comandi del Reich nei confronti dell’utilizzo al fronte
di
truppe italiane. Unico momento prettamente operativo
dell’esercito di Salò fu la partecipazione ad una
controffensiva di poca importanza e di scarsa rilevanza nel settore
occidentale della Linea Gotica, con la quale i Tedeschi speravano di
poter riprendere Lucca e Livorno durante l’inverno
’44.
Tale operazione, denominata in codice
«Wintergewitter»
(«temporale d’inverno»),
scattò alla
mezzanotte del 25 dicembre, ma, malgrado il forte impegno
propagandistico, non ebbe né grossi impieghi di reparti e
neppure grossi risultati.
Poco rilevante fu anche
l’utilizzo
dell’Aeronautica e della Marina della Repubblica Sociale
Italiana. La prima fu sempre sotto la stretta sorveglianza della
Lufhtwaffe (e scarsamente impegnata), mentre la seconda era composta
dai pochi elementi della Marina che si erano schierati con la
Repubblica Sociale Italiana: principalmente Junio Valerio Borghese e il
comandante Grossi. In particolare nella Marina abbiamo
l’unico
reparto realmente belligerante dell’intero organico delle
forze
armate di Salò: ovvero la X MAS del principe Junio Valerio
Borghese, cioè una flottiglia di incursori che agiva con una
certa autonomia, mentre il resto delle forze navali operava sotto il
controllo della Marina del Terzo Reich ed ebbe il suo unico impiego
operativo nell’utilizzo di due incrociatori con funzioni
antiaeree di stanza nel porto di Trieste. Di scarsa rilevanza anche
l’istituzione del corpo ausiliario noto come le
«Brigate
nere» (termine coniato da Alessandro Pavolini); il progetto
di
riesumare lo squadrismo fascista non solo non diede grossi risultati,
ma fu addirittura dannoso, vista l’indisciplina degli
squadristi
e le loro violenze che favorirono non poco l’aumento dei
ranghi
nelle formazioni partigiane.
Passiamo adesso all’altra
parte, ovvero
all’esercito partigiano, che era di ben altro spessore.
Numericamente inferiore (circa 300.000 unità, molto meno
secondo
altri), ma decisamente più attivo e vigoroso rispetto ai
ragazzi
di Salò, i GAP e i SAP avevano il compito di effettuare
azioni
di guerriglia e boicottaggi contro le forze tedesche occupanti. I
reparti partigiani operavano sotto il coordinamento del Comitato di
Liberazione Nazionale, sotto il comando del generale Raffaele Cadorna e
godevano del sostegno delle forze alleate (con cui condivisero anche
delle vere e proprie battaglie), nonché delle preziose
informazioni che arrivavano dagli studi della BBC di Londra, che a
seconda della fascia oraria trasmettevano importanti notizie per i
gruppi di resistenza sparsi in tutta Europa. In particolare per i
partigiani italiani le trasmissioni duravano dalle quattordici alle
quindici ed erano affidate alla voce del colonnello inglese della RAF
Harold Stevenson. Capitolo a parte gli eccidi dei partigiani in alcune
zone d’Italia (di cui è doveroso dibattere nelle
sedi
opportune), la Resistenza riuscì a coinvolgere buona parte
degli
Italiani in quello che molti storici definiscono «il secondo
risorgimento della storia italiana». A tutto questo
aggiungiamo i
numeri: nell’intera campagna d’Italia morirono
circa 44.700
membri della Resistenza (cifra superiore a quella degli Angloamericani
caduti nell’intero teatro delle operazioni nel territorio
italiano, e non accettata da tutti gli studiosi), di cui in
combattimento furono 40.000 circa gli Italiani caduti contro il nazismo
(compresi gli effettivi della divisione Acqui trucidati a Cefalonia e
ai reparti che avevano resistito ai nazisti a Corfù).
Occorre
aggiungere anche che praticamente ovunque in Europa, dove erano
impegnati reparti italiani, questi ultimi dopo l’8 settembre
si
unirono alle varie resistenze anti-naziste (nei Balcani e in Francia).
