La
campagna di Tunisia
Dopo
la sconfitta di El Alamein, le truppe italo-tedesche abbandonarono la
Libia scarsamente difendibile, e si ritirarono nel piccolo Paese
nordafricano dove tuttavia opposero una energica e inaspettata
resistenza
di Roberto
Biagioni
L’impegno
delle forze armate italiane nella Seconda Guerra Mondiale viene spesso
sintetizzato con la partecipazione alla campagna in Africa Occidentale,
nella sanguinosa ritirata dell’ARMIR in Russia e nello sbarco
delle truppe alleate in Sicilia. Spesso, infatti viene dimenticata una
serie di operazioni più o meno articolate che, nonostante la
scarsa notorietà, ebbero una fondamentale importanza: la
campagna in Africa Orientale o quella contro la Francia, le operazioni
di sabotaggio dei nostri marò o le azioni belliche dei
nostri
sottomarini e della nostra aeronautica.
Una delle campagne ormai caduta
nell’oblio
della memoria è quella di Tunisia: da sempre vi è
un’associazione mentale che collega la sconfitta di El
Alamein e
la fine della guerra in Africa Occidentale. In realtà questo
è assolutamente falso, tanto che per oltre sei mesi le
operazioni belliche in terra d’Africa continuarono con una
violenza tale che alcuni storici hanno definito questa campagna
«una Stalingrado africana». Nel maggio del 1943,
alla
conclusione delle ostilità, gli Alleati riuscirono a
catturare
due intere armate nemiche: la 5° corazzata di von Armin e la
1°
di Messe per un totale di 248.000 uomini. Di contro le truppe
angloamericane persero oltre 70.000 soldati tra morti e dispersi
riuscendo però a rendere più
«semplice»
l’attacco all’Italia e il successivo sbarco in
Sicilia.
Nella notte tra il 7 e l’8 novembre ebbe inizio
l’Operazione Torch con lo sbarco delle truppe alleate in tre
punti strategici dell’Africa Settentrionale francese:
1)
Casablanca, sulla costa
atlantica, fu affidata ad un contingente americano di 24.500 uomini
comandato dal generale di divisione George Patton e trasportato da una
flotta navale di 102 mezzi, 29 dei quali adibiti al trasporto truppe;
2) Orano,
sulla costa
mediterranea, fu assegnata a 18.500 Americani comandati dal generale di
divisione Fredendall e scortati da una forza navale inglese;
3) Algeri
venne assegnata ad una
forza da sbarco formata da 9.000 soldati inglesi e altrettanti
americani comandati dal generale di divisione americano Ryder.
Lo sbarco in territorio francese avvenne
senza
particolari difficoltà: il maresciallo Petain, a capo del
governo filo-fascista di Vichy ordinò alle proprie truppe di
resistere e di impedire l’approdo delle truppe alleate,
mentre De
Gaulle, leader esule di France
Libre,
le esortò ad accoglierle senza opporre resistenza. Fu
proprio
questa situazione estremamente confusa a permettere al contingente
angloamericano di sbarcare con relativa tranquillità
affrontando
qualche isolata scaramuccia con singoli reparti.
Dopo la sconfitta in terra egizia il
feldmaresciallo
Rommel dovette affrontare una situazione drammatica: il suo piano
originale era quello di organizzare una linea difensiva nella strettoia
di El Agheila nelle vicinanze di Tripoli, ma proprio lo sbarco in
territorio francese lo obbligò a retrocedere le proprie
posizioni per non restare intrappolato nella morsa dei due eserciti
nemici. In realtà la volontà della
«Volpe del
Deserto» era quella di abbandonare l’Africa e di
riportare
i suoi uomini in territorio italiano, dove avrebbe potuto allestire una
migliore difesa.
Fu lo stesso Hitler a costringerlo ad
abbandonare
l’idea di una «Dunkerque africana» per
continuare la
difesa di quel fronte che in precedenza tanto aveva snobbato: ecco
l’ennesimo errore di una campagna che si sarebbe potuta
concludere vittoriosamente per le truppe dell’Asse.
