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La Cina e l’emergenza musulmana

Una popolazione duramente perseguitata e privata dei più elementari diritti

 

di  Alberto Rosselli

 

 
La rinascita dell’«orgoglio» islamico e dei movimenti fondamentalisti ad esso collegati sembra destinata non soltanto a mettere in agitazione l’Occidente ma anche a destabilizzare l’apparentemente solido pianeta Cina, Paese di fatto ancora comunista, ma proiettato, almeno sotto il profilo economico, verso un futuro caratterizzato da un liberismo sfrenato. Ideologia, questa, incoraggiata da un governo molto accondiscendente nei confronti delle ambizioni dell’emergente «casta» neocapitalista, ma assai meno riguardo i diritti ai quali aspirano, invano, il popolo cinese e le numerose minoranze etnico-religiose del Paese, prima fra tutte quella, assai folta (quasi quarantanove milioni di individui) musulmana insediata in buona misura nelle regioni occidentali confinanti con il Kazakistan, il Tagikistan, il Kighisistan, l’Afghanistan e il Pakistan. Una comunità, quella cino-islamica che, proprio in questi ultimi anni, ha dato chiari e forti segnali di insofferenza nei confronti dello Stato centrale, organizzandosi in gruppi di resistenza passiva, ma anche attiva.
    Sorto verso l’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso in maniera del tutto spontanea (anche se, successivamente, ha potuto godere del sostegno di alcune frange fondamentaliste legate ad Al Khaida e a Bin Laden) a partire dal 2002 il Movimento Islamico Cinese del Sinkiang ha scatenato ripetute sommosse che hanno costretto il governo di Pechino a dispiegare nella regione dell’Uighur quasi centomila tra soldati e poliziotti, appoggiati da mezzi blindati, aerei ed elicotteri. Gli Uighur, etnia di religione musulmana e di lingua turca (gruppo che costituisce il 60% della popolazione dell’intera regione, abitata da sedici milioni di individui), sono stati i primi musulmani «cinesi» a ribellarsi. Fino dal termine della Guerra Civile (1949) Pechino vanta (anche se a fronte di ripetuti attriti con Mosca) un totale e riconosciuto controllo sul Sinkiang, vasta ma desolata regione ove risiedono, oltre agli Uighur, elementi tagiki, kazaki e kirghisi, anch’essi in gran parte musulmani e tradizionalmente insofferenti nei confronti sia della Russia che della Cina. Nel XVIII e nel XIX secolo il Sinkiang (chiamato all’epoca Turkestan Orientale) fu teatro di numerose ribellioni soppresse nel sangue dagli Imperatori Celesti. Successivamente, nel XX secolo, la porzione più rilevante dei popoli dell’Asia Centrale sottomessi da Mosca, tentò a sua volta di ribellarsi contro il sistema bolscevico dando vita negli anni Venti alla sfortunata «Rivolta dei Basmachi» guidata dall’ex leader ottomano Enver Pasha, fautore e capo del Movimento Panturanico.
    Ma ritorniamo al presente. Da circa cinquant’anni, nel tentativo di colonizzare il Sinkiang con elementi cinesi, spodestando ed assimilando di fatto gli Uighur, Pechino ha emanato numerosi provvedimenti restrittivi della libertà di questi ultimi, esercitando sulla regione – al pari di quanto realizzato in Tibet dopo il 1950 – un rigido regime poliziesco. Regime che ha indotto i rappresentati del Movimento Islamico rifugiatisi in Pakistan a parlare, per il Sinkiang, di una vera e propria «politica di discriminazione di stampo stalinista nei confronti della popolazione locale».
    Nel 1942, l’etnia Uighur costituiva il 78% della popolazione del bacino del Tarim, ma attualmente questa percentuale sembra essere scesa al 48% proprio a causa delle numerose deportazioni che il governo cinese ha attuato a partire dal 1949. Già nei primi anni Cinquanta, le continue vessazioni alle quali erano sottoposti avevano costretto circa ventimila Uighur a fuggire oltre confine e a trovare asilo in Pakistan e nelle Repubbliche Sovietiche confinanti, dove però ricevettero un trattamento non certo migliore. Verso la metà degli anni Settanta, Pechino intensificò il processo di colonizzazione, trasferendo nel Sinkiang decine di migliaia di contadini Han ed avviando nel contempo una massiccia campagna di sterilizzazione forzata delle donne Uighur. Ma a rendere ancora più cruciali i rapporti tra Cinesi e Uighur furono i cosiddetti «piani economici popolari» varati negli anni Ottanta: piani che favorirono lo sviluppo e la crescita economica della sola etnia cinese locale a discapito degli Uighur.
    Intervistato in proposito, il sindaco di Retina, città situata non lontano da Kashghar, lungo la leggendaria Via della Seta, sostiene che Pechino stia investendo centinaia di milioni di dollari in un grande progetto di irrigazione che consentirà a circa un milione di agricoltori del Sichuan di traslocare nella regione e prendere possesso delle terre musulmane. «I Cinesi ci stanno privando di tutto. Prima Pechino utilizzava le nostre terre per effettuare i suoi esperimenti nucleari» (tra il 1965 e il 1999, nella zona del Lop Nor, sono stati fatti esplodere quarantacinque ordigni all’idrogeno che hanno provocato la morte di non meno di 250.000 Uighur) «ed ora vuole addirittura cacciarci dalle nostre terre».
