Una
testimonianza sugli sfollati nella Seconda Guerra Mondiale (1944-1945)
Ada
Franchini, mia nonna, racconta la sua esperienza di vita in campagna
negli ultimi anni del Secondo Conflitto Mondiale
di Simone
Valtorta
Alla
fine di luglio del 1944, i bombardieri angloamericani hanno ridotto
Verona ad un cumulo di macerie: distrutta la stazione, raso al suolo
l’ospedale militare, dai crateri disseminati qua e
là si
alza un fumo nero, acre, come il fumo di una fornace.
Ada Franchini, colei che sarà
mia nonna, ha
ventidue anni e lavora come cassiera nella macelleria del padre.
È un compito che richiede velocità ed una
notevole
dimestichezza con l’aritmetica: da dietro il bancone della
macelleria i negozianti (sono sempre in due) gridano al suo indirizzo
il tipo e la quantità della carne acquistata e lei deve
calcolare il prezzo a mente, o tutt’al più
aiutandosi
scribacchiando su un foglio di carta, stando attenta a non confondere
il cibo acquistato da un cliente con quello acquistato da un altro. Poi
suona l’allarme ed allora si chiude in fretta e furia, si
corre
ai rifugi antiaerei e si sta lì, una matita in bocca per
evitar
di mordersi la lingua, mentre si sentono le bombe fischiare e
schiantarsi tutt’intorno, e si prega che l’incubo
finisca
presto.
Proprio durante uno di questi
bombardamenti muore il
papà di Ada, e il cognato Bruno la invita a rifugiarsi fuori
città, dove minori sono i pericoli, fino a quando la bufera
della guerra non sarà passata. All’inizio, lei e
la madre
decidono di raggiungere la sorella e il piccolo Paolo in montagna. Ma
la vita non è facile: i Tedeschi sono ovunque, a caccia di
partigiani e disertori, una volta fanno irruzione in casa frugando
dappertutto; trovano la pastina col glutine di Paolo, che ha solo un
anno e mezzo, e confabulano tra loro pensando forse che sia qualche
componente per fabbricare esplosivi. Il che significherebbe, per i
presenti, una certa condanna; poi sembrano convincersi della
verità, lasciano giù la pastina ed escono.
Più spaventoso è
l’incontro coi
partigiani, che in quella terra contesa e insanguinata non si
differenziano troppo dai comuni banditi: una notte scardinano la porta
della casa, si mettono a rovistare in ogni angolo, cercando
chissà che cosa, entrano anche in camera da letto dove Ada e
la
mamma tremano dalla paura, si tirano le coperte fin sul mento. Nel
buio, le canne scure dei mitra sembrano indici severi puntati su di
loro, pronti a sputare una sentenza di morte. Infine, anche loro se ne
vanno.
A questo punto, si decide di andare in
campagna,
dove il pericolo dovrebbe essere un po’ minore, senza
bombardamenti e senza quella continua, insidiosa guerriglia tra
resistenti e truppe d’occupazione: la scelta cade su Bagnolo,
su
una cascina un po’ discosta dal paese, dove conoscono delle
persone. Così, il piccolo drappello di sfollati inforca le
biciclette, Ada col piccolo Paolo su una bici pesante dalle ruote
grosse, il cognato Bruno con la mamma di Ada seduta sulla stanga della
seconda bici, poi la sorella di Ada, poco pratica di quel mezzo di
trasporto, a pedalare su di una bici dal manubrio sportivo. Passano da
Verona, dove caricano su un carretto un po’ di mobili a cui
tengono in particolar modo, alcuni materassi e un attaccapanni con
inserito al centro uno specchietto, serrano la porta e si rimettono in
marcia.
Non potranno più rientrare in
casa:
l’appartamento accanto al loro verrà sventrato da
una
bomba e i suoi occupanti s’installeranno in casa di Ada. Non
se
ne andranno più, neppure a guerra finita. Una bambola a cui
lei
era molto affezionata, una bella carrozzina, tutti i suoi giocattoli
verranno gettati nel fuoco. Soprattutto la ferirà la perdita
dello scrittoio, di scarso valore ma regalatole dalla madre: dentro
c’erano tutta la sua vita ed i suoi ricordi, i libri di
scuola,
le fotografie, le lettere che le avevano scritto i suoi
«figliocci» al fronte con le loro speranze e i loro
più riposti desideri (era una «madrina di
guerra»),
soprattutto il diario in cui aveva ricamato i suoi sogni e i suoi
segreti di giovane donna – tutta
un’intimità violata.
