Il
conflitto Franco-Thailandese (1940-1941)
Storia
di una guerra «sporca»... e dimenticata
di Alberto
Rosselli
Con
lo scoppio del Secondo Conflitto Mondiale, sia la Francia che
l’Inghilterra furono costrette ad impegnare gran parte delle
loro
forze terrestri, aeree e navali sul fronte francese, nel Mare del Nord
e in Oceano Atlantico. E non ritenendo opportune concomitanti
distrazioni o avventure in altre aree, cercarono di attuare, per quanto
concerneva il teatro asiatico, una politica di pacificazione e di
accomodamento diplomatico tale da garantire la sicurezza e
l’integrità dei rispettivi possedimenti
d’oltremare:
l’Indocina francese e la Malesia e la Birmania britanniche,
cioè quelli maggiormente esposti ad eventuali insurrezioni
da
parte di gruppi indipendentisti e/o simpatizzanti per il Giappone. Da
tempo, infatti, il governo di Tokyo si era dato da fare per assumere il
ruolo di «Stato guida» di tutte le popolazioni
asiatiche
sottomesse al giogo occidentale. Anche se in verità la
politica
nipponica – che ricalcava in qualche modo quella ottocentesca
del
Presidente statunitense Monroe – nascondeva ben altre mire.
Se da
una parte il Giappone poteva vantare buone ragioni per protestare
contro l’establishment
colonialista «bianco», risultava altrettanto vero
che
già da tempo il Paese del Sol Levante non si era certo fatto
scrupolo di invadere militarmente la Cina per estendere i confini del
suo Impero. Non a caso, proprio negli anni Trenta –
approfittando
della «distrazione» delle potenze occidentali
assorbite o
coinvolte dalle vicende legate alla questione abissina (1935-1936),
alla guerra di Spagna (1936-1939) e all’espansionismo tedesco
in
Centro Europa – il Giappone aveva intensificato ulteriormente
la
sua politica imperialista, aumentando il numero dei suoi attacchi alla
Cina nazionalista, stuzzicando i Russi ai confini tra la Manciuria e la
Mongolia, ed appoggiando l’unico Stato indipendente del Sud
Est-Asiatico, cioè il regno di Thailandia, governato dal
poco
più che infante Ananda Mahidol. Quest’ultimo,
salito al
trono nel 1935, verrà sostituito dal principe Aditya Dibabha
il
quale a sua volta cederà le redini del Paese ad un
triumvirato
composto dal Primo Ministro Phya Bahol Sena, dall’energico
Ministro della Difesa, colonnello Luang Bipul Songgram, e dal Ministro
degli Esteri Luang Pradit.
Nella tarda primavera del 1940, in
concomitanza con
la vittoriosa offensiva tedesca in Francia e Belgio, i governi di
Parigi e Londra cercarono di accentuare ulteriormente la loro politica
di distensione in Asia, firmando, il 12 giugno 1940, con il governo
della Thailandia, guidato da Luang Bipul Songgram, un patto di non
aggressione. Atto che sia Bangkok che Tokyo non ebbero
difficoltà ad interpretare come un chiaro segnale di
debolezza,
soprattutto da parte della Francia. Nell’agosto 1940, il
Giappone
(sempre impegnato contro l’esercito nazionalista cinese) si
rivolse al nuovo governo francese di Vichy del maresciallo
Pétain per ottenere l’autorizzazione ad utilizzare
tre
campi d’aviazione situati nell’Indocina
Settentrionale
(infrastrutture indispensabili per colpire obiettivi nazionalisti
cinesi situati nell’area di Nanning e Kunming). E
contestualmente, il governo di Tokyo chiese anche il consenso per
sbarcare ad Haiphong un contingente di circa 6.000 soldati da inviare
nella regione a Nord della Valle del Fiume Rosso, da dove avrebbe
dovuto attaccare le forze nazionaliste dislocate nella zona di Gejiu.
Inizialmente, il governatore generale francese dell’Indocina
e
comandante in capo delle forze navali, ammiraglio Jean Decaux (che per
la difesa di tutta la vasta colonia disponeva di appena 60.000 soldati)
accordò un vago consenso, riservandosi però di
discutere
più a fondo i particolari dell’operazione.
