Marzabotto
’44
Un
dramma per il nostro Paese che pone degli interrogativi a lungo taciuti
di Luciano
Atticciati
Secondo
la storiografia degli anni del dopoguerra, la guerra civile combattuta
in Italia risultava formata da due schieramenti ben definiti, da una
parte la Resistenza a cui andava il sostegno di quasi
l’intera
popolazione (il leader comunista Luigi Longo parlava di
«popolo
alla macchia» per dare il senso della forte adesione al
movimento
partigiano), dall’altra c’erano i fascisti che
combattevano
senza grandi ideali, presumibilmente per difendere i loro interessi e
il loro potere. In mezzo c’erano gli
«attendisti»
cioè degli ignavi sostanzialmente opportunisti. La
letteratura
successiva alla guerra ha confermato tale rappresentazione. Beppe
Fenoglio nei suoi scritti rappresentava i partigiani come dei nobili
idealisti, sempre impegnati in accese discussioni e tormentati come lo
sono in genere i grandi intellettuali. I fascisti erano invece dei
rozzi, sempliciotti, prevaricatori e con molte manie di grandezza.
Tale rappresentazione dei fatti ha
mostrato tutti i
suoi limiti e negli ultimi due decenni è stata fortemente
contestata dagli storici. È semplicistico pensare a
schieramenti
così netti, non sempre le questioni ideologiche avevano il
sopravvento, molti militarono da una parte o dall’altra per
propri interessi o semplicemente perché vivevano una
situazione
che non consentiva molte scelte. La Resistenza non contava molti
uomini, secondo Giorgio Bocca i combattenti del periodo precedente
all’attacco finale americano, andavano dai 20.000 ai 70.000.
Sull’azione militare è sempre esistita reticenza,
comunque
nel maggiore scontro con i Tedeschi, quello di Montefiorino, i morti
furono alcune centinaia, un evento effettivamente di proporzioni
minime. Gli attendisti poi, non erano tutti degli opportunisti, molti
erano semplicemente disgustati dalle violenze, e speravano in una
rapida fine della guerra e nel ripristino della legalità.
I fascisti della Repubblica Sociale non
erano gli
stessi del Ventennio, erano la parte più estremista di
quello
schieramento, fanatici che non si rendevano conto che il governo a cui
avevano dato vita era pesantemente manipolato dai Tedeschi, che alcune
regioni, quelle del Nord-Est, erano sottoposte al gaulaiter
nazista, e che perfino Mussolini era «sotto scorta»
delle
SS. Le crudeltà commesse da entrambe le parti erano
vergognose,
mentre alla fine della guerra il nostro Paese conobbe la peggiore
strage della sua storia. Circa 20.000-30.000 furono i reduci della
Repubblica Sociale, militari e civili, uccisi, in gran parte negli
stessi campi di prigionia, certamente non ad opera di rabbia popolare
come qualcuno ha cercato di sostenere.
La testimonianza di Lucia Sabbioni Marzabotto diario del perdono e
della rabbia,
ragazza quindicenne al momento degli eventi, appare decisamente
interessante. Nella sua famiglia il padre lavorava per
necessità, non certo per simpatie politiche, nella Todt, il
sistema di fortificazioni tedesche, un fratello si era unito ai
partigiani. Il problema principale della ragazza, come di tutto il
piccolo paese era procurarsi un po’ di cibo, salvarsi dai
bombardamenti, non certo quello della scelta di regime politico. Nella
sua testimonianza si parla del vicino paese di fondovalle, Vado,
prevalentemente di simpatie fasciste, mentre il suo era maggiormente
orientato verso la Resistenza. Lei stessa collaborava con i partigiani,
perché occupandosi della cucina aveva la
possibilità di
portare qualcosa da mangiare a casa. Nel suo racconto ci parla di
partigiani buoni, di «ragazzi sempre allegri, [che] mi
riempivano
di attenzioni e mi corteggiavano», ma anche di fanatici:
«Quello che ricevevano dagli Alleati non era sufficiente,
perciò dovevano fare razzie dai contadini, minacciandoli se
non
li avessero assecondati. Inoltre andavano a prelevare nelle loro case
ragazzi che avevano un’opinione diversa dalla loro: gli
facevano
scavare una buca, poi li uccidevano e ve li gettavano dentro. Molti
contadini che si ribellavano alle loro richieste venivano torturati
barbaramente, prima di essere uccisi».
Nella seconda parte Lucia Sabbioni
affronta un tema
decisamente scottante, quello dell’opportunità di
azioni
militari contro i Tedeschi e i fascisti. A prescindere dalle opinioni
politiche sui tragici eventi, uccidere significava esporre la
popolazione locale a rappresaglie. Segnalare la presenza dei Tedeschi
all’aviazione alleata, far saltare opere stradali utilizzate
dai
Tedeschi, poteva essere un’azione utile, ma sparare sui
militari
significava la morte di prigionieri di guerra o di civili dei centri
abitati vicini, senza ottenere risultati significativi. Questo tema
è stato affrontato da molti, anche antifascisti, e molta
gente
nei piccoli paesi in zona di guerra ne ha parlato. In particolare la
popolazione di Pedescala in Veneto protestò per
un’inutile
azione di guerra che provocò la reazione omicida dei
Tedeschi.
Aspettare l’arrivo degli Alleati era probabilmente
preferibile.
L’autrice parla di un incontro fra suo padre e i giovani
partigiani ai quali disse: «Se continuate con le vostre
provocazioni, prima o poi i Tedeschi faranno qualche rappresaglia
contro i civili… gli Alleati sono arrivati a Firenze:
restate
nascosti ad aspettarli». Purtroppo i partigiani non seguirono
il
consiglio, e successivamente ad un attentato contro di loro si
scatenò una pesantissima rappresaglia dalla quale la
Sabbioni si
salvò miracolosamente.
Chiuse finalmente le vicende della
guerra,
l’autrice ricorda le commemorazioni della strage di
Marzabotto
avvenute nel corso degli anni. In tale evento i superstiti hanno avuto
un ruolo molto limitato, ne è sorta una specie di industria,
dove politici locali gestiscono il tutto con metodi poco rispettosi
della realtà storica. Più che il ricordo di una
tragedia,
per la Sabbioni sembra un incontro politico dai molteplici interessi.
(febbraio 2008)