La ritirata di El Alamein, che nei primi giorni sembrò
doversi
trasformare in una rotta desolante, si tramutò invece
nell’ennesima dimostrazione della sapienza tattica del
pupillo di
Hitler. A onore del vero anche l’atteggiamento timido di
Montgomery, ancora abbagliato dalla fama del suo nemico, permise questo
successo. A sua difesa occorre sottolineare come il tempo giocasse a
suo favore: le truppe di Eisenhower sarebbero presto giunte a contatto
con le avanguardie italo-tedesche che avrebbero dovuto così
fronteggiare una nuova minaccia.
Il 24 novembre Rommel giunse ad El
Agheila dove
erano in fase di formazione alcune divisioni italiane che si unirono al
ripiegamento: la divisione La Spezia, la corazzata Centauro e la
divisone Giovani Fascisti. Furono giorni di inseguimenti, di coraggio e
ancora di morti: con una manciata di carri le nostre truppe riuscirono
a mantenere il titubante nemico a distanza e a rompere
l’accerchiamento di una divisione neozelandese. Nei due mesi
che
seguirono l’8° Armata cercò di fermare il
suo nemico
per eccellenza ma sempre con scarsi risultati: solo il 23 gennaio
Tripoli cadde, abbandonata da Rommel per mancanza di mezzi e
conquistata da un Montgomery ormai ridotto al limite delle proprie
risorse. Nelle proprie memorie si compiacerà di questo
risultato: «Sapevo benissimo che se non fossimo riusciti a
raggiungere Tripoli entro dieci giorni mi sarei dovuto ritirare per
mancanza di rifornimenti».
Occorre tener presente che Ultra lo
teneva
costantemente informato di tutte le mosse del nemico, quindi era
perfettamente a conoscenza del fatto che Rommel avrebbe abbandonato la
città senza porre alcuna resistenza. Dopo la
«conquista» della città anche per
l’8°
Armata si palesò l’annoso problema dei
rifornimenti: il
porto di Alessandria era ormai troppo distante, ma, grazie
all’abilità dei suoi genieri, riuscì a
riparare in
tempi brevissimi il porto di Bengasi avendo così la
possibilità di ricevere quotidianamente 3.000
tonnellate
di materiali.
Dopo la definitiva caduta della Libia,
le truppe di
Rommel si ritirarono in Tunisia schierandosi lungo la linea del Marhet:
costruita dall’esercito francese tra il 1936 e il 1940 con
una
funzione difensiva nei confronti della Libia italiana, fu smantellata
nel giugno del 1940 dagli Italiani che risistemeranno questa
«piccola Maginot» quando fu chiaro che
l’ultima
disperata difesa dell’Africa Occidentale si sarebbe
concentrata
in Tunisia.
Nel novembre 1942, dopo la sconfitta di El Alamein e lo sbarco alleato
in Algeria e Marocco, irrompe sulla scena un nuovo personaggio che
avrà un ruolo fondamentale nello svolgimento delle future
azioni. Il generale von Armin, a capo della 5° Armata
corazzata, fu
inviato in Africa con l’obiettivo di creare una testa di
ponte in
Tunisia. Oltre 65.000 uomini giunsero al suo seguito disponendosi sia
per fronteggiare la minaccia proveniente da Est, sia quella da Ovest. A
dicembre, grazie ai rifornimenti dalla Germania e all’arrivo
delle truppe in ritirata dalla Tripolitania, le schiere italo-tedesche
arrivarono a contare circa 100.000 unità.
Il giorno seguente la caduta di Tripoli,
dal fronte
russo fu richiamato il generale Messe che venne nominato da Mussolini
comandante delle forze italiane in Tunisia. Tutto ciò
aprì però una nuova serie di interrogativi: il
generale
Messe aveva giurisdizione solo sulle truppe italiane o anche su quelle
tedesche? Chi avrebbe comandato in Tunisia? Lo stesso Messe, Rommel
oppure Kesselring?