Infastidito dal
prudente atteggiamento francese, il Giappone insistette, lasciando
intendere possibili ritorsioni nei confronti di Hanoi. Praticamente
isolati dalla madrepatria (la Gran Bretagna, pressata dal nuovo governo
in esilio del generale Charles De Gaulle, si era adoperata con Londra e
Washington per impedire al governo di Vichy di inviare rinforzi
militari in Indocina), i Francesi furono infine costretti a cedere. E
nel settembre 1940, sulla base di un accordo per la «Difesa
Franco-Giappponese dell’Indocina», i Giapponesi
inviarono
in Indocina un corpo di spedizione formato non da 6.000, ma da 25.000
soldati: contingente che, in ogni caso, non avrebbe dovuto stazionare
oltre il dovuto sul territorio francese.
Il
Giappone tenta il colpo di mano
Tuttavia, pochi giorni dopo la firma dell’intesa, il Comando
nipponico modificò i suoi piani, ordinando alla 5°
Divisione
di fanteria stanziata in Cina Meridionale di varcare la frontiera
vietnamita. Questa unità, forte di ben 30.000 uomini al
comando
del generale Nakamura, era composta da tre reggimenti di fanteria
rinforzati da reparti di artiglieria da campagna e da alcune sezioni
corazzate. Dopo una rapida marcia, la 5° Divisione
tagliò il
confine cino-vietnamita, penetrando per circa sedici chilometri in
territorio francese. Verso la metà di settembre, la
divisione
nipponica puntò sull’importante nodo ferroviario
di Lang
Son. Allarmato da questa improvvisa manovra che contravveniva
chiaramente all’accordo precedentemente stipulato, il
governatorato di Hanoi cercò di reagire. Anche
perché il
generale Nakamura aveva instaurato nella regione una specie di regime
di occupazione, aizzando la popolazione locale (tradizionalmente ostile
ai Francesi) contro il governo di Hanoi. Di fronte a questi atti, il
generale Mennerat, comandante della 2° Brigata francese
presente
nella zona di Lang Son, decise di intervenire, pur disponendo di appena
5.000 uomini suddivisi su cinque battaglioni i cui organici erano
tratti dal 3° Reggimento Tirailleurs Tonkinois, dal 9°
Reggimento di Fanteria Coloniale e dall’ottimo 5°
Reggimento
della Legione Straniera. Per bloccare l’avanzata della
5°
Divisione nipponica, Mennerat mise in campo la totalità
delle
sue forze di fanteria, appoggiate da un solo reparto blindato leggero,
da un paio di batterie da campagna da 75 millimetri e da una da 152
millimetri. Il 22 settembre, le forze giapponesi scatenarono un attacco
concentrico contro l’aeroporto e la città di Lang
Son e
dopo ventiquattro ore di combattimenti riuscirono a circondare
l’agglomerato urbano, costringendo i Francesi a trincerarsi
nel
nucleo urbano, dopo avere abbandonando al nemico l’aeroporto
e la
stazione ferroviaria. Data l’impossibilità di
ricevere
rinforzi dalle retrovie (Nakamura aveva provveduto a fare tagliare
tutti i collegamenti viari e ferroviari con Hanoi), il generale
Mennerat chiese ed ottenne dal comandante in capo
dell’esercito,
generale Martin, il permesso di arrendersi. La conquista di Lang Son,
permise ai Nipponici di procedere ancora più in
profondità in territorio vietnamita. Anche se nel frattempo
i
Francesi erano riusciti a fortificare le posizioni chiave di That Khe e
Na Dzuong, allestendo diversi centri di resistenza lungo la strada che
collegava Lang Son a Lang Giai e Lang Nac.