    Ma non è tutto. Secondo agenzie di stampa pakistane, i molti funzionari e burocrati di etnia Han inviati nel Sinkiang per «dirigere e coordinare lo sviluppo della regione» avrebbero già escluso da tutti i centri di potere e decisionali gli Uighur. Da qui l’ondata delle ribellioni che da anni stanno mettendo a soqquadro l’intera Cina Occidentale, senza per altro suscitare la benché minima attenzione da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite o dei movimenti pacifisti – soprattutto italiani – forse troppo impegnati nel seguire le disavventure di altre disgraziate «minoranze». Dal canto loro, le grandi potenze occidentali sembrano assai poco interessate a mettere il naso negli affari interni del governo di Pechino (già infastidito per le troppe attenzioni concesse, soprattutto dagli Stati Uniti, ai Tibetani) preferendo ignorare l’«emergenza Sinkiang».
    Isolata, ma non rassegnata, la minoranza musulmana della Cina Occidentale ha però imboccata la strada della resistenza, sia passiva che attiva, organizzando manifestazioni di protesta, allacciando rapporti con i movimenti fondamentalisti islamici ed attuando anche attentati terroristici, il primo dei quali è stato compiuto nella città di Urumqui quando, il 25 febbraio 1997, un gruppo di insorti ha fatto saltare in aria tre autobus, uccidendo cinque persone e ferendone sessanta.
    Sempre nel ’97, nella città di Yining, migliaia di musulmani manifestarono in seguito all’arresto, da parte della polizia cinese, di alcune dozzine di correligionari accusati di «sovversione ed alto tradimento». Secondo resoconti clandestini, centinaia di giovani affrontarono la polizia, attaccando ed incendiando uffici pubblici e abitazioni dei Cinesi appartenenti all’etnia Han. In quell’occasione, le autorità cinesi addossarono la colpa dei gravi disordini di Yining (che provocarono diversi morti e centinaia di feriti) ad un «minuscolo gruppo di elementi sovversivi musulmani» accusati di «volere frantumare l’unità della patria». Versione ovviamente contestata dai capi del Movimento Islamico.
    «Sono stati per primi i Cinesi ad avviare una politica di repressione nei nostri confronti. Noi Uighur ci siamo soltanto difesi», ha dichiarato il leader musulmano Azat Akimbeck testimone – così almeno egli sostiene – di altre «precedenti, civili manifestazioni, soffocate nel sangue dalla polizia cinese».
    In seguito a questo e ad altri successivi incidenti, la polizia e l’esercito cinesi misero la città in stato d’assedio, sigillando per un certo tempo il vicino confine con il Kazakistan. I media governativi riferirono della morte, per mano dei rivoltosi, di circa una decina di persone. Anche se i capi del Movimento Islamico in esilio ad Almaty sostennero che la polizia cinese aveva massacrato settanta manifestanti, più altri trentuno successivamente freddati nel cortile della locale caserma. Oggi, a distanza di alcuni anni, i capi Uighur della comunità di Almaty sembrano convinti che il governo cinese stia per scatenare una vasta campagna di soppressione. Una particolare direttiva segreta emanata dal Partito Comunista (Documento del Partito Centrale Numero 8), contro «il separatismo nazionale e le attività religiose illegali» confermerebbe questa ipotesi. D’altra parte, nel 1950, la prima Repubblica cinese musulmana creata nel 1944, venne schiacciata da Mao, e la successiva promessa di concedere un’autonomia effettiva alla Regione Autonoma Uighur non venne mai mantenuta né da Mao né dai suoi successori.
    «Le cosiddette “tutele” contenute nella Costituzione cino-comunista relative alla libertà di religione sono soltanto una truffa», ha dichiarato Babur Makhsut, ex membro del Partito Comunista ed ex sindaco musulmano di Hetian, fuggito nel 1995 in Occidente. «In questi ultimi anni – continua Makhsut – in molte città del Sinkiang si sono verificate decine di spontanee sollevazioni da parte della popolazione musulmana: rivolte che hanno portato all’arresto di circa tremila persone».
    Secondo gli scarni e reticenti resoconti ufficiali di Pechino, la prima grande insurrezione musulmana nel Sinkiang sembra essersi verificata nel 1990 a Barin, vicino alla città di Kashghar. Qui, un grosso gruppo di ribelli musulmani armati occupò per qualche ora il locale municipio, massacrando tutti i funzionari cinesi e proclamando una sorta di auto-governo. Poche ore più tardi, un reparto blindato dell’esercito cinese riconquistò l’edificio, uccidendo almeno duecento rivoltosi. Successivamente, le autorità proclamarono la legge marziale e il coprifuoco. In quell’occasione, Pechino riferì che le straordinarie misure restrittive si erano rese necessarie anche «per contenere l’attività delle bande di criminali musulmani che, attraverso il traffico della droga e il contrabbando di armi, alimentano il Movimento Islamico separatista in Cina Occidentale». Accuse, queste, respinte al mittente dai rappresentanti musulmani Uighur in esilio. «Si tratta di un’enorme bugia. La strategia di Pechino è infatti quella di impedire agli Uighur di riunirsi e di praticare i più elementari diritti».
    Secondo notizie diramate nel 2005 dal Dipartimento degli Esteri statunitense, la situazione nel Sinkiang «musulmano» si sarebbe ulteriormente aggravata, anche in seguito a nuove pesanti ritorsioni da parte di Pechino. Preoccupati dal progressivo estendersi del fenomeno fondamentalista e da quello del terrorismo internazionale di matrice islamica, gli Stati Uniti (già accusati, una decina di anni fa, da Pechino di appoggiare attraverso la CIA gli «indipendentisti islamici») auspicherebbero, da parte del governo cinese, una politica più saggia, in modo da isolare le cellule musulmane più estremiste dal resto della popolazione islamica del Sinkiang notoriamente moderata.
(maggio 2012)