Proprio quest’ultimo fu scelto
dai comandi
italiano e tedesco quale capo delle forze armate dello scacchiere
africano, mentre le due armate furono assegnate:
1) a von
Armin: 5° Panzerarmee;
2) la
1° Armata di ritorno
dalla Libia fu affidata a Messe che ebbe notevoli problemi a farsi
accettare dal sempre più intrattabile Rommel.
Mussolini, che fortemente volle Messe a capo della 1° Armata
invitò il suo generale a resistere in quel lembo di terra
per
«riprendere l’offensiva nell’estate e
riconquistare
la Libia». Il nostro comandante, accorto soldato, si rese
immediatamente conto dell’entità delle nostre
truppe e del
loro equipaggiamento: con questi soldati e senza ulteriori rifornimenti
sarebbe stato impossibile mantenere le posizioni. Il Duce rispose alle
sue proteste con estrema lucidità: «Occorre
resistere ad
ogni costo, per ritardare l’attacco contro
l’Italia, che
seguirà fatalmente alla nostra sconfitta in
Africa».
La 1° Armata fu quindi schierata
lungo la linea
del Mareth nel settore più Meridionale, dovendo fronteggiare
a
Sud l’8° Armata inglese e ad Ovest il 2°
Corpo
d’Armata americano.
Per meglio comprendere le future azioni ecco il quadro delle forze a
disposizione del generale Messe:
1) quattro
divisioni di fanteria italiane: La Spezia, Pistoia, Trieste e Giovani
Fascisti;
2) due
divisioni corazzate: la nuova Centauro e la 15° Panzer;
3) due
divisioni di fanteria tedesche: l’ormai mitica 90°
leggera e la 164°.
Dopo la disfatta di El Alamein fu ricostituito e tornò in
linea
anche un battaglione della Folgore composto dai superstiti
dell’Egitto. Le sue forze italo-tedesche furono suddivise in
due
corpi d’armata:
1)
20° al comando del generale Orlando.
2)
21° comandato dal generale Berardi.
Il settore Centro-Settentrionale della Tunisia fu invece affidato a von
Armin e alla sua 5° Panzearmee, il suo schieramento comprese:
1)
30° Corpo d’Armata
del generale Sogno: formato dalla divisione Superga del generale Gelich
e dalla 50° Brigata speciale del generale Imperiali;
2) nel
settore di Gafsa-El Quettar
la divisione corazzata Centauro del generale Calvi di Bergolo;
3) reparti
di bersaglieri del
reggimento Lodi e unità di marinai della San Marco
incamerati
nei reparti tedeschi.
Contro queste truppe erano schierate la 1° Armata britannica
del
generale Anderson, il 19° Corpo d’Armata francese e
il 2°
Corpo d’Armata americano del generale Fredendall.
Dopo lo sbarco alleato il primo obiettivo delle truppe angloamericane
supportate da quelle francesi fu quello di conquistare i nodi
strategici di Tunisi e Biserta. Partendo dal porto di Bugia, situato
tra Algeri e Bona, l’azione fu ben presto ridimensionata sia
dalla scarsa collaborazione delle truppe francesi, sia dalla mancanza
di coordinamento tra i vari reparti ancora poco esperti. Questa timida
offensiva fu sostanzialmente favorita dall’atteggiamento
molto
remissivo che il generale Nehring decise di adottare; in seguito
infatti, le vibrate proteste del feldmaresciallo Kesselring, portarono
il 1° dicembre i Tedeschi ad attaccare servendosi dei nuovi
carri
appena giunti dalla Germania. Occorre sottolineare che Hitler decise di
inviare in un primo tempo i nuovi Panzer IV armati con un cannone da 75
millimetri e in seguito un’arma ancora in fase di studio: i
carri, modello Tigre, dotati di cannone da 88 millimetri e un peso di
cinquantasei tonnellate. Furono i Tedeschi, quindi, ad assumere
l’iniziativa obbligando le inesperte truppe alleate a
retrocedere
perdendo sempre più terreno e posizioni. Con
l’arrivo di
von Armin la situazione degenerò tanto che, anche a causa
del
maltempo, l’offensiva prevista da Anderson si
impantanò
permettendo alle truppe tedesche di rioccupare, entro il giorno di
Natale, le precedenti posizioni e facendo sì che
«la corsa
verso Tunisi» fosse vinta proprio da questi ultimi.