È poi necessario fare un
parallelismo fra
l’Italia, ritenuta sconfitta inequivocabilmente, e la Francia
di
Vichy che malgrado sia stata belligerante in funzione filo-nazista in
diverse aree dello scacchiere del Secondo Conflitto Mondiale (Siria ed
Indocina in particolare) è stata al contrario generosamente
riammessa al tavolo dei vincitori. Il movimento «France
Libre» non appare essere molto differente dal Comitato di
Librazione Nazionale italiano. La carismatica figura di Charles De
Gaulle non appare distanziarsi molto dalle figure della Resistenza
italiana come Ferrucci Parri, Enrico Mattei e altri, e la figura dei
gerarchi fascisti di Salò appare decisamente contrapponibile
a
quella dei collaborazionisti francesi come il maresciallo
Pétain
(è significativa in questo senso una delle pagine
più
oscure della storia francese, ovvero la deportazione del Velodrome, a
danno di numerosi Ebrei Francesi consegnati alle SS come dimostrazione
di buona volontà a trattare la resa da parte della Francia
invasa dalle armate del Reich).
Alla luce dei suddetti numeri appare
chiaro che
l’Italia ritenuta sconfitta ai negoziati post-bellici di
Parigi,
sia frutto di una visione alquanto superficiale e per nulla
corrispondente alla realtà storiografica del biennio
’43-’45, una visione che ignora un cambio di fronte
avvenuto a tutti gli effetti e ad ogni livello (governo, forze armate,
diplomazia e persino popolo) dopo l’8 settembre, e che non
tiene
conto del grande contributo dato dai militari italiani in ogni parte
d’Europa nella lotta al nazismo. È ovvio che se
è
vero che un’Italia sconfitta è una visione non
corrispondente alla realtà degli ultimi due anni di guerra
ed
ingrata verso i nostri soldati, sarebbe alquanto irreale far passare il
nostro Paese integralmente dalla parte dei vincitori, dato che due anni
e passa l’Italia del Duce è stata comunque a tutti
gli
effetti un Paese filo-nazista, e neppure questo può essere
negato senza fare violenza alla storia. Dunque occorrerebbe dare
all’Italia della Seconda Guerra Mondiale una posizione
mediana e
considerare sconfitta l’Italia fascista e non
l’intera
nazione italiana, un riconoscimento dovuto agli sforzi del nostro
Paese, ma anche un’interpretazione non del tutto fuori dalle
regole della storia e della morale.
Del resto, analizzando i conflitti
combattuti nel
travagliato inizio di questo XXI secolo nell’ambito della
lotta
al terrore, la cacciata dei talebani dall’Afghanistan dopo i
fatti di New York dell’11 settembre 2001 e la pronta risposta
americana e internazionale con l’operazione
«Enduring
Freedom», non è stata affatto catalogata da
nessuno come
«sconfitta dell’Afghanistan», ma come
sconfitta del
regime talebano, con la conseguente vittoria non solo della coalizione
internazionale a guida americana, ma anche dei signori della guerra
dell’Alleanza del Nord, ovvero la
«resistenza»
interna al regime di Kabul; stessa cosa per il drammatico (e
tutt’altro che concluso) scenario iracheno, dove non si
è
mai parlato di «sconfitta dell’Iraq», ma
di sconfitta
di Saddam Hussein e del regime baathista (teoricamente avvenuta nel
maggio 2003). Viste le letture degli esiti dei due conflitti
più
recenti, appare dunque ingiusto e anacronistico il paradigma
dell’Italia sconfitta, mentre sarebbe molto più
esatto
parlare di sconfitta del fascismo e non di un’intera nazione
che
ha dato, tra l’altro, un grosso contributo alla sconfitta del
nazismo e non solo alla liberazione del suo suolo.
Alla luce dell’interpretazione
di questi
ultimi due conflitti armati (Iraq e Afghanistan per
l’appunto),
non sembrerebbe del resto impossibile dare all’Italia una
posizione mediana nel Secondo Conflitto Mondiale. Un discorso simile
non si potrebbe, ovviamente, neppure porre per la Germania nazista,
dove non vi fu affatto alcun movimento d’opposizione al
nazional-socialismo (se si escludono pochi episodi come
l’attentato ai danni di Hitler del 20 luglio 1944, da parte
di un
certo numero di ufficiali e avvenuto per mano del colonnello Klaus von
Steffenburg).