Nel frattempo, la squadra navale
giapponese (una
forza composta da piroscafi carichi di truppe, scortati da una
portaerei leggera, alcuni incrociatori e diversi cacciatorpediniere)
era giunta davanti ad Haiphong. Il 25 settembre, un ufficiale del
comando francese raggiunse con una lancia il caccia nipponico Sendai
per cercare di stipulare un nuovo accordo. Dopo gli ultimi drammatici
fatti di Lang Son, i Francesi dichiararono infatti decaduta la
precedente intesa, esigendo dai Nipponici l’immediato
sgombero
della regione settentrionale. Come tutta risposta, la mattina del 26
settembre, con la copertura dei pezzi di medio e grosso calibro delle
unità da guerra, i piroscafi giapponesi scaricarono le
proprie
truppe sulle spiagge di Dong Tac, località situata a Sud di
Haiphong. E poche ore dopo lo sbarco, che si svolse senza alcun
problema in quanto Dong Tac non era presidiata da alcun reparto, il
resto della squadra effettuò un violento bombardamento su
Haiphong, sbarcando simultaneamente un secondo contingente di altri
4.500 soldati. Presi alla sprovvista, i Francesi, che disponevano
presso la locale base aerea di una mezza dozzina di caccia Morane,
dovettero arrendersi. Il giorno seguente, tuttavia, Tokyo –
che
temeva un intervento armato dell’Inghilterra a tutela dello status quo
in Indocina – richiamò da Haiphong il generale
Nishihara
(il firmatario del primo protocollo d’intesa) sostituendolo
con
il generale Sumita al quale venne affidato il delicato compito di
«rassicurare» il governo di Hanoi. Va anche notato
che in
seguito alle aggressioni nipponiche, il maresciallo Pétain,
tramite il suo ambasciatore a Tokyo, minacciò di scatenare
la
guerriglia in tutta l’Indocina: eventualità che
indusse i
Giapponesi ad assumere un atteggiamento decisamente più
cauto.
Certo è che il colpevole atteggiamento di Londra e delle
forze
golliste (che impedirono sempre qualsiasi invio di aiuti
all’Indocina) mise in serio pericolo
l’integrità
della colonia francese, spingendo, come si vedrà, di
lì a
poco il governo della vicina Thailandia ad assumere un atteggiamento
aggressivo verso il possedimento di Vichy.
Alla metà di ottobre, i
governi di Vichy e di
Tokyo firmarono un nuovo accordo. In base a questo documento, il
Giappone si impossessò degli aeroporti di Gia Lam, Lao Kay e
Phu
Lang Thuong, stabilendo ad Haiphong e ad Hanoi due basi logistiche
difese, rispettivamente, da 900 e 600 soldati. Come contropartita, i
Francesi riottennero il controllo di Lang Son e l’abbandono
del
territorio da parte della 5° Divisione nipponica i cui
effettivi
vennero reimbarcati ad Haiphong.
La
Thailandia «pugnala alle spalle»
l’Indocina francese
Forte dell’appoggio politico e militare fornitogli dal
Giappone e
confidando nella scarsa consistenza dell’armata francese,
verso
la metà dell’ottobre del 1940, il neo-maresciallo
e
comandante in capo dell’esercito thailandese, Songgram
pianificò l’invasione della Cambogia e del Laos
francesi.
Il 20 ottobre 1940, il governo di Bangkok, che disponeva di un esercito
permanente di 2.500 soldati e di due divisioni di fanteria della
Marina, ordinò la mobilitazione di altri 50.000 uomini.
Complessivamente, l’esercito regolare thailandese disponeva
di 44
battaglioni di fanteria (o «khong phan»), 13
reparti di
artiglieria, nove squadroni di cavalleria, sei battaglioni del genio,
tre compagnie di carri leggeri, un reggimento antiaereo dotato di pezzi
leggeri e tre compagnie dotate di pezzi pesanti. Alla vigilia
dell’invasione della Cambogia, le truppe di terra e della
marina
thailandesi erano armate con quattro tipi di fucili: il Mauser da otto
millimetri, il più moderno Rama VI (una sorta
di Mauser
autarchico e accorciato), il Lee-Enfield
inglese e l’Arisaka
di fabbricazione giapponese. I battaglioni disponevano inoltre di
mitragliatrici danesi Madsen
e statunitensi Colt
e Browning modello 1917.
Sempre a livello di reparto erano disponibili mortai Brandt da 81
millimetri, cannoncini controcarro giapponesi da 37 millimetri e Hotchkiss
(francesi) da 25 millimetri. Il parco artiglieria era formato da pezzi
da campagna da 75, 77 e 105 millimetri (parte di fabbricazione tedesca
e parte di fabbricazione svedese, come i Bofors
da 75 e 105) e cannoni da montagna da 50 millimetri austriaci e
tedeschi. Tutti i reparti thailandesi erano dotati di mezzi di
trasporto a trazione animale, tranne un battaglione
d’artiglieria
del 1° Reggimento di artiglieria che era equipaggiato con
autocarri
Morris a
sei ruote. L’esercito thailandese disponeva, inoltre, di
mitragliere antiaeree Oerlikon
da 20 millimetri, cannoncini Maxim
da 37 («Pom Pom») e pezzi Bofors da 75
millimetri. Erano inoltre presenti cingolette Vickers Carden-Loyd
e Vickers SPG,
queste ultime armate di pezzi da 40 millimetri, e un paio di carri
armati anfibi VCL.