L’idea di intrappolare Rommel
tra
l’8° Armata inglese e la 1° Armata di Tunisia
dovette per
il momento essere abbandonata.
All’apparenza la mancata
conquista fu una
sconfitta, in realtà si rivelerà la
più grande
vittoria su questo fronte per le truppe angloamericane: in caso di
immediata riuscita dei piani, sia Hitler che Mussolini avrebbero dovuto
abbandonare l’Africa e ritirare gran parte degli uomini in
Sicilia rendendo così «quasi
impossibile»
l’ingresso in Europa. In questa situazione furono, invece,
inviati numerosissimi rinforzi che si troveranno a dover fronteggiare
«un mare di nemici» che con il passare del tempo
acquisiranno esperienza e soprattutto consapevolezza della loro
superiorità tecnica schiacciante.
Nonostante la linea del Mareth fosse ottimamente difesa sia a Sud che a
Ovest da paludi salate, Rommel si convinse che la soluzione migliore
sarebbe stata quella di retrocedere sull’altopiano roccioso
dell’Akarit: «In Africa non
c’è linea
difensiva che non possa essere aggirata sul fianco»
spiegò
a Messe durante un incontro il 2 febbraio nel nuovo quartiere generale
di Zelten in Tunisia. Questa idea fu però bocciata dallo
Stato
Maggiore italo-tedesco che preferì continuare a mantenere le
posizioni avanzate del Marhet.
In questo nuovo frangente Rommel, seppur
malato,
riprese vigore e decise di intraprendere una nuova operazione contro le
forze americane di Fredendall. Questa nuova «voglia di
fare» creò moltissimi inconvenienti al comandante
del
fronte africano, il feldmaresciallo Kesselring: nei primi giorni di
febbraio, grazie all’azione della 21° Panzerdivision,
von
Armin riuscì a conquistare il Passo di Faid controllato
dalle
truppe francesi e ad ottenere la possibilità di attaccare in
maniera massiccia le truppe americane che lo fronteggiavano.
Lo stesso Rommel, come abbiamo
accennato, avrebbe
voluto «dare una lezione» ai nuovi arrivati
sfruttando
però un piano sostanzialmente differente rispetto a quello
del
suo rivale. Fu proprio Kesselring a risolvere questa situazione tramite
un accordo tra i due contendenti in base al quale:
1) von
Armin avrebbe attaccato il 12 febbraio presso Sidi Bou Zid;
2) Rommel
dopo due giorni si sarebbe concentrato sull’oasi di Gafsa.
Al termine del colloquio sarà
lo stesso
Kesselring a liquidare la «Volpe del Deserto»:
«Lasciamo a Rommel la sua ultima occasione di gloria prima
che se
ne vada dall’Africa».
Il 14 scatta l’offensiva di von Armin: si lanciarono
all’attacco la 21° Panzerdivision rinforzata da un
contingente della 10°. La sorpresa delle truppe americane fu
totale, grazie ad un’abile manovra a tenaglia di due
contingenti
della 10° divisione i gruppi di combattimento A e C furono
annientati, mettendo così fuori uso due battaglioni di
carri. Lo
stesso Eisenhower corse il rischio di cadere prigioniero in questi
scontri.
L’obiettivo
dell’attacco di Rommel fu
invece Gafsa che venne occupata senza sparare un colpo dalla divisione
Centauro in quanto il nemico la evacuò prima del loro
attacco.
Gli Americani e gli Inglesi ormai si trovarono nel panico tanto che
Feriana e i campi d’aviazione di Thelepte furono conquistate.
Furono bruciati i magazzini di Tebessa e la confusione ormai si
impadronì dei singoli reparti.