È poi doveroso fare
un’ultima
osservazione: sono in molti a sostenere che i movimenti partigiani di
liberazione di ogni parte d’Europa combatterono non solo per
i
loro rispettivi Paesi, ma anche (e forse soprattutto) per la
liberazione di una patria più grande, ovvero
l’Europa, che
qualcuno cominciava ad auspicare in chiave unitaria.
Infatti il processo di unificazione del
nostro
continente (e le sue conseguenze positive dei sessant’anni
successivi in termini di pace e prosperità) è un
importante lascito della lotta anti-nazista presente in tutta Europa. E
dov’è nata l’idea dell’Europa
unita, capace di
garantire pace, prosperità, sviluppo e comune progresso ai
suoi
cittadini che uscivano dagli orrori e dalle orrende carneficine
fratricide delle due guerre mondiali? Proprio in Italia, e
più
precisamente nell’isola di Ventotene, dove tre intellettuali
internati in quanto anti-fascisti, ovvero Altiero Spinelli, Ernesto
Rossi ed Eugenio Colorni redissero quel manifesto che rappresenta un
documento cardine della storia dell’unità europea.
Se
dunque uno dei più importanti frutti (forse il
più
importante) della lotta ai totalitarismi del Novecento è
germogliato proprio in Italia, è quindi corretto definire
questo
nostro Paese, come Paese sconfitto inequivocabilmente e senza
attenuante alcuna nella lotta al nazi-fascismo?
La storia ha dunque sentenziato la
sconfitta
dell’Italia, ignorando le evoluzioni dello scenario bellico
sopra
elencate, che sono seguite all’8 settembre ’43,
tuttavia la
cosa più importante è che si è
ignorata
quell’Italia anti-fascista che ha contribuito molto alla
sconfitta delle armate del Terzo Reich e che operava già da
prima dello scoppio del conflitto (si pensi ai vari Gramsci, Gobetti,
Nenni, Togliatti, Carlo e Nello Rosselli). L’errore
più
grande è stato quello di ritenere il nostro Paese come
ciò che non è mai stato, ovvero un blocco
monolitico, e
quindi integralmente classificato come Paese sconfitto. La visione
dell’«Italia sconfitta» è
divenuta una sorta
di luogo comune (praticamente come i calcoli matematici) senza
possibilità di dibattito, una verità assoluta
quasi
incontestabile, da parte della storiografia. Si parla di Italia, come
«Paese sconfitto della Seconda Guerra Mondiale»
ovunque:
dai testi di storia delle scuole (su cui si formano le generazioni) ai
documentari televisivi, dalle discussioni dei politici a quelle banali
dei comuni cittadini. Eppure si ignorano molti particolari. Il
sottoscritto, ha parlato con diverse persone (per lo più
colleghi universitari, ma anche docenti) di questa ipotesi, chiamiamola
pure «revisionista», ebbene la risposta
è sempre
stata più o meno questa: «la posizione
dell’Italia
è comunque da ritenere sconfitta, visto che il cambio di
fronte
è stata una questione di convenienza: finché alla
Monarchia è convenuto stare da una parte ci siamo stati, al
momento opportuno abbiamo cambiato fronte». Dunque, secondo
l’opinione di molti, il cambio di fronte è stata
una
questione di subdolo tornacontismo. Ma, mi pare, con tutta franchezza,
che questa sia una mezza verità: appare ovvio che il
comportamento di Vittorio Emanuele III sia dovuto a un qualche tipo di
opportunismo, ma l’eroismo dei nostri militi non è
certo
dovuto a disposizioni dall’alto e tanto meno dal Re (visto
che le
truppe furono, al contrario, praticamente abbandonate al loro destino e
senza alcuna direttiva), ma dal loro grande spirito di coraggio e dalla
loro coscienza, e non furono certo mossi da chissà quale
opportunismo. Anzi, a Cefalonia, come a Corfù e ad ogni
altra
parte i nostri reparti erano ben coscienti della loro
inferiorità logistica e quindi ben conoscevano le
conseguenze
della decisione di non consegnare le armi ai Tedeschi. Emblematica la
minaccia del comandante tedesco a Cefalonia prima dell’inizio
dello scambio di colpi con la divisione Acqui («Italiani,
consegnate le armi o non faremo prigionieri»). Quindi, non
è certo facile, notare elementi di cosiddetta
«convenienza» o opportunismo nella decisione di
andare
incontro alla sicura fucilazione, che ha accomunato migliaia di
militari italiani.
(aprile 2007)