Alcuni reparti erano anche equipaggiati con semicingolati e autoblindo Citröen e Vickers,
più qualche carro «pesante» Landswerk da otto
tonnellate dotato di un pezzo da 100 millimetri.
Nel 1940 la Thailandia vantava, inoltre,
di
un’aviazione composta da circa 290 aerei. La punta di
diamante
era formata da 37 cacciabombardieri Curtis Hawk III, 72
caccia Vought SU-2
Corsair, sei bombardieri Martin 139-W e
circa 20 caccia Curtis
Hawk 75N.
Inoltre, grazie all’aiuto fornito dal Giappone, la Thailandia
poté schierare contro i Francesi una forza speciale composta
da
93 moderni aeromobili, tra cui: nove addestratori Tachikawa Ki-55,
una dozzina di cacciabombardieri Nakajima
Ki-43 Hayabusa «Oscar», nove
bombardieri leggeri Mitsubishi
Ki-30, nove bombardieri pesanti Mitsubishi Ki-21-I,
dodici caccia Nakajima
Ki-27-A, un certo numero di addestratori Ki-79a Mansyu, di
aerei anti-sommergibili Mitsubishi
F1M2 «Pete» (destinati alla Marina) e
alcuni addestratori/ricognitori Tachikawa
Ki-9.
Alla fine del 1940, il governo di Hanoi
disponeva,
complessivamente, di 41 battaglioni di fanteria, supportati da due
reggimenti di artiglieria, un battaglione del genio, pochi reparti
corazzati e alcune batterie di pezzi antiaerei. Circa la
metà
delle forze di terra francesi presenti in Indocina (compreso il
battaglione Tirailleurs
Montagnards
dell’Annam Meridionale) e quasi tutti i reparti di
artiglieria
risultavano dislocati lungo i confini della colonia. Il contingente
navale di Vichy comprendeva l’incrociatore leggero Lamotte-Picquet,
due sloop
da 2.000 tonnellate e altre due vecchie unità similari da
600
tonnellate. L’unico sottomarino francese era andato perduto
il 15
giugno 1940 in un incidente, mentre altri due sommergibili, che erano
stati richiesti alla madrepatria, raggiungeranno l’Indocina
soltanto il 6 marzo 1941.
L’aviazione francese era
inferiore, almeno
numericamente, a quella thailandese. Hanoi disponeva, infatti, di circa
100 apparecchi: 17 caccia Morane
406, quattro bombardieri Farman 221 e sei Potez 542, 10
idrovolanti Loire 130
e 60 ricognitori Potez
25 TOE.
Per cercare di rinforzare militarmente la colonia, il governo di Vichy
ipotizzò di trasferire da Gibuti (Somalia francese) a Saigon
quattro battaglioni di fanteria senegalese: iniziativa che tuttavia non
poté essere portata a compimento per insormontabili ostacoli
politici e tecnici. Dal canto suo, il governo di Hanoi chiese agli
Stati Uniti armi e rifornimenti, ma il Presidente Roosevelt, fortemente
avverso a Vichy, pose il suo veto.
Verso l’inizio di novembre,
senza alcuna
dichiarazione di guerra, le forze di Songgram penetrarono
nell’area del delta del Mekong, mettendo subito in
difficoltà il Comando di Hanoi, condizionato
dall’atteggiamento ostile degli Stati Uniti,
dell’Inghilterra, ma anche da quello della Germania che per
non
inimicarsi il Giappone proibì al maresciallo
Pétain di
soccorrere l’Indocina. Ciononostante, il generale francese
Martin
mobilitò tutti e quattordici i battaglioni stanziati nella
provincia di Battambang (l’area maggiormente sottoposta agli
attacchi nemici e alle insurrezioni dei ribelli vietnamiti appoggiati
dalla Thailandia), inviando nuovi reparti nelle aree più
nevralgiche.