Rommel iniziò a cullare il
sogno di una
spettacolare azione di tutte le sue forze verso Tebessa per cercare di
far retrocedere «il grosso delle truppe alleate
dall’Algeria». La «Volpe del
Deserto»
cercò di forzare il passo di Kassarine per poter finalmente
puntare su Tebessa.
Fu però von Armin a
ostacolare questi piani
essendo riluttante ad imbarcarsi in un’azione di questa
portata,
tanto che ritirò la 21° per paura di sguarnire
troppo le sue
difese. Rommel era furibondo: contattò il Comando Supremo
italiano che solo la sera del 18 concesse il «via
libera»
all’operazione con entrambe le divisioni corazzate.
L’attacco dovette però essere condotto verso Thale
ed El
Kef anziché Tebessa. Secondo Rommel questa decisone fu
«un
incredibile esempio di miopia».
La 6° Divisione corazzata
inglese con a sostegno
numerosi contingenti di fanteria e artiglieria USA fu posizionata a
Thala. Il 20 la 10° e 15° Panzerdivision conquistarono
il passo
di Kassarine infliggendo alle truppe americane una pesantissima serie
di perdite.
Oltre 4.000 Americani furono fatti
prigionieri, 200
carri e centinaia di mezzi bruciavano illuminando la notte africana,
mentre i reparti dell’Asse fecero incetta di ogni genere di
razione e armamento che questi inesperti soldati avevano a
disposizione. Eisenhower inferocito dalla grande sconfitta
sostituì Fridendall con l’energico Patton.
Ormai la vittoria era a portata di mano:
le truppe
americane vacillavano e nelle retrovie si iniziavano a bruciare
magazzini e depositi di carburante; proprio in questa occasione,
però, Rommel decise di ritirarsi e tornare sulla linea del
Mareth, indiavolato per l’occasione perduta.
Rientrato sulla nuova linea del fronte,
Rommel
ricevette la nomina a comandante del Gruppo Armate in Africa che non
fece altro che aumentare la confusione nelle linee gerarchiche delle
forze dell’Asse. La sua nomina fu, però, solo una
«trappola» per un suo successivo trasferimento in
Italia
ma, contrariamente a quanto auspicato da Kesselring, decise di
assolvere al suo ruolo nel miglior modo possibile, ovviamente
pretendendo l’obbedienza sia di Messe che di von Armin che in
realtà avrebbe voluto prendere ordini solo da Kesselring.
Dopo il parziale successo dell’Operazione «Brezza
di
Primavera» Rommel riunì tutti i suoi generali a
Uadi
Akarit il 28 febbraio per elaborare un nuovo piano d’attacco
contro l’8° Armata di Montgomery. Cinque ore di
discussioni
tra ripicche, dispetti e proposte in antitesi resero il clima
incandescente fino a che si giunse ad un compresso ancora una volta
favorito da Kesselring: si sarebbe superata la catena montuosa del
Mattata per attaccare in direzione di Medenine.
L’Operazione Capri
però nacque sotto i
peggiori auspici in quanto Ultra aveva già decrittato tutti
i
piani d’attacco delle forze dell’Asse, mentre
Montgomery
attendeva ansioso l’attacco che Rommel tanto bramava. Nelle
sue
memorie per l’ennesima volta si vanterà delle
proprie
abilità: «Mi attaccò
all’alba, iniziativa del
tutto insensata. Avevo fatto disporre 500 pezzi anticarro da 75,6
millimetri; disponevo di 400 carri e buone fanterie che tenevano i
principali capisaldi, appoggiate da un pesante sbarramento di
artiglierie. Rommel deve essere matto». Il generale inglese
poté contare su queste forze:
1) quattro
divisioni di fanteria;
2) 400
carri armati;
3) 350
cannoni;
4) 470
cannoni anticarro.
Rommel poté invece contrapporre:
1) tre
divisioni corazzate: 10°; 15°; 21°;
2) 160
carri armati, meno di quanti ne avrebbe avuto una divisione al completo;
3) 200
cannoni;
4) 10.000
soldati di fanteria.
