Una
testimonianza sulle rappresaglie partigiane in Italia nel
’44-’45
Secondo
la testimonianza che vi presentiamo la brigata Garibaldi
è stata la protagonista nel periodo della guerra e in quello
immediatamente successivo di atti di violenza contro i fascisti e le
loro famiglie
di Luciano
Atticciati
In un
suo recente saggio, La
resa dei conti,
lo storico Gianni Oliva quantifica in circa 30.000-40.000 i fascisti
uccisi nel periodo immediatamente successivo alla fine della guerra. Su
tali fatti, certamente non di scarsa gravità, è
esistito
a lungo un forte silenzio. Ufficialmente i fascisti che militavano
nella Repubblica Sociale non dovevano essere oggetto di violenze, ma
molte testimonianze anche scritte riguardanti capi partigiani
comunisti, riportano che si doveva agire con mezzi sbrigativi nei
confronti degli ex-nemici. Le vendette partigiane nel periodo della
guerra costituiscono una pagina certamente non felice della nostra
storia. La guerra porta spesso all’emergere delle tendenze
peggiori dell’uomo, e uomini senza principi morali o privi di
equilibrio ritengono, indipendentemente dalla causa per la quale
combattono, di poter dare sfogo ai loro impulsi. Evidentemente
qualsiasi guerra fra Stati o qualsiasi guerra civile comporta una serie
di violenze e di eccessi, non tutti i buoni sono dalla parte
«buona». Anche le testimonianze storiche di chi
«ha
combattuto dall’altra parte», finora spesso
ignorate e
messe sotto silenzio, sono utili a capire la nostra storia, che va
compresa senza fideismi, ma con equilibrio e spirito critico.
I fatti narrati dalla testimone si
riferiscono alla
zona di Pavia e Nizza Monferrato in Piemonte nel ’44, e a
Milano
nell’aprile del ’45, e sono narrati da una persona
originaria di Milano tuttora vivente.
Non
si può, né si deve dimenticare
Giornata grigia, piovosa, e la tristezza è mia compagna. Ho
trovato un vecchio album di fotografie.
Con mani tremanti lo sfoglio. E tutto il
mio passato
ritorna veemente. Il caro zio Ernesto, che tanto amava noi nipoti, mi
sorride, con dolcezza da una vecchia foto. La mia mente torna al
lontano 1944, quando in Italia vigeva il caos. Sfollati a Montalto
Pavese, ove avevamo una bella villa. Un giorno, mamma e Angelo, mio
fratello, vanno a Casteggio, con il calesse. Ed io a giocare a tennis
dai conti Balduino nel loro castello. Al ritorno a casa una amara
sorpresa: la nostra domestica mi avvisa che sono arrivati i partigiani
per prendere la mamma. Papà è lontano nelle
Petrolifere
di Fornovo Taro, essendo dirigente. I mezzadri mi consigliano di
scappare per paura che i partigiani possano rivalersi su di me. Ho
quattordici anni, però incosciente, prendo la bicicletta e
corro
incontro ai miei cari per avvisarli, e ci riesco. Però torno
a
casa e trovo tutte le finestre e le porte aperte e la casa spoglia di
tutto. I partigiani «garibaldini», i più
criminali
comunisti, hanno rubato tutto. Io non so che fare. È buio.
È notte. L’incoscienza della gioventù
mi fa
scendere a Casteggio dai miei cari, sempre in bicicletta. Quando sento
delle voci maschili mi butto, istintivamente, in un fossato. E, col
cuore in gola, odo dire: «Peccato, non abbiamo preso la
figlia
del commendatore. Anche se giovane ci saremmo divertiti tutti
quanti». Questa frase non la dimenticherò mai
più!
Dopo varie peripezie riusciamo ad
arrivare a Nizza
Monferrato, dai miei nonni materni, i quali appena ci vedono ci
scongiurano di scappare perché hanno già preso lo
zio
Ernesto e cercano anche noi. Una giovane madre e due ragazzi di
quattordici e sedici anni… La grave colpa imputataci
è
l’essere una famiglia «fedele al Duce»!