Ignara di ciò che sarebbe
avvenuto, Ada
pedala verso la sua nuova casa presa in affitto, due camere e una
cucina, al centro un lungo corridoio com’è tipico
nei
casolari. Mentre stanno arrancando tra i campi, all’orizzonte
appare la sagoma di un aereo, un piccolo velivolo da ricognizione
angloamericano familiarmente chiamato «Pippo». Il
pilota,
forse ingannato dal riverbero del sole sullo specchietto
dell’attaccapanni, forse pensando a un’arma, si
butta in
picchiata mitragliando il gruppetto di profughi. Ada si getta nel fosso
a lato della strada, stringendo a sé il piccolo Paolo,
facendogli scudo col proprio corpo.
La vita, in campagna, non è
agra più
di tanto, anzi, scorre tranquilla, quasi monotona, seguendo i ritmi
della natura: si fa quasi tutto in casa, a cominciare dal cibo. Si
abbrustolisce l’orzo per il caffè, si pigia
l’uva
per avere il vino, si spaccano i semi di ricino per fare il sapone; a
volte, al mercato nero del paese (dove si trova sempre di tutto, anche
i generi che sarebbero razionati, a patto di poter pagare), si scambia
la farina con la pasta: ma più spesso il pane e la pasta li
si
produce in casa, ci si siede sul torchio e da sotto vengon fuori gli
spaghetti. Alla sera ci si raduna tutti nella stalla, ben al calduccio,
le donne a filar la lana con l’arcolaio, a lavorare a maglia,
gli
uomini ingannano il tempo giocando a carte; spesso si uniscono a loro
dei giovani di Bagnolo.
Per un curioso accidente del destino,
l’inverno del ’44 Ada ha un altro incontro
ravvicinato con
un «Pippo». L’aereo, durante una normale
ricognizione, viene colpito dalla contraerea e finisce con lo
schiantarsi al suolo. Subito i contadini corrono verso i rottami del
velivolo, riescono ad estrarne il pilota inglese prima che il mezzo
esploda od arrivino le pattuglie tedesche e, col favor delle tenebre,
lo nascondono nella canonica, avvertendo il prete della presenza del
singolare ospite. Questi si mette subito in contatto coi partigiani che
aiutano l’Inglese a raggiungere la Svizzera – e la
salvezza.
Generosità contadina,
elargita a piene mani
ai contendenti degli opposti eserciti, senza degnare del minimo sguardo
il colore della divisa: per loro quelli non sono soldati, sono soltanto
uomini.
Col passare dei mesi, la guerra volge al
termine: lo
si capisce guardando le colonne di soldati tedeschi avviati al fronte,
non sono le SS che a Verona scorazzano con cani lupo enormi e dallo
sguardo iniettato di sangue, questi sono bambini di quattordici,
quindici anni, a cui hanno messo addosso una divisa e cacciato in mano
un fucile; marciano a passo lento, spaventati e spaesati, volgendo
all’intorno gli occhi dalle pupille sgranate. Incontro a loro
vengono le divisioni corazzate americane, ma non già i
gioviali
buontemponi a cui ci ha abituato il cinema hollywoodiano,
bensì
le truppe africane, negri enormi con dei visi tracagnati che fanno
paura solo a vedersi; però a volte distribuiscono delle
sigarette, o – ancor meglio – della cioccolata,
quindi val
bene la pena di correre qualche rischio e andar loro incontro, tendendo
le mani.
Un’esplosione immane squarcia
il silenzio
della notte, e tutti pensano ad un bombardamento; invece sono i
Tedeschi che, consci dell’imminente disfatta, fanno saltare
la
polveriera di Mantova!
Una sera, e siamo già nel
1945, i contadini
trovano un Tedesco nel fienile: un disertore, uno che sta scappando,
come tanti altri. Si è nascosto, forse per paura,
più
probabilmente per riposarsi prima di riprendere la fuga. È
spaventato, affamato, non sa la nostra lingua, si esprime a gesti. Non
fa paura, fa solo compassione. I contadini gli portano del cibo. Lui
è grato, mostra la foto della sua famiglia, è
sposato ed
ha due bambini; la cosa che più desidera è
tornare da
loro. Il mattino dopo, il fienile è vuoto: il Tedesco si
è rimesso in cammino verso casa. Ada prega che possa
riabbracciare i suoi cari.
Finalmente il fronte passa e la guerra
ha termine:
feste, canti, balli. Un tripudio di colori, musiche, gioia. I
partigiani camminano impettiti, ostentando i loro fucili come fossero
trofei di caccia, e tra quegli «eroici» combattenti
Ada
scorge anche i giovani di Bagnolo che conosce bene, quelli che
passavano le sere e le notti a giocare a carte nella stalla, e che
adesso vanno in giro armati, gloriandosi delle imprese che non hanno
compiuto, per avere anche loro la propria parte di gloria. Ma
sì, in fondo sono dei bravi ragazzi!
(settembre 2007)