Verso la fine del dicembre 1940, i
combattimenti
divamparono lungo tutto il confine thailandese-cambogiano e laotiano, e
le truppe francesi rischiarono in un primo tempo di essere sopraffatte
da quelle siamesi che, nel frattempo, avevano ricevuto dal Giappone
consistenti aiuti militari. Tuttavia, il 16 gennaio 1941,
un’offensiva terrestre siamese, scatenata con alcuni
reggimenti
di fanteria appoggiati dall’aviazione e dai reparti blindati,
venne bloccata a Yang Dam Koum, si infranse contro le difese francesi.
Nello stesso periodo,
l’aviazione thailandese
scatenò pesanti attacchi contro le posizioni e le
città
francesi in Cambogia e Laos. Il primo raid ebbe luogo l’11
gennaio 1941, quando una formazione di sei bombardieri thailandesi Martin 139-W
scortati da quattro Curtis
Hawk 75N si diresse su Hanoi, venendo intercettata da
quattro Morane-Saulnier
406 francesi. Al termine dello scontro, i Thailandesi
dichiararono di avere abbattuto due MS 406,
ma i Francesi replicarono di non avere subito alcuna perdita. Dopo
questa prima azione, l’aviazione thailandese
proseguì le
sue incursioni sulla Cambogia, lungo la zona costiera meridionale
(dove, sembra, riuscì a danneggiare
l’unità di
pattuglia Beryl)
e sul Laos (dove venne colpita la città di Vientiane)
utilizzando anche moderni Sally
di fabbricazione giapponese. Dal canto loro, le forze aeree di Vichy
risposero con alcuni attacchi notturni contro le città
nemiche,
condotti da bombardieri pesanti e leggeri Farman 221 e Potez 542.
Per bloccare le coste cambogiane e
minacciare il
delta del Mekong, il Comando di Bangkok fece intervenire anche la
Marina. Ma il 17 gennaio, una squadra navale francese (composta
dall’incrociatore leggero Duguay Trouin, dal Lamotte-Picquet,
dagli sloop
coloniali Dumont
d’Urville e l’Amiral Charner e
dalle unità minori Tahure
e Marne)
agli ordini dell’ammiraglio Berenger, contrattaccò
la
squadra thailandese formata da dieci motosiluranti, due cannoniere, due
dragamine, nove posamine e due navi da difesa costiera, colando a picco
tre motosiluranti e la nave da difesa costiera Thonburi; mentre
una terza unità thailandese (la Sri Ayuthia) fu
colpita e costretta ad arenarsi.
Sconfitti sul mare e bloccati sul fronte
di terra a
Battambang, i Thailandesi desistettero da qualsiasi altra mossa
offensiva. E allorquando il governo di Tokyo – timoroso di un
possibile e rapido tracollo siamese – si offrì
come
mediatore tra le parti, il dittatore siamese Songgram si
dichiarò disposto ad accettare la cessazione dei
combattimenti.
La tregua venne firmata il 28 gennaio 1941, e tre giorni più
tardi il documento preliminare di pace venne firmato a bordo
dell’incrociatore leggero giapponese Natori,
all’ancora nel porto di Saigon. Il 7 febbraio, le due
delegazioni
si recarono a Tokyo per intavolare i negoziati di una pace sotto
l’egida dell’Impero del Sol Levante che,
ovviamente, non
mancò di parteggiare per il governo di Bangkok. Il 9 maggio,
infine, il governatore di Hanoi, generale Decoux – lasciato
praticamente solo in quanto sia l’Inghilterra che gli Stati
Uniti
e la Germania (anche se per motivi diversi) non avevano voluto
intervenire nell’arbitrato – fu costretto a cedere
al
governo di Bangkok alcune porzioni di territorio. Una vittoria di cui
la Thailandia non poté beneficiare a lungo in quanto, il
giorno
dopo l’attacco aereo giapponese contro Pearl Harbour (7
dicembre
1941), il Paese – nonostante la sua immediata adesione alla
causa
giapponese (il 25 gennaio 1942, il governo di Bangkok
dichiarerà
addirittura guerra agli Stati Uniti, alla Cina nazionalista e alla Gran
Bretagna) – verrà invaso «per motivi di
sicurezza» dalle forze giapponesi, facendo la stessa fine
dell’Indocina francese che, il 21 luglio 1941, era stata
infine
costretta ad accettare la definitiva occupazione nipponica.
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