All’alba la «Volpe del Deserto»
lanciò i suoi
carri in azione, ma il tiro incrociato dei pezzi anticarro, i campi
minati e la mancata sorpresa ne fecero un facile bersaglio obbligandolo
alle diciassette ad interrompere l’operazione e a ritirarsi.
In
questa azione perse circa 50 carri anche se il numero delle vittime
umane fu relativamente contenuto: 645.
Nei giorni seguenti, in seguito alle
critiche dello
stesso Fürher per il suo comportamento in battaglia, Rommel
decise
di abbandonare l’Africa per «iniziare
immediatamente la sua
cura». Il 9 marzo la «Volpe del Deserto»
lascerà il continente che lo rese celebre promettendo di
tornare
nel caso in cui le cose si fossero messe male. La situazione
peggiorò ma Rommel non metterà più
piede in terra
d’Africa.
Con la partenza
dell’ingombrante feldmaresciallo vennero ridefinite le
gerarchie:
1) von
Armin fu nominato al comando Gruppo Armate d’Africa;
2) Messe
ottenne il comando effettivo della 1° Armata;
3) von
Vaerst il comando della 5° Panzerarmee.
Dopo aver ordinato un primo ripiegamento sulla linea di Uadi Akarit,
von Armin annullò il proprio ordine obbligando la 1°
Armata
italo-tedesca a mantenere la posizione sulla linea del Mareth. Le
truppe del generale Messe erano schierate dal mare verso
l’interno in questo modo:
1)
20° Corpo d’Armata del generale Orlando;
2)
divisione Giovani Fascisti comandata dal generale Sozzoni;
3)
divisione Trieste comandata dal generale La Ferla;
4)
90° Divisione leggera tedesca comandata dal generale
Sponeck;
5)
21° Corpo d’Armata del generale Berardi;
6)
divisone La Spezia comandata dal generale Pizzolato;
7)
divisione Pistoia comandata dal generale Falugi;
8)
164° Divisione leggera tedesca comandata dal generale
Liebestein;
9)
raggruppamento Sahariano comandato dal generale Mannerini;
10) nel
settore di Gafsa, infine,
era schierata la divisione corazzata Centauro comandata dal generale
Calvi di Bergolo con il 7° Reggimento bersaglieri.
Montgomery in preparazione all’attacco che avrebbe dovuto
permettere all’8° Armata di ricongiungersi con la
1°
Divisione schierò l’8° Armata, che
comprendeva:
1) il
30° Corpo d’Armata;
2) il
10° Corpo d’Armata con la 1° e la 7°
divisione corazzata;
3) il
Corpo Neozelandese, l’8° Brigata corazzata.
4) il
Raggruppamento francese di Leclerc.
Contro il settore di Gafsa,
c’era il 2° Corpo d’Armata americano del
generale Patton.
Proprio in questo settore il 17 marzo le truppe americane attaccarono
gli scarsi reggimenti italiani con un vantaggio di quattro uomini a
uno. Patton poté contare su 88.000 uomini, ben quattro
divisioni, contro i circa 800 Tedeschi e 7.850 Italiani facenti parte
della divisione Centauro. Dopo un inizio promettente, in cui gli
Americani riuscirono ad impossessarsi di Gafsa senza alcun
combattimento, le truppe italo-tedesche si ritirarono in una zona
montagnosa in cui gli attacchi americani sortirono scarsi effetti,
tanto che Patton sostituì il comandante della 1°
Divisione
corazzata Ward per gli insuccessi ottenuti.
Il 20 marzo 1943 prese il via l’Operazione
«Pugilist
Gallop» con la quale l’8° Armata inglese di
Montgomery
avrebbe dovuto attaccare frontalmente le posizioni italo-tedesche lungo
lo Uadi Zigazou. Anche in questo caso la resistenza dei difensori fu
eroica: l’urto del 30° Corpo d’Armata fu
contenuto
tanto da annullare il tentativo di creare una testa di ponte da parte
della 50° Divisione. Ancora una volta le nostre misere fanterie
si
immolarono per resistere un giorno in più, forse
un’ora.