Dopo varie
fughe e soste in vari posti, arriviamo a Cittiglio, un paesino del
Varesotto ove papà ha trovato una bella casa. Lo zio Ernesto
Arzani (cognome di cui sono molto fiera), trentun anni, con un braccio
anchilosato per frattura giocando a calcio, indi esente dal militare
è stato preso in un agguato, portato in un bosco dai
partigiani
comunisti «garibaldini», amici d’infanzia
di mio zio,
lo hanno portato in un cascinale. Ove vi erano tre ufficiali della
Repubblica Sociale Italiana, prigionieri. Ciò che
è stato
perpetrato a mio zio è inenarrabile. Per prima cosa gli
hanno
rotto gli occhiali (lui così miope), poi per ore, gli
mettevano
il capo nel liquame di un gabinetto. Seviziato in tutti i sensi, rotti
gli arti a bastonate, torturato per due giorni con secchi
d’acqua
lercia e denudato. Con una scure gli hanno spaccato il cranio ed ancora
in vita gettato in una fossa con i tre ufficiali, e seppelliti vivi!!!
Quei bastardi assassini non soddisfatti di ciò, hanno
chiesto ai
nonni del denaro, adducendo a scusa che lo zio era vivo e in un campo
di concentramento. I miei cari nonni si sono spogliati di tutto, senza
sapere che lo zio dopo quattro giorni era già stato ucciso.
Il
partigiano chiamato il «boia» per gli assassinii
perpetrati, compreso lo zio, è stato castigato da Dio. Ed
una
bomba a mano, con cui si trastullava, è scoppiata e prima di
morire ha avuto atroce agonia. Dio è giusto! Solo dopo due
mesi
si è saputo tutto questo e si è potuto andare a
riprendere le spoglie (con difficoltà) dello zio e portarlo
nella tomba di famiglia.
Ma quei maledetti non hanno finito di
torturarci!
Finita la guerra, il 25 aprile 1945, persa malgrado gli illusi pensino
di aver vinto... Dopo alcuni giorni mamma ed io siamo andate a Milano
per vedere la nostra casa. Quando suona il campanello ed io vado ad
aprire la porta mi sento sbattere contro il muro con il calcio di un
fucile che mi fa cadere a terra. E vedo orribili ceffi che prendono la
mamma e la portano via, dopo averla picchiata con il fucile. Sola,
impaurita torno a Cittiglio. Mamma è stata portata nelle
carceri
di San Vittore, in una piccola cella stipata di uomini e donne, senza
potersi sedere, con un bugliolo per tutti, due giorni senza acqua e
vitto. Poi portata nelle «famigerate scuole di via
Palmieri» (ricordo indelebile per i Milanesi per le
atrocità che si facevano) ove vi è anche il
seguito
romano di Mussolini e vari attori famosi. Io non saprò mai
ciò che successe in quei locali, perché mamma ha
sempre
taciuto su quello che le hanno fatto subire i partigiani. Ogni mattina
li caricano a centinaia su camion scoperti e li fanno girare per le vie
di Milano. I cittadini che sino a pochi giorni prima osannavano al Duce
ed al fascismo, come orde di barbari lanciano su quei poveretti
escrementi umani, bottiglie, pietre, sassi, tutto ciò che
poteva
ledere. Di notte i bastardi partigiani entrano nelle camerate e li
avvisano che l’indomani saranno tutti uccisi, con ghigno
satanico. Dopo due mesi di torture mamma, tramite avvocati, viene
liberata, mentre i suoi compagni di carcere vengono quasi tutti uccisi
nelle camere di tortura.
Perché i giovani debbono
essere ignari di ciò che hanno fatto i partigiani?
A te, caro zio Ernesto, mai dimenticato,
ed a te
mamma che hai tanto sofferto, tu che hai sempre fatto del bene a tutti
e sei stata una fervente Cattolica praticante, dico arrivederci in
Paradiso, ove saremo nuovamente uniti, finalmente felici!
(Ercolina
Milanesi)
(anno 2002)