La Trieste e i Giovani Fascisti si dissanguarono ma il nemico non
passò, la sproporzione di mezzi corazzati fu imbarazzante:
620 a
94.
Monty è incredulo:
tentò ancora la
carta della sorpresa, l’aggiramento dal deserto inviando la
2° Divisione neozelandese giungendo alle spalle del nemico.
Appoggiata dall’8° Brigata carri e dal raggruppamento
francese di Leclerc e Koenig, poteva contare 175 carri ai
quali
si aggiungeranno quelli della 1° Divisione corazzata inglese.
La
sorpresa però non riesce e ad El Hamma si concentrarono le
misere divisioni corazzate 15° e 21° appoggiate dalla
164°
di fanteria che riuscirono a bloccare le truppe alleate consentendo al
grosso di ripiegare.
Il 26 finalmente von Armin decide per il
ritiro
sulla linea dell’Uadi Akarit a circa quindici chilometri a
Nord
di Gabes, dove molte migliaia di fanti italiani il giorno seguente
saranno catturati dalle truppe inglesi. Il 5 aprile iniziò
l’attacco alle nuove posizioni.
Un massiccio bombardamento precedette la battaglia
dell’Akarit:
450 cannoni aprirono il fuoco sulla linea tenuta dalle truppe
dell’Asse ormai ridotte allo stremo. Contro i 500 carri di
Montgomery le nostre lacere divisioni poterono opporne solamente 15.
Nonostante questa disparità di mezzi la battaglia fu
«violentissima e selvaggia». Contrastato un primo
attacco
della 1° Armata al prezzo di ingentissime perdite, nelle
successive
ondate le truppe italo-tedesche non riuscirono a contenere
l’impeto degli Alleati. Sei varchi vennero aperti nella
nostra
linea, tanto che von Armin fu costretto a far retrocedere il suo
esercito da Sud a Nord di circa 300 chilometri sulla linea di
Enfidaville.
Concluso il ripiegamento il 13 aprile le
nostre
truppe si prepararono, come scrive Messe, «a combattere la
nostra
ultima battaglia». L’ultima difesa fu organizzata
tra i
colli del Garci e del Takrouna dove giunsero anche numerosi rinforzi
dalla Germania, tra cui la divisione corazzata Goering, ma ormai era
troppo tardi.
Il 19, i rombi dei cannoni annunciarono
l’inizio dello scontro. L’urto più duro
ancora una
volta venne concentrato nei settori presidiati dalle nostre forze: sul
Takrouna si distinsero i reparti della Trieste e i paracadutisti della
Folgore, tanto che gli stessi Inglesi, poco propensi ai complimenti
alle nostre forze, lo riconobbero. «Gli Italiani si batterono
come i Tedeschi» scriverà Liddle Hart nelle sue
opere. Il
giorno 20 cadde il caposaldo di Dj Bir tenuto dalle truppe tedesche che
chiamarono a «mettere una pezza» i fanti della
Trieste.
L’insuccesso sul Takrouna portò gli Inglesi ad
affermare
che «l’Italia in questo luogo ha fatto affluire le
sue
migliori truppe».
Il 21 ancora attacchi: la prima ad
essere travolta
fu la Folgore poi, verso le diciassette, fu la volta della Trieste che
inviò questo messaggio: «La stazione è
assalita da
elementi nemici». Si concluse così
l’ennesima pagina
di resistenza delle nostre povere truppe spesso sottovalutate e
denigrate dall’opinione pubblica e dai vertici militari di
molti
Paesi. Il generale Messe scriverà nelle sue memorie:
«Sul
Takrouna la lotta è veramente epica; i centri di fuoco sulle
falde dell’altura continuano a fulminare i reparti nemici che
vengono letteralmente decimati; anche i nostri elementi sono
assoggettati al fuoco concentrico nemico e al tiro di cecchinaggio da
parte di elementi annidatisi nelle case sulla vetta del cucuzzolo, vero
torrione quasi inaccessibile. Contro questi partono
all’attacco,
col classico slancio dei paracadutisti, le compagnie del battaglione di
formazione Folgore. Per tutto il pomeriggio, fino a sera e nella notte
è una vera caccia di casa in casa, di sasso in sasso; le
perdite
sono micidiali per entrambi i contendenti».
Il 22 si distinsero i reparti Giovani
fascisti e la
divisione Pistoia che resistettero fino al 1° aprile quando la
prima parte della battaglia di Enfidaville poté dirsi
conclusa.
Sulla strada per Tunisi, nella valle del
Mejerda,
sorge un colle roccioso che dagli Alleati fu nominato
«Longstop». Ampie trincee e campi minati lo
circondavano
tanto che non riuscirono a forzare l’ingresso. Il 23
Alexander
lanciò all’attacco la 78° Divisione
corazzata che,
grazie al sostegno dell’artiglieria, riuscì a
giungere in
cima. L’urto degli Alleati divenne insostenibile: a Mateur
attaccarono gli USA, nella valle del Mejerda e a Enfidaville gli
Inglesi, mentre a Pont du Fahs i Francesi.
Tra il 5 e il 6 aprile la situazione
precipitò: il solito devastante attacco delle artiglierie si
concentrò su un tratto di appena tre chilometri nella
regione
del Medjer el Bab, le linee tedesche crollarono e dal varco i carri
della 5° e 6° Divisione corazzata invasero
l’interno come
un fiume in piena.
Il 7 Tunisi fu conquistata, le truppe
dell’Asse intanto cedettero sia ad Ovest che ad Est della
valle
del Mejerda. Da Tunisi la 7° Divisione corazzata si
gettò
all’inseguimento della 15° Panzerdivision fino a
Biserta. A
Pont du Fahs anche i Francesi sfondarono, mentre a combattere rimase
solo l’8° Armata sulla costa di Enfidaville.
Il grosso delle truppe di von Armin
affluì a Capo Bon per organizzare l’ultima difesa.
La battaglia inizia il 9 ma
l’11, dopo una
spettacolare azione della 6° Divisione che riuscì a
separare
i vari contingenti in molte sacche di resistenza, la battaglia
finì. I reparti italiani, 5° e 10°
bersaglieri e il
battaglione Befile della San Marco, aggregati alla 5° Armata
tedesca, continuarono a combattere fino all’esaurimento delle
munizioni.
Il generale Messe continuò la propria lotta per arrendersi
solamente all’8° Armata. Se i suoi uomini fossero
caduti
nelle mani delle truppe francesi, il loro destino sarebbe stato
segnato. Sarà lo stesso Mussolini ad invitare il generale ad
arrendersi con un comunicato telegrafico del 12 maggio che
così
recitò: «Poiché gli scopi della
resistenza possono
considerarsi raggiunti, lascio V. E. libera accettare onorevole resa. A
voi e agli eroici superstiti della Prima Armata rinnovo il mio ammirato
vivissimo elogio». Messe fu inoltre nominato Maresciallo
d’Italia.
Alle dodici e mezza del giorno seguente,
dopo aver
distrutto tutte le armi pesanti, le ostilità cessarono.
Riportiamo quanto scritto nel bollettino
di guerra
italiano numero 1.083 del 13 maggio: «La 1° Armata
italiana,
cui è toccato l’onore dell’ultima
resistenza
dell’Asse in terra d’Africa, ha cessato per ordine
del Duce
il combattimento…».
La campagna di Tunisia poté
dirsi conclusa:
negli ultimi mesi di guerra su questo fronte le truppe
dell’Asse
persero circa 300.000 uomini, nonché la
possibilità di
opporre una valida resistenza nel prossimo sbarco alleato in terra di
Sicilia.
Bibliografia
A. Petacco, L’Armata
nel deserto, Mondadori
G. Bocca, Storia
d’Italia nella guerra fascista, Mondadori
B. Liddle Hart, Storia
militare della Seconda Guerra Mondiale, Mondadori
G. Messe, La mia armata
in Tunisia, Rizzoli
Autori Vari, Enciclopedia
Seconda Guerra Mondiale.
(settembre 2006)